II.

Sully Prudhomme, esponendo la teoria dell’espressione che riferiremo

meglio in un prossimo capitolo, spiega il miracolo in un modo che

conviene discutere. Tutte le sensazioni, dice egli, hanno qualità

affettive, la qual cosa significa che sono o gradevoli o sgradevoli

o indifferenti. Ogni stato dell’animo è parimenti o grato o penoso o

indifferente. Grazie a questa comunanza di carattere fra gli stati

d’animo e le sensazioni, queste possono essere espressive di quelli.

Per esempio: la sensazione dei cibi dolci è grata al palato e quella

degli amari ingrata; le cose morali hanno anch’esse qualità simili: un

rifiuto può essere amaro, ed un consenso dolce. Sully Prudhomme avverte

però che, in arte, le impressioni eccitate dall’artista debbono sempre

essere gradevoli, anche quando i sentimenti espressi sono dolorosi. «In

musica, la disperazione dev’essere espressa con armoniche combinazioni

di note; in pittura, un Cristo, quantunque debba eccitare in sommo

grado la compassione, deve nondimeno piacere al senso della vista con

la qualità gradevole dei toni; nella scultura, le linee del Laocoonte

gemente debbono formare armonici composti. In generale, bisogna sempre

che l’opera artistica carezzi i sensi, qualunque sia la commozione

morale che essa esprime».

Questi concetti non possono essere accettati così come sono

significati. Prendiamo, per amore di semplicità, uno degli esempii

addotti: quello del Cristo. Il quadro rappresentante Cristo, dice

l’autore, deve piacere alla vista con le qualità gradevoli dei toni.

Che toni troviamo in cotesto quadro? Il livido della pelle, il giallo

degli occhi, il paonazzo delle piaghe. Questi toni del quadro sono

inventati, diversi da quelli di un cadavere piagato? Niente affatto:

l’artista li ha colti, appunto, nel vero. Per conseguenza, se diciamo

gradevoli i toni del quadro, non dobbiamo anche dire gradevoli quelli

del vero, dai quali sono copiati? Se non che, dinanzi a un cadavere

piagato pendente da una croce noi restiamo inorriditi, e dinanzi a un

quadro rappresentante quest’oggetto di orrore restiamo meravigliati

ed estatici. Questo, abbiamo detto, è il miracolo compiuto dall’arte.

Essa lo compie perchè è arte, perchè non è la natura. I toni esistenti

in natura possono essere tutti gradevoli, o per dir meglio sono tutti

indifferenti: essi diventano gradevoli o sgradevoli secondo le qualità

delle cose alle quali appartengono. Il rosso è piacevole o dispiacevole

alla vista? Non possiamo dirlo, perchè il color rosso non si trova mai

solo; si trovano bensì oggetti colorati di rosso. Se noi vediamo il

rosso d’una rosa sul ramo frondoso, lo stimiamo incantevole; se vediamo

quello del sangue sgorgante da una ferita, lo giudichiamo orribile;

stupendo è il rosso del cielo all’alba o al tramonto; repugnante quello

della faccia di un ubbriaco. Il nero di due occhi vivaci è vaghissimo;

opprimente è il nero di una bara. Il verde d’una penna di uccello

ci piace, e quello della pelle di un rettile ci fa ribrezzo. Ora la

pittura, presentandoci non già le cose reali, ma le loro immagini

psichiche estrinsecate, toglie, sopprime, annulla le qualità delle cose

vere, dalle quali noi siamo tanto impressionati nel mondo. Dipinti,

il verde del rettile, il nero della bara, il rosso del sangue non

partecipano più delle qualità incresciose di cotesti oggetti reali; noi

possiamo quindi tranquillamente gustarli.

Perchè le colorazioni di un corpo vivo e florido sono tanto apprezzate

dall’occhio, e quelle di un cadavere disgustano? In sè stesse, le

tinte del cadavere non hanno niente di repugnante; possono anzi

essere stupende; ma, perchè siano gustate, bisogna fare astrazione

dal cadavere; la qual cosa l’occhio volgare non fa, e fa soltanto

quello dell’artista. Ora nel quadro c’è la tinta, c’è il disegno, c’è

l’immagine del cadavere, ma non il cadavere: allora anche l’occhio

volgare è libero di apprezzare l’intrinseca qualità delle tinte.

Sully Prudhomme vede nelle opere d’arte rappresentanti soggetti

incresciosi o tristi un contrasto: egli dice che queste opere ci

procurano tutt’insieme un piacere fisico e un dolore morale, e spiega

questo contrasto con la simpatia. «Lo spavento e la stessa tristezza,

provati per simpatia possono anche diventare godimento del cuore; la

simpatia, infatti, ci procura il sentimento di una vita differente

dalla nostra, essa ci fa vivere negli altri senza metterci a nessun

rischio». Se ciò è vero, dovrebbe esser vero tanto nell’arte come

nella vita. Poniamo che, trovandomi in pace con me stesso e col

mondo, io veda due uomini battersi ad oltranza. La vista di costoro

ecciterà dentro di me i sentimenti che essi provano, ma non li ecciterà

direttamente; io non mi sentirò prudere le mani per un motivo reale,

personale, per le offese che hanno spinto cotesti uomini a battersi; mi

sentirò invece agitato per simpatia, per imitazione, per contagio; a

qualunque grado possa arrivare questo contagio, se io pure sarò a mia

volta sul punto di prendere una sciabola per menar colpi a destra e a

manca, sentirò tuttavia che il sentimento eccitato dentro di me mi è

estraneo, che io non ho nessuna ragione di attaccar lite con nessuno,

che sono in pace con tutti. Per conseguenza il sentimento violento

determinatosi dentro di me, quantunque naturalmente penoso, non mi

procura pena, ma quasi piacere: perchè mi trae fuori di me stesso senza

mettermi realmente ad uno sbaraglio. Ora che cosa accadrà in me se non

vedrò una vera zuffa, ma la rappresentazione di una zuffa in un’opera

d’arte, in un dramma, in un romanzo o in un quadro? Accadrà lo stesso

effetto che dinanzi alla vera zuffa: io uscirò fuori di me stesso senza

perdere la coscienza della mia tranquillità presente. Se non che,

nella zuffa vera il sangue scorre, qualcuno dei combattenti è ferito o

muore; mentre nella rappresentazione artistica io so che ciò non può

accadere, che la zuffa posta sotto i miei occhi è fittizia. Questa

certezza diminuisce in quantità l’effetto del contagio simpatico,

ma lo migliora di qualità: io non uscirò tanto fuor di me stesso

quanto dinanzi a un vero duello, ma il sentimento della mia sicurezza

personale sarà altrettanto più saldo, quindi il godimento per simpatia

altrettanto più intenso. E questa è la vera ragione per la quale l’arte

ci rende grata la riproduzione di cose realmente repugnanti. Se la

simpatia fosse causa di piacere suscitando dentro di noi uno stato

penoso, ma fittizio, e sempre accompagnato dalla certezza della nostra

tranquillità e sicurezza personale, tutti gli spettacoli penosi, nel

mondo reale, dovrebbero procurarci un simile godimento. Perchè la vista

di un uomo morente dovrebbe turbarci? Quest’uomo muore, ed io sono

turbato dalla sua vista, esco fuori di me stesso, partecipo alla sua

agonia; ma sento nondimeno che io non muoio niente affatto, che sono

sano e pieno di vita: dunque dovrei provare quel piacere del quale

ragiona Sully Prudhomme. E infatti c’è una freddezza e un egoismo che

si compiace di questi spettacoli; ma noi non dobbiamo considerare gli

egoisti e gli idioti morali, sibbene gli uomini normali; e negli uomini

normali il dolore suscitato per simpatia, se non è tanto grande quanto

quello prodotto da un motivo reale, è ancora grande abbastanza da far

perdere od allontanare il senso della sicurezza personale. Nell’arte,

invece, il turbamento è meno intenso, perchè nessun’opera d’arte ha

l’intensità, il rilievo e la vita della vita; ma, per compenso, la

fiducia, la sicurezza intima è saldissima, perchè l’oggetto turbatore

non esiste realmente, è tutto immaginario. Dice Sully Prudhomme: «Il

piacere della simpatia può esser turbato, nel mondo reale, dalla pietà

dolorosa che ispira la vista delle sofferenze delle persone amate»; ma

contro questa proposizione si debbono muovere due obbiezioni: prima

di tutto, trattandosi, come si tratta, di oggetti penosi, la pietà

dolorosa non turba il piacere, ma anzi lo determina, come lo stesso

autore ha detto dal principio, grazie al contrasto col sentimento della

sicurezza personale; secondariamente, se le persone delle quali vediamo

le sofferenze ci sono care, allora il sentimento della sicurezza

personale non esiste più, e il nostro turbamento non è determinato per

simpatia, ma dalla lesione del nostro interesse, dell’affetto che ci

lega a coteste persone, cioè da una causa reale, diretta, positiva.

Sully Prudhomme si accosta tuttavia al vero quando soggiunge che al

teatro, «sia grande quanto si voglia l’illusione, essa non ci fa

dimenticare che le sofferenze alle quali assistiamo sono fittizie». Qui

è il secreto semplicissimo del miracolo compiuto dall’arte: l’arte che

riproduce il vero non lo rifà; ne dà soltanto l’illusione, ne offre

un’immagine.

L'Arte · 第 10 / 47 题