Il moro Scellal ci condusse a prendere il tè in casa sua. Entrammo per

uno stretto corridoio in un cortiletto oscuro, ma bellissimo;

bellissimo, ma sucido quanto le più sucide case del ghetto d'Alkasar.

Fuor che i musaici del pavimento e dei pilastri, tutto era nero,

crostoso, viscoso, schifoso. Vi sono due stanzine buie a terreno; al

primo piano, gira una galleria, e sulla sommità dei muri il parapetto

della terrazza. Il grosso moro ci fece sedere davanti alla porta della

sua stanza da letto, ci diede il tè e dei dolci, ci bruciò dell'aloè, ci

spruzzò d'acqua di rosa e ci presentò due suoi bambini graziosissimi,

che s'avvicinarono a noi bianchi dalla paura e tremarono come foglie

sotto le nostre carezze. Dal lato opposto del cortile v'era una ragazza

nera d'una quindicina d'anni, non vestita d'altro che d'una camicia

tagliata da una parte in modo che lasciava vedere la gamba nuda dal

fianco fino al piede, e stretta alla cintura, che segnava tutte le forme

del corpo: il più snello, il più elegante, il più seducente corpo di

donna, lo attesto sul capo del signor Ussi, ch'io abbia visto nel

Marocco fino al momento in cui scrivo. Era una schiava. Stava appoggiata

a un pilastro colle braccia incrociate sul seno e ci guardava con aria

di suprema indifferenza. Poco dopo uscì da una porticina un'altra nera,

una donna sui trent'anni, d'alta statura, di viso austero, di forme

robuste, diritta come il fusto d'un aloè, la quale, per quello che ci

parve, doveva essere una favorita del padrone, poichè gli si avvicinò

famigliarmente, gli susurrò alcune parole nell'orecchio e gli tolse una

festuca dai baffi, premendogli la mano sulle labbra, con un certo atto

tra sbadato e carezzevole, di cui il moro sorrise. Alzando gli occhi,

vedemmo tutta la galleria del primo piano e tutto il parapetto della

terrazza coronati di teste di donne, che si nascosero immediatamente.

Era impossibile che fossero tutte donne della casa. Quelle della casa

avevano senza dubbio annunziato la visita dei cristiani alle amiche

delle case vicine, e queste dalle loro terrazze s'erano arrampicate o

buttate giù sulla terrazza dello Scellal. In un momento che guardavamo

in su, ce ne passarono accanto tre come tre larve, col capo tutto

coperto, e sparirono in una porticina. Erano tre amiche che non avendo

potuto entrare in casa per la terrazza, avevano dovuto rassegnarsi a

entrar per la porta; e un momento dopo comparirono le loro teste sopra

il parapetto della galleria. La casa, insomma, s'era convertita in

teatro, e noi eravamo lo spettacolo. Le spettatrici, tutte velate,

cinguettavano, ridevano sommessamente, facevano capolino e si ritiravano

con una rapidità che pareva che scattassero; ad ogni nostro movimento,

corrispondeva un leggero mormorìo; ogni volta che alzavamo la testa,

seguiva un gran tumulto nei palchi di prim'ordine; si capiva che si

divertivano, che raccoglievano materia per un mese di conversazione, che

non stavano in sè dal piacere di trovarsi, così inaspettatamente,

dinanzi a uno spettacolo tanto bizzarro e tanto raro! E noi,

compiacenti, concedemmo loro questo spettacolo per quasi un'ora;

silenziosi, però, e tediati; effetto che produce, dopo qualche tempo,

ogni casa moresca, per quanto sia cortese l'ospitalità che vi si riceve.

Poichè, dopo aver ammirato i bei musaici, le belle schiave e i bei

bimbi, si cerca quasi istintivamente la persona che incarna la vita

domestica, che rappresenta la gentilezza e l'onore della casa, che

suggella l'ospitalità, che colora la conversazione, che vi alita

nell'anima l'aura dei Lari;--si cerca, insomma, la perla di questa

conchiglia;--e non vedendo che donne a cui il padrone dà gli amplessi e

non il cuore, e figliuoli di madri sconosciute, e tutta la casa

personificata in un solo, l'ospitalità riesce una fredda cerimonia, e

nell'ospite spariscono i tratti simpatici d'un amico che v'onora, sotto

l'aspetto d'un sensuale e odioso egoista.

* * * * *

Non c'è dubbio che questa gente, se proprio non ci odia, almeno non ci

può patire, e non gliene mancano, tra buone e cattive, le ragioni. Nei

discendenti dei mori di Spagna, molti dei quali conservano ancora chiavi

di città andaluse e titoli di possessione di terre e di case di Siviglia

e di Granata, è viva particolarmente l'avversione alla Spagna, da cui i

loro padri furono spogliati, sterminati, banditi. Tutti gli altri odiano

generalmente tutti i cristiani, non solo perchè quest'odio è istillato

loro nelle scuole e nelle moschee fin dall'infanzia, collo scopo di

renderli avversi ad ogni commercio colle genti civili;--commercio che,

scemando la superstizione e l'ignoranza, scalzerebbe le fondamenta

dell'edifizio politico e religioso dell'Impero;--ma perchè hanno tutti

in fondo all'anima il vago sentimento d'una forza espansiva, crescente,

minacciosa degli Stati europei, dalla quale tosto o tardi saranno

schiacciati. Sentono rumoreggiare la Francia alle loro frontiere di

levante; vedono gli Spagnuoli fortificati sulla loro costa del

Mediterraneo; Tangeri, occupata da un'avanguardia di cristiani; le città

occidentali, guardate da negozianti europei distesi su tutta la costa

dell'Atlantico come una catena di sentinelle avanzate; ambasciate che

percorrono il paese in tutte le direzioni, per recare dei doni al

Sultano, in apparenza, ma in realtà, pensan loro, per vedere, scrutare,

fiutare, corrompere, preparare il terreno; sentono, insomma, la minaccia

perpetua d'un'invasione e immaginano quest'invasione accompagnata da

tutti gli orrori dell'odio e della vendetta, persuasi, come sono, che i

Cristiani nutrano contro i Mussulmani gli stessi sentimenti che nutrono

loro contro di noi. Come possono poi cangiare quest'avversione in

simpatia vedendo noi, stretti nei nostri abiti impudichi, che segnano le

forme; vestiti di colori sinistri; noi, carichi di taccuini, di

cannocchiali, di strumenti misteriosi, che ci ficchiamo per tutto,

notiamo tutto, misuriamo tutto, vogliamo saper tutto; noi che ridiamo

sempre e non preghiamo mai; noi irrequieti, chiaccheroni, beoni,

fumatori, pieni di pretese, e pitocchi, che abbiamo una donna sola, e

non un servo dei nostri paesi! E si formano dell'Europa un'idea oscura,

come d'un'immensa congerie di popoli turbolenti, dove regni una vita

febbrile, tutta ambizioni ardenti, vizi sfrenati, tumulti, viaggi,

imprese temerarie, un affanno, un rimescolìo vertiginoso, una confusione

di Babelle, che dispiace a Dio.

* * * * *

Oggi gran rumore nel palazzo, a cagione del primo ed unico tentativo di

conquista amorosa, fatto da un cristiano del basso personale

dell'ambasciata. Questo buon giovane, al quale cominciava a pesare, a

quel che sembra, la vita diplomaticamente austera che si mena da

quaranta giorni; avendo visto, non so di dove, una bella mora che

passeggiava in un giardino, pensò (tutti hanno le loro debolezze)

ch'essa non avrebbe potuto resistere alle attrattive della sua bella

persona, e senza badare al pericolo s'insinuò per un buco del muro nel

recinto vietato. Se, giunto in cospetto della ninfa, abbia fatto una

dichiarazione d'amore od abbia tentato di sopprimere il preambolo, se la

ninfa gli abbia prestato orecchio pietoso o sia fuggita strillando, non

si sa, poichè tutto, in questo paese, è mistero. Si sa però che tutt'a

un tratto sbucarono di dietro a un cespuglio quattro mori armati di

pugnale, due dei quali gli si slanciarono contro da una parte e due

dall'altra; e che il malcapitato seduttore o non sarebbe più uscito del

giardino, o ne sarebbe uscito con qualche occhiello nelle reni, se non

fosse comparso improvvisamente il caid Hamed-Ben Kasen Buhammei, il

quale arrestò con un gesto imperioso i quattro cerberi, e diede modo al

fuggitivo di riportare la pelle intatta al palazzo. La notizia

dell'avvenimento si sparse, ci fu un sottosopra, il colpevole ricevette

una solenne ammonizione in presenza di tutti e il Comandante, sempre

spiritoso, gli fece per giunta un sermoncino che gli produsse

un'impressione profonda.--Che le donne degli altri, e particolarmente le

donne dei mussulmani, bisogna lasciarle stare; che quando si è con

un'ambasciata europea nel Marocco, bisogna far conto di non esser più un

uomo; che nei paesi maomettani queste quistioni di donne finiscono

facilmente in quistioni politiche; e che sarebbe una bella

responsabilità quella d'un giovane onesto il quale, per non aver saputo

resistere a un impulso inconsiderato... del cuore, trascinasse il suo

paese in una guerra... di cui non si potrebbero prevedere le

conseguenze.--A questo discorso, il povero giovane, che già vedeva la

flotta italiana con centomila soldati salpare verso il Marocco per

cagion sua, si mostrò atterrito del suo fallo a tal segno, che non parve

più necessario d'infliggergli altro castigo.

* * * * *

Vorrei saper bene che concetto hanno costoro della propria potenza

militare e del proprio valore guerresco rispetto alla potenza e al

valore dei popoli europei. Ma non oso interrogarli direttamente su

questo soggetto perchè sono ombrosissimi e temo che le mie domande

possano parere un'ironia o una spacconata. Son riuscito nondimeno,

tastandoli con mano leggera, e senza farmi scorgere, a raccapezzare

qualche cosa. Sulla superiorità della nostra potenza militare non ci

hanno dubbio; poichè se qualche dubbio rimaneva loro trent'anni sono,

quando non avevano ancora ricevuto dagli europei alcuna veramente grave

batosta, le guerre della Francia e della Spagna, e principalmente le due

battaglie famose d'Isly e di Tetuan, dissiparono quei dubbi per sempre.

Ma riguardo al valore, mi pare che si credano ancora superiori di molto

agli europei; le vittorie dei quali attribuiscono all'artiglieria,

all'ordine, alla furberia (chè per loro sono furberie la strategia e la

tattica) e non al valore. E le vittorie conseguite con quei mezzi, pare

che non le considerino nobilmente conseguite. Il volgo, poi, aggiunge a

quei mezzi l'alleanza coi cattivi spiriti, senza la quale nè i cannoni

nè le furberie sarebbero bastati a sgominare[tn382] gli eserciti

mussulmani. Certo è che agli Arabi puri e ai Berberi, che sono la

maggioranza guerriera del Marocco, non si può negare il valore, e

nemmeno restringersi a riconoscere in loro quel valore comune e

indeterminato che in Europa si considera, con cavalleresca reciprocanza,

proprietà di tutti gli eserciti. Poichè tenuto pur conto della natura

del terreno e degli aiuti segreti dell'Inghilterra, l'esercito

marocchino, scompigliato, mal condotto, male armato, male

approvvigionato, non avrebbe potuto tener fronte, come fece, per quasi

un anno, con una tenacia inaspettata in Europa, all'esercito spagnuolo,

disciplinato, ordinato e fornito di tutti i nuovi mezzi d'offesa, senza

supplire con un grande valore alla potenza militare che gli mancava. Si

potrà negare il nome proprio di valore al fanatismo che slancia un uomo

contro dieci a cercare una morte che gli aprirà le porte del paradiso;

al furore selvaggio che induce un soldato a spaccarsi il cranio contro

una rupe piuttosto che cader nelle mani dei nemici; alla rabbia

forsennata d'un ferito, che si strappa le bende e si squarcia le piaghe

per liberarsi colla vita dalla prigionia; al disprezzo del dolore, alla

cieca audacia, all'ostinazione brutale di chi si fa uccidere senza

scopo; ma bisognerà ammettere almeno che questi sono elementi di

valore, ed è incontestabile che questa gente ne diede molti e tremendi

saggi alla Spagna. Dopo due mesi di guerra, l'esercito spagnuolo non

aveva presi che due prigionieri, un arabo della provincia d'Oran e un

pazzo che s'era presentato agli avamposti; e nella sanguinosa battaglia

di Castillejos cinque marocchini soli, e tutti e cinque feriti, caddero

nelle mani dei vincitori. La loro tattica tradizionale è di avanzarsi in

massa contro il nemico, distendersi rapidamente, correre fino a mezzo

tiro, sparare e ritirarsi precipitosamente per ricaricare le armi. Nelle

grandi battaglie si dispongono a mezza luna, l'artiglieria e la fanteria

al centro, e alle ali la cavalleria, che cerca d'avvolgere il nemico e

cacciarlo fra due fuochi. Il capo supremo dà un ordine generale, ma ogni

capo inferiore ritorna all'assalto o si ritira quando gli sembra

opportuno, e l'esercito sfugge facilmente al comando principale.

Cavalieri infaticabili, destri tiratori, tenaci dietro un riparo, facili

a sgominarsi in pianura aperta, strisciano come serpenti, s'arrampicano

come scoiattoli, corrono come caprioli, passano rapidamente dall'assalto

temerario alla fuga precipitosa, e da un esaltazione di valore che pare

pazzia furiosa a uno sgomento che non ha nome. Ci sono ancora nel

Marocco dei mori impazziti di terrore alla battaglia d'Isly; e si sa

che alle prime cannonate del maresciallo Bugeaud, il Sultano

Abd-er-Rahman, gridò:--Il mio cavallo! Il mio cavallo!--e inforcata la

sella, si diede a una fuga disperata, lasciando sul campo i suoi musici,

i suoi negromanti, i suoi cani da caccia, lo stendardo sacro, il

parasole ed il tè, che i soldati francesi trovarono ancora bollente.

* * * * *

Incontro tanti neri per le strade di Fez, che alle volte mi par di

trovarmi in una città del Sudan e sento vagamente fra me e l'Europa

l'immensità del deserto di Sahara. Dal Sudan, infatti, vengono la

maggior parte, poco meno di tremila all'anno, molti dei quali si dice

che muoiono in breve tempo di nostalgia. Sono portati per lo più all'età

d'otto o dieci anni. I mercanti, prima di esporli in vendita, li

ingrassano a pallottole di cuscussù, cercano di guarirli dalla nostalgia

colla musica e insegnano loro qualche parola araba; il che ne aumenta il

prezzo, che è ordinariamente trenta lire per un ragazzo, sessanta per

una bimba, circa a quattrocento per una giovane di diciassette o

diciott'anni, bella, che sappia parlare e che non abbia ancora

partorito; e cinquanta o sessanta per un vecchio. L'Imperatore ritiene

il cinque per cento della materia importata, e ha il diritto della prima

scelta. Gli altri sono venduti nei mercati di Fez, di Mogador e di

Marocco, e partitamente, all'incanto, in tutte le altre città, dove i

compratori, per tradizione, usano loro il pudico riguardo di non

visitarne pubblicamente le parti coperte. Abbracciano tutti, senza

difficoltà, la religione maomettana, conservando però molte delle loro

stranissime superstizioni, e le feste bizzarre del proprio paese,

consistenti in balli grotteschi che durano fino a tre giorni e tre notti

consecutive, accompagnati da una musica diabolica, e non interrotti che

per inghiottire con avidità bestiale ogni sorta di porcherie. Servono

per lo più nelle case, son trattati con dolcezza, vengono in gran parte

affrancati in ricompensa dei loro servigi, hanno la via aperta anche

alle più alte cariche dello stato, e si palesano qui come per tutto: ora

febbrilmente operosi, ora torpidamente pigri, lussuriosi come scimmie,

astuti come volpi, feroci come tigri; ma contenti del loro stato, e per

lo più fedeli e grati ai padroni: il che pare che non segua dove la

schiavitù è più dura, come a Cuba, e dove la libertà di cui godono è

eccessiva, come in Europa. Le arabe e le more rifuggono da loro, ed è

rarissimo che un nero sposi altra donna che del suo colore; ma gli

uomini, e in specie i mori, non solo le cercano avidamente come

concubine, ma le sposano colla stessa facilità che le bianche; onde il

grandissimo numero di mulatti di tutte le sfumature che son nel Marocco.

Strane vicende! Il povero nero di dieci anni, venduto sui confini del

Sahara per un sacco di zucchero o un pezzo di stoffa, può, e si diede il

caso discutere trent'anni dopo,--ministro del Marocco,--un trattato di

commercio coll'ambasciatore[tn387] d'Inghilterra; e molto più

probabilmente, la bambina nera nata in una tana immonda e scambiata

all'ombra d'un'oasi con un otre d'acquavite, trovarsi, appena adulta,

coperta di gemme e fragrante di profumi, tra le braccia del Sultano.

* * * * *

Da qualche giorno, passeggiando per Fez, mi si affaccia alla mente con

una persistenza ostinata l'immagine d'una grande città americana, alla

quale accorre gente da ogni parte del mondo, una di quelle città che

rappresentano quasi il tipo a cui tutte le città nuove si vanno

lentamente informando, e la cui vita è forse un esempio di quello che

sarà fra un secolo la vita di tutte; una città la cui immagine non si

può presentare a nessun europeo, accanto a quella di Fez, senza farlo

sorridere di pietà, tanto è grande la distanza che le separa sopra la

via del progresso umano. Eppure, più mi fisso col pensiero in quella

città, più mi sento preso da un dubbio che mi rattrista. Vedo quelle

grandi strade, diritte e interminabili, in cui s'innalzano a perdita

d'occhi i pali giganteschi del telegrafo. «È l'ora della chiusura degli

opifici e delle botteghe. Torrenti d'operai, uomini, donne e ragazzi,

passano a piedi, in omnibus, in _tramway_, seguendo quasi tutti la

stessa direzione, verso i quartieri lontani; e tutti hanno l'aspetto

triste e ansioso e sembrano estenuati dalla fatica.... Nuvole dense di

fumo di carbone escono dalle innumerevoli torricine degli opifici,

scendono nelle strade, gettano le loro ombre nere sulle splendide

vetrine delle botteghe, sulle lettere dorate degli annunzi che coprono

le facciate fino ai tetti, sulla folla che, colla testa bassa, a passo

cadenzato, dondolando le braccia, fugge in silenzio i luoghi che,

durante il giorno, videro colare il suo sudore. Di tratto in tratto, il

sole squarcia il velo lugubre che l'industria ha disteso sulla capitale

del lavoro; ma questi bagliori improvvisi, fuggitivi, invece di

rallegrare la scena, non fanno che illuminarne la tristezza... Tutte le

fisonomie hanno la medesima espressione. Ognuno ha fretta di arrivare a

casa per «economizzare» le sue poche ore di riposo dopo aver tratto il

maggior vantaggio possibile dalle lunghe ore di lavoro. Par che ognuno

sospetti nel suo vicino un concorrente. Tutti portano l'impronta

dell'isolamento. L'aria morale in cui vive questa gente non è la carità,

è la rivalità... Un gran numero di famiglie vivono negli alberghi, vita

che condanna la donna alla solitudine e all'ozio. Lungo il giorno, il

marito fa i suoi affari fuor di casa, e non rientra che all'ora del

desinare, che trangugia colla rapidità d'un uomo affamato. Poi ritorna

alla sua galera. I ragazzi, all'età di cinque o sei anni, frequentano le

scuole, ci vanno e ritornano soli e passano il rimanente del loro tempo

a loro capriccio, godendo della più ampia libertà. L'autorità paterna è

pressochè nulla. I figliuoli non ricevono altra educazione che quella

delle scuole.... maturano rapidamente e si preparano fin dall'infanzia

alle fatiche e alle lotte della vita sovreccitata, aspra e avventurosa

che li aspetta. La vita dell'uomo non è che una sola e lunga _campagna_,

un seguito non interrotto di combattimenti, di marcie e di

contro-marcie. La dolcezza, l'intimità del focolare domestico non hanno

che un'assai piccola parte nella sua esistenza militante e febbrile. È

egli felice? A giudicarne dal suo aspetto faticato, triste, inquieto,

spesso delicato e malsano, c'è da dubitarne. L'eccesso del lavoro non

interrotto gli spezza le forze, gl'interdice i piaceri dello spirito e

gl'impedisce il raccoglimento dell'anima. E la donna soffre di questa

vita anche più del marito. Essa non lo vede che una volta al giorno,

mezz'ora tutt'al più, e la sera, quando, rotto dalla fatica, rientra in

casa per cercare il sonno; e non può alleggerire il fardello ch'egli

porta, nè partecipare alle sue pene, alle sue cure e ai suoi lavori

perchè non li conosce, non esistendo quasi affatto fra loro, per

mancanza di tempo, il commercio delle anime....»

La città è Chicago, e chi la descrive il barone Hübner, grande

ammiratore dall'America. Ora il dubbio è questo: non so quale delle due

città, Fez e Chicago, mi faccia più compassione. Sento però che se fossi

nei panni d'un moro di Fez, ed un cristiano, conducendomi in una di

quelle grandi città civili, mi domandasse se l'invidio, gli farei una

risata sul volto.

* * * * *

Stamattina Selam mi raccontò, a modo suo, la storia famosa del brigante

Arusi; una delle infinite istorie che girano di bocca in bocca dal mare

al deserto; fondata però sopra un fatto vero e recentissimo, di cui

molti testimoni vivono ancora.

Poco dopo la guerra colla Francia, il Sultano Abd-er Rahman mandò un

esercito a castigare gli abitanti del Rif che avevano incendiato un

bastimento francese. Fra i varii sceicchi, a cui il comandante

dell'esercito intimò di denunziare i colpevoli, ce ne fu uno, chiamato

Sid-Mohammed-Abd-el-Djebar, già innoltrato negli anni, il quale, essendo

geloso d'un tale Arusi, giovane valoroso e bellissimo, lo rimise, benchè

innocente, nelle mani del generale, affinchè lo conducesse nelle carceri

di Fez. Fu infatti condotto a Fez, ma non stette in prigione che un

anno. Rilasciato in libertà, andò a Tangeri. Stette qualche tempo a

Tangeri e poi tutt'a un tratto scomparve, e per un pezzo nessuno seppe

più notizie di lui. Ma poco dopo la sua disparizione, si cominciò a

parlare in tutta la provincia del Garb d'una banda di ladri e

d'assassini che infestava la campagna fra Rabat e Laracce. Le carovane

erano assalite, i negozianti spogliati, i caid malmenati, i soldati del

Sultano pugnalati; nessuno osava più attraversare quelle terre; e i

pochi che, presi dagli assassini, ne uscivan salvi, tornavano nelle

città istupiditi dal terrore.

Le cose durarono in questo stato per molto tempo, e nessuno era mai

riuscito a scoprire chi fosse il capo della banda, quando un negoziante

rifano, assalito una notte al lume della luna, riconobbe fra coloro che

lo spogliavano il giovane Arusi, e ne portò a Tangeri la notizia che si

sparse rapidamente per tutto il Garb. Il capo della banda era Arusi.

Molti altri lo riconobbero. Egli appariva nei duar e nei villaggi, di

giorno e di notte, vestito da soldato, da caid, da ebreo, da cristiano,

da donna, da ulema, uccideva, rubava, spariva, inseguito da ogni parte,

non raggiunto da nessuno, sempre inaspettato, sempre in un nuovo

aspetto, capriccioso, feroce, infaticabile; e non s'allontanava mai dai

dintorni della cittadella El-Mamora; cosa di cui nessuno capiva la

ragione. La ragione era questa: il caid della cittadella El-Mamora era

in quel tempo l'antico sceicco Sid-Mohammed Abd-el-Dijebar che aveva

messo Arusi nelle mani del generale del Sultano.

In quei giorni appunto Sid-Mohammed Abd-el-Dijebar aveva data in isposa

una sua figliuola di meravigliosa bellezza, chiamata Rahmana, al

figliuolo del pascià di Salè, che si chiamava Sid-Alì. Le feste nuziali

erano state celebrate con gran pompa, in presenza dei più ricchi giovani

della provincia, accorsi a cavallo, armati, vestiti dei loro più begli

abiti, alla cittadella d'El-Mamora; e Sid-Alì doveva condurre la sua

sposa a Salè, in casa di suo padre. Il corteo uscì dalla cittadella di

notte. Doveva passare per una gola strettissima formata da una catena di

collinette boscose e da una catena di dune. Andava innanzi una scorta di

trenta cavalieri; dietro a questi, Rahmana sulla groppa d'una mula, in

mezzo allo sposo e al fratello; dietro Rahmana, il caid suo padre e una

folla di parenti e d'amici. Entrarono nella gola. La notte era serena,

lo sposo teneva per mano Rahmana, il vecchio caid si lisciava la barba:

tutti erano allegri.

All'improvviso una voce formidabile urlò nel silenzio della notte:

--Arusi ti saluta, o sceicco Sid Mohammed Abd-el Dijebar!

Nello stesso punto, sull'alto d'una collina scintillarono trenta fucili

e tuonarono trenta colpi. Cavalli, soldati, parenti, amici, chi

stramazza morto, chi vacilla ferito, chi fugge; e prima che il caid e

Sid-Alì, rimasti illesi, rinvengano dallo sbalordimento, un uomo, una

furia, un demonio, Arusi insomma precipita dalla collina, afferra

Rahmana, se la mette in sella e fugge a briglia sciolta verso la foresta

di Mamora.

Il caid e Sid-Alì, uomini risoluti, invece di abbandonarsi ad una vana

disperazione, fecero giuramento solenne di non radersi più la testa

prima d'essersi spaventosamente vendicati. Domandarono e ottennero

soldati dal Sultano, e cominciarono a dar la caccia ad Arusi, che s'era

rifugiato colla sua banda nella grande foresta di Mamora. Fu una guerra

faticosissima, tutta colpi di mano, imboscate, assalti notturni,

astuzie, combattimenti feroci, che durò più d'un anno, e ridusse a poco

a poco la banda nel centro della foresta. La banda era accerchiata e il

cerchio si stringeva si stringeva. Molti dei seguaci di Arusi eran già

morti di fame, molti fuggiti, molti stati uccisi in combattimento. Il

caid e Alì, vicini a raggiungere la meta, s'inferocivano sempre più, non

chiudevan più occhio nè notte nè giorno, non respiravano più che la

vendetta. Ma d'Arusi e di Rahmana non si sapeva più nulla. Chi diceva

che fossero morti di stento, chi riteneva che fossero fuggiti, chi

credeva che il bandito avesse ucciso la sposa e sè stesso. E Sid-Alì e

il caid cominciavano a disperare, perchè più s'innoltravano, e più gli

alberi si facevan fitti, più alti e più intricati i cespugli, le liane,

i rovi, i ginepri; tanto che i cavalli e i cani non potevano più aprirsi

la via. Un giorno, finalmente, mentre tutti e due passeggiavano

scoraggiati e silenziosi per la foresta, un arabo accorse da lontano

verso di loro e disse d'aver visto Arusi nascosto in mezzo ai giunchi,

sulla riva d'un fiume, all'estremità della foresta. Il caid raccoglie in

furia i suoi cavalieri, li divide in due drappelli e li sguinzaglia, un

drappello a destra, l'altro a sinistra, verso il fiume. Dopo una lunga

corsa, il caid per il primo vede da lontano, in mezzo ai giunchi,

rizzarsi un fantasma, un uomo d'alta statura e d'aspetto terribile:

Arusi. Si slanciano tutti verso quel punto, arrivano, girano, frugano,

fiutano: Arusi non v'è più. Erano sulla riva del fiume[tn396].--Ha

passato il fiume! grida il caid. Tutti si gettano nel fiume e

raggiungono la riva opposta. La riva era segnata di alcune orme; tutti

si mettono su quell'orme; ma dopo pochi passi, mancano.--s'è rigettato

nel fiume,--grida il caid,--e andò a riuscir più lontano.--Subito i

cavalieri si slanciano di galoppo lungo la riva. Nello stesso punto

l'attenzione del caid è attirata da suoi tre cani, che si sono

arrestati, fiutando, vicino a una pianta di giunchi. Sid-Alì accorre

pel primo, e vede vicino ai giunchi un largo fosso, in fondo al quale

c'erano alcuni piccoli fori. Salta nel fosso, introduce il fucile in uno

dei fori, lo sente respinto, spara, chiama il caid, accorrono i soldati,

guardano di qua e di là, e scoprono una piccola apertura rotonda a fior

d'acqua nella riva tagliata a picco. Arusi doveva essere entrato nel suo

sotterraneo per quell'apertura.--Scaviamo!--grida il caid. I soldati

corrono a pigliar vanghe e piccozze nei duar vicini, tornano, scavano,

rompono una specie di volta di terra e scoprono una tana...

In fondo alla tana c'era Arusi ritto, immobile, pallido come un morto,

colle braccia spenzoloni.

Marocco · 第 19 / 24 段