Uscendo dalla porta della Nicchia del burro, ebbi un primo saggio delle

manovre dell'artiglieria. Uno stuolo di soldati, vecchi, di mezza età e

ragazzi, tutti vestiti di rosso, correvano dietro a un cannoncino tirato

da una mula. Era uno dei dodici cannoni di campagna che il governo

spagnuolo regalò al Sultano Sid-Mohammed dopo la guerra del 1860. Di

tratto in tratto la mula scivolava o deviava o s'arrestava, e tutta

quella ragazzaglia si metteva a urlare e a picchiare, ballando e

sghignazzando, come se conducesse un carro da carnevale. In un tragitto

di cento passi, si saranno fermati dieci volte. Ogni momento seguiva

un'avaria: ora cadeva il secchiolino, ora lo scovolo, ora non so che

altro; poichè tutto era appeso all'affusto. La mula andava innanzi a zig

zag, a suo capriccio, o piuttosto dove la spingeva il cannone scendendo

impetuosamente dai rialti del terreno; tutti davano ordini, nessuno

obbediva; i grandi scappellottavano i piccoli, i piccoli

scappellottavano i piccolissimi, e questi si scappellottavano fra loro;

e il cannone rimaneva presso a poco allo stesso posto. Era una scena che

avrebbe messo la febbre terzana al generale Lamarmora.

Sulla riva sinistra del Fiume delle perle, v'erano circa due mila

soldati di fanteria, parte sdraiati per terra, parte ritti in crocchi.

Nella piazza, chiusa tra il fiume e le mura, tirava al bersaglio

l'artiglieria; quattro cannoni, dietro ai quali stava un gruppo di

soldati, e ritta in mezzo a loro una figura alta e bianca,--il

Sultano,--di cui però, dal luogo dov'ero, discernevo appena i contorni.

Mi parve che di tratto in tratto parlasse agli artiglieri in atto di dar

consigli. Dalla parte opposta della piazza, vicino al ponte, v'era un

gruppo di mori, d'arabi, di neri, uomini e donne, gente di città e gente

di campagna, signori e pezzenti, tutti stretti in un gruppo, che

aspettavano, mi fu detto, d'esser chiamati ad uno ad uno dinanzi al

Sultano, a cui dovevano chieder favori o giustizia; poichè[tn419] il

Sultano dà udienza tre volte la settimana a chiunque faccia domanda di

parlargli. Parte di quella povera gente era forse venuta da città o da

terre lontane a lagnarsi delle angherie dei governatori o a domandar

grazia per i loro parenti sepolti in un carcere. V'erano donne cenciose

e vecchi cadenti; tutti visi stanchi e tristi, su cui si leggeva il

desiderio impaziente e insieme la paura di dover comparire dinanzi al

Principe dei Credenti, al giudice supremo, che avrebbe in pochi momenti,

con poche parole, deciso forse della sorte di tutta la loro vita. Non mi

parve che avessero nulla nelle mani o ai loro piedi, e per questo credo

che il Sultano regnante abbia tolto l'uso, che c'era altre volte, di

accompagnare ogni domanda con un regalo; il quale non veniva sdegnato,

qualunque fosse, ed era qualche volta un paio di polli o una dozzina

d'ova.

Girai in mezzo ai soldati. I ragazzi erano divisi in gruppi di trenta o

quaranta e si divertivano a inseguirsi o a saltarsi gli uni gli altri,

appoggiandosi le mani sulle spalle. In alcuni gruppi però il

divertimento consisteva in una specie di pantomima, che, appena ne capii

il significato, mi fece rabbrividire. Rappresentavano l'amputazione

delle mani, il taglio della testa col coltello ed altri supplizi ai

quali probabilmente avevano assistito parecchie volte. Un ragazzo faceva

da caid, uno da boia, uno da vittima; questo, quando gli era tagliata la

mano, fingeva di tuffar il moncherino nel catrame; un altro raccoglieva

la mano recisa e la buttava in pasto ai cani; e tutti gli spettatori

ridevano. Le faccie patibolari che avevan la maggior parte di quei

soldatuccoli, non si possono descrivere. Ve n'era di tutte le sfumature

dal nero d'ebano fino al giallo d'arancio, e non uno, neppure fra i più

piccoli, che conservasse l'espressione della ingenuità infantile: avevan

tutti qualchecosa di duro, di sfrontato, di beffardo, di cinico, che

metteva pietà, piuttosto che sdegno. E non c'è bisogno di grande

perspicacia per capire che non potrebb'essere altrimenti. Degli uomini,

la maggior parte sonnecchiavano distesi in terra; altri ballavano alla

negra in mezzo a un circolo di spettatori, facendo ogni sorta di smorfie

e di lazzi; altri tiravano di scherma colle sciabole, nello stesso modo

che i tiratori di Tangeri, saltellando con atteggiamenti da danzatori di

corda. Gli ufficiali, tra cui molti rinnegati, che si riconoscevano al

viso, alla pipa, e a un non so che di ricercato nel vestimento,

passeggiavano in disparte, e quando gl'incontravo, sfuggivano i miei

sguardi. Di là dal ponte, in un luogo appartato, c'era una ventina

d'uomini ravvolti in cappe bianche, distesi in terra gli uni accanto

agli altri, immobili come statue. Mi avvicinai: vidi che avevano le

gambe e le braccia strette da grossissime catene. Erano condannati per

delitti comuni che l'esercito si trascina sempre con sè, per esporli

alla berlina. Al mio avvicinarsi, tutti si voltarono e mi fissarono in

viso uno sguardo che mi fece tornare indietro.

Uscii di mezzo ai soldati e m'andai a riparare all'ombra d'una palma,

sopra un rialto di terreno, di dove si dominava tutto lo spianato.

Ero là da pochi minuti, quando vidi un ufficiale staccarsi da un

crocchio, e venir verso di me lentamente, guardando qua e là e

canterellando, come per non farsi scorgere.

Era un omo piccolo, tarchiato, vestito presso a poco alla zuava, col

fez, senz'armi. Poteva avere una quarantina d'anni.

Quando lo vidi da vicino, provai un senso di ribrezzo. Non ho mai visto

nella gabbia di nessuna corte d'Assisie una faccia più perfida di

quella. Avrei giurato che aveva sulla coscienza almeno dieci omicidii,

accompagnati da insulti al cadavere.

Si fermò a due passi da me, mi fissò con due occhi vitrei e disse

freddamente:

--_Bonjour, monsieur._

Gli domandai s'era francese.

--Sì,--rispose.--Son venuto da Algeri. Son qui da sette anni. Son

capitano nell'esercito del Marocco.

Non potendo fargli i miei complimenti, non risposi.

--_C'est comme ça_,--continuò con un fare spigliato.--Sono andato via da

Algeri perchè non mi ci potevo più vedere. _J'etais obligé de vivre dans

un cercle trop étroit_ (voleva forse dire il capestro). La vita

all'europea non si confaceva alla mia indole. Sentivo bisogno di

cangiar paese.

--Ed ora siete contento? domandai.

--Contentissimo, rispose con affettazione.--Il paese è bello, Mulei el

Hassen è il migliore dei Sultani, il popolo è buono, son capitano, ho

una botteguccia, esercito una piccola industria, vado alla caccia, vado

alla pesca, faccio escursioni sulle montagne, godo della più grande

libertà. Non ritornerei in Europa, vedete, per tutto l'oro del mondo.

--Non desiderate nemmeno di rivedere il vostro paese? Avete dimenticato

affatto anche la Francia?

--M'importa assai della Francia!--rispose.--Per me non esiste più

Francia. La mia patria è il Marocco.

E diede una scrollata di spalle.

Quel cinismo mi rivoltò; non ci potevo quasi credere; mi venne la

curiosità di scrutarlo più addentro.

--Da quando avete lasciato l'Algeria,--gli domandai,--non avete più

avuto notizia degli avvenimenti d'Europa?

--_Pas un mot_,--rispose.--Qui non si sa nulla di nulla, ed io sono

contentissimo di non saper nulla.

--Non sapete dunque che c'è stata una gran guerra tra la Francia e la

Prussia.

Si scosse.

--_Qui a vaincu?_--domandò con una certa vivacità, fissandomi negli

occhi.

--La Prussia,--risposi.

Fece un atto di sorpresa.

Gli raccontai in poche parole i grandi disastri della Francia,

l'invasione, la presa di Parigi, la perdita delle due provincie.

Stette a sentire colla testa bassa e le soppracciglia aggrottate; poi si

riscosse e disse con un certo sforzo:--_C'est égal... je n'ai plus de

patrie... ça ne me regarde pas..._

E riabbassò la testa.

Io lo osservavo, se n'accorse.

--_Adieu, monsieur_,--disse improvvisamente, con voce alterata, e se

n'andò a passi lesti.

--Tutto non è dunque morto ancora!--pensai, e me ne sentii rallegrato.

Intanto gli artiglieri avevan cessato di tirare al bersaglio, il Sultano

s'era seduto sotto un padiglione bianco ai piedi d'una torre, e i

soldati cominciavano a sfilargli davanti, un per uno, senz'armi, alla

distanza di circa venti passi l'un dall'altro. Non essendoci nè accanto

al Sultano, nè dirimpetto al padiglione alcun ufficiale che leggesse i

nomi, come si fa da noi, per accertare l'esistenza di tutti i soldati

segnati nei ruoli (e si dice che nell'esercito marocchino non esiston

ruoli), non capii che scopo potesse avere quella rassegna, fuor che di

ricreare l'Imperatore; e fui tentato di riderne. Ma un secondo pensiero,

il pensiero di ciò che v'era di primitivo e di poetico in quel monarca

affricano, sommo sacerdote e principe assoluto, giovane, semplice,

gentile, che stando tre ore solo all'ombra d'una tenda, si faceva tre

volte la settimana passare dinanzi ad uno ad uno i suoi soldati, e

ascoltava le preghiere e i lamenti dei suoi sudditi sventurati, m'ispirò

invece un sentimento di profondo rispetto. E poichè era quella l'ultima

volta che lo vedevo:--Addio, gli dissi andandomene, con un vivo slancio

di simpatia;--addio, bello e nobile principe!--e quando la sua graziosa

figura bianca scomparve per sempre ai miei occhi, sentii un moto dentro,

come se in quel momento stesso mi si stampasse per sempre nel cuore.

* * * * *

Nove giugno: ultimo del soggiorno dell'Ambasciata italiana in Fez. Tutte

le domande dell'Ambasciatore sono state esaudite, accomodati gli affari

del Ducali e dello Scellal, fatte le visite di congedo, subíto l'ultimo

pranzo di Sid-Mussa, ricevuti i regali d'uso del Sultano: un bel cavallo

nero, con una enorme sella di velluto verde, gallonata d'oro,

all'Ambasciatore; sciabole dorate e damascate ai membri ufficiali

dell'Ambasciata; una mula al secondo dracomanno. Le tende e le casse son

partite stamattina, le stanze son vuote, le mule son pronte, la scorta

ci attende alla porta della Nicchia del burro, i miei compagni

passeggiano nel cortile aspettando l'ora della partenza, ed io seduto

per l'ultima volta sul mio letto imperiale, noto, col quaderno sulle

ginocchia, le mie ultime impressioni di Fez. Quali sono? Che cosa ha

finito per lasciarmi, in fondo all'anima, lo spettacolo di questa città,

di questa gente, di questo stato di cose? Se appena penetro col pensiero

sotto l'impressione gradevole della meraviglia e della curiosità

soddisfatta, trovo una mescolanza di sentimenti diversi, che mi lasciano

l'animo incerto. È un sentimento di pietà che mi desta la decadenza,

l'avvilimento, l'agonia di questo popolo guerriero e cavalleresco, che

lasciò una così luminosa traccia nella storia delle scienze e delle

arti, ed ora non serba nemmen più la coscienza della sua gloria passata.

È un sentimento d'ammirazione per quello che rimane in lui di forte e di

bello, per la maestà virile e graziosa del suo aspetto, del suo vestire,

dei suoi modi, delle sue cerimonie; per tutto ciò che presenta ancora

d'anticamente semplice la sua vita triste e silenziosa. È un sentimento

di sconforto al vedere tanta barbarie a così poca distanza dalla

civiltà, e come in questa civiltà sia così sproporzionata la forza di

innalzarsi a quella di espandersi, se in tanti secoli, pure crescendo

sempre nella sua sede, non riuscì a fare da questa parte duecento miglia

di cammino. È un sentimento di sdegno pensando che al grande interesse

dell'incivilimento di questa parte dell'Affrica, prepongono gli Stati

civili i loro privati e piccoli interessi mercantili, e scemando così

nel concetto di questo popolo, collo spettacolo delle loro meschine

gelosie, l'autorità propria, e quella della civiltà che gli voglion

portare, rendono sempre più lenta e più difficile l'impresa comune.

Infine è un sentimento di piacere vivissimo pensando che in questo paese

mi son formato nella testa un altro mondicino, popolato, animato, pieno

di nuovi personaggi che mi vivranno nella mente per tutta la vita, che

evocherò a mio piacere, e m'intratterrò con essi, e mi parrà di rivivere

in Affrica. Senonchè da questo lieto sentimento ne nasce uno triste, il

sentimento inevitabile che getta un'ombra su tutte le ore serene e una

goccia d'amaro in tutti i piaceri... quello che mi espresse il

negoziante moro per dimostrarmi la vanità di questo grande affaccendarsi

dei popoli civili a studiare, a cercare, a scoprire; e allora questo bel

viaggio non mi par più che il passaggio rapidissimo d'una bella scena in

uno spettacolo d'un'ora, che è la vita; e la matita mi cade di mano e mi

piglia un nero sconforto... Ah! la voce di Selam che mi chiama! Si parte

dunque! Si ritorna alla tenda, alle cariche guerriere, alle grandi

pianure, alla gran luce, all'allegra e sana vita dell'accampamento.

Addio, Fez! Addio, sconforto! Il mio mondicino affricano torna a

illuminarsi di color di rosa.

MECHINEZ

Dopo ventiquattro giorni di vita cittadina, la carovana mi fece

l'impressione viva d'uno spettacolo nuovo. Eppure nulla era mutato,

eccetto che, in mezzo a noi, accanto a Mohammed Ducali, cavalcava il

moro Scellal, il quale, benchè i suoi affari fossero stati accomodati

amichevolmente, credeva più prudente ritornare a Tangeri sotto le ali

dell'Ambasciatore, che rimanere a Fez sotto quelle del suo Governo.

Oltre a ciò, un osservatore acuto avrebbe notato sui nostri visi, se

pessimista, un certo dispetto, se ottimista, una certa serenità, che

derivava dalla coscienza, profonda in tutti, di non aver lasciato nella

illustre capitale dell'Impero nessuna bella malinconica, nessun marito

offeso, nessuna famiglia sconvolta, nemmeno un lembo d'un caic femminino

profanato. A tutti poi brillava sul viso il pensiero del ritorno, per

quel po' che se ne poteva vedere sotto gli ombrelli, i veli, i

fazzoletti, di cui la maggior parte s'erano coperti la testa per

ripararsi dal sole ardentissimo e dal polverio soffocante. Ahimè! Questo

era il gran cangiamento! Il sole di maggio s'era cangiato in sole di

giugno, il termometro segnava quarantadue gradi al momento della

partenza, e dinanzi a noi si stendevano duecento miglia di terra

affricana. Questo pensiero ci amareggiava non poco la soddisfazione di

partire da Fez senza rimorsi.

§ § § § §

Per tornare a Tangeri, dovevamo andare a Mechinez; di qui a Laracce; da

Laracce, lungo la costa dell'oceano, ad Arzilla, e da Arzilla a

Ain-Dalia, dove c'eravamo accampati la prima volta.

§ § § § §

Impiegammo tre giorni per andare a Mechinez che è distante da Fez circa

cinquanta chilometri.

Il paese non ci presentò, per quel tratto, varietà notevoli da quello

che avevamo visto andando a Fez: sempre quei campi d'orzo e di grano, in

molti dei quali si cominciava a mietere; quei duar neri, quei vasti

spazi coperti di lentischi e di palme nane, quelle grandi ondulazioni di

terreno, colline rocciose, piccoli torrenti asciutti, palme solitarie,

_cube_ bianche, una splendida pace e una tristezza infinita. Ma a

cagione della vicinanza delle due grandi città, incontrammo più gente

che non ne avessimo mai incontrata sulla via da Tangeri a Fez: carovane

di cammelli, grandi armenti, negozianti che conducevano al mercato di

Fez stormi di cavalli bellissimi; santi che predicavano al deserto,

corrieri a piedi e a cavallo, gruppi di arabe armate di falce che

andavano alla mietitura, e parecchie ricche famiglie moresche che si

recavano a Fez con tutte le loro masserizie e tutti i loro servi. Una di

queste, la famiglia d'un ricco negoziante di Mechinez, che il Ducali

riconobbe, formava una lunga carovana. Venivano innanzi due servi armati

di fucile; e dietro a loro il capo della famiglia, un bell'uomo

d'aspetto severo, con barba nera e turbante bianco, a cavallo a una mula

elegantemente bardata; il quale con una mano teneva le redini e

tratteneva un bimbo di due o tre anni seduto sul dinanzi della sella;

coll'altra stringeva le mani d'una donna completamente velata,--forse la

sua sposa favorita,--che gli stava alle spalle, a cavalcioni alla mula,

tutta raggomitolata, abbracciandolo sotto le ascelle (forse per paura di

noi) come se lo volesse soffocare. Altre donne, tutte col viso coperto,

a cavallo ad altre mule, venivan dietro al padrone; parenti armati,

ragazzi, serve nere con bimbi in braccio, servi arabi a piedi, con

fucili sulle spalle; mule ed asini carichi di materasse, di guanciali,

di coperte, di piatti, d'involti; e infine altri servi a piedi che

portavano gabbie con dentro canarini e pappagalli. Le donne, passandoci

accanto, si ravvolsero meglio la testa nel caic, il negoziante non ci

guardò, i parenti ci diedero un'occhiata diffidente, e due bambini si

misero a piangere. Da questi spettacoli, però, ci distrasse il terzo

giorno un avvenimento assai triste. Il povero dottore Miguerez, assalito

alla seconda tappa da dolori di sciatica atrocissimi, dovette essere

trasportato a Mechinez sopra una lettiga fabbricata alla meglio con una

branda e due travi di tenda, e appesa alla groppa di due mule; e questo

mise in tutti una profonda tristezza. La carovana si divise in due. Non

si può dire quanto stringesse il cuore il vedere, come vedevamo spesso,

apparire dietro di noi sulla sommità d'un'altura e scendere lentamente

quella lettiga, circondata di soldati a cavallo, di mulattieri, di

servi, d'amici, tutti gravi e silenziosi come un corteo funebre; e di

tratto in tratto fermarsi e chinarsi tutti sull'infermo; e poi

rimettersi in cammino, accennando a noi lontani che il nostro povero

amico peggiorava! Era uno spettacolo doloroso, ma ad un tempo bello e

gentile, che dava a tutta la carovana l'aspetto della scorta afflitta

d'un Sultano ferito.

Il primo giorno ci accampammo ancora nella pianura di Fez; il secondo

sulla riva destra del fiume Mduma, a cinque ore circa da Mechinez. Qui

seguì un caso piacevolissimo. Verso sera andammo tutti sulla riva del

fiume, a un mezzo miglio dall'accampamento, vicino a un gran _duar_, di

cui ci venne incontro tutta la popolazione. Là c'era un ponte di

muratura, di un sol arco, di stile arabo, vecchio, ma, salvo pochi

guasti, ancora intero e saldo; e accanto a questo gli avanzi d'un altro

ponte, parte incastrati nelle rive alte e rocciose, parte ammucchiati in

fondo al letto del fiume. Sulla riva sinistra, a un cinquanta passi dal

ponte, c'era una gran muraglia diroccata, alcune traccie di fondamenta,

qualche macigno, qualche grossa pietra tagliata che pareva avesse

appartenuto ad un edifizio ragguardevole. Tutt'intorno la campagna era

deserta. Erano i resti, si diceva, d'una città araba chiamata Mduma,

fabbricata sulle rovine d'un'altra città, anteriore all'invasione

mussulmana. Perciò ci mettemmo a cercare tra i ruderi se mai rimanesse

qualche indizio di costruzione romana; ma non trovammo o non

riconoscemmo nulla, con manifesta soddisfazione degli arabi, i quali

credevano senza dubbio che cercassimo, sulla fede dei nostri libracci

diabolici, qualche tesoro nascosto là dai _Rumli_ (romani), di cui,

secondo loro, tutti i cristiani sono discendenti diretti. Il capitano di

Boccard, però, ripassando sul ponte per tornare all'accampamento, vide

giù nel fiume, sulla punta d'un enorme macigno di forma quasi

piramidale, alcune piccole pietre quadrate, su cui pareva che fossero

incisi dei caratteri; e il fatto che si trovassero là, come se ci

fossero state poste perchè si vedessero dal ponte, avvalorava quella

supposizione. Il capitano manifestò l'intenzione d'andar a vedere. Tutti

lo sconsigliarono. Le rive del fiume erano ripidissime, il fondo tutto

ingombro di pietroni acuti e molto discosti l'uno dall'altro, la

corrente rapida, il macigno su cui eran le pietre, altissimo e di

accesso o impossibile o pericoloso. Ma il capitano di Boccard è una di

quelle testine che quando han fissato il chiodo in un'impresa rischiosa,

è finita: o s'ammazzano o ne vengono a capo. Non avevamo ancora finito

di dir no, ch'egli scendeva già, così come si trovava, cogli stivali

alla scudiera e gli sproni, giù per la riva del fiume. Un centinaio

d'arabi stavano a vedere, parte schierati sull'alto delle due rive,

parte appoggiati alle spallette del ponte. Appena capirono dove il

capitano voleva andare, parve a tutti così disperata l'impresa che si

misero a ridere. Quando poi lo videro soffermarsi sulla sponda, e

guardare qua e là in cerca d'un passaggio, credendo che gli mancasse

l'animo, diedero in un'altra risata più insolentemente sonora.--Nessuno

di noi,--disse un di loro ad alta voce,--è mai riuscito a salire là

sopra: staremo a vedere se ci riesce un nazareno.--E certo nessun altro

di noi italiani ci sarebbe salito; ma quello che ci si provava, era per

l'appunto il più svelto personaggio dell'Ambasciata. Le risa degli arabi

gli diedero l'ultima spinta. Spiccò un salto, disparve in mezzo agli

arbusti, ricomparve ritto sopra un sasso, si rinascose, e così, di

pietrone in pietrone, saltando come un gatto, strisciando,

arrampicandosi, rischiando dieci volte di cader nel fiume o di spezzarsi

la testa, riuscì ai piedi del macigno, e senza prender fiato,

aggrappandosi a tutti gli sterpi e a tutti gli incavi, salì sulla

sommità e vi si drizzò come una statua. Noi tirammo un gran respiro, gli

arabi rimasero attoniti, l'onore italiano era salvo. Il capitano, da

nobile vincitore, non degnò nemmeno d'uno sguardo i suoi avversarii

scornati, e appena riconosciuto che le supposte pietre istoriate non

erano che frantumi di calcestruzzo delle spallette del ponte, scese giù

da un'altra parte, e in pochi salti riafferrò la riva dove fu ricevuto

cogli onori del trionfo.

§ § § § §

Il tragitto dalla Mduma a Mechinez fu un seguito d'inganni e di

disinganni ottici così singolari, che se non fosse stato il caldo

soffocante, ce ne saremmo immensamente divertiti. A due ore infatti, o

poco più, dall'accampamento, vedemmo lontano in mezzo a una vastissima

pianura nuda, biancheggiare vagamente i minareti di Mechinez, e ci

rallegrammo pensando che ci saremmo presto arrivati. Ma quella che ci

pareva pianura, non era invece che una successione interminabile di

vallette parallele, separate da larghe onde di terreno tutte eguali

d'altezza, che presentavano l'aspetto d'una superficie continua; per

cui, andando innanzi, la città si nascondeva e ricompariva

continuamente, come se facesse capolino; e oltre a ciò, le valli essendo

dirupate, rocciose e non attraversabili che per sentieri serpeggianti e

difficili, il cammino da farsi era almeno doppio di quello che, a primo

aspetto, avevamo giudicato; e sembrava che la città s'allontanasse via

via che ci avanzavamo; e in ogni valle si apriva il cuore alla speranza,

e sopra ogni altura si tornava a disperare, e sonavan voci alte e fioche

e sospiri lamentevoli e irosi propositi di rinunzia a qualunque futuro

viaggio nell'Affrica, fatto con qualunque scopo e in qualunque

condizione; quando, come Dio volle, uscendo da un bosco d'olivi

selvatici, ci vedemmo dinanzi all'improvviso la città sospirata, e

tutti i lamenti morirono in una esclamazione di meraviglia.

§ § § § §

Mechinez, distesa sopra una lunga collina, circondata di giardini,

stretta da tre ordini di grosse mura merlate, coronata di minareti e di

palme, allegra e maestosa come un sobborgo di Costantinopoli, si

presentava intera al nostro sguardo, disegnando le sue mille terrazze

bianche sull'azzurro del cielo. Non un nuvolo di fumo usciva da quella

moltitudine di case, non si vedeva un'anima viva nè sulle terrazze nè

davanti alle mura, non si sentiva il più leggero rumore: pareva una

città disabitata, o una immensa scena di teatro.

§ § § § §

Fu rizzata subito la tenda della mensa in mezzo a un campo nudo, a

ducento passi da una delle quindici porte della città, e pochi minuti

dopo ci sedemmo per saziare, come dicono i prosatori eleganti, «il

naturale talento di cibo e di bevanda.»

Appena eravamo seduti, uscì dalla porta della città e s'avanzò verso

l'accampamento un drappello di cavalieri pomposamente vestiti, preceduti

da una schiera di soldati a piedi.

Era il Governatore di Mechinez coi suoi parenti e i suoi ufficiali.

Marocco · 第 21 / 24 段