Nacque un alterco fra i soldati e il carnefice a cagione della

ricompensa promessa a costui per la decapitazione dei due infelici, i

quali, ritti in disparte, eran costretti a sentir disputare sul prezzo

del loro sangue. Il carnefice insisteva, dicendo ch'egli aveva pattuito

venti lire per una sola testa e che glien'erano dovute altre venti per

l'altra. L'ufficiale finì per acconsentire di mala grazia. Allora il

macellaio afferrò il primo condannato, già mezzo morto di terrore, lo

gettò a terra, gli s'inginocchiò sul petto e gli mise il coltello alla

gola. Drummond Hay torse il viso. Gli parve che seguisse una lotta

violenta. Il carnefice gridava:--Datemi un altro coltello; il mio non

taglia!--Il condannato giaceva in terra supino colla gola mezz'aperta,

il petto ansante, tutte le membra contratte. Fu dato un altro coltello

al carnefice e la testa venne spiccata dal busto.

I soldati gridarono con voce fioca:--Dio prolunghi la vita del nostro

signore e padrone!--Ma parecchi di essi parevano istupiditi dal terrore.

Venne innanzi l'altra vittima. Era il giovane bello e simpatico. Il suo

sangue fu argomento d'un altro alterco. L'ufficiale, rinnegando la sua

parola, disse che non avrebbe pagato che venti lire per tutt'e due le

teste. Il carnefice dovette rassegnarsi. Il condannato domandò che gli

fossero sciolte le mani. Sciolto che fu, si tolse la cappa, e porgendola

al soldato che gli aveva tolto la corda, gli disse:--Accettate questo;

ci rivedremo in un mondo migliore!--Gettò il suo turbante a un altro,

che lo aveva guardato con aria di pietà, e dirigendosi a passo fermo

dove era disteso il cadavere insanguinato del compagno, esclamò con voce

chiara e sicura:--Non c'è altro Dio che Dio e Maometto è il[tn356a] suo

profeta!--Voltandosi poi verso il carnefice, si tolse la cintura e

gliela porse dicendo:--Prendete! Ma per l'amor di Dio tagliatemi la

testa più presto di quello che avete fatto al mio fratello.--Si distese

per terra, nel sangue, e il carnefice gli mise il ginocchio sul petto.

--Un contrordine! fermate!--gridò l'inglese.

Un cavaliere s'avanzava a briglia sciolta.

Il carnefice tenne il coltello sospeso.

--Non è che il figliuolo del Governatore,--disse un soldato.--Egli viene

a vedere l'esecuzione[tn356b]. Aspettatelo.

Così era infatti.

Poco dopo le due teste sanguinose pendevano dalle mani dei soldati.

Le porte della città furono aperte e ne uscì una turba di ragazzi che

prese il carnefice a sassate e lo inseguì fino a tre miglia dalla città,

dove cadde svenuto, tutto coperto di ferite. Il giorno dopo si seppe che

era stato ucciso con una fucilata da un parente d'una delle vittime, e

sotterrato nel luogo stesso dov'era caduto. Pare che le Autorità di

Tangeri non giudicassero opportuno di occuparsi di questo fatto,

perchè[tn356c] l'uccisore tornò in città e non fu molestato.

Dopo essere state esposte tre giorni, le teste furono mandate al Sultano

affinchè sua maestà imperiale riconoscesse la sollecitudine colla quale

erano stati eseguiti i suoi ordini.

I soldati che le portavano incontrarono per via il corriere che recava

la grazia, il quale era stato arrestato dalla cresciuta improvvisa d'un

fiume.

* * * * *

Trovo sovente dei negozianti di Fez che son stati in Italia. Ce ne vanno

ogni anno da quaranta a cinquanta, e parecchi hanno agenti mori od arabi

nelle nostre città principali. Vanno particolarmente nell'alta Italia

dove comprano seta greggia, damaschi, coralli, velluti, refe,

porcellane, perle, conterie di Venezia, carte da giuoco di Genova e

mussolina di Livorno. Di proprio non ci portano che cera e lana, poichè

l'industria marocchina è molto ristretta, e si può dir che le stoffe, le

armi, le pelli e il vasellame sono i soli prodotti che chiamino

l'attenzione d'un Europeo. Le stoffe si fanno principalmente in Fez e in

Marocco. Sono caic per donne, turbanti signorili, ciarpe, _foulards_,

tessuti sottilissimi di seta frammisti d'oro e d'argento, per lo più a

righe diritte e parallele, bianchi o di colori gentili ed armonici,

bellissimi a primo aspetto, ma disuguali, se si guardano bene, e

ingommati, e poco resistenti. Forti, invece, e finissime le berrettine

di lana rossa, che prendono il nome dalla città di Fez, e ammirabili per

solidità e graziosa ricchezza di colori i tappeti che si fanno a Rabat,

a Casa Blanca, a Marocco, a Sciadma, a Sciauia. Da Tetuan provengono in

gran parte i fucili damascati, inargentati, intarsiati d'avorio,

tempestati di pietre preziose, di forme eleganti e leggiere; e dalle

città di Mechinez e di Fez, e dalla provincia del Sus le armi bianche,

fra cui son lavorati con grazia ammirabile i pugnali. I cuoi, sorgente

precipua di guadagno per il paese, si preparano abilmente in varie

provincie, e le pelli scarlatte di Fez, le gialle di Marocco, le verdi

di Tafilet sono ancora degne della loro antica reputazione. Di Fez è un

vanto particolare il vasellame di terra smaltata; ma è raro il trovarvi

la nobile purezza delle forme antiche, e il suo principale pregio è la

vivacità dei colori e una certa barbara originalità di disegno, che non

appaga, ma seduce l'occhio. V'è pure, in Fez, un gran numero di

gioiellieri e d'orefici, che fanno cose semplici non prive di buon

gusto; ma poco variate, e in piccolo numero, poichè il rito malekita

proscrive lo sfoggio degli ornamenti preziosi come contrario

all'austerità maomettana. Notevoli, più dei gioielli, i mobili che

vengon da Tetuan: specie di scaffali, attaccapanni, piccole tavole

poligonali per prendere il tè, arcate, arabescate e dipinte di mille

colori; i vassoi di rame, incisi di disegni complicati e ornati di

smalti verdi, rossi ed azzurri; e sopra ogni cosa, i musaici dei

pavimenti e delle pareti, composti con gusto squisito da operai

abilissimi, che formano ad uno ad uno, a colpi di piccozza, le stelle e

i quadrettini innumerevoli, con una precisione meravigliosa. Nessun

dubbio che questo popolo è dotato di mirabili attitudini, e che le

industrie sue piglierebbero un grande incremento, come lo piglierebbe

l'agricoltura, che fu già fiorentissima, se le desse vita il commercio;

ma il commercio è inceppato dalle proibizioni, dalle restrizioni, dai

monopoli, dalle tariffe eccessive, dalle modificazioni continue, dalla

inosservanza dei trattati; e benchè gli Stati d'Europa abbiano molto

ottenuto in questi ultimi anni, esso non è ancora che piccolissima cosa

appetto a ciò che diventerebbe agevolmente, grazie alla ricchezza

naturale e alla posizione geografica del paese, sotto un governo civile.

Il commercio principale, dalla parte d'Europa, è coll'Inghilterra; dopo

la quale vengon la Francia e la Spagna, che danno cereali, metalli,

zucchero, tè, caffè, seta greggia, tessuti di lana e di cotone, e

ricevono lana, pelli, frutti, sanguisughe, gomme, cera e gran parte dei

prodotti dell'Affrica centrale. Il commercio che si fa per Fez, Taza e

Udjda (e non è di piccola importanza, benchè minore assai di quello che

la vicinanza dei due paesi dovrebbe produrre) comprende, oltre i

tappeti, i tessuti, le cinture, i cordoni, e tutti gli oggetti del

vestiario arabo e moresco, braccialetti e anelli da piede d'argento e

d'oro, vasi di Fez, musaici, profumi, incenso, antimonio per gli occhi,

_hennè_ per le unghie e tutte le altre tinture del bel sesso affricano.

Più importante, più antico e più regolare il commercio coll'interno

dell'Affrica, per dove partono ogni anno grandi carovane, portando

stoffe di Fez, panni inglesi, conteria veneziana, corallo d'Italia,

polvere, armi, tabacco, zucchero, specchietti di Germania, pennati

d'Olanda, scatolette del Tirolo, chincaglierie d'Inghilterra e di

Francia, e sale che raccolgono per via nelle oasi del Sahara; e il loro

viaggio è come una fiera ambulante nella quale cambiano le proprie

mercanzie con schiavi neri, polvere d'oro, penne di struzzo, gomma

bianca del Senegal, gioielli d'oro di Nigrizia che vanno poi in Europa e

in Oriente; stoffe nere di cui s'ornano il capo le donne moresche;

bezoaro, che preserva gli arabi dai veleni e dalle malattie; e molte

droghe che, abbandonate dall'Europa, conservano il loro antico valore

nell'Affrica. Qui sta, per l'Europa, l'importanza maggiore del Marocco:

porta principale della Nigrizia; la quale aperta, s'incontreranno il

commercio europeo e il commercio dell'Affrica centrale. Frattanto la

civiltà e la barbarie se ne contendon la soglia.

* * * * *

L'Ambasciatore ha frequenti abboccamenti con Sid-Mussa. Il suo intento

principale è d'ottenere dal governo dei Sceriffi delle concessioni che

agevolerebbero certi commerci fra l'Italia e il Marocco: di più non mi è

lecito dire. Gli abboccamenti durano più di due ore; ma il discorso non

si aggira che brevissimo tempo sulle questioni che ne sono lo scopo,

poichè il ministro, seguendo un uso che par tradizionale nella politica

del governo marocchino, non entra in materia che dopo aver divagato su

mille soggetti estranei, e quando proprio ci è tirato per

forza.--Parliamo ancora un po' di cose divertenti!--dice quasi in tuono

di preghiera. Il tempo, la salute, l'acqua di Fez, le proprietà di certi

tessuti, qualche aneddoto storico, dei proverbi, quanta sia la

popolazione di certi Stati d'Europa: son tutti discorsi più gradevoli

che il parlar d'affari.--Che ne dite di Fez?--domandò un giorno, e

inteso dir ch'era bella:--Ha ancora un altro merito--soggiunse;--quello

di esser pulita.--Un altro giorno domandò quant'era la popolazione del

Marocco. Ma bisogna pure venirci, a parlar d'affari; e allora sono

lunghi giri di parole, esitazioni, reticenze, un dire e non dire, un

mettere innanzi mille dubbi a un consenso già dato dentro al cuore, un

negare fingendo d'accondiscendere, uno sguisciar di mano, un lasciar

cascare continuamente il discorso al momento di stringere il nodo, e poi

quell'eterno spediente:--A domani.--Il dì dopo, ricapitolazione delle

cose dette il dì innanzi, nuovi dubbi, restrizioni, riconoscimento di

equivoci, rammarico di non aver ben inteso e di non essersi fatto bene

intendere, e sudori dell'interprete incaricato di chiarire le cose. E

poi conviene aspettare il ritorno dei corrieri mandati a Tangeri e a

Tafilet ad assumere informazioni; informazioni di poco conto, ma che

servono a rimandare lo scioglimento della quistione a dieci giorni più

tardi. E in fine tre grandi ostacoli ad ogni cosa: il fanatismo del

popolo, l'ostinazione degli ulema, la necessità di procedere cautamente,

senza scosse, senza farsi scorgere, con una lentezza che abbia apparenza

d'immobilità, se non è possibile di retrocessione. Qualche volta, messo

a questi ferri, anche Giobbe direbbe la sua; ma vengon poi le calde

strette di mano, i dolci sorrisi, le dimostrazioni d'una simpatia

irresistibile e d'un affetto che non si spegnerà che colla vita.

L'affare più duro è quello del grosso moro Scellal, e si dice che ne

dipenda la sorte di tutta la sua vita: perciò egli è nel palazzo a

tutte le ore, ravvolto nel suo ampio caic, inquieto, pensieroso, qualche

volta colle lagrime agli occhi, e tien sempre fisso sull'Ambasciatore

uno sguardo supplichevole, che par quello d'un condannato a morte che

domandi la grazia. Mohammed Ducali, invece, che ha il vento in poppa, è

tutto festante, fuma, si profuma, cambia ogni giorno di caffettano e

spande da ogni parte vezzi, parole soavi e sorrisi. Eh! se non ci fosse

di mezzo la sudditanza italiana, come quei sorrisi si cangierebbero

presto in lacrime di sangue!

* * * * *

Esperimentiamo in questi giorni la verità di quello che ci fu detto a

Tangeri circa agli effetti dell'aria di Fez. Ma son poi effetti

dell'aria o dell'acqua? o dell'olio scellerato? o del burro infame? o di

tutte queste cose insieme? Comunque sia, è un fatto che stiamo tutti

male. È languidezza, disappetenza, prostrazione di forze, pesantezza del

capo, e quel ch'è più grave, un'abitudine, contratta da tutti, di

attraversare di tratto in tratto il cortile rapidissimamente, senza

voltarsi indietro, come se fossimo inseguiti. Strana debolezza! E a

tutti questi malanni s'aggiunge un tedio, un fastidio d'ogni cosa, una

tetraggine, che da qualche giorno ha fatto mutar faccia alla casa. Tutti

desiderano il ritorno. Siamo giunti a quel punto inevitabile di tutti i

viaggi, in cui tutt'a un tratto la curiosità si smorza, ogni cosa si

scolora, le memorie della patria rincalzano in folla; tutti i desiderii,

soffocati nei primi giorni, si risollevano in tumulto; e da qualunque

parte si rivolga lo sguardo, si vede la nostra porta di casa. Siamo sazi

di turbanti, di faccie nere, di moschee; stanchi d'aver mille occhi

addosso, annoiati di questa immensa mascherata bianca a cui assistiamo

da due mesi. Quanto si darebbe soltanto per veder passare, foss'anche di

lontano, una signora europea! per sentire il suono d'una campana! per

vedere sopra il muro d'una casa un manifesto del teatro delle

marionette! Oh dolcissime memorie!

* * * * *

Ho scoperto che fra i soldati di guardia al palazzo ve n'è uno a cui

manca l'orecchio destro, e mi fu detto che gli fu tagliato legalmente,

in presenza di testimoni, da un altro soldato al quale egli aveva

mozzato l'orecchio medesimo qualche tempo prima. Tale è la legge del

taglione che vige nel Marocco. Non solo un parente qualunque d'una

persona uccisa ha il diritto d'ammazzar l'uccisore lo stesso giorno

della settimana, alla stess'ora e nel luogo stesso dove cadde la

vittima, ferendolo colla medesima arma nella medesima parte del corpo;

ma chiunque venga privato d'un membro qualsiasi, ha diritto di privare

dello stesso membro il suo feritore. Un fatto di questa natura,

accompagnato da circostanze singolarissime, è accaduto, anni sono, a

Mogador, e ce lo raccontò un impiegato del Consolato francese, che

conobbe, a quanto pare, una delle due vittime. Un negoziante inglese di

Mogador rientrava in città la sera d'un giorno di mercato, nel momento

in cui la porta era ingombra da una folla di campagnuoli che conducevano

asini e cammelli. Quantunque gridasse a squarcia gola:--_bal ak! bal

ak!_ (largo! largo!), una vecchia mora fu urtata dal suo cavallo,

stramazzò e picchiò il viso contro un sasso. Disgrazia volle che in quel

picchio gli si rompessero gli ultimi due denti anteriori. Rimase un

momento sbalordita; poi si rialzò rabbiosa e convulsa, e prorompendo in

ingiurie e in maledizioni feroci, dopo aver seguitato l'inglese fino a

casa, andò a domandare al Caid, in virtù della legge del taglione, che

facesse rompere due denti al nazareno. Il Caid cercò di pacificarla e la

consigliò a perdonare; ma non venendo a capo di nulla, la congedò

promettendo di farle render giustizia, colla speranza che si sarebbe

calmata a poco a poco e avrebbe desistito dal suo proposito. Ma passati

tre giorni, la vecchia si ripresenta più inferocita che mai, chiede

giustizia, vuole che si pronunzi una sentenza formale contro il

cristiano.--Ricordati,--dice al Caid,--che me l'hai promesso!--E

che!--risponde il Caid;--mi pigli tu forse per un cristiano che mi credi

schiavo della mia parola?--Ogni giorno, per un mese, la mora assetata di

vendetta si presenta alla porta della cittadella, e tanto grida,

strepita e impreca, che il Caid, per liberarsene, si trova costretto ad

esaudirla. Chiama il negoziante, gli espone la querela della vittima, il

diritto che le dà la legge, il dovere che impone a lui la promessa, e lo

prega, per finirla di lasciarsi levare due denti, due qualunque,

benchè, in giusta regola, debbano essere due denti incisivi. L'inglese

si rifiuta per gl'incisivi, pei canini e pei molari; e il Caid è

costretto a rimandare definitivamente la vecchia, ordinando alle guardie

di non lasciarle più metter piede nella Casba.--Sta bene;--dice

essa;--poichè qua non vi son più che mussulmani degenerati, poichè si

rifiuta la giustizia a una mussulmana, madre di sceriffi, contro un cane

d'infedele, andrò a trovare il Sultano, e vedrò se il principe dei

credenti rinnega anche lui la legge del profeta.--Fedele alla sua

parola, si mette in cammino, sola, con un amuleto in seno, un bastone in

mano e una bisaccia a tracolla, e fa a piedi le cento leghe che separano

Mogador dalla città sacra dell'Impero. Arrivata a Fez, chiede un'udienza

al Sultano, gli si presenta, gli espone il suo caso e domanda, giusta il

diritto che le accorda il Corano, l'applicazione della legge del

taglione. Il Sultano la esorta a perdonare: essa insiste. Le dicono le

difficoltà gravissime che si oppongono alla soddisfazione della sua

domanda:--che il Console d'Inghilterra negherà il suo consenso, che il

governo si troverà impicciato in una quistione grave, che non si può,

per una cagione così futile, mettere a repentaglio la pace dell'Impero e

turbare la buona amicizia che lega il Governo dei sceriffi alla potente

Inghilterra.--La vecchia mora rimane inesorabile. Le offrono, perchè

desista, una somma di denaro, colla quale potrà passare il resto dei

suoi giorni nell'agiatezza. Rifiuta.--Che faccio io dei vostri

denari?--soggiunge;--io son vecchia e abituata a vivere miseramente;

quello che voglio sono i due denti del cristiano; li voglio, li

pretendo, li domando in nome del Corano; e il Sultano, principe dei

credenti, capo dell'islamismo, padre dei suoi sudditi, non può rifiutare

di render giustizia a una mussulmana.--Questa ostinazione mise il

Sultano in un grave imbarazzo; la legge era formale e il diritto

incontestabile; e il fermento del popolo, eccitato dalle declamazioni

fanatiche della donna, rendeva pericoloso il rifiuto. Il Sultano, che

era Abd-er-Rahman[tn370], scrisse al console inglese domandandogli, come

un favore, che inducesse il suo concittadino a lasciarsi rompere i due

denti. Il mercante rispose al console che non avrebbe mai acconsentito.

Allora il Sultano riscrisse dicendo che, se acconsentiva, gli avrebbe

accordato, per ricompensa, qualunque privilegio commerciale gli piacesse

di domandare. Questa volta, solleticato nella borsa, il mercante

cedette. La vecchia partì da Fez benedicendo il nome del pio

Abd-er-Rahman, e ritornò a Mogador, dove in presenza sua e di molto

popolo, furono rotti due denti al nazareno. Quando li vide cadere in

terra, gettò un grido di trionfo e li raccolse con gioia feroce. Il

mercante, grazie ai privilegi che gli furono accordati, in meno di due

anni si fece una bella fortuna, e tornò in Inghilterra sdentato e

felice.

* * * * *

Più studio questi mori e più tendo a credere che non siano molto lontani

dal vero, come mi parvero da principio, i giudizii dei viaggiatori, i

quali sono concordi nel chiamarli una razza di vipere e di volpi, falsi,

pusillanimi, umili coi forti, insolenti coi deboli, rosi dall'avarizia,

divorati dall'egoismo, accesi delle più abbiette passioni che possano

capire nel cuore umano. Come potrebbe essere altrimenti? La natura del

governo e lo stato della società non permettono loro alcuna virile

ambizione; trafficano e brigano, ma non conoscono il lavoro che affatica

e rasserena; sono digiuni affatto d'ogni piacere che derivi

dell'esercizio dell'intelligenza; non si curano dell'educazione dei

propri figliuoli; non hanno nessun nobile scopo alla vita; si danno

dunque con tutta l'anima e per tutte le vie ad ammassar danaro e

dividono il tempo che loro riman libero da questa cura fra un ozio

sonnolento che li sfibra e una venere cieca, smodata e grossolana, che

gli abbrutisce. In questa vita effeminata diventano naturalmente

pettegoli, vanitosi, piccoli, maligni; si lacerano la reputazione, gli

uni cogli altri, con una rabbia spietata; mentono per abitudine, con

un'impudenza incredibile; affettano animo caritatevole e religioso, e

sacrificano l'amico per uno scudo; disprezzano il sapere e accolgono le

più puerili superstizioni del volgo; fanno il bagno tutti i giorni e

tengono il sudiciume a mucchi nei recessi della casa; e aggiungono a

tutto questo un orgoglio satanico, dissimulato, quando occorre, da

maniere umili e insieme dignitose, che paiono indizio d'animo gentile. E

così m'ingannarono nei primi giorni; ma ora son persuaso che l'ultimo di

costoro crede, in fondo al cuore, di valer infinitamente più di tutti

noi messi in un mazzo. Gli arabi nomadi conservano almeno la semplicità

austera dei costumi antichi, ed i Berberi selvaggi hanno lo spirito

guerriero, il coraggio, l'amore dell'indipendenza. Costoro soli

congiungono in sè barbarie, depravazione e superbia, e son la parte più

potente della popolazione dell'Impero: quella che dà i negozianti, gli

ulema, i tholba, i Caid, i pascià; che possiede i ricchi palazzi, i

grandi arem, le belle donne, i tesori nascosti; riconoscibile alla

pinguedine, alla carnagione chiara, all'occhio astuto, ai grossi

turbanti, all'andatura maestosa, alla fiaccona, ai profumi, alla boria.

* * * * *

Marocco · 第 18 / 24 段