Mentre, il Gran Vizir parlava, i pittori ed io, seduti sulla soglia

della porta, guardavamo di sott'occhio le schiave, le quali a poco a

poco, incoraggiate dalla nostra aria di curiosità benigna, s'erano

avvicinate, non viste dal Gran Vizir, fino quasi a toccarci, e stavan lì

piantate a guardare e a farsi guardare, con una certa compiacenza. Erano

otto bei pezzi di ragazze tra i quindici e i vent'anni, alcune mulatte,

altre nere, con grand'occhi, narici dilatate, seni prominenti, tutte

vestite di bianco, strette intorno alla vita da una larghissima cintura

ricamata, le braccia e i piedi nudi, braccialetti ai polsi, grandi

cerchi d'argento alle orecchie e due grossi anelli alle gambe. Non

avrebbero avuto nessuno scrupolo, ci parve, a lasciarsi pizzicare la

guancia da una mano cristiana. L'Ussi accennò al Biseo il bellissimo

piede d'una di esse; questa se n'accorse e si mise a osservare il

proprio piede con grande curiosità. Tutte le altre fecero lo stesso,

paragonando i propri ai piedi della prima. L'Ussi fece scattare il

gibus; diedero un passo indietro, poi sorrisero e si riavvicinarono. Una

voce del Gran Vizir, che ordinava di apparecchiare la tavola, le fece

scappare.

La tavola fu apparecchiata dai nostri soldati. Un servo della casa vi

piantò nel mezzo tre grosse torcie di cera vergine di vario colore. Le

stoviglie erano del gran vizir: non due piatti uguali; grandi e piccoli,

bianchi e dipinti, finissimi e di qualità infima, alla rinfusa. Le

serviette pure appartenevano alla casa, ed erano pezzi di tela di

cotone, di diversa grandezza, senz'orlo, tagliati in fretta e in furia

poche ore prima del desinare.

Ci mettemmo a tavola a notte fatta. Il Gran Vizir rimase sulla sua

materassa, col guanciale tra le braccia, discorrendo e ridendo coi suoi

due parenti.

Non descriverò il pranzo; non voglio ridestare memorie dolorose. Basterà

dire che furono trenta piatti, ossia trenta dispiaceri gravi, senza

contare i piccoli fastidi dei dolci.

Al quindicesimo piatto riuscendo oltremodo difficile il proseguire la

lotta senza il refrigerio d'un po' di vino, l'ambasciatore incaricò il

Morteo di far domandare al Gran Vizir se non gli sarebbe spiaciuto che

mandassimo a pigliare qualche bottiglia di Champagne.

Il Morteo parlò nell'orecchio a Selam e Selam ripetè la domanda

nell'orecchio a Sua Eccellenza.

Sua Eccellenza fece una lunga risposta a bassa voce, e intanto noi colla

coda dell'occhio spiavamo ansiosamente il suo volto. Ma il suo volto non

ci dava grandi speranze.

Selam s'alzò mortificato, e riferì la risposta nell'orecchio

all'Intendente il quale ci diede il colpo di grazia colle seguenti

parole:

--Il Gran Vizir dice che non avrebbe difficoltà.... che anzi ben

volentieri acconsentirebbe.... ma che ci sarebbe un inconveniente... ed

è che si macchierebbero i bicchieri.... e forse anche la tavola.... e

che in ogni modo la vista... l'odore.... e poi la novità della cosa....

--Ho capito,--rispose l'Ambasciatore;--non parliamone più.

Tutti i nostri volti presero un leggero color verde.

Finito il pranzo, l'Ambasciatore rimase a discorrere col Gran Vizir, e

noi uscimmo dalla sala. Era buio e piovigginava. Nell'altra sala, in

fondo al cortile, illuminata da una torcia, desinavano, seduti sul

pavimento, il nostro caid, i suoi ufficiali e i segretari del Gran

Vizir. A tutte le finestrine dei quattro muri rischiarate di dentro,

facevano capolino donne e bambini, dei quali non apparivano che i

contorni neri. Per una porta socchiusa del pian terreno si vedeva una

sala illuminata splendidamente, dove erano sedute e sdraiate in cerchio,

in atteggiamenti voluttuosi, le mogli e le concubine del gran vizir,

indiademate come regine; ma velate leggermente dal fumo dei profumieri

che ardevano ai loro piedi. Schiave e servi andavano e venivano fra la

sala da pranzo e le cucine, attraversavano il cortile, entravano in

certe porte, salivano e scendevano; saranno state cinquanta persone in

movimento, e non si sentiva una voce, un passo, un fruscìo. Era una

scena muta e misteriosa come uno spettacolo fantasmagorico, dinanzi

alla quale rimanemmo lungo tempo attoniti, nascosti nell'ombra, senza

profferire parola.

Andandocene, si vide appesa a un pilastro del cortile una grossa

correggia di cuoio con molti nodi. L'interprete domandò a un servo della

casa a che cosa servisse:

--A flagellarci--rispose.

Montammo a cavallo, e ci mettemmo in cammino verso casa, accompagnati da

uno stuolo di servi del gran vizir, ognuno dei quali portava una grande

lanterna. Era buio fitto e pioveva a rovescio. Non si può immaginare lo

strano effetto di quella lunghissima cavalcata, di quelle lanterne, di

quella turba di gente armata e incappucciata, di quello scalpitìo

assordante, di quel frastuono di grida selvaggie, per quel labirinto di

strade anguste e di passaggi coperti, in mezzo al profondo silenzio

della città addormentata. Pareva una processione funebre per i meandri

d'una immensa grotta o un'incamiciata di soldati che s'avanzasse per le

gallerie sotterranee d'una fortezza per fare un colpo di mano. A un

tratto, il convoglio si fermò, si fece un silenzio sepolcrale e s'intese

una voce irata che disse in arabo:--La strada è chiusa!--Un momento dopo

si sentì uno strepito precipitoso di colpi. Erano i soldati della

scorta che cercavano di rovesciare coi calci dei fucili una delle mille

porte che durante la notte impediscono la circolazione per le strade di

Fez. Il lavoro durò un pezzo; lampeggiava, tonava, scrosciava la

pioggia; i servi e i soldati andavano e venivano colle lanterne,

proiettando le loro lunghe ombre sui muri; il caid, ritto sulle staffe,

minacciava gli abitanti invisibili delle case circostanti; e noi ci

godevamo quel bel quadro del Rembrandt con un gusto infinito. Finalmente

s'udì un fortissimo schianto, la porta cadde e ci rimettemmo in cammino.

A poca distanza da casa, sotto una volta sepolcrale, sei soldati di

fanteria ci presentarono le armi con una mano sola, tenendo coll'altra

un moccolo acceso; e fu questa l'ultima scena della rappresentazione

fantastica intitolata:--Un pranzo in casa del gran vizir.--Ma no;

l'ultima scena fu quando, appena rientrati nel nostro cortile, ci

precipitammo sulle sardine di Nantes e sulle bottiglie di Bordeaux, e

l'Ussi, alzando il bicchiere sopra le nostre teste, esclamò con accento

solenne:--A Sidi-Ben-Iamani Boascerin, gran vizir del Marocco, nostro

graziosissimo ospite, Stefano Ussi, cristianamente perdonando,

consacra!

* * * * *

Il Sultano ha ricevuto l'Ambasciatore in udienza privata. La sala dei

ricevimenti è grande, bianca e nuda come una prigione. Non v'è altro

ornamento che un gran numero di orologi a pendolo, di tutte le

dimensioni e di tutte le forme, in parte schierati sul pavimento, lungo

le pareti; in parte ammucchiati sopra una tavola, in mezzo alla sala.

Gli orologi, è da notarsi, sono per i mori un oggetto principalissimo

d'ammirazione e di divertimento. Il Sultano stava dentro una piccola

alcova, seduto, colle gambe incrociate, sopra un palco di legno, alto un

metro. Aveva indosso, come al ricevimento pubblico, una cappa

bianchissima, il cappuccio sul capo, i piedi nudi, le babbuccie gialle

in un canto e un cordone verde a traverso il petto, al quale doveva

essere appeso un pugnale. In questa forma gl'Imperatori del Marocco

ricevono tutti gli Ambasciatori: il loro trono, come disse il Sultano

Abd-er-Rhaman, è il cavallo e il loro padiglione il cielo.

L'Ambasciatore, avendone prima manifestato il desiderio a Sid-Mussa,

trovò dinanzi al palco imperiale una modesta seggiola, sulla quale, a un

cenno del Sultano, sedette; il signor Morteo, interprete, rimase in

piedi. Sua Maestà Mulei el Hassen parlò lungamente, senza mai levar le

braccia di sotto la cappa, senza fare un movimento del capo, senza

alterare d'un solo accento l'abituale monotonia della sua voce dolce e

profonda. Parlò dei bisogni del suo Impero, di commerci, d'industrie, di

trattati, scendendo a particolari minuti, con molto ordine e grande

semplicità di linguaggio. Fece molte domande ascoltò le risposte con

viva attenzione, e conchiuse dicendo con un accento di leggera

mestizia:--_È vero; ma siamo costretti a procedere lentamente;_--strane

ed ammirabili parole sulle labbra d'un Imperatore del Marocco. Vedendo

che non accennava mai, neanche negl'intervalli di silenzio, a troncare

il colloquio, l'Ambasciatore si credette in dovere d'alzarsi.--Restate

ancora;--disse con un certo garbo ingenuo il Sultano;--mi piace

discorrere con voi.--Quando l'Ambasciatore, andandosene, s'inchinò per

l'ultima volta sulla soglia della porta, egli abbassò leggermente la

fronte, e rimase immobile, come un idolo, nel suo tempio deserto.

* * * * *

È venuta una comitiva di donne ebree a presentare non so che istanza

all'Ambasciatore.

Nessuno potè sottrarre le mani alla pioggia dei loro baci.

Eran mogli, figliuole e parenti di due agiati negozianti: bellissime

donne, di fulgidi occhi neri, di carnagione bianca, di labbra porporine,

di mani piccolissime. Le due madri, già vecchie, non avevano un capello

bianco, e brillava ancora nelle loro pupille tutto il fuoco della

giovinezza. Avevano un vestimento pittoresco e splendido: un fazzoletto

di seta di colori vivissimi, stretto intorno alla fronte; una zuavina di

panno rosso, ornata di larghi e spessi galloni d'oro; un panciotto tutto

dorato; una sottana corta e stretta, di panno verde, pure listata di

galloni risplendenti; una cintura di seta rossa o azzurra intorno alla

vita. Parevan tante principesse asiatiche, e questa pompa contrastava

bizzarramente colle loro maniere servilmente ossequiose.

Parlavano tutte spagnuolo.

Soltanto dopo qualche minuto, ci accorgemmo che avevano i piedi nudi e

le babbuccie gialle sotto il braccio.

--Perchè non vi calzate?--domandai a una delle vecchie.

--Come!--mi domandò alla sua volta, meravigliandosi--non sa ella dunque

che gl'Israeliti non possono portare le scarpe che nel Mellà, e che,

entrando nella città mora, debbono andare a piedi nudi?

Rassicurate dall'Ambasciatore, si calzarono.

Così è infatti. Non sono assolutamente obbligati ad andar sempre a piedi

nudi; ma dovendo levarsi le babbuccie quando passano per certe strade,

davanti a certe moschee, accanto a certe _cube_, finisce per essere lo

stesso. E non è questa la sola nè la più umiliante vessazione a cui

vanno soggetti. Non possono testimoniare in giudizio, e debbono

prostrarsi a terra parlando davanti ai tribunali; non possono possedere

terreni o case fuori del loro quartiere; non possono andare a cavallo

per la città; non possono alzar la mano sopra un mussulmano nemmeno per

difendersi, eccetto il caso in cui siano assaliti in casa propria; non

possono vestirsi che di colori oscuri; debbono portare correndo i loro

morti al cimitero, debbono domandare al Sultano il permesso di sposarsi,

debbono rientrare nel Mellà al tramonto del sole, debbono pagare la

guardia mora che veglia alle porte del loro quartiere, debbono

presentare dei ricchi doni al Sultano nelle quattro feste

dell'Islamismo e in occasione d'ogni nascita e d'ogni matrimonio della

famiglia imperiale. Ed era anche peggiore la loro condizione prima del

Sultano Ald-er-Rhaman, il quale impedì almeno che si spargesse il loro

sangue. Nè, anche volendo, potrebbero i Sultani migliorarne gran fatto

lo stato, senza esporre quegli infelici a mali peggiori della orribile

schiavitù che li schiaccia, tanto è fanatico e feroce contro di loro

l'odio dei Mori. Esempio l'Imperatore Solimano, il quale, avendo

decretato che potessero portar le babbuccie, ne furono uccisi tanti, in

pieno giorno, per le strade di Fez, ch'essi medesimi domandarono, per

salvarsi dalla strage, la revocazione del decreto. Rimangono nondimeno

nel paese, e perchè ci arricchiscono, servendo d'intermediarii fra il

commercio d'Europa e il commercio dell'Affrica; e perchè il Governo,

comprendendo di quale importanza essi sono per la prosperità dello

Stato, oppone una barriera quasi insormontabile all'emigrazione,

proibendo ad ogni donna ebrea l'uscita dal Marocco. Servono, tremano e

strisciano nella polvere; ma non darebbero, per acquistar la dignità

d'uomini e la libertà di cittadini, il mucchio di monete d'oro che

tengon nascoste nelle pareti delle loro luride case. In Fez sono intorno

a otto mila, divisi per sinagoghe e retti dai rabbini, che godono d'una

grande autorità.

Quelle povere donne ci mostrarono parecchi grossi braccialetti d'argento

cesellato, degli anelli ingemmati e degli orecchini d'oro, che tenevano

nascosti nel seno. Domandammo perchè li nascondevano.

--_Nos espantamos de los Moros._--Abbiamo paura dei mori,--risposero a

voce bassa, guardando intorno con diffidenza. Diffidavano persino dei

soldati della Legazione.

Fra loro v'erano parecchie bambine vestite colla medesima pompa delle

donne.

Una di esse stava accanto alla madre in atteggiamento più timido che le

altre. L'Ambasciatore domandò alla madre che età avesse. Rispose dodici

anni.

--Si mariterà presto,--disse l'Ambasciatore.

--Che!--esclamò la madre;--è già troppo vecchia per pigliar marito.

Credemmo tutti che scherzasse.

--Dico davvero;--rispose la madre quasi meravigliandosi della nostra

incredulità;--vedono quest'altra qua?--E c'indicò una bambina più

piccola.--Avrà dieci anni fra sei mesi ed è già maritata da più d'un

anno.

La bambina chinò la testa. Noi non credemmo.

--Che cosa ho da dire?--continuò la madre;--se non vogliono credere alla

mia parola, ci facciano l'onore di venire a casa nostra, di sabato,

affinchè possiamo riceverli degnamente, e vedranno il marito e gli

attestati del matrimonio.

--E quanti anni ha il marito?--domandai.

--Dieci compiuti, Signore.

Vedendo che stentavamo a credere, ci accertarono la cosa tutte le altre

donne, aggiungendo che sono rare le ragazze che si maritino dopo i

dodici anni, che la maggior parte son già spose a dieci, e molte a otto,

e non poche perfino a sette, con ragazzi press'a poco della stessa età;

e che, naturalmente, fin che son così piccoli vivono coi parenti, i

quali continuano a trattarli come bambini, li nutrono, li vestono, li

sballottano, li sculacciano senza alcun riguardo alla loro dignità

maritale; ma stanno sempre insieme e la moglie è sottomessa al marito.

A noi pareva di sentir parlare d'un altro mondo, e stavamo a sentire

colla bocca aperta, titubando fra la voglia di ridere, la compassione e

lo sdegno.

--Ma....--disse esitando l'Ambasciatore--stanno insieme anche.... dalla

sera alla mattina?

--Naturalmente--rispose la madre;--poichè sono marito e moglie!

--Ma non capite,--disse l'Ambasciatore con un movimento di sdegno;--che

questo è mal fatto? che è contro le leggi della natura? che è dannoso

all'anima e al corpo? che in questo modo invece di educare moralmente e

fisicamente l'infanzia, la profanate, l'avvelenate, la soffocate?

--Che, che, signor Ambasciatore!--rispose la madre con la più amena

disinvoltura;--non creda questo. Non segue nulla di tutto questo. Son

bambini....--E qui s'avvicinò a noi e abbassò la voce.--Son bambini, non

sanno nulla, non pensano a nulla, discorrono e ridono fra loro, e poi

quando son stanchi, chinan la testa così e s'addormentano come

angioletti. Nulla di male, signor Ambasciatore.

L'Ambasciatore tentò ancora di persuaderla che del male ce n'era; ma la

buona donna, continuando a ripetere:--nulla di male, nulla di male... a

poco a poco, a poco a poco--rimase del proprio parere.

In quel frattempo la sposina di nove anni mandava dei baci al cane da

caccia del signor Paxcot, legato in un angolo del cortile.

Povere creature! Fu una pietà il vederle, quando s'accomiatarono,

rimettersi le babbuccie sotto il braccio e i braccialetti in seno, e

così belle e vestite riccamente, avviarsi a piedi nudi per quelle strade

sassose ed immonde, guardando intorno con un'espressione di umiltà

supplichevole, come per scongiurare gl'insulti e le percosse dei

passanti!

* * * * *

Una colezione in casa del ministro della guerra.

Ci ricevette, appena entrati, in un cortile angusto, chiuso fra quattro

muri altissimi e oscuro come un pozzo. Da un lato v'era una porticina

alta poco più d'un metro, dall'altro una gran porta senza battenti e una

stanza nuda, con una materassa distesa sul pavimento, e alcuni foglietti

di carta infilati in uno spago appeso a una parete: la corrispondenza

giornaliera, credo, di Sua Eccellenza.

Si chiama Sid-Abd-Allà Ben Hamed, è fratello maggiore di Sid-Mussa, ha

circa sessant'anni, è nero, piccolo, magro, malfermo sulle gambe,

tremante, ridotto, come suol dirsi, sulle cigne; ma d'aspetto e di modi

simpatici. Parla poco, chiude spesso gli occhi e sorride cortesemente

abbassando la testa mezzo nascosta in un grosso turbante.

Scambiate poche parole, fummo invitati a passare nella sala da pranzo.

Primo l'Ambasciatore, e poi tutti gli altri, ad uno ad uno, piegandoci

quasi ad angolo retto, infilammo la porticina, e riuscimmo in un altro

cortile, spazioso, circondato d'archi eleganti, e coperto di musaici

splendidi e svariatissimi. È un palazzo regalato a Sid-Abd-Allà

dall'Imperatore. Egli medesimo ce lo disse, chinando la testa e

chiudendo gli occhi in atto di religiosa venerazione.

In un angolo del cortile v'era un gruppo d'ufficiali in turbante e cappa

bianca; dalla parte opposta uno stuolo di servi, in mezzo ai quali

giganteggiava un giovanotto di bellissimo aspetto, vestito tutto di

turchino, alla zuava, con una lunga pistola alla cintura. A tutte le

finestrine e porticine dei quattro muri, si vedevano apparire e sparire

teste di donne e di ragazzine di ogni colore, e da ogni parte si

sentivano vagiti di bimbi.

Sedemmo intorno a una piccola tavola, in una piccolissima stanza,

ingombrata in gran parte da due letti enormi. Il Ministro si pose vicino

all'Ambasciatore, un po' indietro, e stette là per tutto il tempo della

colezione stropicciando vigorosamente il suo nero piede nudo piantato

ritto sul ginocchio, in modo che le rispettabili dita ministeriali

riuscivano per l'appunto sull'orlo della tavola, a mezzo palmo dal

piatto del Comandante. I soldati della Legazione servivano. A un passo

dalla tavola stava il gigante turchino, immobile come una statua, con

una mano sul pistolone.

Sid-Abd-Allà[tn326] fu assai gentile coll'Ambasciatore.

--Voi mi siete simpatico,--gli fece dire, senza preamboli, dal signor

Morteo.

L'Ambasciatore gli rispose che provava per lui un eguale sentimento.

--Appena vi vidi,--continuò il Ministro,--il mio cuore fu vostro.

L'Ambasciatore ricambiò il complimento.

--Al cuore--concluse Sid Abd-Allà,--non si resiste; e quando egli ci

comanda d'amare una persona, anche senza saperne la ragione, la si ama.

L'Ambasciatore gli porse la mano ed egli se la strinse sul cuore.

Ci furono portati diciotto piatti. Non ne parlo. Mi basta dire che son

certo che me ne sarà tenuto conto il giorno in cui verrò giudicato. Per

giunta l'acqua era muschiata, la tovaglia variopinta e le seggiole

barcollanti. Ma queste piccole calamità, invece di metterci di malumore,

ci accesero la vena degli scherzi per modo che poche volte fummo più

allegramente bricconi di quella mattina. Se ci avesse sentiti

Sid-Abd-Allà! Ma Sid-Abd-Allà era tutt'occhi e tutt'orecchi

coll'Ambasciatore. Ci spaventò per un momento il signor Morteo,

avvertendoci a bassa voce che il gigante turchino, essendo di Tunisi,

poteva darsi che capisse qualche parola d'italiano. Ma guardandolo

attentamente ad ogni scherzo, e vedendolo sempre impassibile come una

statua, ci rassicurammo e tirammo innanzi senza badargli. Quante

similitudini calzanti, inaspettate, e d'un effetto comico clamoroso, ma

sventuratamente irripetibili, furono trovate a quegl'intingoli e a

quelle salse!

Finita la colezione, s'andò tutti nel cortile, dove il Ministro della

guerra presentò all'Ambasciatore uno dei più alti ufficiali

dell'esercito. Era il Comandante supremo dell'artiglieria: un piccolo

vecchio, secco, inarcato come una C, con un enorme naso adunco e due

occhiettini diabolici; una figura d'uccello di rapina; caricato,

piuttosto che coperto, d'uno smisurato turbante giallo di forma quasi

sferica, e vestito presso a poco alla zuava, tutto turchino, con un

mantello bianco sulle spalle. Aveva una lunga sciabola al fianco e un

pugnale inargentato alla cintura. L'Ambasciatore gli fece domandare a

quale grado della gerarchia militare europea corrispondesse quello

ch'egli aveva nell'esercito marocchino. Parve che quella domanda lo

mettesse nell'imbarazzo. Pensò qualche momento e rispose

balbettando:--Generale;--poi ripensò e soggiunse:--No, colonnello--e

rimase un po' confuso. Disse ch'era nativo d'Algeri. Mi balenò il

sospetto che fosse un rinnegato. Chi sa per che strane vicende si

trovava colonnello nel Marocco!

Gli altri ufficiali, in quel frattempo, facevano colezione in una stanza

a terreno aperta sul cortile, tutti seduti in cerchio sul pavimento, coi

piatti nel mezzo. Capii benissimo, vedendoli mangiare, come i mori

possano far di meno del coltello e della forchetta. Non si può dire il

garbo, la destrezza, la precisione con cui facevano in pezzi i polli, il

montone allo spiedo, la caccia, i pesci, ogni cosa. Con pochi movimenti

rapidissimi delle mani, senza scomporsi menomamente, ognuno spiccava

giusta e netta la sua porzione. Pareva che avessero delle unghie

taglienti come rasoi. Immergevano le dita nelle salse, facevano delle

palle di cuscussù, mangiavano l'insalata a manate, e non un briciolo,

non una goccia cadeva fuor del piatto; e vedemmo infatti quando

s'alzarono che avevano i caffettani bianchi immaculati come prima. Di

tratto in tratto un servo portava in giro una catinella e un

asciugamano; si davano una lavatina e poi tutti insieme rituffavano lo

zampino in un altro piatto. Nessuno parlava, nessuno alzava gli occhi,

nessuno mostrava d'accorgersi che noi fossimo là a contemplarli.

Che ufficiali saranno stati? Maggiori di stato maggiore? Aiutanti di

campo? Capi-divisione del Ministero della guerra? Chi può saper nulla

nel Marocco, particolarmente dell'esercito, che è il più misterioso di

tutti i misteri? Si dice, per esempio, che nel caso d'una guerra santa,

quando sia proclamata la legge Djehad, che chiama tutti gli uomini

validi alle armi, l'Imperatore può raccogliere duecentomila soldati; ma

se non si conosce nemmeno presso a poco il numero della popolazione

dell'Impero, su che fondamento s'appoggia quella cifra? E l'esercito

permanente, chi sa quanto sia? E a chi riesce di saper qualcosa, non

solo del numero, ma dell'ordinamento, se, fuor dei capi, nessuno sa

nulla, e questi o non vogliono rispondere, o non dicono il vero, o non

sanno farsi capire?

Sid-Abd-Allà, cortesissimo ospite, volle aver scritti sul suo

portafoglio i nostri nomi e ci accomiatò stringendosi sul cuore le mani

di tutti.

Eravamo già sulla porta, quando ci raggiunse il gigante turchino. Ci

fermammo, egli ci guardò sorridendo furbescamente e poi disse sottovoce

in pretto italiano, salvo la pronunzia moresca:

--Signori, stiano bene!

Ci balenarono alla mente le corbellerie dette a tavola e restammo

fulminati.

--Ah cane!--gridò l'Ussi.

Ma il cane era già sparito.

* * * * *

Marocco · 第 16 / 24 段