Lo afferrarono: non fece resistenza. Lo tiraron fuori: aveva l'occhio

sinistro crepato. Lo legarono, lo portarono in una tenda, lo distesero

in terra, e per prima vendetta, Sid-Alì gli recise col pugnale tutti i

diti dei piedi, gettandoglieli ad uno ad uno sul viso. Ciò fatto, mise

sei soldati a custodirlo e si ritirò sotto un'altra tenda insieme col

caid, per concertare che torture gli dovessero infliggere prima di

troncargli la testa. La discussione durò lungo tempo: andavano a gara a

chi proponesse dei tormenti più dolorosi; nessuno strazio pareva

abbastanza orrendo; la sera era venuta, e non avevano ancora nulla

deciso. Rimandarono la decisione alla mattina e si separarono.

Un'ora dopo, il caid ed Alì riposavano ciascuno sotto la sua tenda; la

notte era oscurissima, non spirava un alito di vento, non stormiva una

foglia, non si sentiva che il mormorio del fiume e il respiro dei

dormenti.

All'improvviso una voce formidabile urlò nel silenzio della notte:

--Arusi ti saluta, o sceicco Sid Mohammed Abd-el Dijebar!

Il vecchio caid balza in piedi atterrito e sente la pesta precipitosa

d'un cavallo che s'allontana. Chiama i soldati, che accorrono in furia,

e grida:--Il mio cavallo! Il mio cavallo!--Cercano il suo cavallo, il

più superbo animale del Garb: è sparito. Corrono alla tenda di Sid-Alì:

è steso in terra morto, con un pugnale confitto nell'occhio sinistro. Il

caid scoppia in pianto: i soldati si slanciano dietro al fuggitivo. Lo

intravvedono, come un ombra, per qualche momento; lo perdon di vista; lo

rivedono; ma egli va come la folgore, e sparisce ben presto per non più

ricomparire. Continuano a inseguirlo, nondimeno, per tutta la notte, sin

che arrivano a un bosco fittissimo, dove si arrestano per aspettare che

aggiorni. Appena aggiorna, vedono lontano il cavallo del caid, che viene

verso di loro spossato e insanguinato, riempiendo l'aria di nitriti

lamentevoli. Pensando che Arusi sia nel bosco, sguinzagliano i cani e

s'avanzano colle armi nel pugno. Dopo un breve cammino, scoprono una

casuccia diroccata, mezzo nascosta fra gli alberi. I cani v'accorrono e

s'arrestano. I soldati li seguono in punta di piedi, arrivano alla

porta, spianano i fucili... e li lascian cadere in terra gettando un

grido di stupore. In mezzo a quelle quattro mura, stava disteso in terra

il cadavere d'Arusi, e accanto a lui una bellissima donna, vestita

splendidamente, coi capelli sciolti, la quale gli fasciava i piedi

sanguinosi, singhiozzando, ridendo, mormorando con voce infantile parole

di disperazione e d'amore. Era Rahmana. La condussero in casa di suo

padre, vi stette tre giorni senza profferire parola e disparve. La

trovarono qualche tempo dopo fra le rovine della casa del bosco, che

raspava la terra colle mani, chiamando Arusi. E di là non si mosse

più.--Dio,--come dissero gli arabi--aveva richiamato a sè la sua ragione

ed essa era santa.

Se sia ancora viva, non si sa. Certo è che viveva ancora venti anni

sono, e che la vide nel suo romitaggio il signor Narciso Cotte,

impiegato al consolato di Francia a Tangeri, che ne ha raccontata la

storia.

* * * * *

Oramai non v'è più un angolo di Fez che ci sia sconosciuto; e nondimeno

ci par sempre d'essere arrivati il giorno innanzi, tanta è la varietà

d'aspetti che ci presenta questa scena grandiosa di mura, di porte, di

torri, di rovine; tanto ogni cosa ci ravviva ad ogni momento il

sentimento della nostra solitudine; tanto stentiamo ad abituarci ad

essere l'oggetto della curiosità universale. E questa curiosità non è

punto scemata, benchè ormai tutti gli abitanti di Fez ci abbiano visti e

rivisti. È scemata, invece, la diffidenza, e pare anche un poco

l'antipatia: i bambini ci si avvicinano e ci toccano i vestiti per

sentire di che sostanza sono; le donne ci guardan con occhio torvo, ma

non tornan più indietro vedendoci apparir di lontano; le maledizioni son

diventate più rare, i soldati non picchian più bastonate, e il pugno

toccato dall'Ussi fu, è da sperarsi, il primo ed unico pugno di cui io

possa portare la notizia in Italia. E benchè, passeggiando per la città,

ci preceda e ci segua sempre una folla fittissima, io credo che potremmo

uscir soli senza ombra di pericolo d'essere ammazzati. Già la

popolazione, da quanto ci dicono i soldati dell'ambasciata, ci ha messo

a tutti, giusta la consuetudine moresca, un sopranome. Il medico è

_l'uomo degli occhiali_, il vice-console è _l'uomo del naso forcuto_, il

capitano è _l'uomo degli stivali neri_, l'Ussi è _l'uomo del fazzoletto

bianco_, il Comandante _l'uomo delle gambe corte_, il Biseo _l'uomo dei

capelli rossi_, il Morteo _l'uomo di velluto_, perchè è tutto vestito di

velluto, ed io sono _l'uomo della scarpa rotta_, perchè un dolore al

piede m'ha costretto a dare un lungo taglio a uno stivaletto. Parlano

molto dei fatti nostri, si capisce, e par che dicano che siamo tutti

brutte faccie, nessuno escluso, neppure il cuoco, il quale accolse

questa notizia con una risata di disprezzo, battendo la mano sopra una

tasca del panciotto, dove tiene una lettera della sua amante. E mi pare

anche che ci trovino o fingano di trovarci ridicoli, perchè, per

istrada, si mettono a ridere con una certa ostentazione ogni volta che

uno di noi scivola, o dà del capo nel ramo d'un albero, o perde il

cappello. Malgrado ciò, e la varietà delle vedute, questa popolazione

tutta d'un colore e senza distinzione apparente di ceto, questo non

sentir mai altro rumore che un eterno fruscìo di pantofole e di cappe,

queste donne velate, queste case cieche e mute, questa vita piena di

mistero finisce per tediar mortalmente. Gli abitanti son vivi, la città

è morta. Al tramonto del sole bisogna rientrare in casa e non si può

più uscire. Col calar della notte, cessa ogni commercio, ogni movimento,

ogni segno di vita; Fez non è più che una vasta necropoli, dove se si

sente per caso una voce umana, è l'urlo d'un pazzo o il grido d'un

assassinato; e chi volesse andare a zonzo a ogni costo, dovrebbe farsi

scortare da una pattuglia coi fucili carichi e da un drappello di

falegnami, i quali ogni trecento passi buttassero giù una porta che

sbarra la strada. Di giorno poi la città non somministra altra novità

che qualche donna trovata morta in mezzo alla via con una pugnalata nel

cuore, la partenza d'una piccola carovana, l'arrivo d'un governatore o

sotto-governatore di provincia che venne gettato in fondo a un carcere,

la bastonatura di qualche pezzo grosso, una festa in onore d'un Santo di

cui sentiamo le fucilate dal palazzo, e altre cose simili, annunziate

per lo più da Mohammed Ducali o dal Scellal, che sono i nostri due

giornali quotidiani ambulanti. E queste notizie, e quello che vedo ogni

giorno, e la vita singolarissima che vivo qui, mi danno poi nella notte

dei sogni così stranamente intricati di teste recise, di deserti,

d'arem, di prigioni, di Fez, di Tumbuctù, di Torino, che la mattina mi

sveglio con un caos inesprimibile nella testa, e per qualche momento non

raccapezzo più in che mondo mi sia.

* * * * *

Di quante figure belle, grottesche, orribili, buffe, stranissime, mi

rimarrà la memoria per tutta la vita! Ne ho la testa affollata, e quando

son solo me le faccio passare dinanzi ad una ad una, come le figure

d'una lanterna magica, con un piacere che non so esprimere. Passa Sid

Buker, il personaggio misterioso che viene tre volte al giorno, ravvolto

in una gran cappa biancastra, colla testa bassa, cogli occhi socchiusi,

pallido come un morto, furtivo come uno spettro, a conferire

segretamente coll'Ambasciatore; e svanisce a modo di una figura

fantasmagorica, senza che nessuno se n'accorga. Passa il servo favorito

di Sid-Mussa, un giovane mulatto bellissimo, grazioso come una

fanciulla, elegante come un principe, fresco e sorridente, che sale e

scende le scale saltellando e ci saluta con una certa civetteria

inchinandosi profondamente e stendendo una mano in atto di mandare un

bacio. Passa un soldato di guardia, un berbero, nato sulle montagne

dell'Atlante, una faccia sanguinaria che non posso guardare senza

fremere, e mi figge negli occhi, ogni volta che mi vede, uno sguardo

immobile, freddo, perfido, come se meditasse d'uccidermi; e più lo

sfuggo e più l'incontro, e par che indovini il ribrezzo che m'ispira e

ci provi un satanico piacere. Passa una vecchia decrepita, che ho vista

sulla porta d'una moschea, nuda da capo a piedi, fuor che un cencio

intorno ai fianchi, colla testa rasa come la palma della mano e il corpo

disfatto a segno che mi strappò un'esclamazione d'orrore e rimasi per

lungo tempo col sangue sossopra. Passa una mora briccona, che rientrando

in casa, mentre noi passavamo dinanzi alla sua porta, buttò giù in

fretta e in furia, nell'atto di chiudere, il caic che la copriva, ci

lasciò intravvedere il suo bel corpo diritto e tornito, e saettandoci

un'occhiata sfavillante di mille vezzi, chiuse. Passa un bottegaio

vecchissimo, una faccia tra spaventosa e ridicola, curvo tanto che,

stando seduto in fondo alla sua nicchia oscura, si tocca quasi i piedi

col mento; e tiene aperto un occhio solo, appena visibile; e ogni volta

che passando dinanzi alla sua bottega, lo guardo, quell'occhio gli si

apre smisuratamente e brilla d'un sorriso beffardo indefinibile, che mi

mette non so che inquietudine nel cuore. Passa una bellissima morina di

dieci anni, coi capelli sciolti giù per le spalle, vestita d'una camicia

bianca stretta alla vita da una ciarpa verde, la quale spenzolandosi dal

parapetto d'una terrazza per saltare sulla terrazza di sotto, la

camicia le si attaccò alla punta d'un mattone e restò su, lasciando

molti segretini all'aria aperta; ed essa, che sapeva d'esser guardata

dal palazzo dell'Ambasciata, e non poteva più nè risalire nè scendere,

si mise a strillare come una disperata, e tutte le donne della casa

accorsero smascellandosi dalle risa. Passa un mulatto gigantesco, pazzo,

che tormentato dall'idea fissa che i soldati del Sultano lo cerchino per

tagliargli una mano, fugge per le strade come una fiera inseguita,

agitando convulsivamente il braccio destro, come se glie l'avessero già

mutilato, e mette ululati spaventosi che risuonano da un quartiere

all'altro della città. Passano molti e molti altri; ma quello che

s'arresta più lungamente, è un nero di cinquant'anni, servo del palazzo,

alto poco più e largo poco meno d'un metro, un cor contento, che sorride

sempre cacciando tutta la bocca verso l'orecchio destro; la più

grottesca, la più spropositata, la più imperiosamente ridicola figura

che sia mai comparsa sotto la cappa del cielo; ed ho un bel mordermi le

dita, e dirmi che è ignobile il ridere delle deformità umane, e farmi

vergogna in mille maniere;--è inutile,--è un riso che vince le mie

forze,--ci dev'esser dentro qualche intenzione misteriosa della

Provvidenza,--bisogna che scoppi! E Dio mi perdoni: mi venne più volte

l'idea di comprarlo per farmene una pipa.

* * * * *

Essendo vicino il giorno della partenza, i negozianti accorrono in folla

al palazzo e si compra a furia. Le stanze, il cortile e la galleria

hanno preso l'aspetto d'un grande bazar. Per tutto lunghe file di vasi,

di babbuccie ricamate, di vassoi, di cuscini, di tappeti, di caic.

Quanto v'è in Fez di più dorato, di più arabescato, di più caro

assaettato, ci è passato sotto gli occhi in questi giorni. E bisogna

vedere come vendono costoro, senza proferire parola, senza lasciarsi

sfuggire un sorriso, non accennando che sì o no colla testa, e andando

via, abbiano o non abbian venduto, colla stessa faccia d'automi con cui

sono venuti. Fra tutte, è bella a vedersi la stanza dei pittori,

convertita in una gran bottega di rigattiere, piena di selle, di staffe,

di fucili, di caffettani, di ciarpe lacere, di terraglia, di orecchini

barbareschi, di vecchie cinture da donna, venute Dio sa di dove, che

hanno forse sentito molte volte la stretta amorosa delle braccia

imperiali, e forse l'anno venturo luccicheranno in un quadro magistrale

alla mostra di Napoli o di Filadelfia. Un solo genere manca, e sono gli

oggetti d'antichità, ricordi dei varii popoli che conquistarono o

colonizzarono il Marocco; e benchè si sappia che sovente se ne trovano

sotto terra o fra le rovine, non c'è mezzo d'averne, poichè ogni oggetto

scoperto dovendo essere portato alle Autorità, chi scopre, tien

nascosto, e le Autorità, non conoscendone il valore, distruggono o

vendono come materia inutile il poco che ricevono. Così, anni sono, un

cavallo ed alcune statuette di bronzo trovate in un pozzo vicino ai

resti d'un acquedotto, furon rotte e vendute come vecchio rame a un

rigattiere israelita.

* * * * *

Oggi ho fatto con un negoziante di Fez una viva discussione,

coll'intento di scoprire quello che pensano i mori della civiltà

europea; e per questo non mi affannai a ribattere i suoi argomenti se

non quanto era necessario per dargli spago. È un bel moro sui

quarant'anni, di fisonomia onesta e severa, che visitò, per affari di

commercio, le principali città dell'Europa occidentale, e stette lungo

tempo a Tangeri dove imparò un po' di spagnuolo. Già nei giorni scorsi

avevo scambiato con lui qualche parola a proposito d'un piccolo pezzo di

stoffa intessuto di seta e d'oro di cui pretendeva la bellezza di dieci

marenghi. Ma oggi toccandolo sull'argomento dei suoi viaggi, gli

attaccai una[tn408] parlantina di cui i suoi compagni stessi, che

ascoltavano senza capire, rimasero stupiti. Gli domandai dunque che

impressione gli avessero fatta le grandi città europee non aspettandomi

peraltro di sentire grandi espressioni di meraviglia, perchè sapevo,

come tutti sanno, che dei quattro o cinquecento negozianti marocchini

che vanno ogni anno in Europa, la maggior parte ritornano nel loro paese

più stupidamente fanatici di prima, quando non ritornano più viziosi e

più birbanti; e che se tutti rimangono stupiti dello splendore delle

nostre città e delle meraviglie delle nostre industrie, nessuno però ne

rimane scosso nell'anima, acceso nella mente, spronato a fare, a

tentare, a imitare; nessuno intimamente persuaso della inferiorità

complessiva del paese proprio; e nessunissimo, poi, se anche avesse

questi sentimenti s'arrischierebbe ad esprimerli, e tanto meno a cercar

di diffonderli, per paura di tirarsi addosso l'accusa di mussulmano

rinnegato e di nemico del suo paese.

--Che cosa avete da dire--gli domandai--delle nostre grandi città?

Mi guardò fisso e rispose freddamente:

--Strade grandi, belle botteghe, bei palazzi, belle officine.... e tutto

pulito.

Con ciò parve che avesse detto tutto quello che aveva da dir d'onorevole

per noi.

--Non ci avete trovato altro di bello e di buono?--domandai.

Mi guardò come per domandarmi alla sua volta che cosa pretendevo ch'egli

ci avesse trovato.

--Ma possibile--(mi stizzii)--che un uomo ragionevole come voi siete,

che ha visto dei paesi così meravigliosamente diversi e superiori al

suo, non ne parli almeno con stupore, almeno colla vivacità con cui il

ragazzo d'un _duar_ parlerebbe del palazzo d'un pascià? Ma di che cosa

vi meravigliate dunque al mondo? Che gente siete? Chi vi capisce?

--_Perdóne Usted_,--rispose freddamente;--io vi rispondo che non capisco

voi. Quando v'ho detto tutte le cose nelle quali credo che siate

superiori a noi, che volete che vi dica di più? Volete che vi dica

quello che non penso? Vi dico che le vostre strade sono più grandi delle

nostre, che le vostre botteghe sono più belle, che avete delle officine

che noi non abbiamo, che avete dei ricchi palazzi. Mi par d'aver detto

tutto. Dirò ancora una cosa: che sapete più di noi perchè avete dei

libri e leggete.

Feci un atto d'impazienza.

--Non v'impazientate, _caballero_;--ragioniamo tranquillamente. Voi

convenite che il primo dovere d'un uomo, la prima cosa che lo rende

stimabile, e quella in cui importa massimamente che un paese sia

superiore agli altri paesi, è l'onestà; non è vero? Ebbene, in fatto

d'onestà io non credo in nessuna maniera che voi altri siate superiori a

noi. E una.

--Adagio. Spiegatemi prima che cosa intendete di dire con questa parola

onestà.

--Onestà nel commercio, _caballero_. I mori, per esempio, nel commercio,

ingannano qualche volta gli europei; ma voi altri europei ingannate

molto più spesso i mori.

--Saranno casi rari--risposi, per dir qualche cosa.

--_Casos raros?_--esclamò accendendosi. Casi di tutti i giorni!--(E qui

vorrei poter riferire tale e quale il suo linguaggio rotto, concitato e

infantile). Prove! Prove! Io a Marsiglia. Sono a Marsiglia. Compro

cotone. Scelgo il filo, grosso così. Dico:--questo numero, questo bollo,

tanta quantità, mandate.--Pago, parto, arrivo al Marocco, ricevo cotone,

apro, guardo, stesso numero, stesso bollo.... filo tre volte più

piccolo! non serve a niente! migliaia di lire perdute! Corro al

Consolato.... niente. _Otro._ Un altro. Mercante di Fez ordina Europa

panno turchino, tanti pezzi, tanto larghi, tanto lunghi, convenuto,

pagato. Riceve il panno, apre, misura: primi pezzi, giusti; sotto, più

corti; gli ultimi, mezzo metro meno! Non servono più alle cappe,

mercante rovinato. _Otro, otro._ Mercante di Marocco ordina, Europa,

mille metri gallone d'oro per ufficiali e manda denaro. Gallone viene,

tagliato, cucito, portato.... rame! _Y otros, y otros, y otros!_--Ciò

detto alzò il viso al cielo, e poi, rivolgendosi vivamente verso di

me:--Più onesti voi?

Ripetei che non potevano essere che casi eccezionali: non rispose.

--Più religiosi voi?--domandò poi bruscamente.--No!

E dopo qualche momento:--No! Basta essere entrati una volta nelle vostre

_moschee_.

--Ora dite,--soggiunse poi, incoraggiato dal mio silenzio;--nei vostri

paesi, succedono meno _matamientos_? (uccisioni).

Qui sarei stato imbarazzato a rispondergli. Che cosa avrebbe detto se io

gli avessi confessato che soltanto in Italia si commettono tremila

omicidi all'anno, e che ci sono novantamila prigionieri tra condannati e

da giudicarsi?

--Non credo,--disse, leggendomi negli occhi la risposta.

Non sentendomi sicuro su questo terreno, lo attaccai coi soliti

argomenti sulla quistione della poligamia.

Saltò su come se l'avessi scottato;

--Sempre questo!--gridò facendosi rosso fino alle orecchie.--Sempre

questo! Come se voi aveste una donna sola! E ce lo volete far credere!

Una sola è vostra, ma ci son poi quelle _de los otros_, e quelle che

sono _de todos y de nadie_, di tutti e di nessuno. Parigi! Londra! Caffè

pieni, strade piene, teatri pieni. _Verguenza!_ E rimproverate i Mori?

Dicendo questo, stropicciava con mano tremante il suo rosario, e si

voltava di tratto in tratto per farmi capire, con un leggero sorriso,

che non mi avessi a male del suo sdegno, perchè egli non l'aveva con

me; ma coll'Europa.

Vedendo che in questa quistione se la pigliava troppo a cuore, sviai il

discorso, e gli domandai se non riconosceva le maggiori comodità della

nostra maniera di vivere. Qui fu comicissimo. Aveva degli argomenti

preparati.

--È vero,--rispose con un accento ironico;--è vero... Sole? Ombrello.

Pioggia? Paracqua. Polvere? Guanti. Camminare? Bastone. Guardare?

Occhialino. Passeggiare? Carrozza. Sedere? Elastico. Mangiare?

Strumenti. Una scalfittura? Medico. Morto? Statua. Eh! di quante cose

avete bisogno! Che uomini, _por Dios_! Che bambini!

Insomma, non me ne voleva passar una. Trovò persino a ridere

sull'architettura.

--Che! Che!--rispose quando gli parlai dei comodi delle nostre

case.--State trecento in una casa sola, gli uni sugli altri, e poi

salire, salire, salire--e manca aria e manca luce e manca giardino.

Allora gli parlai di leggi, di governo, di libertà, e cose simili; e

siccome era un uomo perspicace, mi parve d'esser riuscito, se non a

fargli capire tutta la differenza che, sotto questi aspetti, corre fra

il suo paese e il nostro; almeno a fargliene brillare alla mente un

barlume. Visto che non poteva tenermi fronte su quel soggetto cangiò

improvvisamente il discorso, e guardandomi da capo a piedi, disse

sorridendo:

--_Mal vestidos._ (Mal vestiti).

Gli risposi che il vestito importava poco, e gli domandai se non

riconosceva la nostra superiorità anche in questo, che, invece di star

tante ore oziosi colle gambe incrociate sopra una materassa, noi

impieghiamo il tempo in mille maniere utili e divertenti.

Mi diede una risposta più sottile che non m'aspettassi. Disse che non

gli pareva buon segno questo aver bisogno di far tante cose per passare

il tempo. La vita per sè sola è dunque un supplizio per noi, che non

possiamo stare un'ora senza far nulla, senza distrarci, senza affannarci

a cercare divertimenti? Abbiamo paura di noi stessi? Abbiamo qualche

cosa dentro che ci tormenta?

--Ma vedete,--dissi--che spettacolo triste presentano le vostre città,

che solitudine, che silenzio, che miseria. Siete stato a Parigi?

Paragonate un po' le strade di Parigi colle strade di Fez.

Qui fu sublime. Saltò in piedi ridendo, e più coi gesti che colle parole

fece una descrizione canzonatoria dello spettacolo che presentano le

strade delle nostre città. Va, vieni, corri; carri di qui, carrette di

là; un rumore che stordisce, gli ubbriachi che barcollano, i signori

che si abbottonano il soprabito per paura dei borsaiuoli; a ogni passo

una guardia che guarda intorno come se a ogni passo ci fosse un ladro; i

bambini e i vecchi che ogni momento corron rischio d'essere schiacciati

dalle carrozze dei ricchi; le donne sfrontate, e persino bambine,

orrore! che lanciano occhiate provocanti, urtano i giovani col gomito e

fanno mille smancerie; tutti col sigaro in bocca; da ogni parte gente

che entra nelle botteghe a mangiucchiare, a ber liquori, a farsi

lisciare i capelli, a specchiarsi, a inguantarsi; e i zerbinotti

piantati davanti ai caffè che dicono delle parole nell'orecchio alle

donne degli altri che passano; e che maniera ridicola di salutare e di

camminare in punta di piedi, dondolandosi, saltellando; e poi, Dio

buono, che curiosità di femminuccie!--E toccando questo tasto pigliò la

stizza e disse che un giorno, in una piccola città d'Italia, essendo

uscito vestito da moro, si radunò in un momento una gran folla, e tutti

gli correvano dietro e davanti gridando e ridendo, e quasi non lo

lasciavano camminare, tanto ch'egli dovette ritornare alla locanda e

cangiar vestito.--Ed è così che si fa nei vostri paesi? mi domandò.--Che

si faccia qui, si capisce, perchè non si vedon mai dei cristiani; ma nei

vostri paesi dove si sa come siamo vestiti, perchè ci sono i quadri, e

mandate qui i pittori colle macchine e coi colori a farci i ritratti;

fra voi che sapete tutto non vi pare che non dovrebbero accadere queste

cose?

Fatto questo sfogo, mi sorrise cortesemente come per dire:--Ciò non

toglie che noi due siamo amici.

Cadde poi il discorso sulle industrie europee, sulle strade ferrate, sul

telegrafo, sulle grandi opere d'utilità pubblica; e di questo mi lasciò

parlare senza interrompermi, assentendo anzi, di tratto in tratto, con

un cenno del capo. Quand'ebbi finito, però, mise un sospiro e

disse:--Infine poi... a che servono tante cose se dobbiamo tutti morire?

--Insomma,--conclusi,--voi non cangereste il vostro stato col nostro!

Stette un po' pensando e rispose:

--No, perchè voi non vivete più di noi, nè siete più sani, nè più buoni,

nè più religiosi, nè più contenti. Lasciateci dunque in pace. Non

vogliate che tutti vivano a modo vostro e sian felici come volete voi.

Rimaniamo tutti nel cerchio che Allà ci ha segnato. Con qualche fine

Allà ha disteso il mare fra l'Africa e l'Europa. Rispettiamo i suoi

decreti.

--E credete,--domandai,--che rimarrete sempre quello che siete? che a

poco a poco non vi faremo cangiare?

--Non lo so,--rispose.--Voi avete la forza, voi farete ciò che vorrete.

Tutto quello che deve accadere, è già scritto. Ma qualunque cosa accada,

Allà non abbandonerà i suoi fedeli.

Ciò detto, mi prese la destra, se la strinse sul cuore e se n'andò a

passi maestosi.

* * * * *

Stamattina, al levar del sole, sono stato a vedere la rassegna del

presidio di Fez, che il Sultano fa tre volte la settimana, nella piazza

dove ricevette solennemente l'Ambasciata.

Marocco · 第 20 / 24 段