della porta, guardavamo di sott'occhio le schiave, le quali a poco a
poco, incoraggiate dalla nostra aria di curiosità benigna, s'erano
avvicinate, non viste dal Gran Vizir, fino quasi a toccarci, e stavan lì
piantate a guardare e a farsi guardare, con una certa compiacenza. Erano
otto bei pezzi di ragazze tra i quindici e i vent'anni, alcune mulatte,
altre nere, con grand'occhi, narici dilatate, seni prominenti, tutte
vestite di bianco, strette intorno alla vita da una larghissima cintura
ricamata, le braccia e i piedi nudi, braccialetti ai polsi, grandi
cerchi d'argento alle orecchie e due grossi anelli alle gambe. Non
avrebbero avuto nessuno scrupolo, ci parve, a lasciarsi pizzicare la
guancia da una mano cristiana. L'Ussi accennò al Biseo il bellissimo
piede d'una di esse; questa se n'accorse e si mise a osservare il
proprio piede con grande curiosità. Tutte le altre fecero lo stesso,
paragonando i propri ai piedi della prima. L'Ussi fece scattare il
gibus; diedero un passo indietro, poi sorrisero e si riavvicinarono. Una
voce del Gran Vizir, che ordinava di apparecchiare la tavola, le fece
scappare.
La tavola fu apparecchiata dai nostri soldati. Un servo della casa vi
piantò nel mezzo tre grosse torcie di cera vergine di vario colore. Le
stoviglie erano del gran vizir: non due piatti uguali; grandi e piccoli,
bianchi e dipinti, finissimi e di qualità infima, alla rinfusa. Le
serviette pure appartenevano alla casa, ed erano pezzi di tela di
cotone, di diversa grandezza, senz'orlo, tagliati in fretta e in furia
poche ore prima del desinare.
Ci mettemmo a tavola a notte fatta. Il Gran Vizir rimase sulla sua
materassa, col guanciale tra le braccia, discorrendo e ridendo coi suoi
due parenti.
Non descriverò il pranzo; non voglio ridestare memorie dolorose. Basterà
dire che furono trenta piatti, ossia trenta dispiaceri gravi, senza
contare i piccoli fastidi dei dolci.
Al quindicesimo piatto riuscendo oltremodo difficile il proseguire la
lotta senza il refrigerio d'un po' di vino, l'ambasciatore incaricò il
Morteo di far domandare al Gran Vizir se non gli sarebbe spiaciuto che
mandassimo a pigliare qualche bottiglia di Champagne.
Il Morteo parlò nell'orecchio a Selam e Selam ripetè la domanda
nell'orecchio a Sua Eccellenza.
Sua Eccellenza fece una lunga risposta a bassa voce, e intanto noi colla
coda dell'occhio spiavamo ansiosamente il suo volto. Ma il suo volto non
ci dava grandi speranze.
Selam s'alzò mortificato, e riferì la risposta nell'orecchio
all'Intendente il quale ci diede il colpo di grazia colle seguenti
parole:
--Il Gran Vizir dice che non avrebbe difficoltà.... che anzi ben
volentieri acconsentirebbe.... ma che ci sarebbe un inconveniente... ed
è che si macchierebbero i bicchieri.... e forse anche la tavola.... e
che in ogni modo la vista... l'odore.... e poi la novità della cosa....
--Ho capito,--rispose l'Ambasciatore;--non parliamone più.
Tutti i nostri volti presero un leggero color verde.
Finito il pranzo, l'Ambasciatore rimase a discorrere col Gran Vizir, e
noi uscimmo dalla sala. Era buio e piovigginava. Nell'altra sala, in
fondo al cortile, illuminata da una torcia, desinavano, seduti sul
pavimento, il nostro caid, i suoi ufficiali e i segretari del Gran
Vizir. A tutte le finestrine dei quattro muri rischiarate di dentro,
facevano capolino donne e bambini, dei quali non apparivano che i
contorni neri. Per una porta socchiusa del pian terreno si vedeva una
sala illuminata splendidamente, dove erano sedute e sdraiate in cerchio,
in atteggiamenti voluttuosi, le mogli e le concubine del gran vizir,
indiademate come regine; ma velate leggermente dal fumo dei profumieri
che ardevano ai loro piedi. Schiave e servi andavano e venivano fra la
sala da pranzo e le cucine, attraversavano il cortile, entravano in
certe porte, salivano e scendevano; saranno state cinquanta persone in
movimento, e non si sentiva una voce, un passo, un fruscìo. Era una
scena muta e misteriosa come uno spettacolo fantasmagorico, dinanzi
alla quale rimanemmo lungo tempo attoniti, nascosti nell'ombra, senza
profferire parola.
Andandocene, si vide appesa a un pilastro del cortile una grossa
correggia di cuoio con molti nodi. L'interprete domandò a un servo della
casa a che cosa servisse:
--A flagellarci--rispose.
Montammo a cavallo, e ci mettemmo in cammino verso casa, accompagnati da
uno stuolo di servi del gran vizir, ognuno dei quali portava una grande
lanterna. Era buio fitto e pioveva a rovescio. Non si può immaginare lo
strano effetto di quella lunghissima cavalcata, di quelle lanterne, di
quella turba di gente armata e incappucciata, di quello scalpitìo
assordante, di quel frastuono di grida selvaggie, per quel labirinto di
strade anguste e di passaggi coperti, in mezzo al profondo silenzio
della città addormentata. Pareva una processione funebre per i meandri
d'una immensa grotta o un'incamiciata di soldati che s'avanzasse per le
gallerie sotterranee d'una fortezza per fare un colpo di mano. A un
tratto, il convoglio si fermò, si fece un silenzio sepolcrale e s'intese
una voce irata che disse in arabo:--La strada è chiusa!--Un momento dopo
si sentì uno strepito precipitoso di colpi. Erano i soldati della
scorta che cercavano di rovesciare coi calci dei fucili una delle mille
porte che durante la notte impediscono la circolazione per le strade di
Fez. Il lavoro durò un pezzo; lampeggiava, tonava, scrosciava la
pioggia; i servi e i soldati andavano e venivano colle lanterne,
proiettando le loro lunghe ombre sui muri; il caid, ritto sulle staffe,
minacciava gli abitanti invisibili delle case circostanti; e noi ci
godevamo quel bel quadro del Rembrandt con un gusto infinito. Finalmente
s'udì un fortissimo schianto, la porta cadde e ci rimettemmo in cammino.
A poca distanza da casa, sotto una volta sepolcrale, sei soldati di
fanteria ci presentarono le armi con una mano sola, tenendo coll'altra
un moccolo acceso; e fu questa l'ultima scena della rappresentazione
fantastica intitolata:--Un pranzo in casa del gran vizir.--Ma no;
l'ultima scena fu quando, appena rientrati nel nostro cortile, ci
precipitammo sulle sardine di Nantes e sulle bottiglie di Bordeaux, e
l'Ussi, alzando il bicchiere sopra le nostre teste, esclamò con accento
solenne:--A Sidi-Ben-Iamani Boascerin, gran vizir del Marocco, nostro
graziosissimo ospite, Stefano Ussi, cristianamente perdonando,
consacra!
* * * * *
Il Sultano ha ricevuto l'Ambasciatore in udienza privata. La sala dei
ricevimenti è grande, bianca e nuda come una prigione. Non v'è altro
ornamento che un gran numero di orologi a pendolo, di tutte le
dimensioni e di tutte le forme, in parte schierati sul pavimento, lungo
le pareti; in parte ammucchiati sopra una tavola, in mezzo alla sala.
Gli orologi, è da notarsi, sono per i mori un oggetto principalissimo
d'ammirazione e di divertimento. Il Sultano stava dentro una piccola
alcova, seduto, colle gambe incrociate, sopra un palco di legno, alto un
metro. Aveva indosso, come al ricevimento pubblico, una cappa
bianchissima, il cappuccio sul capo, i piedi nudi, le babbuccie gialle
in un canto e un cordone verde a traverso il petto, al quale doveva
essere appeso un pugnale. In questa forma gl'Imperatori del Marocco
ricevono tutti gli Ambasciatori: il loro trono, come disse il Sultano
Abd-er-Rhaman, è il cavallo e il loro padiglione il cielo.
L'Ambasciatore, avendone prima manifestato il desiderio a Sid-Mussa,
trovò dinanzi al palco imperiale una modesta seggiola, sulla quale, a un
cenno del Sultano, sedette; il signor Morteo, interprete, rimase in
piedi. Sua Maestà Mulei el Hassen parlò lungamente, senza mai levar le
braccia di sotto la cappa, senza fare un movimento del capo, senza
alterare d'un solo accento l'abituale monotonia della sua voce dolce e
profonda. Parlò dei bisogni del suo Impero, di commerci, d'industrie, di
trattati, scendendo a particolari minuti, con molto ordine e grande
semplicità di linguaggio. Fece molte domande ascoltò le risposte con
viva attenzione, e conchiuse dicendo con un accento di leggera
mestizia:--_È vero; ma siamo costretti a procedere lentamente;_--strane
ed ammirabili parole sulle labbra d'un Imperatore del Marocco. Vedendo
che non accennava mai, neanche negl'intervalli di silenzio, a troncare
il colloquio, l'Ambasciatore si credette in dovere d'alzarsi.--Restate
ancora;--disse con un certo garbo ingenuo il Sultano;--mi piace
discorrere con voi.--Quando l'Ambasciatore, andandosene, s'inchinò per
l'ultima volta sulla soglia della porta, egli abbassò leggermente la
fronte, e rimase immobile, come un idolo, nel suo tempio deserto.
* * * * *
È venuta una comitiva di donne ebree a presentare non so che istanza
all'Ambasciatore.
Nessuno potè sottrarre le mani alla pioggia dei loro baci.
Eran mogli, figliuole e parenti di due agiati negozianti: bellissime
donne, di fulgidi occhi neri, di carnagione bianca, di labbra porporine,
di mani piccolissime. Le due madri, già vecchie, non avevano un capello
bianco, e brillava ancora nelle loro pupille tutto il fuoco della
giovinezza. Avevano un vestimento pittoresco e splendido: un fazzoletto
di seta di colori vivissimi, stretto intorno alla fronte; una zuavina di
panno rosso, ornata di larghi e spessi galloni d'oro; un panciotto tutto
dorato; una sottana corta e stretta, di panno verde, pure listata di
galloni risplendenti; una cintura di seta rossa o azzurra intorno alla
vita. Parevan tante principesse asiatiche, e questa pompa contrastava
bizzarramente colle loro maniere servilmente ossequiose.
Parlavano tutte spagnuolo.
Soltanto dopo qualche minuto, ci accorgemmo che avevano i piedi nudi e
le babbuccie gialle sotto il braccio.
--Perchè non vi calzate?--domandai a una delle vecchie.
--Come!--mi domandò alla sua volta, meravigliandosi--non sa ella dunque
che gl'Israeliti non possono portare le scarpe che nel Mellà, e che,
entrando nella città mora, debbono andare a piedi nudi?
Rassicurate dall'Ambasciatore, si calzarono.
Così è infatti. Non sono assolutamente obbligati ad andar sempre a piedi
nudi; ma dovendo levarsi le babbuccie quando passano per certe strade,
davanti a certe moschee, accanto a certe _cube_, finisce per essere lo
stesso. E non è questa la sola nè la più umiliante vessazione a cui
vanno soggetti. Non possono testimoniare in giudizio, e debbono
prostrarsi a terra parlando davanti ai tribunali; non possono possedere
terreni o case fuori del loro quartiere; non possono andare a cavallo
per la città; non possono alzar la mano sopra un mussulmano nemmeno per
difendersi, eccetto il caso in cui siano assaliti in casa propria; non
possono vestirsi che di colori oscuri; debbono portare correndo i loro
morti al cimitero, debbono domandare al Sultano il permesso di sposarsi,
debbono rientrare nel Mellà al tramonto del sole, debbono pagare la
guardia mora che veglia alle porte del loro quartiere, debbono
presentare dei ricchi doni al Sultano nelle quattro feste
dell'Islamismo e in occasione d'ogni nascita e d'ogni matrimonio della
famiglia imperiale. Ed era anche peggiore la loro condizione prima del
Sultano Ald-er-Rhaman, il quale impedì almeno che si spargesse il loro
sangue. Nè, anche volendo, potrebbero i Sultani migliorarne gran fatto
lo stato, senza esporre quegli infelici a mali peggiori della orribile
schiavitù che li schiaccia, tanto è fanatico e feroce contro di loro
l'odio dei Mori. Esempio l'Imperatore Solimano, il quale, avendo
decretato che potessero portar le babbuccie, ne furono uccisi tanti, in
pieno giorno, per le strade di Fez, ch'essi medesimi domandarono, per
salvarsi dalla strage, la revocazione del decreto. Rimangono nondimeno
nel paese, e perchè ci arricchiscono, servendo d'intermediarii fra il
commercio d'Europa e il commercio dell'Affrica; e perchè il Governo,
comprendendo di quale importanza essi sono per la prosperità dello
Stato, oppone una barriera quasi insormontabile all'emigrazione,
proibendo ad ogni donna ebrea l'uscita dal Marocco. Servono, tremano e
strisciano nella polvere; ma non darebbero, per acquistar la dignità
d'uomini e la libertà di cittadini, il mucchio di monete d'oro che
tengon nascoste nelle pareti delle loro luride case. In Fez sono intorno
a otto mila, divisi per sinagoghe e retti dai rabbini, che godono d'una
grande autorità.
Quelle povere donne ci mostrarono parecchi grossi braccialetti d'argento
cesellato, degli anelli ingemmati e degli orecchini d'oro, che tenevano
nascosti nel seno. Domandammo perchè li nascondevano.
--_Nos espantamos de los Moros._--Abbiamo paura dei mori,--risposero a
voce bassa, guardando intorno con diffidenza. Diffidavano persino dei
soldati della Legazione.
Fra loro v'erano parecchie bambine vestite colla medesima pompa delle
donne.
Una di esse stava accanto alla madre in atteggiamento più timido che le
altre. L'Ambasciatore domandò alla madre che età avesse. Rispose dodici
anni.
--Si mariterà presto,--disse l'Ambasciatore.
--Che!--esclamò la madre;--è già troppo vecchia per pigliar marito.
Credemmo tutti che scherzasse.
--Dico davvero;--rispose la madre quasi meravigliandosi della nostra
incredulità;--vedono quest'altra qua?--E c'indicò una bambina più
piccola.--Avrà dieci anni fra sei mesi ed è già maritata da più d'un
anno.
La bambina chinò la testa. Noi non credemmo.
--Che cosa ho da dire?--continuò la madre;--se non vogliono credere alla
mia parola, ci facciano l'onore di venire a casa nostra, di sabato,
affinchè possiamo riceverli degnamente, e vedranno il marito e gli
attestati del matrimonio.
--E quanti anni ha il marito?--domandai.
--Dieci compiuti, Signore.
Vedendo che stentavamo a credere, ci accertarono la cosa tutte le altre
donne, aggiungendo che sono rare le ragazze che si maritino dopo i
dodici anni, che la maggior parte son già spose a dieci, e molte a otto,
e non poche perfino a sette, con ragazzi press'a poco della stessa età;
e che, naturalmente, fin che son così piccoli vivono coi parenti, i
quali continuano a trattarli come bambini, li nutrono, li vestono, li
sballottano, li sculacciano senza alcun riguardo alla loro dignità
maritale; ma stanno sempre insieme e la moglie è sottomessa al marito.
A noi pareva di sentir parlare d'un altro mondo, e stavamo a sentire
colla bocca aperta, titubando fra la voglia di ridere, la compassione e
lo sdegno.
--Ma....--disse esitando l'Ambasciatore--stanno insieme anche.... dalla
sera alla mattina?
--Naturalmente--rispose la madre;--poichè sono marito e moglie!
--Ma non capite,--disse l'Ambasciatore con un movimento di sdegno;--che
questo è mal fatto? che è contro le leggi della natura? che è dannoso
all'anima e al corpo? che in questo modo invece di educare moralmente e
fisicamente l'infanzia, la profanate, l'avvelenate, la soffocate?
--Che, che, signor Ambasciatore!--rispose la madre con la più amena
disinvoltura;--non creda questo. Non segue nulla di tutto questo. Son
bambini....--E qui s'avvicinò a noi e abbassò la voce.--Son bambini, non
sanno nulla, non pensano a nulla, discorrono e ridono fra loro, e poi
quando son stanchi, chinan la testa così e s'addormentano come
angioletti. Nulla di male, signor Ambasciatore.
L'Ambasciatore tentò ancora di persuaderla che del male ce n'era; ma la
buona donna, continuando a ripetere:--nulla di male, nulla di male... a
poco a poco, a poco a poco--rimase del proprio parere.
In quel frattempo la sposina di nove anni mandava dei baci al cane da
caccia del signor Paxcot, legato in un angolo del cortile.
Povere creature! Fu una pietà il vederle, quando s'accomiatarono,
rimettersi le babbuccie sotto il braccio e i braccialetti in seno, e
così belle e vestite riccamente, avviarsi a piedi nudi per quelle strade
sassose ed immonde, guardando intorno con un'espressione di umiltà
supplichevole, come per scongiurare gl'insulti e le percosse dei
passanti!
* * * * *
Una colezione in casa del ministro della guerra.
Ci ricevette, appena entrati, in un cortile angusto, chiuso fra quattro
muri altissimi e oscuro come un pozzo. Da un lato v'era una porticina
alta poco più d'un metro, dall'altro una gran porta senza battenti e una
stanza nuda, con una materassa distesa sul pavimento, e alcuni foglietti
di carta infilati in uno spago appeso a una parete: la corrispondenza
giornaliera, credo, di Sua Eccellenza.
Si chiama Sid-Abd-Allà Ben Hamed, è fratello maggiore di Sid-Mussa, ha
circa sessant'anni, è nero, piccolo, magro, malfermo sulle gambe,
tremante, ridotto, come suol dirsi, sulle cigne; ma d'aspetto e di modi
simpatici. Parla poco, chiude spesso gli occhi e sorride cortesemente
abbassando la testa mezzo nascosta in un grosso turbante.
Scambiate poche parole, fummo invitati a passare nella sala da pranzo.
Primo l'Ambasciatore, e poi tutti gli altri, ad uno ad uno, piegandoci
quasi ad angolo retto, infilammo la porticina, e riuscimmo in un altro
cortile, spazioso, circondato d'archi eleganti, e coperto di musaici
splendidi e svariatissimi. È un palazzo regalato a Sid-Abd-Allà
dall'Imperatore. Egli medesimo ce lo disse, chinando la testa e
chiudendo gli occhi in atto di religiosa venerazione.
In un angolo del cortile v'era un gruppo d'ufficiali in turbante e cappa
bianca; dalla parte opposta uno stuolo di servi, in mezzo ai quali
giganteggiava un giovanotto di bellissimo aspetto, vestito tutto di
turchino, alla zuava, con una lunga pistola alla cintura. A tutte le
finestrine e porticine dei quattro muri, si vedevano apparire e sparire
teste di donne e di ragazzine di ogni colore, e da ogni parte si
sentivano vagiti di bimbi.
Sedemmo intorno a una piccola tavola, in una piccolissima stanza,
ingombrata in gran parte da due letti enormi. Il Ministro si pose vicino
all'Ambasciatore, un po' indietro, e stette là per tutto il tempo della
colezione stropicciando vigorosamente il suo nero piede nudo piantato
ritto sul ginocchio, in modo che le rispettabili dita ministeriali
riuscivano per l'appunto sull'orlo della tavola, a mezzo palmo dal
piatto del Comandante. I soldati della Legazione servivano. A un passo
dalla tavola stava il gigante turchino, immobile come una statua, con
una mano sul pistolone.
Sid-Abd-Allà[tn326] fu assai gentile coll'Ambasciatore.
--Voi mi siete simpatico,--gli fece dire, senza preamboli, dal signor
Morteo.
L'Ambasciatore gli rispose che provava per lui un eguale sentimento.
--Appena vi vidi,--continuò il Ministro,--il mio cuore fu vostro.
L'Ambasciatore ricambiò il complimento.
--Al cuore--concluse Sid Abd-Allà,--non si resiste; e quando egli ci
comanda d'amare una persona, anche senza saperne la ragione, la si ama.
L'Ambasciatore gli porse la mano ed egli se la strinse sul cuore.
Ci furono portati diciotto piatti. Non ne parlo. Mi basta dire che son
certo che me ne sarà tenuto conto il giorno in cui verrò giudicato. Per
giunta l'acqua era muschiata, la tovaglia variopinta e le seggiole
barcollanti. Ma queste piccole calamità, invece di metterci di malumore,
ci accesero la vena degli scherzi per modo che poche volte fummo più
allegramente bricconi di quella mattina. Se ci avesse sentiti
Sid-Abd-Allà! Ma Sid-Abd-Allà era tutt'occhi e tutt'orecchi
coll'Ambasciatore. Ci spaventò per un momento il signor Morteo,
avvertendoci a bassa voce che il gigante turchino, essendo di Tunisi,
poteva darsi che capisse qualche parola d'italiano. Ma guardandolo
attentamente ad ogni scherzo, e vedendolo sempre impassibile come una
statua, ci rassicurammo e tirammo innanzi senza badargli. Quante
similitudini calzanti, inaspettate, e d'un effetto comico clamoroso, ma
sventuratamente irripetibili, furono trovate a quegl'intingoli e a
quelle salse!
Finita la colezione, s'andò tutti nel cortile, dove il Ministro della
guerra presentò all'Ambasciatore uno dei più alti ufficiali
dell'esercito. Era il Comandante supremo dell'artiglieria: un piccolo
vecchio, secco, inarcato come una C, con un enorme naso adunco e due
occhiettini diabolici; una figura d'uccello di rapina; caricato,
piuttosto che coperto, d'uno smisurato turbante giallo di forma quasi
sferica, e vestito presso a poco alla zuava, tutto turchino, con un
mantello bianco sulle spalle. Aveva una lunga sciabola al fianco e un
pugnale inargentato alla cintura. L'Ambasciatore gli fece domandare a
quale grado della gerarchia militare europea corrispondesse quello
ch'egli aveva nell'esercito marocchino. Parve che quella domanda lo
mettesse nell'imbarazzo. Pensò qualche momento e rispose
balbettando:--Generale;--poi ripensò e soggiunse:--No, colonnello--e
rimase un po' confuso. Disse ch'era nativo d'Algeri. Mi balenò il
sospetto che fosse un rinnegato. Chi sa per che strane vicende si
trovava colonnello nel Marocco!
Gli altri ufficiali, in quel frattempo, facevano colezione in una stanza
a terreno aperta sul cortile, tutti seduti in cerchio sul pavimento, coi
piatti nel mezzo. Capii benissimo, vedendoli mangiare, come i mori
possano far di meno del coltello e della forchetta. Non si può dire il
garbo, la destrezza, la precisione con cui facevano in pezzi i polli, il
montone allo spiedo, la caccia, i pesci, ogni cosa. Con pochi movimenti
rapidissimi delle mani, senza scomporsi menomamente, ognuno spiccava
giusta e netta la sua porzione. Pareva che avessero delle unghie
taglienti come rasoi. Immergevano le dita nelle salse, facevano delle
palle di cuscussù, mangiavano l'insalata a manate, e non un briciolo,
non una goccia cadeva fuor del piatto; e vedemmo infatti quando
s'alzarono che avevano i caffettani bianchi immaculati come prima. Di
tratto in tratto un servo portava in giro una catinella e un
asciugamano; si davano una lavatina e poi tutti insieme rituffavano lo
zampino in un altro piatto. Nessuno parlava, nessuno alzava gli occhi,
nessuno mostrava d'accorgersi che noi fossimo là a contemplarli.
Che ufficiali saranno stati? Maggiori di stato maggiore? Aiutanti di
campo? Capi-divisione del Ministero della guerra? Chi può saper nulla
nel Marocco, particolarmente dell'esercito, che è il più misterioso di
tutti i misteri? Si dice, per esempio, che nel caso d'una guerra santa,
quando sia proclamata la legge Djehad, che chiama tutti gli uomini
validi alle armi, l'Imperatore può raccogliere duecentomila soldati; ma
se non si conosce nemmeno presso a poco il numero della popolazione
dell'Impero, su che fondamento s'appoggia quella cifra? E l'esercito
permanente, chi sa quanto sia? E a chi riesce di saper qualcosa, non
solo del numero, ma dell'ordinamento, se, fuor dei capi, nessuno sa
nulla, e questi o non vogliono rispondere, o non dicono il vero, o non
sanno farsi capire?
Sid-Abd-Allà, cortesissimo ospite, volle aver scritti sul suo
portafoglio i nostri nomi e ci accomiatò stringendosi sul cuore le mani
di tutti.
Eravamo già sulla porta, quando ci raggiunse il gigante turchino. Ci
fermammo, egli ci guardò sorridendo furbescamente e poi disse sottovoce
in pretto italiano, salvo la pronunzia moresca:
--Signori, stiano bene!
Ci balenarono alla mente le corbellerie dette a tavola e restammo
fulminati.
--Ah cane!--gridò l'Ussi.
Ma il cane era già sparito.
* * * * *