La mattina, visto a cavallo, c'era parso un bel ragazzo; ed aveva

infatti due begli occhioni pieni di pensiero e un visino pallido d'un

ovale gentile; ma vedendolo a piedi, ci accorgemmo ch'era rachitico e

gibboso. Da ciò nasceva forse la sua tristezza. In tutto il tempo che

rimase con noi, non spuntò un sorriso sulla sua bocca, non si rasserenò

un momento il suo volto. Ci fissò l'un dopo l'altro con uno sguardo

profondo e non rispose alle domande dell'Ambasciatore che con parole

tronche e sommesse. Una sola volta gli passò un barlume di allegrezza

negli occhi; e fu quando l'Ambasciatore gli fece dire che aveva

ammirato, nelle cariche della mattina, il suo modo ardito e grazioso di

cavalcare; ma non fu che un barlume.

Benchè gli tenessimo tutti gli occhi addosso, e fosse quella

probabilmente la prima volta ch'egli compariva, in carattere ufficiale,

davanti a un Ambasciata europea, non mostrò ombra d'imbarazzo. Sorbì

lentamente il suo tè, mangiò dei confetti, parlò nell'orecchio al suo

ufficiale, s'aggiustò due o tre volte sul capo il suo turbantino,

osservò attentamente tutti i nostri stivali, lasciò indovinare che si

seccava; poi si strinse sul petto, accommiatandosi, la mano

dell'Ambasciatore, e tornò verso il suo cavallo colla stessa gravità di

Sultano con cui s'era avvicinato alla tenda.

Messo in sella dal suo ufficiale, disse ancora una volta:--La pace sia

con voi!--e partì di galoppo, seguito dal suo piccolo stato maggiore

incappucciato.

§ § § § §

Quella stessa sera vennero parecchi malati a cercare il dottore, il

quale col dracomanno Salomone e un drappello di soldati era partito poco

prima, per la via d'Alkazar, alla volta di Tangeri. Venne, fra gli

altri, un povero ragazzo mezzo nudo, macilento, cogli occhi rovinati,

che appena ci vedeva e pareva affranto dalla fatica.--Che cosa

vuoi?--gli domandò il Morteo--Cerco il medico cristiano,--rispose con

voce tremante. Quando intese ch'era partito rimase un momento come

istupidito, e poi gridò con accento disperato:--Ma io non ci vedo

più!... Io ho fatto otto miglia per venir qui a farmi guarire dal medico

cristiano!... Io ho bisogno di vedere il medico cristiano!--E diede in

uno scoppio di pianto da straziare il cuore. Il Morteo gli mise in mano

una moneta, che accettò con indifferenza, e indicandogli la via che

aveva preso il dottore, gli disse che, andando di buon passo, avrebbe

forse potuto ancora raggiungerlo. Il ragazzo stette un po' incerto,

guardando verso quella parte cogli occhi pieni di lagrime, e poi si mise

lentamente in cammino.

Il sole tramontò quella sera sotto un padiglione immenso di nuvole color

d'oro e di bragia, e lanciando rasente la pianura i suoi ultimi raggi

sanguigni, calò dietro la linea diritta dell'orizzonte come un enorme

disco rovente che si sprofondasse nelle viscere della terra.

E la notte fece freddo!

§ § § § §

La mattina, al levar del sole, eravamo già sulla riva sinistra del

Sebù, nel medesimo punto dove l'avevamo passato venendo da Tangeri;

e appena giunti, vedevamo comparire sulla riva opposta, accompagnato

dai suoi ufficiali e dai suoi soldati, il simpatico governatore

Sid-Bekr-el-Abbassi, colla stessa cappa bianca e collo stesso cavallo

nero bardato di color celeste, con cui ci s'era presentato la prima

volta.

Ma il passaggio del fiume presentò questa volta una difficoltà

impreveduta.

Dei due barconi sui quali dovevamo traghettare, uno era in pezzi;

l'altro rotto in più parti e mezzo affondato nella mota della sponda. Il

piccolo _duar_ abitato dalle famiglie dei barcaioli, era deserto; il

fiume non guadabile[tn460] che con grave pericolo; nessun altro barcone

che alla distanza d'una giornata almeno di cammino da quel punto. Come

passare? Che fare? Un soldato attraversò il fiume a nuoto e andò a

portar la notizia al Governatore, il quale mandò un altro soldato, a

nuoto, a dare una spiegazione della cosa. I barcaiuoli erano stati

avvertiti il giorno prima di tenersi pronti per traghettare l'Ambasciata

che sarebbe arrivata la mattina; ma trovandosi i barconi, per loro

incuria, ridotti in stato da non poter servire, e non essendo capaci

essi, o non volendo durar la fatica di accomodarli, erano fuggiti

durante la notte, Dio sa dove, colle loro famiglie e coi loro animali,

per sottrarsi al castigo del Governatore. Non rimaneva dunque altro da

fare che tentar di riparare alla meglio il barcone meno fracassato, e

così si fece. I soldati corsero a raccoglier uomini nei _duar_ vicini e

subito furono cominciati i lavori sotto l'alta direzione di Luigi il

calafato, che in quell'occasione per lui memorabile, sostenne

gloriosamente l'onore della marina italiana. Era bello vedere come

lavoravano gli arabi e i mori. Dieci insieme, urlando e agitandosi, non

facevano in mezz'ora il lavoro che facevano Luigi e il Ranni,

militarmente silenziosi, in cinque minuti. Tutti comandavano, tutti

criticavano, tutti andavano in collera, tutti tagliavan l'aria con gesti

imperiosi, che parevan tanti ammiragli, e nessuno levava un ragno dal

buco. Intanto il Governatore e il caid conversavano ad alta voce da una

sponda all'altra; i cavalieri delle due scorte galoppavano lungo le rive

cercando all'orizzonte i fuggitivi; le bestie da soma guadavano il fiume

in lunghe file coll'acqua a mezzo il collo; i lavoratori cantavano le

lodi del profeta; e sulla sponda opposta sorgeva una gran tenda

azzurrina sotto la quale i servi di Sid-Bekr-el-Abbassi si

affaccendavano a prepararci una squisita colezione di fichi, di confetti

e di tè, che noi pregustavamo col cannocchiale, canterellando il coro

d'un'opera semi-seria composta durante gli ozi di Fez col

titolo:--_Gl'Italiani nel Marocco._

Coll'aiuto del Profeta, il barcone fu accomodato in due ore, il Ranni ci

pigliò sulle spalle e ci scaricò l'un dopo l'altro sulla prua, e

giungemmo all'altra riva, coi piedi immersi fino alla noce nell'acqua

che filtrava dentro da tutte le parti, ma senza esser costretti a

gettarci a nuoto; inestimabile fortuna, di cui non eravamo sicuri

partendo.

§ § § § §

Il Governatore Sid Bekr-el-Abbassi che aveva risaputo le lodi fatte di

lui al Sultano dal nostro Ambasciatore, fu con noi anche più amabile e

più seducente della prima volta... Preso un po' di riposo, ci rimettemmo

in cammino verso Karia-el-Abbassi, dove arrivammo sul mezzogiorno, e

fummo ricevuti e passammo le ore bruciate nella stessa stanzina bianca,

in cui trentacinque giorni innanzi avevamo visto la bella figliuoletta

del nostro ospite far capolino dietro il turbante paterno.

§ § § § §

Qui Sid Bekr-el-Abbassi presentò all'Ambasciatore, fra gli altri

personaggi, un moro sui cinquant'anni, di aspetto signorile e di modi

simpatici, che nessuno di noi, credo, ha mai più dimenticato, non per

sè, ma per le strane cose che ci raccontarono della sua famiglia. Era

fratello d'un Sid-Bomedi, antico governatore della provincia di Ducalla,

il quale languiva da otto anni nelle prigioni di Fez. Tiranno e

scialacquatore sfrenato, dopo aver dissanguato il suo popolo, contratto

imprestiti rovinosi coi negozianti europei, ammontato debiti su debiti,

fatto ira di Dio in casa sua e fuori, era stato arrestato e condotto a

Fez per ordine del Sultano, il quale credendolo possessore di tesori

nascosti, aveva fatto spianare la sua casa, frugare fra i ruderi,

scavare fra le fondamenta, e bandito dalla provincia, sotto pena di

morte, tutta la sua famiglia, per timore che, conoscendo il

nascondiglio, non s'impadronisse dei denari. Ma non essendosi trovato,

forse perchè non c'era, il tesoro che si cercava, e persistendo il

Sultano a credere che ci fosse, e che il prigioniero non lo volesse

rivelare, questo non aveva più rivisto la luce del sole ed era forse

condannato a morire in prigione. E il caso di Sid-Bomedi non è raro fra

i governatori del Marocco, i quali, chi più chi meno, arricchendosi a

spese del loro popolo, forniscono sempre al Governo che vuole

impadronirsi dei loro averi, il vantaggio di poterlo fare sotto colore

di punire un colpevole. Il Governatore o il Pascià a cui il Sultano ha

posto gli occhi addosso, è chiamato, in forma amichevole, a Fez o a

Marocco, oppure arrestato improvvisamente, di notte, da un drappello di

soldati imperiali che lo conducono a marcie forzate alla capitale,

legato supino sulla groppa d'una mula, colla testa spenzoloni e il viso

rivolto al sole. Appena giunto, vien caricato di catene e gettato in una

segreta. Se rivela dove ha nascosto il tesoro, è rimandato con tutti gli

onori alla sua provincia, dove in poco tempo, facendo peggio di prima,

può rifarsi di quello che gli è stato carpito. Se non rivela, è lasciato

marcire nel suo sepolcro, e bastonato a sangue una volta al giorno,

finchè, ridotto agli estremi, si decide a parlare per non morire fra le

catene. Se non rivela che in parte, è bastonato ugualmente, fin che

abbia fatto la rivelazione completa. Qualche governatore più accorto,

subodorando per tempo la catastrofe, la scongiura, recandosi in persona

alla Corte con una lunga carovana di cammelli e di mule cariche di doni

preziosi; ma per far questi doni, dovendo spendere gran parte delle

proprie ricchezze, ne segue che la sua salvezza non riesce meno funesta

alla provincia governata da lui, di quello che riuscirebbe il suo

ritorno dalla prigionia, quando fosse stato spogliato a forza dei suoi

tesori. Qualcuno, anche, muore in carcere o sotto il bastone, ma non

rivela, per lasciare il tesoro alla famiglia; che sa dov'è e lo scoverà

a tempo opportuno; ed altri muoiono perchè non hanno nulla da rivelare.

Ma son rari, perchè è uso comune nel Marocco di nascondere le ricchezze,

e si sa che i mori sono meravigliosi maestri in quest'arte. Si parla di

tesori murati sotto la soglia della porta di casa, nei pilastri dei

cortili, negli scalini, nelle finestre; di case demolite dalle

fondamenta, pietra per pietra, senza che vi si trovasse un tesoro che

pure c'era; di schiavi uccisi e sepolti segretamente, dopo aver aiutato

il padrone a nascondere; e il volgo mescola a queste verità dolorose ed

orribili, le sue amene leggende di spiriti e di prodigi.

§ § § § §

Il Governatore el-Abbassi ci accompagnò, verso sera, fino

all'accampamento, ch'era a due ore di cammino dalla sua casa, in un

prato pieno di fiori e di tartarughe, tra il fiume Dà, che si divide là

presso in un gran numero di canali, e una bella collina coronata d'una

tomba di santo dalla cupola verde. A un tiro di fucile dalle nostre

tende v'era un gran duar circondato d'aloé e di fichi d'India. Al nostro

passaggio, tutti gli abitanti saltaron fuori. Allora vedemmo quanto il

governatore el-Abbassi era amato dal suo popolo. Vecchi cadenti, frotte

di bimbi, uomini maturi, giovanetti, tutti correvano da lui a farsi

mettere la mano sul capo, e se ne tornavano contenti, voltandosi

indietro a guardarlo con un'espressione d'affetto e di gratitudine. La

presenza però dell'amato Governatore non bastò a salvar noi dai soliti

sguardi biechi e dai soliti improperi. Le donne, mezzo nascoste dietro

alle siepi, spingevano con una mano uno dei loro figliuoletti a farsi

benedire dal Governatore, coll'altra mano un altro figliuolo a dirci

ch'eravamo dei cani. Vedemmo dei bimbi alti due palmi, tutti nudi, che

appena si reggevano in piedi, venir verso di noi barcolloni, e

mostrandoci il pugno grosso come una noce, gridare:--Maledetto il padre

tuo!--E siccome avevano paura ad avanzarsi soli, si radunavano in sette

o otto, e così stretti in un gruppo, che si sarebbe potuto portar tutto

ritto sopra un vassoio, s'avanzavano con aria minacciosa fino a dieci

passi dalle nostre mule a balbettare la loro insolenzina. Quanto ci

divertimmo! Un gruppo, fra gli altri, s'avanzò contro il Biseo per

augurargli che fosse arrostito non so quale suo parente. Il Biseo alzò

la matita: i due primi, dando indietro atterriti, urtarono gli altri; e

mezzo l'esercito andò in terra a gambe levate. Persino il Governatore

diede in uno scoppio di risa.

ARZILLA

Dopo lo spettacolo delle grandi città decadute, di un popolo moribondo e

d'un paese bello ma triste; dopo tanto sonno tanta vecchiezza e tante

rovine, ecco il lavoro eterno e la gioventù immortale; ecco l'aria che

ravviva il sangue, la bellezza che rallegra il cuore, l'immensità in cui

s'espande l'anima! Ecco l'Oceano! Con che fremito di piacere lo

salutammo! L'apparizione inaspettata d'un amico o d'un fratello, non ci

sarebbe riuscita più cara della vista di quella lontana curva luminosa

che recideva netto dinanzi a noi, come una immensa falce, l'islamismo,

la schiavitù, la barbarie, e pareva che portasse più diritto e più

libero il nostro pensiero all'Italia.--_Bahr-el-Kibir!_--(Il gran mare)

esclamarono alcuni soldati. Altri dissero:--_Bahr-ed-Dholma!_--(Il mare

delle tenebre). Tutti, involontariamente, affrettarono il passo; le

conversazioni, che cominciavano a languire, si rianimarono; i servi

intonarono i canti sacri; l'intera carovana, in pochi minuti, prese

un'aria d'allegrezza e di festa.

§ § § § §

La sera del 19 Giugno ci accampammo a tre ore da Laracce, e la mattina

seguente entrammo in città, ricevuti alle porte dal figlio del

Governatore, da venti soldati senza fucili e senza calzoni schierati

lungo la strada, da un centinaio di ragazzi cenciosi, e da una banda

composta d'un tamburino e d'un trombettiere, che vennero poco dopo a

chiedere la mancia con uno straziante concerto nel cortile dell'agente

consolare d'Italia.

§ § § § §

Su quella costa sparsa di città morte,--come Salè, Azamor, Safi,

Santa-Cruz,--Laracce conserva ancora un po' di vita commerciale che le

basta per essere considerata uno dei principali porti del Marocco.

Fondata da una tribù berbera nel secolo XV, fortificata sulla fine dello

stesso secolo da Mulei-ben-Nassar, abbandonata alla Spagna nel 1610,

ripresa da Mulei Ismael nel 1689, ancora fiorente sul principio di

questo secolo, popolata ora da quattromila circa tra mori ed ebrei,

sorge sopra la china d'un colle a sinistra della foce del Kus, il Lixus

degli antichi, il quale le forma un porto ampio e sicuro, chiuso però da

un banco di sabbia, che impedisce l'entrata ai grandi bastimenti. Nel

porto marciscono le carcasse di due piccole cannoniere, ultimo miserando

avanzo della flotta che altre volte portò gli eserciti conquistatori in

Ispagna e sgomentò il commercio europeo. Sulla riva destra del fiume,

rimane qualche rovina di Lixus, città romana. Dietro la collina si

stende un ampio bosco d'alberi giganteschi. La città non ha dentro altro

di notevole che una piazza di mercato circondata da piccoli portici

sorretti da colonnine di pietra; ma vista dal porto, tutta bianca sul

verde cupo della collina, stretta in una cerchia di alte mura merlate

d'un fosco color calcare, riflessa dalle acque azzurre del fiume, sotto

quel cielo limpido, presenta un aspetto grazioso, e malgrado la vivezza

dei colori, quasi malinconico, come se facesse pietà il veder quella

gentile città così sola e silenziosa su quella costa barbaresca, dinanzi

a quel porto deserto, in faccia a quel mare immenso.

§ § § § §

L'accampamento fu posto la sera sulla riva destra del Kus e levato per

tempo la mattina seguente. Si doveva andare ad Arzilla, distante

quattr'ore da Laracce. Il convoglio dei bagagli partì la mattina;

l'Ambasciata verso sera. Io, per veder la carovana sotto un nuovo

aspetto, partii col convoglio dei bagagli.

E me ne trovai contento, perchè fu un tragitto pieno d'avventure.

Le mule cariche, accompagnate dai mulattieri e dai servi, andavano a

gruppi, a gran distanza gli uni dagli altri. Partii solo e camminai per

quasi un'ora sulle colline dove non vidi che una mula, condotta da un

servo arabo, la quale portava due bisaccie di paglia, di cui una

conteneva la testa e l'altra i piedi d'un palafreniere dell'Ambasciatore

preso da una fortissima febbre, che gemeva da far pietà ai sassi. Il

poveretto stava così coricato a traverso la mula, colla testa

spenzoloni, col corpo inarcato, col sole negli occhi, e in quella

maniera era venuto da Karia-el-Abbassi e doveva andare a Tangeri! E in

quella maniera sono trasportati nel Marocco tutti i malati che non han

denaro da noleggiare una lettiga e due mule, e fortunati coloro che

possono almeno ficcar la testa in una bisaccia!

Dalle colline discesi sulla riva del mare.

Qui raggiunsi il cuoco, il Ranni e Luigi il calafato, che s'unirono a me

e non mi lasciarono più fino ad Arzilla.

Per un'ora trottammo sulla sabbia, deviando di tratto in tratto dal

cammino diritto, per scansare la marea.

In quel tempo il cuoco, che per la prima volta in tutto il viaggio

poteva parlarmi liberamente, m'aprì il suo cuore.

Pover'uomo! Tutte le avventure del viaggio, tutte le grandi cose vedute,

non lo avevano liberato da un pensiero doloroso che gli toglieva la pace

fin dalla prima settimana del suo soggiorno in Tangeri. E questo dolore

era una gelatina mal riuscita, fatta da lui un giorno che aveva pranzato

in casa il Ministro di Francia; gelatina che aveva dato il primo crollo

alla sua riputazione nel concetto dell'Ambasciatore, e che pure era

riuscita male non per colpa sua, ma perchè il Marsala era cattivo. Fez,

la corte, Mechinez, il Sebù, l'Oceano, egli li aveva visti, egli vedeva

tutto a traverso quel disco di brodo condensato. O piuttosto non aveva

visto e non vedeva niente perchè il suo corpo era bensì nel Marocco, ma

l'anima viveva in piazza Castello. Gli domandai le sue impressioni di

viaggio: erano poca cosa. Egli non sapeva _capire chi potesse essere

quella bestia che aveva stampato quel paese_. Mi raccontò delle sue

fatiche, delle sue liti cogli sguatteri arabi, delle difficoltà di far

da mangiare in mezzo ai _deserti_, del suo desiderio immenso di riveder

Torino; ma ricadeva poi sempre su quella desolante gelatina del Ministro

di Francia.--Io non so far cucina? Mi faccia il piacere, vada Lei,

quando sia a Torino,--mi diceva toccandomi il braccio per distrarmi

dalla contemplazione dell'Oceano;--vada a domandarlo al conte tale, alla

contessa tale, ecc., che ho serviti per anni ed anni! Vada dal generale

Ricotti, ministro della guerra, che son cinque anni che è ministro e fa

tutto quello che vuole, vada da lui a domandargli se so far la gelatina!

Ma vada, mi dia questa soddisfazione, ci passi un momento quando saremo

ritornati al paese!--E insistette tanto che per poter contemplare in

pace l'Oceano, dovetti promettergli che ci sarei passato.

Intanto raggiungevamo di cento in cento passi due o tre mule cariche,

soldati a cavallo, servi a piedi; piccoli frammenti della carovana che

si stendeva per più d'un ora di cammino. Fra i soldati ve n'erano alcuni

di Laracce, stracciati, con un fazzoletto annodato intorno al capo e un

fucile rugginoso fra le mani; e fra i servi, dei ragazzi di dodici o

quindici anni, non mai visti prima d'allora, i quali erano scappati, mi

fu detto, da Mechinez e da Karia-el-Abbassi, e s'erano aggregati alla

carovana, senz'altro addosso che una camicia, per andare a Tangeri, la

città civile, a cercar fortuna, campando intanto delle limosine dei

soldati. In alcuni di questi gruppi c'era uno che raccontava una storia;

altri cantavano; tutti parevano allegri.

A metà strada ci fermammo all'ombra d'uno scoglio per far colezione.

Qui vidi una scena che mi rivelò l'indole di quella gente meglio d'un

volume di considerazioni psicologiche.

Vicino a noi c'era un soldato seduto sulla sabbia, più in là un altro,

più lontano un servo, e a una cinquantina di passi da questo, sulla

china d'un piccolo colle, un altro servo, seduto vicino a una sorgente,

con una brocca fra le ginocchia. Desiderando di bere, gridai al primo

soldato:--_Elma!_ (acqua)--e gli accennai la sorgente. Il soldato

rispose di sì con un gesto cortese e ordinò imperiosamente all'altro

soldato d'andare a prendere dell'acqua. Costui accennò che avrebbe

obbedito subito, e con un accento minaccioso rimproverò il servo che era

là presso, di non essere ancora corso a fare il suo dovere. Il servo

rimproverato balzò in piedi e facendo due o tre passi impetuosi verso

l'altro servo seduto accanto alla sorgente, gli gridò che facesse

presto. Costui, vedendo che io non gli badavo, non si mosse. Passarono

cinque minuti, l'acqua non venne. Mi rivolsi daccapo al primo soldato e

seguì la stessa scena di prima. Infine, se volli aver l'acqua, dovetti,

spolmonandomi, dar l'ordine direttamente al servo della brocca il quale,

dopo qualche momento di riflessione, si decise ad attingerla e me la

portò a passo di tartaruga.

Ci rimettemmo in cammino. Tirava un ventolino fresco e una nuvola

nascondeva il sole, era una passeggiata deliziosa; ma continuando a

crescere la marea, e restringendosi man mano quel po' di strada sabbiosa

su cui camminavamo ad uno ad uno, ci trovammo ben presto imprigionati

fra il mare e le colline rocciose che pendevano quasi a picco sul nostro

capo, e costretti a camminare fra gli scogli, contro cui si venivano a

frangere le onde. Parecchie volte, la mula arrestandosi spaventata, mi

trovai circondato dall'acqua, ravvolto in un nuvolo di spruzzi,

assordato, acciecato, e mi girò il capo, e intravvidi l'intestazione

degli articoletti necrologici che avrebbero scritto i miei amici. Ma la

nostra ora, come diceva il cuoco, non era ancora sonata; e dopo un

miglio di cammino, arrivammo a una collina accessibile, sulla quale ci

arrampicammo in fretta e in furia, volgendoci indietro _a rimirar lo

passo_.

Veniva con noi, a cavallo, un vecchio soldato di Laracce, un po' tocco

nel cervello, che rideva continuamente; ma che, grazie al cielo,

conosceva la strada. Costui ci fece girare intorno alla collina e ci

menò a traverso una macchia fittissima di quercie nane, di cisti, di

betulle, di sugheri, di ginestri, d'arbusti d'ogni sorta, per mille

avvolgimenti di sentieri scoscesi, fra i macigni, fra le spine, nel

fango, nell'acqua, al buio, in recessi dove pareva che non fosse mai

penetrata una creatura umana, e sempre ridendo, ci ricondusse, dopo un

lungo e lentissimo giro, scorticati e stracciati, sulla riva del mare,

dove rimaneva ancora un po' di spazio libero dalle acque.

Qui la carovana non essendo ancora arrivata, la spiaggia era deserta, e

camminammo per un pezzo non vedendo altro che cielo e mare, e il piede

delle colline ripidissime che, formando tanti piccoli seni successivi,

ci nascondevano l'orizzonte dinanzi e alle spalle. Camminavamo in

silenzio, l'un dietro l'altro, sopra la sabbia intatta e morbida come un

tappeto, tutti colla testa, io credo, mille miglia lontana dal Marocco,

quando improvvisamente saltò fuori di dietro a uno scoglio uno spettro,

un vecchio orribile, mezzo nudo, con una gran corona di fiori gialli

intorno alla fronte,--un Santo--; il quale prese a inveire contro di noi

urlando come un pazzo furioso e facendo con tutt'e due le mani l'atto di

graffiarci il viso e di strapparci la barba. Ci fermammo a contemplarlo.

Diventò più feroce. Il Ranni, senza tanti complimenti, s'avanzò per

applicargli una bastonata. Io lo trattenni e gettai al santo una moneta.

Questo briccone tacque immediatamente, raccolse la moneta, la guardò di

sopra e di sotto, se la mise in seno, e poi ricominciò ad urlare peggio

di prima.--Ah! questa volta,--disse il Ranni;--una legnata ci sta!--E

alzò il bastone. Ma il soldato, fattosi serio ad un tratto, lo trattenne

e dicendo al Santo qualche parola a bassa voce con un accento di

profondo rispetto, lo indusse a tacere. L'orribile vecchio ci slanciò

un'ultima occhiata fulminea e si rinascose in mezzo agli scogli, dove ci

fu detto che vive, nutrendosi d'erbe, da più di due anni, coll'unico

scopo di maledire i bastimenti dei Nazareni che passano all'orizzonte.

Marocco · 第 23 / 24 段