Un'altra folla di cavalieri, più pomposi dei precedenti, ci viene

incontro. È il vecchio ministro della guerra. Sid-Abd-Allà ben-Hamed,

nero, montato sopra un cavallo bianco bardato di color celeste; e con

lui i governatori militari della provincia, il comandante del presidio

di Fez, e un folto stato maggiore di generali coronati di turbanti

bianchi come la neve e vestiti di caffettani di cento colori.

Ci rimettiamo in via. Ormai è più di mezz'ora che camminiamo in mezzo ai

soldati e qualcuno ne ha contati oltre a quattro mila. Da una parte è

schierata la cavalleria; dall'altra un'accozzaglia che non ha più nome;

uomini e ragazzi vestiti di cento uniformi diverse, o piuttosto di

brandelli d'uniformi, metà armati e metà senz'armi, colla cappa, senza

cappa, con un cencio intorno al capo, col capo scoperto, scamiciati;

visi del deserto, del litorale dell'Oceano, delle montagne dell'Atlante,

del Rif, della provincia di Sus; teste rapate e teste ornate di lunghe

treccie; colossi e nani, ceffi di belve e faccie di morti--disotterrati,

larve, fantocci, comparse teatrali, gente razzolata Dio sa dove per far

numero e paura. E dietro costoro, su due grandi rialti di terreno che

sorgono a destra e a sinistra della strada, due turbe innumerevoli di

donne velate, che gridano e gesticolano in atto di meraviglia, di

sdegno, d'allegrezza, sollevando i bambini sopra la testa.

Ci avviciniamo alle mura, in direzione d'una porta monumentale,

coronata di merli. Scoppia il suono d'una banda e nello stesso tempo

tutte le trombe e tutti i tamburi dell'esercito prorompono in un fragore

infernale. Allora si sciolgono gli ordini del ricevimento e tutti ci si

affollano intorno, magistrati, generali, cortigiani, ministri,

ufficiali, schiavi; la nostra scorta è scompigliata, i nostri servi

dispersi e noi stessi separati gli uni dagli altri. È un torrente di

turbanti e di cavalli, che ci avvolge e ci travolge con un impeto

irresistibile; un barbaglio di colori, una fantasmagoria di faccie

strane, un frastuono di voci stridule, una furia, una confusione di

battaglia, uno spettacolo grandioso e selvaggio che innamora e

sbalordisce.

§ § § § §

Passiamo per la gran porta, ci guardiamo intorno credendo di veder le

case della città: siamo ancora in mezzo a mura e a torri merlate; a

sinistra v'è una cuba, colla cupola verde, ombreggiata da due palme;

gente intorno alla cuba, ai piedi delle mura, sulle mura, sulle torri,

da ogni parte. Passiamo sotto un'altra porta, ed entriamo finalmente in

una strada fiancheggiata da case.

§ § § § §

Non ricordo che molto confusamente quello che vidi in quel tragitto,

tanto ero sbalordito dallo spettacolo dell'entrata e intento a salvarmi

la vita, poichè si camminava sui pietroni in mezzo a una calca di

cavalli, e guai a chi avesse fatto un capitombolo. Passammo, mi ricordo,

per parecchie strade strette, deserte, fiancheggiate da case molto alte,

salendo, scendendo, soffocati dal polverìo e assordati dallo scalpitìo

dei cavalli; e dopo una buona mezz'ora di cammino, attraversato un

labirinto di vicoli in salita dove ci toccò passare a uno a uno,

scendemmo dinanzi a una piccola porta, in mezzo a due file di soldati

scarlatti che ci presentarono le armi, ed entrammo in casa nostra.

§ § § § §

Fu una sensazione deliziosa.

Era una casa principesca di puro stile moresco con un piccolo giardino

ombreggiato da filari paralleli d'aranci e di limoni. Dal giardino

s'entrava nel cortiletto interno per una porta bassissima, e un

corridoio appena tanto largo da potervi passare una persona.

Tutt'intorno al cortile s'alzavano dodici pilastri bianchi, congiunti da

altrettanti archi a ferro di cavallo, che sostenevano all'altezza del

primo piano una galleria arcata e munita d'una balaustrata di legno. Il

pavimento del cortile, della galleria e delle stanze era tutto uno

splendido musaico a quadrettini smaltati di vivi colori; gli archi

arabescati e dipinti; la balaustrata lavorata a giorno con una

delicatezza finissima; tutto l'edifizio disegnato con un'armonia e una

grazia degna degli architetti dell'Alhambra. Nel mezzo del cortile v'era

una fontana, e un'altra, a tre getti d'acqua, dentro a un vano del muro

rivestito di musaico a stelle e a rosoni. Dal mezzo d'ogni arco pendeva

una grande lanterna moresca. Un braccio dell'edifizio si stendeva lungo

uno dei lati del giardino, e aveva una graziosissima facciata a tre

archi, pure dipinti e arabescati, dinanzi alla quale zampillava una

terza fontana. V'erano altri piccoli cortili e corridoi e stanzuccie e

gl'innumerevoli recessi di tutte le case orientali. Qualche letto di

ferro senza[tn258] coperte e senza lenzuoli, qualche orologio a pendolo,

uno specchio nel cortile, due seggiole e un tavolino per l'Ambasciatore,

e una mezza dozzina di orciuoli e di catinelle, erano tutta la

suppellettile del palazzo. Nelle stanze principali c'erano tappeti

ricamati d'oro appesi alle pareti e materasse bianche distese sul

pavimento. Non una seggiola, non una tavola, non un comodino. Si dovette

far portare il mobilio dell'accampamento. In compenso per tutto fresco,

per tutto gorgoglío d'acqua, un'ombra, una fragranza, un non so che di

molle e di voluttuoso nelle linee, nei colori, nella luce, nell'aria,

che faceva sorridere e pensare. Tutto l'edifizio era circondato da un

muro altissimo, e intorno al muro si stendeva un labirinto di

stradicciuole deserte.

§ § § § §

Appena fummo nel cortile, cominciò un andirivieni di ministri e d'altri

personaggi, ognuno dei quali fece un quarto d'ora di conversazione

coll'Ambasciatore, palpandosi i piedi. Il ministro delle finanze fu

quello che attirò più di tutti la mia attenzione. Era un moro sulla

cinquantina, di aspetto severo, sbarbato, tutto vestito di bianco, con

un grosso turbante. Più lo guardavo e meno mi potevo persuadere che

quell'uomo avesse qualcosa di comune col Minghetti e col Sella. Un

interprete mi disse che aveva un grande ingegno, e addusse per prova che

essendogli stata portata un giorno una di quelle macchinette che fanno

le operazioni aritmetiche, lui aveva fatte le medesime operazioni in un

tempo eguale e cogli stessi risultati. E bisognava vedere con che

espressione di sacro rispetto, Selam, Alì, Civo, e tutti gli altri servi

arabi guardavano quei personaggi, che dopo il Sultano rappresentavano

per loro il più alto grado di scienza, di potenza e di gloria, a cui si

possa pervenire sulla terra!

§ § § § §

Finite le visite, si pigliò possesso del palazzo. I due pittori, il

medico ed io occupammo le camere che davano sul giardino; gli altri,

quelle del cortile. Interpreti, cuochi, marinai, servi, soldati, tutti

trovarono il loro posticino. In poche ore il palazzo cangiò aspetto.

§ § § § §

Assestata ogni cosa, si pensò a visitare la città.

I primi ad uscire furono l'Ussi e il Biseo; poi il Comandante e il

Capitano; io mi riserbai a veder ogni cosa a mente fresca la mattina

seguente. Uscirono a due a due, circondati, come malfattori, da un

drappello di fantaccini armati di fucili e di bastoni. Stettero fuori

un'ora, che mi parve eterna, e tornarono impolverati e grondanti di

sudore come da un campo di battaglia, esprimendo concitatamente,

prima coi gesti che colle parole, una grandissima meraviglia. Le prime

parole furono--gran città--gran folla--moschee immense--santi

nudi--maledizioni--legnate--cose dell'altro mondo. Ma la più saporita

notizia la diede l'Ussi. In una delle strade più frequentate, malgrado

la sorveglianza dei soldati, una ragazza di quindici anni gli s'era

slanciata alle spalle come una furia e gli aveva assestato tra capo e

collo un vigorosissimo pugno gridando:--Maledetti questi Cristiani! Non

c'è più un angolo del Marocco dove non si vengano a cacciare!

Tali furono le prime accoglienze fatte all'Arte italiana fra le mura di

Fez.

§ § § § §

A notte avanzata, feci un giro per il palazzo. Sui pianerottoli, davanti

alle porte delle camere, nel giardino, per le scale c'erano soldati

accovacciati, ravvolti nelle cappe, che dormivano profondamente. Dinanzi

alla piccola porta del cortile russava all'aria aperta il fedele Hamed

Ben Kasen, disteso sopra una stuoia, colla sciabola al fianco. La luce

velata delle lanterne faceva scintillare i musaici dei pavimenti e dei

muri che parevano tempestati di perle, e dava a tutto l'edifizio

l'apparenza misteriosa e magnifica d'una reggia. Il cielo era tutto

stellato, e un vento leggero faceva stormire gli aranci del giardino. Si

sentiva distintamente, nel silenzio della notte, il rumore del Fiume

delle perle, il gorgoglio delle fontane, il[tn261] tic-tac degli

orologi, e di tratto in tratto le voci acute delle sentinelle, che dalle

varie porte esterne del palazzo si davano l'all'erta cantando delle

preghiere. Che belle ore passai, quella notte, col viso all'inferriata

della finestra su cui batteva la luna, pensando alla grande città

sconosciuta che mi si stendeva dintorno, a casa mia, ai miei amici, alle

belle del Sultano, al mondo di là, a mille cose fantastiche e care!

La mattina uscimmo quattro o cinque insieme, accompagnati da un

interprete, e scortati da dieci soldati di fanteria, uno dei quali aveva

ancora i bottoni coll'effigie della Regina Vittoria, poichè molte di

quelle divise rosse son prese usate a Gibilterra dai soldati

dell'esercito inglese. Due ci si misero davanti, due di dietro, tre a

sinistra e tre a destra; i primi armati di fucili, gli altri di bastoni

e di corde a nodi. Faccie che, quando me ne ricordo, benedico il

bastimento che m'ha riportato in Europa.

L'interprete ci domandò che cosa volevamo vedere.--Tutta Fez!--si

rispose.

Ci dirigemmo prima verso il centro della città.

Qui dovrei proprio dire:--_Chi mi darà la voce e le parole!_ Come

esprimere lo stupore, la meraviglia, la pietà, la tristezza che provai

dinanzi a quel grandioso e lugubre spettacolo? Il primo effetto è quello

d'una immensa città decrepita, che si vada sfacendo lentamente. Case

altissime, le quali paion formate di più case sovrapposte, che si

scompongano; scalcinate, screpolate di cima in fondo, puntellate da ogni

parte, senz'altre aperture che qualche buco in forma di feritoia o di

croce; lunghi tratti di strada fiancheggiati da due muri alti e nudi

come muri di fortezza; strade in salita e in discesa, ingombre di

calcinacci, di pietre e di rottami d'edifizi, che svoltano di trenta in

trenta passi; ad ogni tratto un lungo passaggio coperto, buio come un

andito sotterraneo, dove bisogna camminare a tentoni; vicoli senza

uscita, recessi, antri, meandri umidi e sinistri, sparsi di ossami,

d'animali morti e di strame imputridito; tutto ciò rischiarato da una

luce crepuscolare che mette malinconia. In alcuni punti il terreno è

così rotto, il polverio così denso, il fetore così acuto, i moscerini

così fitti, che bisogna fermarsi per riprendere lena. In una mezz'ora di

cammino abbiamo fatto tanti giri che, disegnati, formerebbero uno dei

più intricati arabeschi dell'Alhambra. Di tratto in tratto sentiamo il

rumore d'una ruota da mulino, un mormorio d'acqua, lo strepito d'un

telaio, una cantilena di voci nasali, che ci dicon che venga da una

scuola di bambini; ma non si vede nulla da nessuna parte. Ci avviciniamo

al centro della città; la gente spesseggia; gli uomini si fermano per

lasciarci passare, guardandoci con aria attonita; le donne tornano

indietro o si nascondono; i bambini gridano e scappano; i ragazzi

brontolano e ci mostrano i pugni da lontano, tenendo d'occhio il bastone

dei soldati. Vediamo fontane ornate di ricchi musaici, porte arabescate,

qualche cortile ad archi, qualche resto di bella architettura araba

annerito dal tempo. Ogni momento, a cagione dei passaggi coperti, ci

troviamo al buio; poi intravvediamo un po' di luce; poi di nuovo al

buio. Entriamo in una delle strade principali, larga due metri, piena di

gente. Tutti si voltano e ci si serrano intorno. I soldati gridano,

urtano, picchiano per far largo, e infine si debbono contentare di farci

un baluardo coi loro petti, tenendosi per mano gli uni cogli altri, per

non esser divisi dalla folla. Abbiamo mille occhi addosso, ci sentiamo

mancare il respiro, grondiamo di sudore, andiamo innanzi

lentissimamente, fermandoci ogni tanto per lasciar passare un moro a

cavallo, un asino carico di teste di montone sanguinolente, un cammello

che porta una donna velata. A destra e a sinistra ci sono bazar

affollati; cortili d'alberghi ingombri di mercanzie; porte di moschee,

per le quali si vedono lunghissime fughe d'arcate bianche, e gente

prostrata che prega. Per tutta la strada, fin dove arriva lo sguardo,

non si vedono che cappucci, è tutto bianco, e si direbbe che tutti

camminano in punta di piedi. L'aria è impregnata d'un odore acuto

d'aloé, di spezie, d'incenso, di kif; pare di camminare in una immensa

drogheria. Passano frotte di ragazzi colla testa tignosa e piena di

cicatrici; vecchie deformi, senza un capello, col seno ignudo, che

s'aprono il passo a forza imprecando furiosamente contro di noi; pazzi

quasi nudi affatto, incoronati di fiori e di pennacchi, con un ramo

d'albero in mano, che ridono e cantano, o ripetono continuamente la

medesima parola, ballonzolando davanti ai soldati, che li cacciano via a

spintoni. Svoltando in un'altra strada, incontriamo un santo, un vecchio

smisuratamente pingue, nudo dalla testa ai piedi, che si trascina a

fatica tenendo una mano dove i pittori metton la foglia di fico, e

appoggiandosi coll'altra a una lancia fasciata di panno rosso.

Passandoci accanto, ci guarda di sbieco e brontola non so che cosa. Un

po' più oltre, vediamo quattro soldati che trascinano un disgraziato

tutto lacero e sanguinoso,--un ladro colto sul fatto,--e dietro uno

sciame di ragazzi che gridano:--La mano! La mano! Tagliargli la

mano!--In un'altra strada, incontriamo due uomini che portano una

barella scoperta sulla quale è disteso un cadavere, stecchito come una

mummia, ravvolto in un sacco di tela bianca stretto intorno al collo,

alla vita e alle ginocchia. Io mi domando dove sono, se sogno o son

desto, e se la città di Fez e la città di Parigi si trovano veramente

sul medesimo astro! Entriamo nei bazar. Per tutto c'è folla. Le

botteghe, come a Tangeri, sono tane aperte nel muro. I cambisti sono

seduti in terra, con un mucchio di monete nere dinanzi. Attraversiamo,

pigiati dalla folla, il bazar delle stoffe, quello delle pantofole,

quello della terraglia, quello degli ornamenti di metallo, che formano

tutti insieme un labirinto di stradicciuole coperte da un tetto

sfracellato di canne e di rami d'albero. Passiamo per mercati di verzura

affollati di donne che alzano le braccia per maledirci, e usciamo dalla

parte centrale della città. Daccapo salite, discese, giri, rigiri,

vicoli tetri, passaggi tenebrosi, moschee, fontane, porte arcate, rumor

di mulini, cori di voce nasali, donne che si nascondono, un sudiciume

che ammorba e un polverio che leva il fiato. Usciamo finalmente per una

porta delle mura e facciamo un giro intorno alla città. La città si

stende in forma d'un otto immenso fra due colline, sulla cima delle

quali torreggiano le rovine di due antiche fortezze quadrate. Di là

dalle colline c'è una corona di monti. Il Fiume delle perle divide la

città in due, Fez nuova, sulla riva sinistra, Fez antica, sulla destra;

e una cintura di vecchie mura merlate e di grosse torri, di un fosco

color calcare, rotta in più punti, stringe tutt'intorno la parte antica

e la nuova. Dalle alture si domina collo sguardo tutta la città: una

miriade di case bianche coronate di terrazze, al di sopra delle quali

s'alzano bei minareti lavorati a musaico, palme gigantesche, mucchi di

verzura, torricine merlate, cupolette verdi. A primo aspetto, s'indovina

la grandezza della metropoli antica, di cui la città d'oggi non è più

che lo scheletro. In vicinanza delle porte e sopra le alture, per un

grande spazio la campagna è sparsa di monumenti e di rovine: cube, case

di santo, _zauie_, archi d'acquedotti, sepolcri, ruderi enormi, traccie

di fondamenta che paiono i resti d'una città spianata dal cannone e

divorata dalle fiamme. Tra la città e la più alta delle due colline che

la fiancheggiano, è tutto un giardino, un bosco fitto e intricatissimo

di gelsi, d'olivi, di palme, d'alberi fruttiferi e di pioppi smisurati,

vestiti d'edera e di pampini, dove da ogni parte corrono rigagnoli,

zampillano fontane e s'incrociano canali, fra spalliere altissime di

verzura e di fiori. L'altura opposta è coronata di migliaia d'aloè alti

due volte un uomo. Lungo le mura sono grandi scoscendimenti di terreno,

fossi profondi, ricolmi di vegetazione; frammenti immani di bastioni e

di torri franate; un disordine grandioso e severo di rovine e di verde,

che rammenta i tratti più pittoreschi delle mura di Costantinopoli.

Passiamo dinanzi alla porta del Ghisa, alla porta di Ferro, alla Porta

del Padre delle Cuoia, alla porta nuova, alla porta bruciata, alla porta

da aprirsi, alla porta del Leone, alla porta di Sidi Buxida, alla porta

del Padre dell'Utilità, e rientriamo, per la porta della Nicchia del

burro, nella nuova Fez. Qui sono grandi giardini, vasti spazi aperti,

larghe piazze circondate di mura merlate, di là dalle quali si vedono

altre piazze e altre mura, e porte arcate e torri e ponti, e bellissimi

prospetti lontani di colline e di monti. Alcune porte sono altissime e

hanno i battenti rivestiti di lastre di ferro, tempestate di enormi

chiodi. Avvicinandoci al Fiume delle perle, troviamo un cavallo fradicio

steso in mezzo alla strada. Lungo il muro v'è un centinaio d'arabi

lavandai, che saltellano sopra la biancheria ammucchiata sulla sponda.

Incontriamo pattuglie di soldati, personaggi di corte a cavallo, piccole

carovane di cammelli, frotte di donne della campagna, coi bimbi sospesi

alla schiena, che si coprono il viso passandoci accanto. E finalmente

vediamo dei visi che ci sorridono. Entriamo nel Mellà, il quartiere

degli Ebrei. È una vera entrata trionfale. S'affacciano alle terrazze e

alle porte, scendono nella strada, si chiamano l'un l'altro, accorrono

da tutti i vicoli. Gli uomini capelluti e ravvolti nel loro lungo

vestito, col capo coperto d'un fazzoletto annodato sotto il mento, come

le donne, s'inchinano con un sorriso cerimonioso. Le donne,

bianchissime, rotondette, vestite di panni verdi e rossi gallonati e

ricamati d'oro, ci augurano _buenos dias_ e ci dicono mille cose gentili

coi loro smaglianti occhi neri. Alcuni bimbi ci vengono a baciare le

mani. Per sottrarci a quell'ovazione e al sudiciume delle strade,

prendiamo una via traversa e riusciamo in un campo tutto coperto di

grandi sepolcri di muratura, della forma di parallelepipedi, bianchi

come la neve, che ci dicono essere il cimitero israelitico. Di qui

torniamo in città, e dopo un altro miglio di cammino per strade tortuose

e immonde, bruciati dal sole, saettati da mille sguardi, maledetti da

mille bocche, rientriamo finalmente, colla testa in tumulto e le ossa

rotte, nel palazzo dell'Ambasciatore.

§ § § § §

O Fez!--dice uno storico arabo--tutte le beltà della terra sono riunite

in te! E soggiunge che Fez è stata sempre la sede della saggezza, della

scienza, della pace, della religione; la madre e la regina di tutte le

città del Magreb; che i suoi abitanti hanno l'ingegno più fino e più

profondo degli altri abitanti del Marocco; che tutto quello che è in

essa e intorno ad essa è benedetto da Dio; persino l'acqua del Fiume

delle perle, la quale guarisce dal mal della pietra, immorbidisce la

pelle, profuma i panni, distrugge gl'insetti, rende più dolci (se è

bevuta a digiuno) i piaceri dei sensi e contiene pietre preziose

d'inestimabile valore. E non meno poeticamente è raccontata dagli

scrittori arabi la storia della sua fondazione. Quando gli Abassidi,

sul finire dell'ottavo secolo, si divisero in due fazioni, un principe

della fazione vinta, Edris-ebn-Abd-Allà, si rifugiò nel Magreb, poco

lontano dal luogo dove sorse poi la città di Fez; e qui visse nella

solitudine, pregando e meditando, finchè per la sua origine illustre e

per la sua santa vita, avendo acquistato gran fama in mezzo ai Berberi

della contrada, questi lo elessero loro capo. A poco a poco, colle armi

e coll'alta autorità di discendente d'Alì e di Fatima, egli estese la

sua sovranità sopra una gran parte del paese, convertendo forzatamente

all'islamismo idolatri, cristiani ed ebrei; e pervenne a tal grado di

potenza, che il Califfo d'Oriente Arun-er-Rescid, ingelosito, lo fece

avvelenare da un finto medico, per distruggere con lui il suo impero

nascente. Ma i Berberi diedero solenne sepoltura ad Edris e riconobbero

per Califfo un suo figliuolo postumo Edris-ebn-Edris, il quale salì sul

trono a dodici anni, consolidò ed accrebbe l'opera del padre, e si può

dir che sia stato il vero fondatore dell'Impero del Marocco, il quale

rimase fino alla fine del decimo secolo nelle mani della sua dinastia.

Fu questo medesimo Edris che gettò le prime fondamenta di Fez il tre

febbraio dell'anno 808, «in un vallone posto fra due alte montagne

coperte di ricchi boschi e irrigate da mille ruscelli, sulla riva

destra del Fiume delle perle.» La tradizione spiega in vario modo

l'origine di quel nome. Scavando per le fondamenta si sarebbe trovata

nella terra una grande scure (che si chiama in arabo Fez) del peso di

sessanta libbre, e questa avrebbe dato il nome alla città. Lo stesso

Edris, dice un'altra leggenda, lavorava alle fondamenta in mezzo ai suoi

operai, i quali, in segno di gratitudine, gli offrirono una scure d'oro

e d'argento, ed egli volle perpetuare nel nome della nuova città la

memoria di quell'omaggio. Secondo un altro racconto, il segretario

d'Edris avrebbe domandato un giorno al suo Signore qual nome egli

intendesse di porre alla città.--Il nome, rispose il principe, della

prima persona che incontreremo.--Passò un uomo, lo interrogarono,

rispose che si chiamava Farès; ma essendo balbuziente, pronunziò invece

di Farès, Fez, e il principe ritenne questo nome. Altri dice che si

chiamava _Zef_ una grande città posta sul Fiume delle perle, la quale

esistette mille e ottocento anni e fu distrutta prima che l'Islam

risplendesse sulla terra; ed Edris impose alla sua metropoli il nome

rovesciato della città distrutta. Comunque sia, la città nuova

s'accrebbe rapidamente, e già sul principio del decimo secolo

rivaleggiava di splendore con Bagdad; racchiudeva fra le sue mura la

moschea El-Caruin e quella d'Edris, ancora esistenti, una la più vasta

e l'altra la più venerata dell'Affrica; ed era chiamata la Mecca

dell'occidente. Verso la metà del undicesimo secolo Gregorio IX ci

stabiliva un episcopato. Sotto la dinastia degli Almoadi, aveva trenta

sobborghi, ottocento moschee, novantamila case, diecimila botteghe,

ottantasei porte, vasti ospedali, bagni magnifici, una grande biblioteca

ricca di preziosissimi manoscritti greci e latini; scuole di filosofia,

di fisica, d'astronomia e di lingua, a cui accorrevano dotti e letterati

d'ogni parte d'Europa e Levante; si chiamava l'Atene dell'Affrica, ed

era ad un tempo la sede d'una fiera perpetua, dove affluivano i prodotti

dei tre continenti; e il commercio europeo v'aveva i suoi bazar e i suoi

alberghi, e vi prosperavano, tra mori, arabi, berberi, ebrei, neri,

turchi, cristiani e rinnegati, cinquecentomila abitanti. Ed ora quanto

mutata! Quasi tutti i giardini sono scomparsi, la più parte delle

moschee rovinarono, della gran biblioteca non rimane che qualche volume

tarlato, le scuole son morte, il commercio languisce, gli edifici si

sfasciano, e la popolazione è ridotta a meno assai della quinta parte

dell'antica. Fez non è più che una enorme carcassa di metropoli

abbandonata in mezzo all'immenso cimitero del Marocco.

§ § § § §

Marocco · 第 13 / 24 段