Quali sono le cose che noi chiamiamo belle, e in che cosa consiste la
loro qualità?
Sully Prudhomme prende le mosse un poco da lontano per dire che il
bello è indefinibile. Egli ragiona così: l’anima umana aspira alla
felicità; ma, in questa vita, le aspirazioni oltrepassano le gioie;
quindi l’oggetto supremo dei nostri voti è alquanto indeterminato, e
sempre che il pensiero si volge alla felicità prende i caratteri del
sogno: allora l’anima sente come infinita la sua potenza di gioia.
Questo stato di sogno è l’estasi. «Contemplare è guardare con estasi,
ammirare è godere della contemplazione giudicando la cosa contemplata.
Ora ciò che si ammira nella cosa contemplata è la bellezza, cioè
l’espressione della felicità ideale per mezzo di una sensazione
eminentemente gradevole. Il bello, a causa della sua stessa natura,
è quindi impossibile a definire in modo adeguato, poichè implica un
elemento indeterminato, l’ideale, cioè l’irrealizzabile, che l’anima
può soltanto sognare e agognare. Affinchè il bello potesse essere
definito, bisognerebbe che l’anima conoscesse, mediante il possesso,
ciò che ella conosce soltanto per mezzo di ciò che il suo sogno
ambiguamente deduce da quel poco che ella possiede attualmente».
Alla stessa conclusione negativa si perviene con meno metafisica,
considerando l’ambiguità del linguaggio. «Il linguaggio», riconosce
Sully Prudhomme, «offre indicazioni preziose all’analisi, perchè l’uomo
non crea parole inutili, e perchè in tal modo le parole corrispondono
a distinzioni sempre vere per qualche differenza tra le cose
differentemente nominate. Ciò non vuol dire che le parole siano sempre
impiegate, dall’universalità degli uomini, con lo spontaneo e finissimo
discernimento che, in origine, ha riconosciuto la loro utilità e
precisato il loro senso». Pertanto, se il medico chiama bello un certo
caso di malattia, se il negoziante parla di un bell’inventario, e
via discorrendo, Sully Prudhomme crede che tutti costoro commettano
un abuso. Ma, per poter trovare qui un abuso, bisognerebbe anche
soggiungere qual è l’uso, l’uso retto, preciso, definito; il che vuol
dire che bisognerebbe dare quella definizione del bello che riesce
impossibile e che lo stesso autore non dà. Dunque non c’è abuso negli
esempii addotti, ma un uso indeterminato dipendente dall’ambiguità del
senso.
Bouvard diceva a Pécuchet che la geometria è bella: tale
qualificazione, negata da tutti gli studenti che non hanno potuto
superare il _ponte degli asini_, è ora sostenuta e ripetuta con nuova
efficacia. Emilio Picard dice che «l’aspetto artistico è uno dei
più importanti nelle matematiche pure»; ed Errico Poincaré che «lo
scienziato degno del nome, il geometra segnatamente, prova in faccia
all’opera sua la stessa impressione dell’artista: il suo godimento è
altrettanto grande e della stessa natura». Roberto di Adhémar, citando
questi scrittori e sviluppando il loro concetto, rammenta che il
bello, subbiettivamente considerato, è l’essenza del sentimento che
esso provoca, cioè il sentimento estetico. Ora l’attività estetica,
quell’attività che gode di sè stessa, si può trovare e si trova in
molte occasioni svariatissime. Il dottore che diagnostica un certo caso
di malattia, il computista che esamina un certo inventario, provano,
come il geometra e il matematico, un godimento estetico o estatico,
che li induce a servirsi della parola _bello_ come della più adatta.
Essi potrebbero adoperarne molte altre; potrebbero dire che il caso
della malattia è nuovo, raro, importante, complesso; che l’inventario
è chiaro, ordinato, fedele, preciso: se li chiamano belli, bisogna
credere che questa parola esprima meglio la loro impressione, la loro
soddisfazione, e non già che essi la adoperino a sproposito, come
gente che parlasse una lingua mal nota. E lo stesso Sully Prudhomme,
negando che si possa chiamar bello un caso di malattia, non ha
espressamente riconosciuto che vi può essere «un bel caso di gobba» per
il naturalista il quale ammira la coordinazione dei caratteri anatomici
del gobbo? Un gobbo che è brutto, può essere, nel suo genere, bello;
una rosa che è bella, può essere, nel suo genere, brutta.
Il concetto della bellezza è stato talvolta identificato con quelli
della bontà, dell’utilità, della convenienza; tal altra distinto da
questi. Anche qui troviamo una prova della sua indeterminatezza. Il
pipistrello pareva un uccello e la balena un pesce: l’attento esame
dei loro caratteri anatomici e fisiologici li ha fatti classificare
entrambi fra i mammiferi. Gli anfibii, quantunque i loro caratteri
siano stati esaminati, anzi appunto perchè sono stati esaminati,
restano anfibii. Altrettanto dicasi del concetto del bello. Per certi
rispetti il bello è il buono e l’utile; per certi altri è tutt’altra
cosa. Sully Prudhomme nega che si possa dire bello, come fa il
contadino, un formaggio; e infatti il formaggio è propriamente buono o
cattivo; ma, senza contare che la bellezza del formaggio può risiedere
nel suo aspetto apprezzato dalla vista, talchè un formaggio che pare
agli occhi bellissimo può esser pessimo all’olfatto e al palato,
bisogna ancora osservare che la stessa sensazione squisita dell’odorato
e del gusto possono essere e sono chiamate belle, oltre che buone, o
perchè buone, con un’apparente improprietà e una secreta e indefinibile
convenienza, della quale i Greci ebbero il senso, designando con una
sola parola il bello ed il buono.
Si vede dunque che la bellezza, nel mondo reale, è indeterminata e
relativa. Nel mondo dell’arte, invece, cioè nel mondo delle immagini
create dall’arte, è assoluta e determinata. Se l’immagine è fedele,
totale, nitida, vivace, animata, è bella senz’altro. Pare dunque che
la bellezza da chiedere all’arte sia quella della rappresentazione, e
non quella dell’oggetto rappresentato, la quale non si può propriamente
dire quale e come è.