colori dell'iride, e si slanciarono verso di noi gridando tutti
insieme:--Benvenuti! Benvenuti! Benvenuti!--Il governatore era un
giovane di fisonomia dolce, d'occhi neri, di barba nerissima; tutti gli
altri, uomini tra i quaranta e i cinquanta, d'alta statura, barbuti,
vestiti di bianco, lindi, profumati, che parevano usciti da uno
scatolino. Strinsero le mani a tutti, girando intorno alla tavola a
passo di contraddanza e sorridendo graziosamente, e poi si radunarono
daccapo dietro al Governatore. Uno d'essi, vedendo per terra un briciolo
di pane, lo raccolse e lo rimise sulla tavola dicendo alcune parole che
significavano probabilmente:--Scusate: il Corano condanna il
disperdimento del pane: io faccio il mio dovere di buon Mussulmano.--Il
Governatore offerse a tutti l'ospitalità in casa sua, che venne
acettata. Non rimanemmo nell'accampamento che i pittori ed io, ad
aspettare che scemasse il caldo per andare in città.
§ § § § §
Selam ci tenne compagnia, raccontandoci le meraviglie di Mechinez.
--A Mechinez ci sono le più belle donne del Marocco, i giardini più
belli dell'Affrica e il palazzo imperiale più bello del mondo.--Così
cominciò. E Mechinez gode infatti questa fama nell'Impero. Mechinesina è
sinonimo di bella e mechinesino di geloso. Il palazzo imperiale,
fondato da Mulei-Ismaele, che nel 1703 ci teneva quattromila donne e
ottocento sessantasette figliuoli, aveva due miglia di circuito ed era
ornato di colonne di marmo fatte venire in parte dalle rovine della
città di Faraone, vicina a Mechinez, in parte da Livorno e da Marsiglia.
V'era un grande alcazar dove si vendevano i più preziosi tessuti
d'Europa, un vasto mercato riunito alla città da una strada ornata di
cento fontane, un parco d'olivi immenso, sette grandi moschee, un
formidabile presidio d'artiglieria che teneva in freno i berberi delle
vicine montagne, un tesoro imperiale di cinquecento milioni di lire, e
una popolazione di cinquantamila abitanti che erano considerati come i
più colti e i più ospitali dell'Impero.
Selam ci descrisse con voce bassa e con gesti misteriosi il luogo dov'è
rinchiuso il tesoro, che nessuno sa quanto sia; ma che certo dev'essere
di molto scemato dopo le ultime guerre, se pure è ancora tale da
meritare il nome di tesoro.--Dentro il palazzo del Sultano,--disse,--c'è
un altro palazzo, tutto di pietra, che riceve la luce dall'alto ed è
circondato da tre giri di muraglie. Si entra per una porta di ferro, si
trova un'altra porta di ferro e poi c'è ancora una porta di ferro. Dopo
queste tre porte, c'è un corridoio basso e oscuro, dove bisogna passare
coi lumi, e il pavimento è di marmo nero, le pareti nere, la vôlta nera,
e l'aria ha odore di sepolcro. In fondo al corridoio, v'è una gran sala,
e nel mezzo della sala, un'apertura, che mette in un sotterraneo
profondo, dove trecento neri gettano quattro volte all'anno, a palate,
le monete d'oro e d'argento che manda il Sultano. Il Sultano sta a
vedere. I neri che lavorano nella sala sono chiusi nel palazzo per tutta
la vita. Quelli che lavorano nel sotterraneo non ne escono che morti. E
intorno alla sala vi sono dieci vasi di terra, che contengono le teste
di dieci schiavi che una volta tentarono di rubare. E Mulei-Soliman
faceva tagliare la testa a tutti, appena i denari erano al posto. E
nessun uomo è mai uscito vivo da quel palazzo fuor che il Sultano nostro
signore.--
E raccontava questi orrori, senza dar il menomo segno d'indignazione,
anzi quasi con un accento ammirativo, come se fossero cose sovrumane e
fatali, di cui un uomo non dovesse giudicare nè provare altro sentimento
che un misterioso rispetto.
--C'era una volta un re di Mechinez,--ripigliò poi colla sua
inalterabile gravità, stando sempre ritto dinanzi alla nostra tenda, con
una mano sull'impugnatura della sciabola;--il quale voleva fare una
strada da Mechinez fino a Marocco, fiancheggiata da due alti muri,
affinchè anche i ciechi potessero andare da una città all'altra senza
bisogno di guida. E questo re perverso e crudele aveva un anello col
quale poteva chiamare a suo servizio tutti i demoni. E li chiamò e li
fece lavorare alla strada. Ce n'erano migliaia e migliaia, e ognuno
d'essi portava delle pietre che cento uomini non sarebbero bastati a
muovere d'un dito, e quelli che non avevan voglia di lavorare, il re li
faceva calcinar vivi nei muri, e se ne vedono ancora le ossa. (Si vedono
ancora, infatti, ma sono ossa di schiavi cristiani, che si ritrovano
pure nelle mura di Salè e di Rabatt). E già i due muri della strada
erano stati fabbricati per la lunghezza d'una giornata di cammino, e
tutti si rallegravano pensando che la strada sarebbe presto finita. Ma
quel re spiaceva ad Allà, ed Allà non volle che la strada si finisse. Un
giorno ch'egli passeggiava a cavallo, una povera donna della campagna lo
arrestò e gli disse:--Dove vuoi riuscire con questa strada, re
temerario?--All'inferno!--rispose il re indispettito.--Sprofondavi
dunque!--gridò la donna. A quelle parole il re cadde morto da cavallo, i
muri crollarono, i demoni sparpagliarono le pietre per la campagna, e la
strada rimase incompiuta per sempre.
--E tu credi che tutto questo sia vero, Selam?--gli domandai.
--Naturalmente,--rispose meravigliandosi del mio dubbio.
--Credi ai demoni?
--Ma certo che ci credo! Stiamo a vedere che non si deve credere ai
demoni!
--Ma ne hai mai veduti?
--Mai! E per questo credo che non ce ne siano più sulla terra, e quando
sento dire: Guardatevi dal passare di notte in quel tal luogo perchè ci
sono i demoni,--ci vado subito, ci passo io per il primo, perchè so che
i demoni sono uomini, e io con un buon cavallo tra le ginocchia e un
buon fucile nel pugno, non ho paura di nessuno.
--E per che motivo, secondo te, ora non ci son più demoni e una volta ce
n'era?
--Oh bella!--rispose allontanandosi;--perchè una volta il mondo non era
il mondo d'adesso. E perchè, potrei domandare a lei, una volta gli
uomini erano più alti, le giornate erano più lunghe e le bestie
parlavano?
E se n'andò scrollando la testa in atto di compatimento.
§ § § § §
Quel giorno, pranzando l'Ambasciatore in città, Selam e gli altri
soldati non fecero che galoppare fra la città e le tende, con gran
divertimento dei pittori e mio, perchè mai più di quel giorno ci colpì
il ridicolo contrasto della maestà del loro aspetto coll'umiltà dei loro
uffici. Ecco, per esempio, il servo Hamed, piantato sopra uno stupendo
cavallo nero, che esce di galoppo dalla porta merlata di Mechinez e si
slancia a briglia sciolta a traverso la campagna. Il suo alto turbante,
illuminato dal sole, splende della bianchezza della neve; la sua grande
cappa celeste ondeggia al vento come un manto reale; il suo pugnale
scintilla; tutta la sua figura maschia e graziosa, spira la maestà d'un
principe e la baldanza d'un guerriero. Quante vaghe immagini fa brillare
alla mente quel bel cavaliere mussulmano che vola come un fantasma sotto
le mura d'una città medioevale! Dove va? a rapire la più bella figliuola
del pascià di Faraone? a sfidare il valoroso caid d'Uazzan, fidanzato
alla sua amante? a versare i suoi affanni nel seno del santo secolare
che prega da ottant'anni sulla cima del monte Zerhun, nella sacra
_zauia_ di Mulei-Edris?
No; viene all'accampamento a pigliare un fritto di patate per il
desinare dell'Ambasciatore.
§ § § § §
Verso il tramonto, i pittori ed io andammo in città, a cavallo alle
nostre mule, accompagnati da quattro soldati a piedi del governatore di
Mechinez, i quali avevano lasciato i fucili e s'erano armati di
bastoncini e di funi a nodi. Prima di metterci in cammino, però,
convenimmo con loro, interprete Hamed, che quando avessimo battuto tutti
e tre palma a palma, in qualunque punto della città ci trovassimo, essi
avrebbero preso la via più corta per ricondurci all'accampamento.
Passate due porte esterne, divise da una salita ripidissima, ci trovammo
nel centro della città. La prima impressione fu una gradevole sorpresa.
Mechinez che c'immaginavamo più malinconica di Fez, è invece una città
allegra, piena di verde, attraversata da molte strade tortuose, ma
larghe e fiancheggiate da case basse o da muri di giardini di poca
altezza, che lasciano vedere le cime delle bellissime colline
circostanti. Da ogni parte, si vede sorgere sopra le case un minareto,
una palma, un muro merlato; a ogni passo una fontana o una porta ornata
di arabeschi; quercie e fichi frondosi in mezzo alle strade e alle
piazze; e per tutto aria aperta, luce, odor di campagna e una certa pace
gentile di città principesca, decaduta, ma non morta. Dopo molti giri
riuscimmo in una vasta piazza, sulla quale dà la facciata monumentale
del palazzo del Governatore, risplendente di graziosissimi musaici di
smalto di cento colori; e in quel momento battendovi gli ultimi raggi
del sole, scintillava tutta come i palazzi tempestati di perle delle
leggende orientali. Dieci soldati facevano il _gioco della polvere_, una
cinquantina di servi e di guardie stavano seduti in terra dinanzi alla
porta, la piazza era deserta. Che bel momento! Quella facciata luminosa,
quei cavalieri, quelle torri, la solitudine, il tramonto, formavano
tutt'insieme uno spettacolo così schiettamente moresco, spiravano
un'aura così viva d'altri tempi, presentavano in un sol quadro tanta
storia, tanta poesia, tanti sogni, che rimanemmo un pezzo tutti e tre
immobili in mezzo alla piazza come trasecolati. Di là, i soldati ci
condussero a vedere una grande porta esterna, di forma nobilissima,
rivestita pure, dal piede dei muri fino alla sommità, di musaici
delicati e multicolori, che brillavano al sole come una miriade di
rubini, di zaffiri e di smeraldi, incastonati in un arco trionfale
d'avorio; e i pittori la schizzarono sull'album colla testa in
visibilio; e rientrammo in città. Fin qui la gente che avevamo
incontrata per strada, non s'era mostrata che curiosa, e c'era parso
anzi che ci guardasse con occhio meno malevolo che la popolazione di
Fez. Ma tutt'a un tratto, senza un'ombra di ragione, cangiò d'umore.
Cominciarono alcune vecchie a mostrarci il bianco dell'occhio, poi
alcuni ragazzi a tirar sassolini fra le gambe alle nostre mule, poi uno
sciame di monelli a correrci dinanzi e un altro sciame alle spalle,
facendo una gazzarra d'inferno. I soldati, ben inteso, non stettero a
far complimenti. Due rimasero davanti, due ci si misero dietro, e
attaccarono un vero combattimento colla ragazzaglia, legnando i più
vicini, tirando sassate ai più lontani, inseguendo per lunghi tratti i
più insolenti. Ma fu fatica sprecata. Non osando risponder coi sassi, i
monelli si misero a buttar aranci fradici, buccie di limone, sterco
secco, e la pioggia diventò in pochi momenti così fitta, che ci parve
prudente di consigliare i soldati a desistere dalle offese, per non
provocare di peggio. Ma i soldati inaspriti o non ci sentirono o non ci
vollero dar retta e continuarono a combattere con furore crescente. Non
potendo sfogarsi sui monelli, se la pigliavano cogli uomini. A ogni
pancia che spuntasse da una porta, una funata, a modo di avvertimento; a
ogni povero diavolo che, passandoci accanto, non si stringesse al muro,
un urtone che lo cacciava dieci passi indietro; a ogni vecchia che ci
guardasse torvo, i pugni sul viso e un urlo sgangherato nell'orecchio.
Indignati di quella brutalità, li avvertimmo con gesti risoluti che
smettessero. Quei disgraziati credettero che li rimproverassimo di
fiacchezza e si diedero a picchiare più forte. Per giunta, sbucarono
non so di dove due ragazzi di dieci o dodici anni, forse parenti dei
soldati, armati anch'essi di bastoni; s'aggregarono, bastonatori
volontarii, alla scorta, e cominciarono a menar botte così disperate, a
uomini, a donne, ad asini, a muli, a vicini, a lontani, che i soldati
stessi si videro costretti a raccomandar loro la moderazione. E ad ogni
legnata, si voltavano tutti e due a guardare noi tre, come per
consigliarci di prenderne atto per ricordarcene nel dare la mancia; e
siccome noi ridevamo come matti, pigliavano il nostro riso come un
incoraggiamento, e tiravan via a picchiare come anime perdute. Ora che
seguirà?--dicevamo noi.--Uno scandalo! una rivoluzione!--Già i legnati
brontolavano, qualcuno aveva alzato la mano sui due ragazzi, bisognava
uscir di città immediatamente. Il Biseo, nondimeno, esitava ancora,
quando, nel passare per una piazzetta piena di gente, un sasso colpì
nella testa la mia mula e una carota rasentò la nuca dell'Ussi. Allora
ci decidemmo a battere tutti e tre palma a palma, il segnale convenuto
per la ritirata. Ma anche questo innocente segnale provocò un baccano. I
soldati, per mostrarci che avevan capito, ci risposero battendo le mani;
tutta la gente ch'era nella piazza, intendendo forse di canzonarci, si
mise a battere; e intanto continuavano a piovere buccie di limone e
maledizioni e legnate; e piovevano ancora ch'eravamo vicini alla porta;
e quando già scendevamo verso l'accampamento, ci gridavano ancora alle
spalle dall'alto delle mura:--Maledetto il padre tuo!--Sia sterminata la
vostra razza!--Dio faccia arrostire i vostri bisnonni!--
Così ci ricevette la città di Mechinez, e fortunati noi ch'era la città
più ospitale dell'Impero!
§ § § § §
La mattina seguente fu portata all'accampamento una lettiga per il
medico, fatta in ventiquattr'ore dai più abili falegnami di Mechinez, i
quali ci avrebbero senza dubbio impiegato più di ventiquattro giorni, se
non li avesse sollecitati il Governatore con una certa intimazione, a
cui sarebbe stato un po' rischioso di fare il sordo. Era una macchina
pesante e mal adatta, che somigliava più a una gabbia per trasportar
bestie feroci, che a una lettiga per un malato; assai meglio fatta,
nondimeno, di quello che tutti noi prevedessimo; e gli operai che vi
diedero sotto i nostri occhi le ultime martellate, n'erano così alteri e
si sentivano tanto sicuri della nostra ammirazione, che lavorando,
tremavano dall'emozione, e ad ogni nostra parola, mandavan lampi dagli
occhi. Quando il Morteo mise nelle loro mani i denari, ringraziarono
gravemente, e se n'andarono con un sorriso di trionfo che voleva
dire:--Orgogliosi ignoranti, v'abbiamo fatto vedere chi siamo.
§ § § § §
Verso il tramonto partimmo da Mechinez e camminammo per due ore a
traverso la più bella campagna che abbia mai visto in sogno un paesista
innamorato. Vedo, sento ancora la divina grazia di quelle colline verdi
sparse di roseti, di mirti, di leandri, d'aloè fioriti; lo splendore di
quella città di Mechinez indorata dal sole, che si nascondeva al nostro
sguardo minareto per minareto, palma per palma, terrazza per terrazza, e
più si impiccioliva, più pareva che s'alzasse, come se le crescesse
sotto la collina; e l'aria impregnata di profumi che facevano fremere, e
le acque che riflettevano i mille colori della scorta, e l'infinita
mestizia di quel cielo rosato; vedo, sento ancora tutto questo, e non lo
so descrivere! Ah! mi morderei le dita!
SUL SEBÙ
Era il mezzodì del quinto giorno della nostra partenza da Fez, quando,
dopo una cavalcata di cinque ore a traverso una successione di valli
deserte, ripassavamo per la gola Beb-el-Tinca e vedevamo un'altra volta
dinanzi a noi la vastissima pianura di Sebù inondata d'una luce bianca,
ardente, implacabile, di cui il solo ricordo mi fa salire le vampe al
viso. Tutti, fuorchè l'Ambasciatore e il capitano, che partecipano della
virtù favolosa della salamandra, di star nel fuoco senz'ardere, ci
coprimmo il capo come fratelli della Misericordia, ci ravvoltammo con
gran cura nelle cappe e nelle coperte, e senza profferire una parola,
col mento sul petto, cogli occhi socchiusi, scendemmo nella terribile
pianura, confidando nella clemenza di Dio. A un certo punto si sentì la
voce del Comandante il quale ci annunziava che era _già_ morto un
cavallo. Era morto infatti uno dei cavalli che portavano i bagagli.
Nessuno rispose.--Si sa--soggiunse il Comandante spietato;--i cavalli
_muoiono per i primi_.--Anche queste parole furono seguite da un
silenzio mortale. Dopo mezz'ora, si sentì la voce fioca d'un altro che
domandava all'Ussi a chi avrebbe _lasciato_ il suo quadro di Bianca
Cappello. Per tutto il tragitto non si sentirono altre parole. Anche i
soldati della scorta tacevano. Il caldo opprimeva tutti. Persino il caid
Hamed Ben Kasen, malgrado il grande turbante che gli ombreggiava il
viso, gocciolava di sudore. Povero generale! Quella mattina mi dimostrò
una pietà di cui mi ricorderò per tutta la vita. Vedendo che rimanevo
indietro, venne al mio fianco e si mise a bastonare la mia mula con uno
zelo così sviscerato, che in pochi momenti passai dinanzi a tutti,
portato via di galoppo, saltellando sulla sella come un automa di gomma
elastica, e arrivai all'accampamento cinque minuti prima degli altri,
colle budella sottosopra e il cuore pieno di gratitudine.
§ § § § §
Quel giorno nessuno uscì dalla tenda fino all'ora del desinare, e il
desinare stesso fu silenzioso, come se tutti si sentissero già oppressi
dal caldo del giorno seguente. Un solo avvenimento, a sera innoltrata,
destò un po' di chiasso nell'accampamento. Eravamo alle frutta, quando
udimmo un gridìo lamentevole dalla parte del piccolo accampamento della
scorta, e nello stesso tempo un rumore cadenzato di colpi che parevano
frustate. Credendo che fossero i soldati o i servi che scherzassero, non
ci badammo. Ma a un tratto le grida diventarono strazianti, e sentimmo
profferire distintamente, con un accento d'invocazione supplichevole, il
nome del fondatore di Fez:--Mulei-Edriss! Mulei-Edriss!
Mulei-Edriss!--Ci alzammo tutti da tavola, e correndo verso quella
parte, arrivammo in tempo a vedere una tristissima scena. Due soldati
della scorta tenevano sospeso, uno per le spalle, l'altro per i piedi,
un servo arabo; un terzo lo flagellava disperatamente con una frusta, un
quarto teneva in mano una lanterna, gli altri facevano corona, il caid
assisteva colle braccia incrociate sul petto. L'Ambasciatore fece
rilasciare immediatamente la vittima, che s'allontanò singhiozzando, e
domandò al caid che cosa era accaduto.--Nulla, nulla,--rispose,--una
piccola correzione.--E soggiunse che aveva fatto punire quell'uomo
perchè si divertiva a buttare ai suoi compagni delle pallottole di
cuscussù, grave colpa, sacrilegio anzi per un Mussulmano, che deve
rispettare ogni alimento prodotto dalla terra come un dono di Dio.
Dicendo questo, il povero caid, bonissim'omo in fondo, non riusciva a
nascondere, benchè volesse parere impassibile, il dolore d'aver dovuto
infliggere quel castigo e la pietà che ne aveva provato; e questo bastò
a rimetterlo al suo posto dentro al mio cuore.
§ § § § §
La notte fummo svegliati da un caldissimo vento di levante, che ci fece
balzar fuori della tenda colla bocca spalancata, in cerca d'un filo
d'aria respirabile; e all'alba ci mettemmo in cammino con un tempo fosco
che preannunziava una giornata anche più calda della precedente. Il
cielo era tutto coperto di nuvole, da una parte infocate dal sole
nascente e rotte in varii punti da raggi vivissimi; dalla parte opposta,
nere e rigate da striscie oblique di pioggia. Da questo cielo inquieto
scendeva una luce strana, che pareva passata a traverso una volta di
vetro giallastro, e dava alla vastissima pianura tutta coperta di
stoppie un arrabbiato colore sulfureo, che quasi offendeva la vista.
Lontano, il vento sollevava e rigirava con una rapidità furiosa immensi
nuvoli di polvere. La campagna era solitaria, l'aria pesante,
l'orizzonte nascosto da un velo di vapori color di piombo. Senz'aver
visto il Sahara, m'immaginai che dovesse presentare qualche volta quel
medesimo aspetto, e già stavo per esprimere il mio pensiero, quando
l'Ussi, che fu in Egitto, arrestandosi improvvisamente, esclamò con un
accento di meraviglia:--Ecco il deserto!
§ § § § §
Dopo quattr'ore di cammino, arrivammo sulla riva del Sebù, dove venti
cavalieri dei Beni-Hassen, comandati da un bel ragazzo di dodici anni,
figlio del Governatore Sid-Abd-Allà, ci vennero incontro di carriera,
salutandoci colle solite fucilate e le solite grida.
L'accampamento fu piantato in fretta e in furia vicino al fiume, in un
terreno nudo, rotto da profonde screpolature, e fatta colazione alla
lesta, ci ritirammo tutti sotto le tende.
Fu quella la giornata più calda del viaggio.
M'ingegnerò di dare una lontana idea dei nostri tormenti.
I lettori gentili preparino il cuore a un sentimento di profonda pietà.
M'asciugo il sudore e scrivo.
Alle dieci della mattina, quando i miei tre compagni ed io ci ritirammo
sotto la tenda, il termometro segnava quarantadue centigradi all'ombra.
Per un'ora circa, la conversazione si mantenne animata. In capo a un
ora, cominciando a provare una certa difficoltà a terminare i periodi,
ci riducemmo a discorrere a proposizioni semplici. Poi, costandoci
fatica anche il mettere insieme soggetto, verbo e attributo, smettemmo
di parlare e tentammo di dormire. Fu un tentativo inutile. I letti
caldi, le mosche, la sete, l'affanno non ci lasciavano chiuder occhio.
Dopo aver molto sbuffato ed esserci molto dimenati, ci rassegnammo a
star svegli, cercando d'ingannare il tempo in qualche modo. Ma non v'era
modo. Sigari, pipe, libri, carte geografiche, tutto ci cadeva di mano.
Provai a scrivere: alla terza riga la pagina era fradicia dal sudore che
mi cadeva dalla fronte come acqua da una spugna spremuta. Mi sentivo
tutto il corpo percorso da innumerevoli rigagnoli che s'intersecavano,
s'inseguivano, formavano dei confluenti e dei ringorghi, e venivan giù
per le braccia e per le mani fino ad annacquarmi l'inchiostro sulla
punta della penna. In pochi minuti, fazzoletti, asciugamani, veli, tutto
ciò che poteva servire ad asciugarci, era inzuppato che pareva stato
immerso in un secchio. Avevamo un barile pieno d'acqua: provammo a bere:
era bollente. La buttammo via: aveva appena toccato terra, che non se ne
vedeva più traccia. A mezzogiorno il termometro segnava quarantaquattro
gradi e mezzo. La tenda era un forno. Tutto quello che toccavamo,
scottava. Mi posi una mano sulla testa: mi parve di metterla sopra una
stufa. Il letto ci scaldava le reni a segno che non era più possibile
star coricati. Provai a metter la mano in terra fuori della tenda: la
terra era rovente. Nessuno parlava più. Solo di tratto in tratto si
sentiva qualche languida esclamazione:--È una morte.--Non si può più
resistere.--Si diventa matti.--S'affacciò un momento l'Ussi, cogli occhi
fuori della testa, alla porta della tenda, mormorò con voce
soffocata:--Si muore--e disparve. Diana, la povera bestiuola,
accovacciata accanto al letto del Comandante, ansava in maniera da far
temere che morisse di momento in momento. Fuori della tenda non si
sentiva una voce umana, non si vedeva nessuno, tutto era immobile come
in un accampamento abbandonato. I cavalli nitrivano in suono
lamentevole. La lettiga del medico, vicina alla nostra tenda, crepitava
come se si volesse spezzare. A un tratto si sentì la voce di Selam che
gridò passando di corsa:--_Se ha muerto un perro!_ (È morto un cane).--E
uno!--rispose con voce fioca il Comandante, faceto fino alla morte. Al
tocco il termometro segnava quarantasei gradi e mezzo. Allora cessarono
anche i lamenti. Il Comandante, il viceconsole ed io stavamo distesi in
terra immobili come corpi morti. In tutto l'accampamento, il capitano e
l'Ambasciatore erano forse i due soli cristiani che dessero ancora
segno di vita. Non ricordo quanto tempo io sia rimasto in quello stato.
Ero immerso in una specie di stupore, sognavo ad occhi aperti, mi
ribollivano nel capo mille immagini confuse di luoghi freschi e di cose
gelate: mi precipitavo dall'alto d'una rupe in un lago, mettevo la nuca
contro la bocca d'una pompa, mi fabbricavo una casa di ghiaccio,
divoravo in dieci minuti tutti i pezzi duri di Napoli, e più sguazzavo
nell'acqua e bevevo freddo, più mi sentivo morire di caldo, di sete, di
rabbia, di sfinimento. Finalmente il capitano esclamò con voce
funerea:--Quarantasette!--Fu l'ultima voce che mi ricordo d'aver
sentita....
§ § § § §
Verso sera venne a visitar l'Ambasciatore, in nome di suo padre malato,
il figliuoletto del Governatore dei Beni-Hassen che avevamo veduto la
mattina. Entrò nell'accampamento a cavallo, accompagnato da un ufficiale
e da due soldati che lo presero in braccio quando scese di sella, e
s'avanzò a passo grave verso la tenda dell'Ambasciatore, strascicando
come un paludamento la sua gran cappa turchina, con la mano sinistra
appoggiata sulla sciabola più lunga di lui, e la destra distesa in atto
di saluto.