La nostra maggiore curiosità, dopo la prima passeggiata per Fez, era di

visitare le due famose moschee El-Caruin e Mulei-Edris; ma essendo

vietato ai cristiani di mettervi piede, ci dovemmo contentare del po'

che se ne vede dalle strade: le porte ornate di musaici, i cortili ad

archi, le navate basse e lunghissime, divise da una foresta di colonne e

rischiarate da una luce misteriosa. Non è però da credere che queste

moschee siano oggi quali erano al tempo della loro gran fama, poichè già

nel secolo decimoquinto, il celebre storico Abd-er-Rhaman ebn-Kaldun,

descrivendo quella d'El-Caruin (che Dio la nobiliti di più in più,

com'egli dice), accenna a parecchi ornamenti che non esistevano più ai

suoi tempi. Le prime fondamenta di questa immensa moschea furono gettate

il primo sabato di Ramadan; l'anno 859 di Gesù Cristo, a spese d'una pia

donna del Kairuan. Era da principio una piccola moschea di quattro

navate; ma l'abbellirono e l'ampliarono a poco a poco governatori, emiri

e sultani. Sulla cima del minareto, innalzato dall'Imam Ahmed ben Aby

Beker, brillava una palla d'oro, tempestata di perle e di pietre

preziose, nella quale era confitta la spada d'Edris-ebn-Edris, fondatore

di Fez. Alle pareti interne erano appesi dei talismani che premunivano

la moschea dai nidi dei topi, degli scorpioni e dei serpenti Il

Mirab--la nicchia rivolta verso la Mecca--era così splendido, che

gl'imam dovettero farlo imbiancare perchè non distraesse i fedeli dalla

preghiera. V'era un pulpito d'ebano ornato d'avorio e di gemme. V'erano

duecento settanta colonne che formavano sedici navate di ventun arco

ciascuna, quindici grandi porte d'entrata per gli uomini e due piccole

per le donne, e mille settecento lampade[tn274a] che nella

ventisettesima notte di Ramadan consumavano tre quintali e mezzo d'olio.

Tutti particolari che lo storico Kaldun reca con grandi[tn274b]

esclamazioni di meraviglia e di gioia, soggiungendo che fra le navate,

il cortile, le gallerie, i vestiboli e le soglie delle porte, misurato

lo spazio palmo per palmo, la moschea potea contenere ventiduemila

settecento persone, e che per pavimentare il solo cortile erano stati

impiegati cinquantaduemila mattoni. «Gloria ad Allà, signore dei mondi,

immensamente misericordioso e re del giorno del giudizio finale!».

Aspettando che il Sultano fissasse il giorno per il ricevimento solenne,

si fecero varie passeggiate, in una delle quali ricevetti

«un'impressione» affatto nuova per me. Ci avvicinavamo alla Porta

bruciata, _Beb-el-Maroc_, per rientrare in città, quando il vice-console

uscì in una esclamazione che mi fece rabbrividire:--Due teste!--Alzai

gli occhi al muro, intravvidi due lunghe striscie di sangue rappreso e

non ebbi cuore di guardar più su. Erano due teste, mi dissero, appese

per i capelli al di sopra della porta; una che pareva d'un giovanetto

d'una quindicina d'anni, l'altra d'un uomo tra i venticinque e i trenta:

tutti e due mori. Si seppe in seguito ch'erano state appese nella notte,

e si diceva che fossero due teste di ribelli delle terre confinanti

coll'Algeria, portate a Fez il giorno avanti. Ma il sangue colato faceva

sospettare che fossero state recise nella città medesima e forse davanti

a quella medesima porta. Comunque fosse, ci fu noto in quella occasione

che le teste dei ribelli sono sempre, dalla terra ribellata, portate

alla sede della corte e presentate al Sultano; dopo di che i soldati

imperiali acciuffano il primo ebreo che incontrano, gli fanno cavare

dalle teste il cervello e riempire il vuoto di stoppa e di sale, e le

appendono a una porta della città. Dopo che son state là qualche

giorno--a Fez, per esempio--un corriere se le mette in un canestro e le

porta a Mechinez, dove sono esposte daccapo, e poi ritolte per essere

portate a Rabatt, e via via, di città in città fin che sian putrefatte.

Non sembra però che questo sia accaduto delle due teste di

Beb-el-Maroc, poichè il giorno dopo, non vedendole più, domandammo a un

servo arabo che cosa ne avessero fatto, ed egli rispose con un

gesto:--Sepolte.--Ma s'affrettò a soggiungere, come per consolarci:--Ce

n'è già per strada molte altre.

§ § § § §

Due giorni prima del ricevimento solenne, fummo invitati a colezione da

Sid-Mussa.

Sid-Mussa non ha il titolo nè di gran vizir, nè di ministro, nè di

segretario; si chiama semplicemente Sid-Mussa; è nato schiavo; è un

mancipio del Sultano, che domani può spogliarlo d'ogni suo avere,

cacciarlo in fondo a una prigione o fare appendere il suo capo ai merli

di Fez, senza renderne conto a nessuno; ma è nello stesso tempo il

ministro dei ministri, l'anima del governo, la mente che tutto abbraccia

e tutto move dall'Oceano alla Muluia e dal Mediterraneo al deserto, e

dopo il Sultano il personaggio più famoso dell'Impero. Si può dunque

immaginare la curiosità che ci fremeva dentro, la mattina che,

circondati, come al solito, di gente armata, e accompagnati dal Caid e

dagl'interpreti, ci recammo, con un lungo codazzo di popolo, a casa sua,

che si trova nella nuova Fez.

Fummo ricevuti alla porta da uno stuolo di servi arabi e neri, ed

entrammo in un giardino chiuso da alti muri, in fondo al quale, sotto

un piccolo portico, aspettava Sid-Mussa, circondato dei suoi ufficiali,

tutti vestiti di bianco.

Il famoso ministro porse tutt'e due le mani, con un atto vivace,

all'Ambasciatore, chinò la testa sorridendo verso di noi e ci fece

entrare in una piccola sala a terreno, dove sedemmo.

Che strana figura! Per un pezzo rimanemmo tutti attoniti a guardarlo. È

un uomo sulla sessantina, mulatto, quasi nero, di mezzana statura; ha

una testa grossissima e oblunga, due occhi lampeggianti che lanciano uno

sguardo astutissimo, un gran naso forcuto, una gran bocca, due file di

denti enormi, un mento smisurato; e malgrado questi tratti ferini, un

sorriso affabile, un'espressione benigna e modi e inflessioni di voce

quanto si può dire cortesi. Ma con nessuna gente quanto coi mori, dice

chi li conosce, è facile ingannarsi giudicando l'animo dall'aspetto. Non

nell'animo però, nella testa di quell'uomo io avrei voluto vedere! Non

ci avrei trovato per certo una grande dottrina. Forse non più che

qualche pagina del Corano, qualche periodo della storia dell'Impero,

qualche vaga nozione geografica dei primi stati d'Europa, qualche idea

di astronomia, qualche regola d'aritmetica. Ma in compenso, che profonda

conoscenza del cuore umano, che prontezza di percezione, che

sottigliezza di scaltrimenti, che trama intricata di faccende

lontanissime da ogni nostra consuetudine, quanti curiosi segreti di

reggia, e chi sa che guazzabuglio di rimembranze d'amori, di supplizi,

d'intrighi, di vicende strane e tremende! E c'era fors'anche, sotto quel

bianco turbante, un concetto della civiltà europea e dello stato del

Marocco, non molto diverso dal nostro; tanto che, se avesse potuto

esprimere il suo pensiero, avrebbe esclamato:--Eh! cari signori, ne sono

più persuaso di voi!--ma era un pensiero imprigionato nel turbante. La

stanza, per stanza moresca, era sontuosamente mobiliata, poichè

conteneva un piccolo sofà, un tavolino, uno specchio e parecchie

seggiole. Le pareti erano decorate di tappeti rossi e verdi, il soffitto

dipinto, il pavimento a musaico. Nulla però di straordinario per la casa

d'un ministro ricchissimo come Sid-Mussa.

Scambiati i complimenti d'uso, fummo condotti nella sala della mensa,

ch'era da un altro lato del giardino.

Sid-Mussa, giusta il suo costume, non venne.

La sala della mensa era, come l'altra, decorata di tappeti rossi e

verdi. In un angolo si vedeva un armadio, con su due mazzi di vecchi

fiori finti, coperti da una campanella di vetro; e accanto all'armadio

uno di quei piccoli specchi colla cornice dipinta a fiori, che si

trovano da noi in tutte le locande di villaggio. Sulla tavola, una

ventina di piatti pieni di grossi confetti bianchi, della forma di palle

e di carrube; le posate e le stoviglie bellissime; molte bottiglie

d'acqua; non una goccia di vino. Sedemmo e fummo subito serviti.

Ventotto piatti senza contare i dolci! Ventotto enormi piatti, ognuno

dei quali sarebbe bastato a sfamare venti persone: di tutte le forme, di

tutti gli odori, di tutti i sapori; pezzi smisurati di montone allo

spiedo, polli impomatati, selvaggina alla ceretta, pesci al cosmetico,

fegatini alla stearina, torte all'unto di sego, legumi in salsa di

sugna, ova in conserva di manteca, insalate trite peste impastate e

combinate a musaico; dolci di cui ogni boccone basterebbe a purgare un

uomo d'un delitto di sangue; e con tutte queste ghiottonerie, grandi

bicchieri d'acqua fresca, nei quali spremevamo dei limoni che c'eravamo

portati in tasca; e poi una tazza di tè giulebbato; e infine uno stuolo

di servi che irruppe nella sala, e innondò d'acqua di rosa noi, la

tavola e le pareti: tale fu la colezione di Sid-Mussa.

Quando ci alzammo da tavola, venne un ufficiale ad annunciare

all'Ambasciatore che Sid-Mussa stava dicendo le sue preghiere, e che

appena finito, avrebbe con grandissimo piacere conferito con lui.

Subito dopo comparve un vecchio tutto tremante, sorretto da due mori, il

quale afferrò le mani all'Ambasciatore e gliele strinse furiosamente

dicendo con grande concitazione:--Benvenuto! Benvenuto! Benvenuto

l'Ambasciatore del Re d'Italia! Benvenuto fra noi! Bel giorno per

noi!--Era il gran sceriffo Bacali, uno dei più potenti personaggi della

corte e dei più ricchi proprietari dell'Impero, confidente del Sultano,

possessore d'un grande arém, malato da due anni di dispepsia; il quale

rallegra, si dice, gli ozî del suo Signore con motti arguti e

atteggiamenti comici; facoltà che non traspare affatto dal suo viso

truce e dai suoi modi impetuosi. Dopo di lui comparirono i due figliuoli

di Sid-Mussa; uno di cui ho dimenticato affatto la fisonomia, che

disparve dopo i primi saluti; l'altro, un bellissimo giovane di

venticinque anni, segretario intimo del Sultano: un viso di donna con

due grand'occhi castagni d'una dolcezza indescrivibile; allegro,

disinvolto, irrequieto, che stropicciava continuamente, con tutt'e due

le mani, le falde del suo ampio caffettano aranciato.

Usciti il Bacali e l'Ambasciatore, rimanemmo noi con alcuni ufficiali

seduti sul pavimento, e il segretario del Sultano, seduto, in onor

nostro, sopra una seggiola.

Il simpatico giovane intavolò subito la conversazione per mezzo di

Mohammed Ducali.

Fissò gli occhi in viso all'Ussi e domandò sottovoce chi era.

--È il signor Ussi,--rispose il Ducali,--gran maestro di pittura.

--Dipinge colla macchina?--domandò il giovane.

Voleva dire la macchina fotografica.

--No signore;--rispose l'interprete--dipinge a mano.

Parve che dicesse tra sè:--che peccato!--e rimase un momento sopra

pensiero. Poi disse:--Domandavo.... perchè colla macchina si lavora più

preciso.

Il Comandante pregò il Ducali di domandargli in che punto di Fez si

trovasse la fontana chiamata di Ghalù, dal nome d'un ladro che Edriss,

il fondatore della città, fece inchiodare in un albero vicino. Il

giovane segretario si mostrò altamente meravigliato che il Comandante

sapesse questo particolare storico, e gli fece domandare in che maniera

lo aveva saputo.

--L'ho letto nella storia del Kaldun,--rispose il Comandante.

--Nella storia del Kaldun!--esclamò il giovane.--Avete dunque letto la

storia del Kaldun! Vuol dire dunque che sapete l'arabo! E dove avete

trovato quest'istoria?

Il Comandante rispose che quella storia si trovava in tutte le nostre

città, ch'era un libro conosciutissimo in Europa, che l'avevan tradotto

in inglese, in francese e in tedesco.

--Ma davvero!--esclamò l'ingenuo giovane.--Voi tutti l'avete letta! E

sapete queste cose! Io non me lo sarei mai immaginato!

E non finiva di farne le meraviglie.

A poco a poco la conversazione s'infervorò, ci presero parte anche gli

ufficiali, e riuscimmo a sapere varie cose singolari. L'Ambasciatore

inglese aveva regalato al Sultano due macchine telegrafiche, e fatto

insegnare a parecchie persone della corte la maniera di servirsene; e

già se ne servivano, non pubblicamente, perchè nella città, alla vista

di quei fili misteriosi, sarebbe nato un sottosopra; ma nell'interno del

palazzo imperiale; e non è a dire se il grande ritrovato avesse stupito

tutti. Non però fino al punto che noi potremmo supporre, perchè da

quello che ne avevano inteso dir prima, se n'erano fatto tutti, compreso

il Sultano, un concetto assai più meraviglioso; credevano, cioè, che la

trasmissione del pensiero non si facesse già per mezzo della

trasmissione successiva delle lettere e delle parole; ma tutta d'un

colpo, istantaneamente, in modo che bastasse un tocco per esprimere e

trasmettere issofatto qualsivoglia discorso. Riconoscevano, ciò non

ostante, che la macchina era ingegnosa e che poteva riuscir utile,

particolarmente nei nostri paesi, dove essendoci molta gente e molto

traffico, doveva esserci bisogno di far ogni cosa alla spiccia. Il che

significava in altre parole: che cosa faremmo noi del telegrafo? E a che

termini sarebbe ridotta la politica del nostro Governo, se alle domande

dei rappresentanti degli Stati d'Europa si dovesse risponder subito e in

poche parole? e rinunziare a quella gran scusa dei ritardi e a

quell'eterno pretesto delle lettere smarrite, che sono i corrieri,

grazie a cui si può strascicare per due mesi una quistione che potrebbe

esser risolta in due giorni? Si seppe, oltre a questo, o piuttosto si

capì, che il Sultano è un uomo d'indole mite e di cuore gentile, che

vive austeramente, che ama una donna sola, che mangia senza forchetta,

come tutti i suoi sudditi, e seduto in terra, ma coi piatti posti sopra

una piccola tavola dorata, alta un palmo; che prima d'esser Sultano,

correva il _lab el barod_ coi soldati, ed era uno dei più destri; che

ama il lavoro e fa molte volte egli stesso quello che dovrebbero fare i

suoi servi, fino a incassare le proprie robe nelle occasioni di

partenza; e che infine il popolo lo ama, ma anche lo teme, perchè sa di

certo che quando scoppiasse una grande rivolta, egli sarebbe il primo a

saltare a cavallo e a slanciarsi colla spada nel pugno contro i ribelli.

Ma con che garbo dicevan queste cose! Che bei sorrisi e che bei

movimenti! Che peccato non intendere il loro linguaggio tutto figure e

colori, e non poter leggere e frugare a nostro bell'agio dentro

quell'ingenua ignoranza!

Dopo due ore ricomparvero l'Ambasciatore, Sid-Mussa, il gran sceriffo e

tutti gli ufficiali; ci fu uno scambio interminabile di strette di mano,

di sorrisi, d'inchini, di saluti, di cerimonie, che pareva si ballasse

una contraddanza; e finalmente, passando fra due lunghe ali di servi

attoniti, s'uscì. Uscendo, vedemmo all'inferriata d'una grande finestra

a terreno una decina di visi di donne, nere, bianche e mulatte,

indiademate e scarmigliate; le quali, appena apparimmo, scomparvero

facendo un gran rumore di pantofole e di sottane sbattute.

§ § § § §

Fin dal primo giorno del viaggio, il Sultano Mulei-el-Hassen era, come

ognuno può immaginare, l'oggetto principale della nostra curiosità. Fu

dunque una festa per tutti la sera che l'Ambasciatore ci annunziò il

ricevimento solenne per la mattina seguente. In vita mia, non ho mai

levato le pieghe alla giubba, nè fatto scattare la molla del gibus, con

più profonda compiacenza che in quella occasione.

Quella gran curiosità derivava, in parte, dalla storia della sua

dinastia. Si desiderava di vedere un volto di quella terribile famiglia

dei Sceriffi Fileli, a cui gli storici danno il primato del fanatismo,

della ferocia e dei delitti su tutte le dinastie che regnarono nel

Marocco. Sul principio del secolo decimosettimo, alcuni abitanti del

Tafilet, provincia dell'Impero che confina col deserto, dalla quale gli

sceriffi di quella dinastia prendono il nome di Fileli, condussero dalla

Mecca nel loro paese uno sceriffo chiamato Alì, nativo di Iambo, e

discendente di Maometto per Hassen, secondo figliuolo d'Alì e di Fatima.

Il clima della provincia di Tafilet, poco dopo il suo arrivo, riprese

una regolarità che da qualche tempo aveva perduta; i datteri crebbero in

grande abbondanza; il merito ne fu attribuito ad Alì; Alì venne eletto

re, sotto il nome di Mulei-Sceriffo; i suoi discendenti allargarono, a

poco a poco, colle armi, il dominio dell'avo; s'impadronirono di Marocco

e di Fez, scacciarono la dinastia dei sceriffi Saadini, e regnarono,

fino ai nostri giorni, su tutto il paese compreso fra la Muluia, il

deserto ed il mare. Sidi-Mohammed, figlio di Mulei-Sceriffo, regnò con

sapiente clemenza; ma dopo di lui il trono dei Sceriffi s'affondò nel

sangue. El Rescid governa col terrore, ruba l'ufficio al carnefice,

lacera di propria mano le mammelle alle donne perchè rivelino il

nascondiglio dei tesori dei mariti. Mulei Ismaele, il principe

lussurioso, l'amante di ottomila donne e padre di mille duecento figli,

il fondatore del corpo famoso delle guardie nere, il galante sultano che

chiede in isposa a Luigi XIV la figliuola della duchessa La Valliére, fa

appendere diecimila teste ai merli di Marocco e di Fez. Mulei Ahmed el

Dehebi, avaro e crapulone, ruba i gioielli alle donne di suo padre,

s'istupidisce col vino, fa strappare i denti alle sue belle e recidere

il capo a uno schiavo che ha troppo premuto il tabacco nella sua pipa.

Mulei Abd-Allà, vinto dai Berberi, fa sgozzare, per sfogar la sua

rabbia, gli abitanti di Mechinez, aiuta il carnefice a decapitare gli

ufficiali del suo valoroso esercito sconfitto, e inventa l'orribile

supplizio di cucir l'uomo vivo dentro un toro sventrato perchè si

putrefacciano insieme. Appare migliore della propria razza

Sidi-Mohammed, suo figliolo, il quale si circonda di rinnegati

cristiani, cerca la pace e ravvicina il Marocco all'Europa. Poi,

daccapo, Mulei Yezid, violento, crudele e fanatico, che per pagare i

suoi soldati, gli sguinzaglia al saccheggio dei quartieri degli Ebrei in

tutte le città dell'Impero; Mulei Hesciam, che dopo un regno di pochi

giorni, va a morire in un santuario; Mulei Soliman, che distrugge la

pirateria e ostenta amicizia all'Europa, ma con arte astuta segrega il

Marocco da tutti gli Stati civili, e si fa portare ai piedi del trono la

testa degli ebrei rinnegati a cui è sfuggita una parola di rammarico

sulla loro abjura forzata; Abd-er-Rhaman, il vinto d'Isly, che fa

calcinar vivi i congiurati nelle mura di Fez; e infine Sidi-Mohammed, il

vinto di Tetuan, che per inculcare nei suoi popoli il rispetto e la

devozione, fa portare per i _duar_ e per le città le teste dei suoi

nemici confitte nei fucili dei suoi soldati. Nè son queste le maggiori

calamità che affliggono l'Impero sotto la sciagurata dinastia dei

Fileli. Sono guerre colla Spagna, il Portogallo, l'Olanda,

l'Inghilterra, la Francia, i Turchi d'Algeri; insurrezioni feroci di

berberi, spedizioni disastrose nel Sudan, rivolte di tribù fanatiche,

ammutinamenti delle guardie nere, persecuzioni di cristiani; guerre

accanite di successione tra padre e figlio, tra zii e nipoti, tra

fratelli e fratelli; l'Impero a volta a volta smembrato e ricomposto;

Sultani cinque volte scoronati e cinque volte rimessi in trono; vendette

snaturate tra principi consanguinei, gelosie di donne e delitti orrendi,

e miseria immensa, e decadenza precipitosa alla barbarie antica; e in

ogni tempo questo principio trionfante: che non potendo assidersi la

civiltà europea se non sulle rovine di tutto l'edifizio politico e

religioso del Profeta, l'ignoranza è la miglior salvaguardia

dell'Impero, e la barbarie un elemento necessario di vita. Con

quest'aureola storica ci si presentava alla fantasia il giovine Sultano

a cui stavamo per comparire dinanzi.

Alle otto della mattina, l'Ambasciatore, il vice-console, il signor

Morteo, il Comandante e il Capitano, vestiti delle loro splendide

uniformi, erano già radunati nel cortile, in mezzo a una folla di

soldati, fra i quali il caid, tutti in pompa magna. Noi soli, i due

pittori, il medico ed io, tutti e quattro in giubba, gibus e cravatta

bianca, non osavamo uscire dalle stanze, per timore che il nostro

bizzarro vestire, forse non mai visto a Fez prima d'allora, facesse

ridere il pubblico.--Vada prima lei--no, tocca a lei--no, tocca a

loro--; per un quarto d'ora non si fece altro discorso, l'uno cercando

di spinger l'altro fuori della porta. Finalmente, dopo una savia

osservazione del dottore, che disse:--L'unione fa la forza--; uscimmo

tutti e quattro insieme, stretti in un gruppo, col capo basso e il

cappello sugli occhi. La nostra comparsa nel cortile destò una viva

meraviglia fra i soldati, i custodi e i servi del palazzo, alcuni dei

quali si nascosero dietro i pilastri per ridere al sicuro. Ma fu ben

altra cosa per la città. Montammo tutti a cavallo e ci dirigemmo verso

la porta della Nicchia del burro, preceduti da un drappello di

fantaccini dalla divisa rossa, seguiti da tutti i soldati della

legazione, fiancheggiati da ufficiali, interpreti, cerimonieri e

cavalieri della scorta di Ben-Kasen-Buhammei. Era un bellissimo

spettacolo quella mescolanza di cappelli cilindrici e di turbanti

bianchi, di uniformi diplomatiche e di caffettani rosei, di spadine di

gala e di sciaboloni barbareschi, di guanti canarini e di mani nere, di

calzoni dorati e di gambe nude; e lascio considerare che figura ci

facessimo noi quattro, vestiti da ballo, a cavallo a una mula, seduti

sopra una sella rossa alta come un trono, grondanti di sudore e coperti

di polvere appena usciti di casa. Le strade erano piene di gente. Al

nostro apparire tutti si fermavano e facevano ala. Guardavano il

cappello piumato dell'Ambasciatore, i cordoni d'oro del capitano, le

medaglie del Comandante, e non davano alcun segno di meraviglia. Ma

quando passavamo noi quattro, ch'eravamo gli ultimi, era prima uno

stralunamento d'occhi e poi un esilararsi di volti che metteva un vero

dispetto. Accanto a noi cavalcava Mohammed-Ducali: lo pregai di tradurmi

qualcuna delle osservazioni che gli riuscisse di cogliere a volo. Un

moro, in mezzo a un crocchio, disse non so cosa, a cui mi parve che gli

altri assentissero. Il Ducali diede in uno scroscio di risa e mi

notificò che quella brava gente ci credeva esecutori di giustizia.

Alcuni, forse perchè il nero è un colore odiato dai mori, ci guardavano

con un'aria quasi di disprezzo e di sdegno. Altri scrollavano il capo in

segno di commiserazione.--Signori,--disse allora il medico,--se non

sappiamo farci rispettare, è colpa nostra; abbiamo le armi;

serviamocene; io darò per il primo l'esempio.--Così dicendo, si tolse il

gibus, lo schiacciò e passando dinanzi a un gruppo di mori che

sorridevano, lo fece scattare improvvisamente. La meraviglia e il

turbamento di quella gente, alla vista di quello scatto misterioso, non

si può esprimere. Tre o quattro diedero un passo indietro e slanciarono

sul diabolico cappello uno sguardo di profonda diffidenza. I pittori ed

io, incoraggiati[tn290] dall'esempio, lo imitammo, e così a furia di

pugni nel gibus, arrivammo, rispettati e temuti, alle mura delle città.

Fuori della porta della Nicchia del Burro erano schierati sul passaggio

dell'ambasciata duemila soldati di fanteria, in gran parte ragazzi, che

presentarono le armi, a modo loro, gli uni dopo gli altri, e passati

noi, si misero la divisa sulla testa per ripararsi dal sole.

Passammo un piccolo ponte che accavalcia il Fiume delle perle e ci

trovammo nel luogo destinato al ricevimento, dove si discese tutti da

cavallo.

Era una vastissima piazza rettangolare, chiusa su tre lati da alte

muraglie merlate e da grosse torri; sul quarto lato, dal Fiume delle

perle. Nell'angolo più lontano da noi s'apriva una stradicciuola,

fiancheggiata da due muri bianchi, che conduceva ai giardini e alle case

del Sultano, completamente nascoste dai bastioni.

La piazza, quando v'arrivammo, presentava un aspetto ammirabile.

Nel mezzo v'era una folla di generali, di cerimonieri, di magistrati, di

nobili, d'ufficiali, di schiavi, arabi e neri, tutti vestiti di bianco,

divisi in due grandi schiere, l'una di fronte all'altra, alla distanza

d'una trentina di passi.

Marocco · 第 14 / 24 段