caid, radunare una scorta, cercare un interprete, mandar a prendere le
cavalcature, e prima che tutto sia in ordine ci vuole un'ora. Perciò
restiamo gran parte della giornata in casa. Ma lo spettacolo della casa
ci compensa largamente della prigionia. È una processione continua di
soldati rossi, di servi neri, di messi della corte, di negozianti della
città, di mori malati che cercano il medico, di rabbini che vengono a
inchinare l'Ambasciatore, d'ebree che portano mazzi di fiori, di
corrieri che portan lettere da Tangeri, di facchini che portano la
_muna_. Nel cortile lavorano dei musaicisti per Visconti Venosta; sulla
terrazza, dei muratori; in cucina, un visibilio di cuochi; nel giardino,
i negozianti stendono le loro stoffe e il signor Vincent le sue
uniformi; il medico si dondola in una branda appesa a due alberi; i
pittori dipingono davanti alla porta della loro camera; i soldati e i
servi saltano e gridano nei vicoli intorno; tutte le fontane zampillano
col rumore d'una pioggia dirotta e fra gli aranci e i limoni del
giardino cantano centinaia d'uccelli. Il giorno si passa fra il giuoco
della palla e la storia del Kaldun; la sera fra gli scacchi e i canti,
diretti dal Comandante, primo tenore di Fez. La notte la passerei
meglio, se non mi passassero continuamente davanti, come fantasmi, i
neri servi di Mohammed Ducali, che dorme in una stanzina accanto alla
mia. Nella mia dorme pure il dottore e abbiamo fra tutti e due un povero
diavolo di servo arabo che ci fa morire dalle risa. Ci dicono che è di
famiglia, se non agiata, non bisognosa, e che s'aggregò come servo alla
carovana, a Tangeri, per fare un _viaggio di piacere_. Appena arrivato a
Fez, meta del suo viaggio di piacere, non so per che mancanza, ma per
poca cosa di certo, fu legnato. Dopo d'allora si mise a servirci con uno
zelo furioso. Non capisce nulla, nemmeno i gesti; ha sempre l'aspetto
d'un uomo spaventato; gli domandiamo gli scacchi, porta la sputacchiera;
ieri il medico gli disse d'andargli a prendere del pane; lui, per far
più presto, gli portò un pezzo di crosta che trovò in mezzo al giardino.
Abbiamo un bel rassicurarlo: ha terrore di noi, cerca di placarci con
ogni sorta di servizi stranissimi, che non gli domandiamo: compreso
quello di cambiare tre volte l'acqua nella catinella prima ancora che ci
alziamo da letto. Di più, per farci una cosa grata, aspetta ogni
mattina, ritto in mezzo alla stanza, colla tazza del caffè in mano, che
il dottore od io ci svegliamo, e al primo che dia il menomo segno di
vita, gli si precipita addosso e gli caccia la tazza sotto il naso colla
furia d'uno che voglia far bere un contravveleno. Un altro bel
personaggio è la lavandaia, un donnone col viso coperto, la sottana
verde e i calzoncini rossi, che viene a pigliar la nostra biancheria,
destinata, ahimè! alle zampate dei mori. È superfluo il dire che non ci
stirano nulla: in tutta Fez non esiste un ferro da stirare, e noi ci
rimettiamo la roba tale e quale esce di sotto alle zampe dei
lavandai.--Forse,--ci fu detto,--ci sarà qualche ferro nel Mellà!--C'è
di tutto; il difficile è trovare. C'è, per esempio, una carrozza; ma
appartiene all'Imperatore. Si dice che c'è pure un pianoforte; lo si è
visto entrare nella città anni sono; ma non si sa bene chi lo possegga.
È un divertimento poi il mandar a comprare alle botteghe. Una
candela?--Non c'è,--rispondono;--ma ve la facciamo subito.--Un metro di
nastro? Sarà fatto per domani sera.--Dei sigari? Abbiamo il tabacco; ve
li daremo fra un'ora.--Il viceconsole cerca da qualche giorno un vecchio
libro arabo, e tutti i mori interrogati si guardano in viso e
dicono:--Un libro? Chi ha dei libri a Fez? N'aveva uno tempo fa, se non
c'inganniamo, il tale dei tali; ma è morto e non sappiamo chi siano gli
eredi.--E giornali arabi, d'altri paesi, se ne potrebbero avere?--Un
solo giornale arabo, stampato in Algeri, arriva regolarmente a Fez, ma è
diretto all'Imperatore.--Insomma, ho un bel pensare che sono a meno di
duecento miglia da Gibilterra, dove appunto stassera, probabilmente, si
rappresenta la _Lucia di Lammermor_, e che di qui a otto giorni potrei
passeggiare sotto la loggia dei Lanzi a Firenze. Malgrado ciò, provo il
sentimento d'una lontananza immensa. Non son le miglia, son le cose e la
gente che ci allontanano di più dal nostro paese. Con che piacere
stracciamo la fascia alla _Gazzetta Ufficiale_ e rompiamo il suggello
alle lettere! Povere lettere che sfuggirono alle mani dei Carlisti,
passarono in mezzo ai briganti della Sierra Morena, superarono le roccie
della montagna rossa, sornotarono, strette dalla mano d'un beduino, le
acque del Kus, del Sebù, del Meches, del fiume della fontana azzurra, e
ci portarono una parola amorosa in mezzo agli improperi e alle
maledizioni.
* * * * *
Passiamo molte ore a veder lavorare i pittori. L'Ussi ha fatto un bello
schizzo del gran ricevimento, in cui è colta meravigliosamente la figura
del Sultano; il Biseo, pittore valentissimo d'architettura orientale,
sta copiando la facciata della casetta del giardino. Bisogna sentire,
per divertirsi, i soldati e i negozianti di Fez che vengono a vedere
quel quadretto. Vengono in punta di piedi alle spalle del pittore,
guardano facendo cannocchiale della mano e poi quasi tutti si mettono a
ridere come se avessero scoperto qualche grande stranezza. La grande
stranezza è che nel disegno il secondo arco della facciata è più piccolo
del primo, e il terzo più piccolo del secondo. Digiuni come sono d'ogni
idea di prospettiva credono quella ineguaglianza un errore, e dicono che
i muri sono storti, che la casa balla, che la porta è fuori di posto, e
ne fanno le alte meraviglie, e se ne vanno dando di ciuco all'artista.
L'Ussi è più stimato dopo che si sa che è stato al Cairo e che ha
dipinto la partenza della grande carovana per la Mecca, d'incarico del
Vicerè, che gli diede quindicimila scudi. Dicono però che il Vicerè è
diventato matto a pagare quindicimila scudi un lavoro in cui, a metter
molto, l'artista avrà speso cento lire di colori. Un negoziante domandò
al Morteo se l'Ussi dipinge anche i mobili. Ma le più belle toccano al
Biseo, che va ogni mattina in Fez nuova a copiare una moschea. Ci va,
s'intende, scortato da quattro o cinque soldati armati di bastone. Prima
che abbia messo al posto il cavalletto, gli sono intorno trecento
persone, e i soldati sono costretti a urlare e a sbracciarsi come
dannati per tenergli sgombro dinanzi appena tanto spazio ch'egli possa
vedere la moschea. Ben presto però non bastan più nè gli urli nè le
spinte, e allora bisogna che c'entri il bastone. Ogni pennellata, una
legnata; ma si lascian legnare e fanno peggio. Ogni tanto gli s'accosta
un Santo con intenzioni minacciose, e i soldati lo trattengono. V'è pure
qualche moro progressista, che gli s'avvicina in aspetto amichevole,
s'inchina, guarda, approva e s'allontana facendogli degli atti
d'incoraggiamento. La maggior parte però di questi progressisti ammirano
assai più la struttura del cavalletto e della seggiola portatile, che
non la pittura. Un giorno un moro d'aspetto selvaggio gli mostrò il
pugno, e poi, rivolgendosi verso i suoi concittadini, fece un lungo
discorso con voce e gesti da spiritato. Un interprete là presente ci
riferì che incitava il popolo contro il Biseo, dicendo che _quel cane_
era stato mandato dal Re del suo paese a copiare le più belle moschee di
Fez, perchè l'esercito cristiano, venendo poi ad assalire la città, le
potesse riconoscere e bombardare per le prime. Ieri poi (c'ero presente)
gli si accostò un vecchio moro stracciato, un viso di buon diavolo,
tutto ridente, che pareva avesse grandi cose da dirci, e stentando un
po' a spiccicar le parole, esclamò con voce commossa:--_France! Londres!
Madrid! Roma!_--Rimanemmo molto meravigliati, come ognuno può pensare.
Gli domandai se sapeva parlare francese o italiano o spagnuolo. Fece
cenno di sì.--Parlate dunque,--dissi. Si grattò la fronte, sospirò,
pestò i piedi e poi esclamò di nuovo:--_France! Londres! Roma!
Madrid!_--e accennava l'orizzonte. Voleva dire che aveva visto quei
paesi, e forse che una volta sapeva farsi capire nelle nostre lingue; ma
che aveva tutto dimenticato. Gli feci altre domande, ma non ne cavai
nulla di più di quei quattro nomi. E se n'andò ripetendo:--_Madrid!
Roma! France! Londres!_ e fin che ci vide, ci salutò affettuosamente,
esprimendo col gesto il rammarico di non poter parlare.--Si trova di
tutto fra questa gente,--diceva il Biseo indispettito,--persino degli
originali che ci voglion bene; ma non un cane che voglia lasciarsi
copiare!--Finora, infatti, tutti gli sforzi dei pittori non hanno
approdato a nulla. Si rifiutò persino il nostro fido Selam.--Hai paura
del diavolo?--gli domandò l'Ussi.--No,--rispose col suo accento
solenne,--ho paura di Dio.
* * * * *
Siamo saliti sulla cima del monte Zalag, il comandante, l'Ussi ed io,
guidati dal capitano di Boccard, carissimo giovane, ugualmente
ammirabile per la destrezza del corpo, per la forza dell'animo e per
l'acume dell'ingegno. Ci accompagnarono un ufficiale della scorta, tre
fantaccini, tre cavalieri e tre servi. Arrivati ai piedi del monte, che
è a un'ora e mezzo di cammino a nord-est della città, ci arrestammo per
far colezione; dopo di che il capitano mise una mela sulla cima d'un
bastone confitto in terra, e sulla mela uno scudo, e fece tirar a segno
colla sua rivoltella servi e soldati. Il premio era ghiotto; tirarono
tutti con grande impegno; ma essendo la prima volta che pigliavano in
mano quell'arma, nessuno colpì, e lo scudo fu regalato all'ufficiale
perchè lo dividesse fra tutti. C'era da ridere a vedere gli
atteggiamenti che prendevano per aggiustare la mira. Chi rovesciava la
testa indietro, chi si curvava tutto avanti, chi premeva il mento sul
cane, chi si metteva in guardia come un tiratore di sciabola. Abituati
tutti agli atteggiamenti terribili, nessuno sapeva adattarsi
all'atteggiamento composto e riposato, che il capitano insegnava. Un
soldato venne a domandarci se volevamo dare la mancia a una contadina
dalla quale egli aveva preso un vaso di latte per noi. Gli si rispose di
sì, ma a patto che la contadina stessa venisse a pigliarla. La contadina
venne. Era una donna sui trent'anni, nera, disfatta, coperta di cenci,
che avrebbe ispirato ripugnanza anche a un uomo affetto dalla più cieca
satiriasi. S'avvicinò a passo lento, coprendosi il viso con una mano, e
arrivata a cinque passi da noi, ci voltò le spalle e tese l'altra mano.
Quanto si stizzì il Comandante!--Stia tranquilla,--gridò,--non
m'innamoro, non perdo la testa, mi posso ancora dominare: Dio de' dei,
che spaventoso pudore!--Le mettemmo una moneta nella mano, raccolse il
vaso del latte, prese la corsa verso la sua capanna, e arrivata sulla
porta, spezzò il vaso profanato contro un sasso.... Cominciammo la
salita, a piedi, accompagnati da una parte della scorta. Il monte è alto
circa mille metri sopra il livello del mare, roccioso, ripidissimo,
senza sentieri. In pochi minuti il capitano disparve fra le roccie; ma
per il Comandante, l'Ussi e me, fu una delle dodici fatiche d'Ercole.
Avevamo ciascuno un arabo al fianco, che ci sorreggeva e c'indicava dove
mettere il piede; il che non c'impedì di battere molte patte sui
pietroni, rammentando con terrore le due prime strofe del _Natale_
d'Alessandro Manzoni. In alcuni punti fummo costretti ad arrampicarci
come gatti, aggrappandoci ai cespugli e all'erbe, strisciando sulle
roccie, raspando, sgambettando, afferrando le braccia delle nostre guide
come il naufrago afferra la tavola di salvamento. Di tratto in tratto
vedevamo sopra di noi qualche capra che pareva sospesa sulle nostre
teste, tanto era erta la salita; e i sassi, appena tocchi, rotolavano
fino ai piedi del monte. Coll'aiuto di Dio, dopo un'ora di stenti,
riuscimmo sulla cima, sfiniti, ma senza rotture. Che bellezza di veduta!
Giù nel fondo la città, una piccola macchia bianca della forma d'un
otto, circondata di mura nere, di cimiteri, di giardini, di case di
santo, di torri, e tutta la conca verdissima che la contiene; a sinistra
una lunga striscia luccicante, il Sebù; a destra, la grande pianura di
Fez, rigata d'argento dal Fiume delle perle e dal Fiume della fontana
azzurra; a mezzogiorno, le cime azzurrine della gran catena
dell'Atlante; a settentrione, le vette delle montagne del Rif; ad
oriente, la vasta pianura ondulata dove è la fortezza di Teza, che
chiude il passo fra il bacino del Sebù e il bacino della Muluia; sotto
di noi, grandi ondulazioni di terreno, gialle di grano e d'orzo, segnate
da innumerevoli sentieri, percorse da lunghissimi filari di aloè
giganteschi; una grandezza di linee, una magnificenza di verde, una
limpidezza di cielo, un silenzio, una quiete che beava l'anima. Chi
direbbe che in questo paradiso terrestre sonnecchia un popolo decrepito,
incatenato sopra un mucchio di rovine! Il monte che, visto dalla città,
pareva un cono, ha invece una forma allungata, e sulla sommità è tutto
roccia. Il capitano era salito sulla punta più alta; noi tre, più
curanti della vita, ci sparpagliammo tra le roccie più basse, e ci
perdemmo di vista. Fatti pochi passi, all'uscita d'una piccola gola, mi
trovai faccia a faccia con un arabo. Mi fermai; si fermò e parve molto
meravigliato di vedermi solo. Era un uomo sui cinquant'anni, d'aspetto
truce, armato d'un grosso bastone. Ebbi un momento il sospetto che mi
volesse accoppare per pigliarmi la borsa; ma con mio gran stupore,
invece di assalirmi, mi salutò, sorrise e accennando il mio mento con
una mano e accarezzando la propria barba coll'altra, disse due o tre
volte non so cosa, che mi parve una domanda, a cui gli premesse d'aver
risposta. Punto dalla curiosità, chiamai l'ufficiale della scorta che sa
qualche parola di spagnuolo, e lo pregai di dirmi che cosa voleva
quell'uomo. Chi l'avrebbe mai potuto immaginare! Per farmi un
complimento, e che altro poteva essere? mi aveva domandato così _ex
abrupto_ perchè non mi lasciassi crescere tutta la barba, che sarebbe
stata più bella della sua! I soldati della scorta ci seguitavano tutti e
tre alla distanza d'una ventina di passi, e siccome ogni tanto noi ci
chiamavamo l'un l'altro ad alta voce, ed era la prima volta che
sentivano i nostri nomi, li trovavano strani, ne ridevano e li
ripetevano tra loro con pronuncia moresca, stroppiandoli nella più
bizzarra maniera:--_Isi! Amigi!_--A un certo punto l'ufficiale disse
bruscamente:--_Scut!_ (Silenzio!) e tutti tacquero. Il sole era alto, la
roccia scottava; anche il capitano, benchè esercitato agli ardori della
Tunisia, sentiva il bisogno dell'ombra; per cui, dato un ultimo sguardo
alle cime dell'Atlante, scendemmo a rotta di collo, e inforcate alla
lesta le nostre selle porporine, ripigliammo la via di Fez, dove si ebbe
un'amena sorpresa. La porta di El-Ghisa per la quale dovevamo rientrare
in città, era chiusa!--Entriamo per un'altra,--disse il Comandante.--Son
tutte chiuse,--rispose l'uffiziale della scorta; e vedendoci stralunar
gli occhi, ci spiegò il mistero, dicendo che ogni giorno di festa (era
venerdì), fra mezzodì e il tocco, che è l'ora della preghiera, si
chiudono tutte le porte di tutte le città, perchè è credenza dei
Mussulmani che sarà in un giorno di festa, e appunto in quell'ora, che,
non si sa in qual anno, i cristiani s'impadroniranno con un colpo di
mano del loro paese. Bisognò dunque aspettare che fosse aperta la
porta. E appena entrammo, ci toccò un complimento fiorito. Una vecchia
ci mostrò il pugno a un per uno borbottando alcune parole. Domandai
all'uffiziale che cosa significavano.--Nulla, nulla,--rispose;--è una
sciocca. Insistetti, assicurandolo che, qualunque cosa avesse detto, non
me ne avrei avuto per male.--Ebbene,--disse allora l'ufficiale
sorridendo;--è un modo di dire del paese: gli ebrei all'uncino, i
cristiani.... allo spiedo.
* * * * *
Il medico ha operato un malato di cateratta, _coram populo_, nel
giardino del palazzo. C'era una folla di parenti, d'amici, di soldati,
di servi, parte disposti in circolo intorno al malato, gli altri in una
lunga fila che dal luogo dell'operazione si stendeva fino alla porta di
strada, dove un'altra folla stava aspettando. Il malato era un vecchio
moro cieco affatto da più di tre anni. Al momento di mettersi sulla
seggiola, si arrestò come impaurito; poi sedette con un movimento
risoluto, e non diede più segno di debolezza. Mentre il medico operava,
tutta quella gente pareva petrificata. I bimbi stavano stretti alle
sottane delle donne e queste abbracciate fra di loro, in atteggiamenti
di terrore, come se assistessero a un esecuzione capitale. Non si
sentiva un respiro. Noi pure, per l'importanza «diplomatica»
dell'operazione, stavamo in grande ansietà.... Tutt'a un tratto il
malato gettò un grido di gioia e cadde in ginocchio. Aveva sentito la
prima impressione della luce. Tutta la gente ch'era nel giardino salutò
il medico con un urlo, a cui rispose un altro urlo della folla radunata
nella strada. I soldati fecero immediatamente uscir tutti, fuor che il
malato, dal recinto del palazzo, e in poche ore si sparse per tutta Fez
la notizia dell'operazione meravigliosa. Fortunato dottore! Egli ne
colse il premio la sera medesima, visitando le più belle donne dell'arem
del gran sceriffo Bacali, che gli si mostrarono col viso scoperto, in
tutta la pompa dei loro vestimenti principeschi, e gli parlarono
languidamente dei propri dolori, fissandogli negli occhi i loro sguardi
infocati. Che può fare di tante donne il vecchio gran sceriffo? Quello
forse che facevano delle proprie i cortigiani mutilati dei Faraoni
d'Egitto, delli Scià di Persia, degl'Imperatori greci di Costantinopoli
e dei Sultani di Stambul. Visitò, fra le altre, una bellissima nera, di
forme matronali, coperta d'anelli, di braccialetti e di collane; la
quale, come quasi tutte le altre, si doleva d'un grande languore. Il
medico la interrogò intorno alle cagioni del suo male.
--Non potresti,--essa gli rispose--suggerirmi la medicina senza farmi
queste domande?
Il medico rispose che le faceva quelle domande per necessità.
--I cristiani,--disse la donna,--sono molto curiosi.
--E quando la loro curiosità non vien soddisfatta,--rispose il
medico,--essi indovinano.
--E che cosa hai indovinato?
Il medico espresse il suo pensiero e la nera si coperse il viso.
Io pure gli domandai che cosa avesse indovinato; ma non rispose altro
che:--Lesbo! Lesbo!
* * * * *
Viene di tratto in tratto qualche spagnuolo rinnegato a cercare il
signor Patxot. Si dice che questi disgraziati siano intorno a trecento
in tutto l'Impero. I più sono spagnuoli, condannati per delitti comuni,
che fuggirono dalle galere della costa; gli altri, in parte disertori
francesi, fuggiti dall'Algeria; in parte canaglia avventuriera venuta da
differenti paesi d'Europa. In altri tempi salivano ad alte cariche nella
corte e nell'esercito, formavano corpi militari speciali ed erano
lautamente pagati. Ma ora le loro condizioni son molto mutate. Appena
giungono, abiurano la religione cristiana e abbracciano l'Islamismo,
senza circoncisione nè altre cerimonie, pronunziando semplicemente una
formula. Nessuno bada poi che adempiano o no i doveri religiosi; i più,
infatti, non metton mai piede nelle moschee e non sanno neppure le
preghiere. Per legarli al paese il Sultano esige che si sposino subito.
Dà a chi la vuole una delle sue nere, gli altri possono sposare una mora
o un'araba libera; a tutti il Sultano fa le spese del matrimonio. Si
debbono tutti arrolare nell'esercito; ma possono esercitare nello stesso
tempo qualche mestiere. La maggior parte appartengono all'artiglieria,
e parecchi alla banda musicale, il cui capo è uno spagnuolo. I soldati
ricevono cinque soldi al giorno e gli ufficiali venticinque o trenta:
chi ha qualche talento speciale può guadagnare fino a due lire. In
questi giorni, per esempio, si parla molto d'un rinnegato tedesco,
dotato d'un certo ingegno meccanico, che s'è fatto una sorte
invidiabile. Costui, non si sa perchè, fuggì nel settantatrè da Algeri,
andò a Tafilet, sul confine del deserto; vi stette due anni, imparò
l'arabo, venne a Fez, s'arrolò, e in alcuni giorni, con pochi strumenti
che aveva portati con sè, costrusse una rivoltella. L'avvenimento fece
chiasso; la rivoltella passò di mano in mano fin che giunse al Ministro
della guerra; il Ministro ne parlò all'Imperatore; l'Imperatore volle
vedere il soldato, l'incoraggiò, gli diede dieci lire ed elevò la sua
paga giornaliera a quaranta soldi. Ma queste fortune son rare. Quasi
tutti vivono miseramente e in un tale stato d'animo, che per quanto si
sappian macchiati di gravi delitti, ispirano piuttosto compassione che
orrore. Ieri se ne presentarono due, rinnegati da parecchi anni, che
hanno moglie e figliuoli nati a Fez. Uno ha circa trent'anni, l'altro
cinquanta; tutt'e due spagnuoli fuggiti da Ceuta. Il giovane non parlò.
L'altro disse d'esser stato condannato ai lavori forzati per aver
ucciso un uomo nell'atto che bastonava a morte suo figlio. Era pallido e
parlava con voce commossa, stropicciando un fazzoletto colle mani
tremanti.--Se mi promettessero di non tenermi più che altri dieci anni
in galera,--diceva,--ci tornerei. Ho cinquant'anni, uscirei a sessanta,
potrei vivere ancora qualche anno nel mio paese. Ma è l'idea di morire
colla divisa del galeotto indosso che mi spaventa. Tornerei in galera a
qualunque patto, purchè fossi sicuro di morire libero in Spagna. Questa
che meniamo qui non è vita. Siamo come in mezzo a un deserto. È una cosa
che sgomenta. Tutti ci disprezzano. La nostra stessa famiglia non è
nostra, perchè i figliuoli non ci amano e sono incitati da tutti ad
odiarci. E poi non si dimentica mai la religione in cui s'è nati, le
chiese dove nostra madre ci condusse a pregare, i suoi consigli, il
tempo più bello della nostra vita... e queste memorie.... siamo
rinnegati, siamo galeotti, è vero; ma infine siam sempre uomini...
queste memorie ci straziano l'anima!--Dicendo questo, piangeva.
* * * * *
La pioggia che vien giù dirottamente da quasi tre giorni, ha ridotta Fez
in uno stato che, a descriverlo, c'è da non esser creduti. Non è più una
città, è un'immensa cloaca. Le strade son gore; i crocicchi, laghi; le
piazze, paludi; la gente a piedi sprofonda nella melma fino a mezzo lo
stinco; le case sono impillaccherate fin sopra le porte; uomini,
cavalli, muli, par che si siano ravvoltolati nel fango, e i cani ne sono
addirittura vestiti in modo che non mostran più un pelo. Non si vede che
pochissima gente, la maggior parte a cavallo; e non un ombrello, ma
neppure alcuno che affretti il passo per non pigliare la pioggia. Fuori
del quartiere dei bazar, tutto è deserto e oscuro che stringe il cuore.
Per tutto acqua che corre, precipita e ringorga, travolgendo ogni sorta
di putridumi, e non una voce, non un rumore umano che rompa la monotonia
di quello strepito assordante. Pare una città abbandonata dagli abitanti
nel momento d'una inondazione. Dopo una passeggiata d'un'ora, son
tornato a casa pieno di malinconia, e ho passato parecchie ore nella mia
stanza, col viso all'inferriata e gli occhi fissi su gli alberi
sgocciolanti del giardino, pensando a un povero corriere che forse in
quei momenti passava a nuoto, a rischio della vita, il Sebù ingrossato,
stringendo fra i denti una borsa di cuoio con dentro una lettera di mia
madre.
* * * * *
Chi dice e chi nega che sia stata fatta in questi giorni un'esecuzione
capitale davanti a una porta di Fez. Nessuna testa però fu vista
spenzolare dalle mura ed io preferisco credere che la notizia sia falsa.
La descrizione, che io lessi, d'una esecuzione capitale fatta a Tangeri
anni sono, mi tolse la barbara curiosità, che mi solleticò qualche
volta, di assistere a uno di questi spettacoli.
L'inglese Drummond Hay, uscendo una mattina da una porta di Tangeri,
vide un drappello di soldati che trascinavano verso il macello degli
ebrei due prigionieri legati per le braccia e per la vita. Uno era un
montanaro del Rif, antico giardiniere d'un europeo domiciliato a
Tangeri; l'altro un bel giovane, d'alta statura, di fisonomia aperta e
simpatica.
L'inglese domandò al capo dei soldati che delitto avessero commesso quei
due disgraziati.
--Il Sultano,--rispose,--che Dio prolunghi i suoi giorni! ha ordinato di
tagliar loro la testa perchè facevano commercio di contrabbando sulla
costa del Rif cogl'infedeli Spagnuoli.
--È un castigo ben severo per una simile colpa,--osservò l'inglese;--e
se il loro supplizio deve servire d'avvertimento e d'esempio, perchè è
stato proibito agli abitanti di Tangeri d'assistervi?
(Le porte della città erano state chiuse. Drummond Hay s'era fatto
aprire dando una mancia a un custode).
--Non ragionate con me, Nazareno!--rispose l'ufficiale;--ho ricevuto un
ordine, debbo ubbidire.
La decapitazione doveva farsi nel macello degli ebrei. Un moro d'aspetto
volgare e perverso, vestito da macellaio, stava là ad aspettare i
condannati. Aveva in mano un piccolo coltello lungo circa sei pollici.
Era il carnefice. Straniero alla città, egli s'era offerto a quell'opera
perchè i macellai maomettani di Tangeri, che sono ordinariamente
incaricati delle esecuzioni capitali, s'erano rifugiati in una moschea.