Esclusa l’arte letteraria, perchè si serve delle parole, le quali sono
segni d’espressione convenzionali, Sully Prudhomme comprende fra le
belle arti l’architettura, la scultura, la danza, la musica, la pittura
e la recitazione, perchè fra queste l’espressione non è convenzionale,
ma reale, consistendo nelle forme, nei gruppi di sensazioni visuali e
uditive. Gli artisti che le coltivano si contraddistinguono, secondo
l’autore, per la giustezza e la finezza di un senso. Essere sensuale,
godere delle note, delle linee, dei colori, apprezzare le qualità
gradevoli o disgradevoli delle sensazioni, è per l’artista condizione
essenziale.
Qui si potrebbe fare una prima osservazione, quella già proposta da
Giulio Lemaître: qual è il senso eccellente del quale i comici e le
ballerine sono dotati? Noi chiameremo artisti tanto le une quanto
gli altri; ma possiamo negare questa qualificazione ai poeti, ai
romanzieri, ai commediografi? E che cosa reciterebbero i comici e
quali azioni rappresenterebbero le ballerine, se i commediografi
e i librettisti non fornissero loro i temi e le trame? Se le arti
_belle_ sono quelle che si propongono il conseguimento della bellezza,
negheremo che tale sia lo scopo dell’arte letteraria? Il poeta e il
romanziere non hanno un senso particolarmente fine, ma tutta quanta
la sensibilità pronta ed acuta. E dato che il possesso di un senso
eccellente è necessario a fare l’artista, quali arti coltivano coloro
che posseggono un olfatto finissimo o un palato squisito, se la
profumeria e la gastronomia non sono, come lo stesso autore riconosce,
arti?
Ma di ciò a suo luogo. Posto che un senso sicuro, sulla fede del quale
si possano apprezzare e verificare le sensazioni e godere della loro
armonia, è necessario all’artista, questa condizione essenziale non
è ancora, secondo l’autore, sufficiente: basterebbe a fare solo il
dilettante. Se non che, fra tutte le combinazioni di sensazioni che
un artista apprezza in virtù della finezza del suo senso—qualità
che ha comune con tutti gli altri artisti—ve ne sono alcune a lui
particolarmente gradite e care, perchè confacenti a ciò che si chiama
il suo temperamento; cioè alla sua natura fisica e morale. Poichè
dunque il temperamento è il principio della scelta, esso determina
l’ideale, cioè il termine astratto che serve di paragone. In arte,
come in tutto, noi valutiamo la qualità delle cose raffrontandole con
la qualità astratta che è il nostro ideale, e scegliamo quelle che
vi si accostano di più. L’ideale d’un artista è determinato dal suo
temperamento, dice Sully Prudhomme; l’uomo riverbera sè nell’ideale
suo, affermava il Bonghi, secondo cui l’ideale è «l’idea come
esemplare, tipo, meta».
Quando l’ideale dell’artista si è precisato, questi inventa e compone.
«L’invenzione,» dice Sully Prudhomme, «non fa nulla con nulla; essa
non crea nè i materiali sensibili, nè le leggi che ne regolano
l’armonia: adatta soltanto queste leggi a questi materiali in un modo
non attualmente osservato nella realtà, o non osservato interamente.
Per esempio: un pittore che posa il suo cavalletto dinanzi a un sito,
in campagna, non inventa nè il suolo, nè gli alberi, nè il cielo;
ma, scientemente o a propria insaputa, cerca di sentire l’armonia del
modello; e poichè egli la sente col proprio temperamento, non può fare
a meno di idealizzarla; ciò vuol dire che fra tutte le combinazioni di
sensazioni costituenti cotesta armonia, egli sceglie inevitabilmente
quelle che preferisce e che, per conseguenza, sono più conformi al suo
ideale».
Sully Prudhomme confonde qui in una sola parecchie operazioni, o
trascura di avvertire che l’operazione si compie in più tempi. Infatti:
quando il pittore va in campagna col suo cavalletto, non si ferma già
in un sito qualunque per coglierne certi aspetti; ma vede e giudica
parecchi siti, tra i quali sceglie quello che risponde al suo ideale
o—per dirla più semplicemente, e per evitare confusioni—alla sua
idea. Quando poi ha scelto il sito da rappresentare, e si pone dinanzi
al suo cavalletto con la tavolozza in mano, allora comincia una
seconda operazione: la scelta dei caratteri del sito da mettere in
evidenza nel quadro. Quindi, se vogliamo chiamare invenzione la scelta,
dobbiamo avvertire che questa scelta è duplice, e che la prima cosa che
l’artista sceglie è l’oggetto da rappresentare.
Per aver trascurato questa semplice osservazione, Sully Prudhomme è
caduto in molte ambiguità. Egli dice dapprima che non vi è oggetto
«bello in sè»; la bellezza dell’oggetto «è tutta relativa all’arte che
lo tratterà». Dice ancora, parlando particolarmente della pittura,
che il mondo visibile sembra all’artista tutto quanto armonico:
«se egli vi esercita la sua scelta, non fa così perchè abbia ad
evitare o a correggere false combinazioni di colore; ma perchè tutte
le combinazioni giuste non sono egualmente attraenti per lui, cioè
ugualmente adatte a soddisfare il suo temperamento e ad esprimere il
suo ideale. Il pittore non sente _quasi mai_ in difetto quella che
egli chiama natura; per questa ragione ne ha il culto, e ne spinge
talvolta l’idolatria sino ad accettarne tutte le impressioni, senza
discernimento». Se, dunque, il pittore non trova, la natura in difetto
_quasi mai_, vuol dire che qualche volta la trova realmente in difetto.
E infatti Sully Prudhomme soggiunge tosto che, se la natura è sempre
attraente per l’armonia dei colori, «non è sempre irreprensibile
nelle linee», e «produce i mostri». Ora, se vi sono in natura oggetti
attraenti, come sommamente armonici, e oggetti mostruosi, e quindi
repugnanti, non possiamo più dire che non vi è oggetto «bello in sè»
e che tutta la bellezza consiste nell’arte. Gli oggetti naturali sono
diversamente dotati di diverse qualità diversamente capaci di produrre
diverse impressioni. La prima scelta, adunque, o invenzione, da parte
dell’artista, si esercita tra gli oggetti naturali. Egli può bensì
scegliere, per riprodurli, gli oggetti brutti; e la sua riproduzione
dell’oggetto realmente brutto può essere artisticamente bellissima, o
viceversa; ma ciò dimostra appunto, come vedremo meglio più tardi, che
vi sono due bellezze diverse, la naturale e l’artistica, che non si
debbono nè si possono confondere.
Scelto l’oggetto, bisogna riprodurlo; ma questa riproduzione non è
totale, integrale; anzi non è vera riproduzione. Perchè lo scultore
riproducesse il modello, bisognerebbe che facesse una statua di carne,
d’ossa, di nervi, di tendini, di sangue, di pelle; se egli avesse
questa capacità non sarebbe un uomo, ma un dio creatore; e in tal caso
non è credibile che riprodurrebbe le creature esistenti nel mondo; ne
formerebbe certamente di nuove, secondo un suo proprio tipo. L’arte è
arte appunto perchè imita. Che cosa bisogna intendere per imitazione?
Io ho sotto gli occhi un oggetto; poi mi allontano da esso. Quando
l’oggetto visto, o sentito, o toccato, non è più sotto i miei sensi, io
ne serbo ancora il ricordo, l’immagine. Tra l’immagine psichica rimasta
dentro di me e l’oggetto sensibile che la produsse, tra il ricordo e
la percezione immediata, c’è una differenza, una distanza. L’arte sta
in mezzo. Essa non ricrea l’oggetto, perchè non può ricrearlo: può
soltanto materializzare l’immagine sua. Il ritratto d’un uomo non è
l’uomo vivo, ma non è neppure l’impalpabile impressione che l’uomo vivo
produce nel cervello dello spettatore: è l’impressione estrinsecata.
Certamente l’ambizione dell’artista consiste nell’estrinsecare
un’immagine la quale produca a sua volta negli spettatori una seconda
immagine quanto più è possibile simile a quella dell’oggetto reale;
ma egli incontra qui una difficoltà insuperabile nei mezzi dei quali
è costretto a servirsi. La creta, il marmo, il bronzo non dànno il
colore; nel quadro, col disegno e il colore, non c’è il rilievo.
Spingere l’imitazione oltre certi segni non è possibile senza uscire
dall’arte. Per esempio: i fiori artificiali rappresentano più da vicino
i fiori veri che non quelli dipinti nei quadri; ma i fiori dipinti sono
opera artistica, e i fiori di fil di ferro, di tela insaldata e di
carta non sono opera d’arte. Noi possiamo trovarne la ragione in questo
fatto: che quando l’imitazione è portata al grado estremo, senza che
sia, perchè non può essere, riproduzione, allora il sentimento eccitato
dentro di noi non è tanto d’ammirazione, non è tutto di compiacimento:
un disinganno e un rammarico lo turbano. Quanto più i fiori artificiali
sembrano veri, tanto più noi sentiamo che non sono veri realmente, che
non potranno mai esser tali, qualunque sia l’abilità e la pazienza
dell’artefice, qualunque sia la rarità della materia adoperata. Se
questi fiori ci dànno l’idea che siano vivi, noi cerchiamo in essi la
vita, e non trovandola proviamo una delusione per effetto della quale,
se prima attribuimmo ad essi un gran valore, lo neghiamo tosto, e li
chiamiamo anzi _finti_ o _falsi_. I personaggi di cera, nei musei
ambulanti, sono più vicini al vero che tutte le statue di gesso; ma
la vista di questi personaggi che sembrano vivi—della vita nostra—e
non ne hanno alcuna, ci fa semplicemente orrore. Sully Prudhomme ha
pertanto ragione di notare che l’arte non consiste nel riprodurre la
natura qual è, e che le imitazioni troppo servili, chiamate in francese
_trompe-l’oeil_, sono giustamente sdegnate dagli artisti; ma non ha più
ragione quando prescrive che l’arte debba correggere la natura.
Restringiamoci ad una sola arte, alla pittura: il critico francese dice
che il pittore si dà alla rappresentazione fedele di quanto vede, ma
che «non guarda senza scegliere: la ricerca del motivo è difatti la
sua prima cura; l’invenzione non consiste per lui nell’immaginare più
e meglio che la natura, poichè egli sa che costei prepara incessanti
sorprese ai suoi amanti, che c’è in essa più imprevisto che non vi
sia immaginazione nel più fecondo cervello: tutta l’invenzione si
riduce a discoprire l’aspetto dal quale il sito gli si mostrerà più
favorevolmente per la soddisfazione dell’occhio, e _a correggere con
tatto e riserva gli accidenti difettosi del modello_». Soggiunge
ancora che il pittore deve possedere «un senso sviluppato del bello
decorativo per _nobilitare_ le linee offerte dal modello e combinarle
con armonia.» Questa fiducia di poter correggere e nobilitare la natura
è presuntuosa. Prima di tutto, se noi potessimo correggere e nobilitare
la natura, dovremmo, _a fortiori_, poterla riprodurre com’è, cosa tanto
più facile; ma questa riproduzione pura e semplice è impossibile. Come
sarà possibile il perfezionamento? In secondo luogo, ciò che parrebbe
perfezionamento sarebbe alterazione. Se l’opera d’arte, intanto, non
corrisponde perfettamente, interamente, puntualmente all’oggetto
naturale, se l’artista ne coglie certi aspetti e ne trascura altri, ciò
non dipende da un espediente premeditato, da un’intenzione cosciente,
ma da una fatalità. Sully Prudhomme biasima che i pittori realisti
si diano al quadro di _genere_, trascurando la composizione storica;
perchè, dice, sta bene copiare esattamente ciò che si vede; ma l’arte
non è una copia. Ora, quando il pittore dipinge un quadro storico,
la sua prima cura non è quella di mettersi dinanzi a un modello che
somigli al personaggio storico, e di circondarlo degli oggetti usati
al suo tempo? Anche questa è pertanto una copia; soltanto essa è meno
esatta ancora che non sia quella delle cose presenti. L’artista sceglie
certi caratteri, negli oggetti da rappresentare, perchè _non può_
metterli tutti nell’opera sua. La fotografia, dice Sully Prudhomme,
ci informa senza impressionarci come opera d’arte, perchè non fa
nessuna scelta nei lineamenti del modello. Ora l’arte massima, l’arte
_ideale_ non sarebbe quella che, invece di ritrarre una persona,
con pochi o molti caratteri, la riproducesse, la rifacesse di sana
pianta? Questa cosa è impossibile; quindi noi dobbiamo contentarci
della fotografia, la quale non è arte non già perchè riproduce troppi
caratteri del modello, perchè dà una rassomiglianza troppo grande;
ma semplicemente perchè è un processo tutto meccanico. Tanto è vero
che i ritrattisti, e Lembach informi, non sdegnano niente affatto di
servirsene, lavorando sull’ingrandimento fotografico. La stenografia
servirebbe parimenti al romanziere e al commediografo, riferendogli
fedelissimamente i discorsi delle persone che egli vuoi mettere nel
romanzo e nella commedia; e la memoria, in verità, non fa altro che
registrare, come la fonografia, ma con minor fedeltà, le cose udite;
se non che, l’impossibilità di riprodurre esattamente e totalmente il
vero nelle arti della parola è ancora maggiore, e il romanziere e il
commediografo non riproducono sempre i discorsi veramente pronunziati
dai loro modelli; ma, compresa la passione di un personaggio in una
certa situazione, lo fanno parlare come essi medesimi, in quella
situazione e con quella passione, parlerebbero. Il romanzo e il dramma
non sono pertanto la vita, nè il ritratto e la statua sono l’originale;
perchè, quantunque in coteste arti figurative l’oggetto naturale possa
essere direttamente raffigurato, senza ricorrere a segni convenzionali,
e qualunque sia lo zelo del pittore e dello scultore nel procacciare di
raffigurarlo esattamente, essi non possono far altro che renderlo come
lo vedono; ora ciascuno di noi non vede le cose ad uno stesso modo.
E questo è appunto il secondo ostacolo che fatalmente impedisce
all’arte di dare alle sue opere i veri caratteri del vero; perchè il
vero, in sè stesso, non si sa come sia; nè l’arte, nè la scienza,
nè qualunque opera umana possono definirlo. Gli uomini non possono
far altro che esprimerlo come lo vedono; e questa visione è diversa,
poco o molto, da uomo ad uomo. Anche qui noi troviamo pertanto una
fatalità, e non un espediente. «L’alterazione dell’oggetto prodotta
dal temperamento che lo riflette,» dice Sully Prudhomme «costituisce
tutto l’interesse dell’opera d’arte, perchè tale interpretazione gli
dà la sua ragion d’essere; se no bisognerebbe dire con Pascal:—Che
vana cosa non è mai la pittura, la quale eccita la nostra ammirazione
riproducendo oggetti dei quali non ammiriamo gli originali!—». Ora,
dato che gli oggetti non possano essere riprodotti come sono, ma come
li vede il riproduttore, certamente questa visione ci interesserà
appunto per la sua particolarità o personalità; ma non bisogna tuttavia
dimenticare che la particolarità delle singole visioni non vieta la
loro sostanziale identità; perchè, se ognuno vedesse le cose in modo
assolutamente diverso da un altro, il mondo sarebbe una torre di
Babele. Dinanzi a un albero d’arancio, quantunque quest’oggetto sia
diversamente interpretato da cento spettatori, tutti e cento costoro
s’accorderanno nel giudicare che l’oggetto dinanzi al quale si trovano
è un albero d’arancio. E il quadro dove quest’albero è rappresentato
m’importerà bensì come documento della visione dell’artista, ma anche
come riproduzione dell’oggetto reale. Se, per esempio, l’artista
patisse di daltonismo, e avesse visto le arance di color violetto, e
perciò le avesse così dipinte, questa sua particolarissima visione,
importante per un medico, non solo non importerebbe niente ai semplici
spettatori, ma dispiacerebbe loro non poco. Gli uomini hanno sensi
diversamente impressionabili; ma se pure la diversità da uomo ad uomo
è da un canto notevole, è per un altro verso trascurabile; perchè
la media degli uomini sani ricevono dal mondo esterno impressioni
press’a poco identiche, e questa identità d’impressione consente loro
d’intendersi e di identificare la realtà circostante. Quindi la visione
dell’artista, mentre gli appartiene singolarmente, deve anche esser
simile a quella dei contemplatori dell’opera sua: i quali, nell’opera,
non apprezzeranno tanto ciò che è personale impressione di lui, quanto
ciò che è comune a lui ed a loro. L’arte deve dunque, nei limiti
che abbiamo visti, rappresentare fedelmente gli oggetti naturali;
intendendosi per oggetto naturale non la cosa in sè, sibbene la media
delle diverse impressioni che gli uomini normali ne ricevono. Se il
pittore desta la nostra ammirazione riproducendo cose delle quali
non ammiriamo gli originali, l’opera sua non si dirà perciò vana,
come vuole Pascal, bensì miracolosa; e questo è il miracolo compiuto
dall’arte, da ogni arte. Nell’opera artistica noi possiamo non soltanto
ammirare oggetti che, se li avessimo realmente dinanzi, ci lascerebbero
indifferenti; ma cose che, nella realtà, c’ispirerebbero paura, sdegno,
ribrezzo ed orrore.
Il n’est point de serpent, ni de monstre odieux
Qui, par l’art imité, ne puisse plaire aux yeux.
Come è ciò possibile?