neri e capelluti; alcuni su cavalli stupendi, bardati con insolita
pompa. Il caid, Abù-ben-Gileli, era un vecchio tarchiato, d'aspetto
severo, di modi recisi, del quale e dei suoi soldati, si sarebbe potuto
dire quello che diceva Don Abbondio dell'Innominato e dei bravi:--Per
tenere a segno quelle faccie lì, non ci vuol meno di questa faccia qui;
lo capisco anch'io.--Senza un riguardo al mondo per il grano e per
l'orzo maturo ch'era dai due lati della strada, i soldati lanciarono i
cavalli al galoppo di qua e di là, e cominciarono le solite cariche a
due, a cinque, a dieci insieme, buttando i fucili in aria, rovesciandosi
in dietro, a destra, a sinistra, contorcendosi sulla sella in mille
maniere e urlando come anime dannate. Uno, fra gli altri, faceva il
molinello col fucile con una rapidità che quasi l'arma non si vedeva. Un
altro, passando, gridò con voce tonante:--Ecco il fulmine!--Un terzo,
essendogli deviato il cavallo, mancò un pelo che non c'investisse e ci
buttasse tutti in terra a gambe levate.
A una cert'ora l'Ambasciatore e il capitano, accompagnati da
Hamed-ben-Kasen e da alcuni soldati, si staccarono dalla carovana per
andar a far l'ascensione d'un monte, chiamato Selfat, poche miglia
lontano; e noi seguitammo senza di loro il cammino prestabilito.
Pochi minuti dopo seguì un caso che non mi uscirà mai più, credo, dalla
memoria.
Veniva verso di noi un ragazzo di sedici o diciott'anni, arabo, mezzo
nudo, che mandava innanzi, con un grosso bastone, due buoi
recalcitranti.
Il caid Abù-ben-Gileli arrestò il cavallo, e lo chiamò.
Si seppe dopo che quel ragazzo doveva andare ad attaccare i due buoi al
carro che avevamo visto poco prima, ed era in ritardo di qualche ora.
Il poveretto, tutto tremante, si presentò al caid.
Questo gli fece non so che domande, a cui il ragazzo rispose balbettando
e facendosi smorto come un cadavere.
Allora il caid si voltò verso i soldati e disse freddamente:--Cinquanta
bastonate.
Tre robusti soldati saltarono giù da cavallo.
Il povero ragazzo, senza aspettare che lo afferrassero, senza profferire
una parola, senza nemmeno alzare lo sguardo in viso al suo giudice, si
buttò bocconi in terra, secondo l'uso, colle gambe e le braccia distese.
Tutto questo accadde, si può dire, in un batter d'occhio. Il bastone non
era ancora in aria che già il comandante ed altri s'eran cacciati in
mezzo e avevano fatto dire al caid che non potevano permettere quel
brutale castigo.
Il caid chinò la testa.
Il ragazzo s'alzò pallido, convulso, guardando con un'espressione di
meraviglia e di spavento i suoi liberatori e il caid.
--Va,--gli disse l'interprete,--sei libero!
--Ah!--gridò con un accento inesprimibile,--e disparve.
Noi ci rimettemmo in cammino.
L'ho da dire? Ho visto uccidere un uomo, ma non provai un sentimento
così profondo d'orrore come quello che m'assalì alla vista di quel
ragazzo seminudo disteso in terra per ricevere cinquanta bastonate. E
dopo l'orrore, mi salì il sangue al capo dall'indignazione e vituperai
nel mio cuore il Caid, il Sultano, il Marocco, la barbarie colle parole
più fulminanti del linguaggio umano. Ma è proprio vero che bisogna
sempre aspettare i secondi pensieri.--Ma e noi,--pensai qualche momento
dopo;--quanti anni sono che abbiamo abolito il bastone? E quanto tempo è
che s'è abolito in Austria? E in Prussia? E negli altri Stati
d'Europa?--Questa riflessione mi fece cadere lo sdegno dal cuore e non
mi lasciò che un sentimento d'amarezza. Per chi poi desiderasse di
sapere in che modo si bastona al Marocco, basterà dire che qualche
volta, terminata l'operazione, si porta la vittima al cimitero.
§ § § § §
Di là fino a Zeguta la carovana passò di collina in collina, di valle in
valle, sempre tra campi di grano e d'orzo e prati verdissimi, circondati
d'aloé, di fichi d'India, d'olivi selvatici, di quercie nane, di cisti,
di corbezzoli, di mirti, di cespugli fioriti. Non si vedeva una tenda,
non s'incontrava un'anima viva. La campagna era tutta lussureggiante,
solitaria e tacita come un giardino fatato. Giungendo sulla sommità
d'un'altura, vedemmo le cime azzurre delle montagne di Fez, che subito
si rinascosero come se avessero alzata la testa un momento per vederci
passare; e nel più forte del caldo arrivammo a Zeguta.
§ § § § §
Era uno dei più bei luoghi che si fosser veduti in tutto il viaggio.
L'accampamento era posto sulla china d'un monte, in una grande cavità
rocciosa, della forma d'un anfiteatro, nella quale appunto i massi e le
piccole incavature formate a poco a poco, l'una sull'altra, con una
certa regolarità, dal passaggio della gente e degli animali,
presentavano l'aspetto d'una vasta gradinata; e giusto in quell'ora, la
gradinata era affollata d'arabi seduti a schiere semicircolari, come
spettatori d'un anfiteatro vero. Dinanzi, s'apriva in forma di conca una
grande valle tutta scompartita dalla varietà delle coltivazioni in
quadrati verdi, gialli, bianchi, rossi, violetti, che pareva un immenso
scacchiere di pezzi di velluto e di seta. Guardando col cannocchiale, si
vedeva, sulle colline più lontane, qua una fila di tende, là una cuba
nascosta fra gli aloé, più in là un cammello, più oltre un arabo
accovacciato, un armento, un gruppo di donne; una vita sparsa e lenta
che faceva sentire anche meglio d'una completa solitudine la profonda
pace del luogo. Su tutta questa bellezza, si stendeva un cielo bianco,
infocato, abbarbagliante, che costringeva a star col capo basso e cogli
occhi socchiusi.
§ § § § §
Ma assai più che per il paesaggio, ricorderò perpetuamente
l'accampamento di Zeguta per l'esperimento che vi feci del famoso kif.
Il kif, per chi non lo sappia, è la foglia d'una specie di canapa,
chiamata _hascisc_, conosciuta in tutto l'Oriente per la sua virtù
inebriante. Nel Marocco se ne fa grandissimo uso, e si può dire che
sono quasi tutte vittime di questa foglia deleteria, quegli arabi e
mori, molto frequenti nelle città, che guardano chi passa cogli occhi
sbarrati e stupidi, e camminano, quasi strascicandosi, come gente
sbalordita da una percossa nel capo. La maggior parte fumano il kif,
mescolato con un po' di tabacco, in piccolissime pipe di terra cotta;
altri lo mangiano in una specie di pasta dolce chiamata _madjun_, fatta
con burro, miele, noce moscata e garofani. Gli effetti sono stranissimi.
Il dottor Miguerez, che ne aveva fatto esperimento, me ne parlava
sovente, dicendo, fra le altre cose, ch'era stato preso da un accesso di
riso irresistibile, e che gli pareva di sentirsi sollevato da terra,
tanto che, passando sotto un portone alto due volte lui, aveva chinato
la testa per paura d'urtare. Stimolato dalla curiosità, io l'avevo
pregato più volte di darmi una porzioncina di _madjun_, poca, per non
perdere affatto la bussola, ma bastante a farmi vedere e sentire
qualcuna almeno delle mille meraviglie ch'egli mi raccontava. Il bravo
dottore per i primi giorni si scusò, dicendo che sarebbe stato meglio
fare l'esperimento a Fez, con tutti i comodi; ma io continuai a
sollecitarlo, e a Zeguta, finalmente, un po' a controvoglia, mi presentò
in un piattino il boccone sospirato. Eravamo a tavola. Con me, se non
m'inganno, ne presero un po' l'Ussi e un altro po' il Biseo; ma di
quello che abbia prodotto in loro, non mi ricordo. Era una pasta molle,
di colore violetto e di sapore di pomata. Per una mezz'ora circa, dalla
minestra alle frutta, non sentii nulla, e già canzonavo il dottore per
le sue paure. Ma lui mi rispondeva:--Aspetti, aspetti--e sorrideva. I
sintomi dell'ebbrezza, infatti, si manifestarono alle frutta. Fu da
principio una viva ilarità e una rapidissima parlantina. Poi cominciai a
ridere di tutto quello che sentivo dire e che dicevo io stesso; ogni
parola mia e d'altri mi faceva l'effetto d'un'arguzia finissima; ridevo
dei servi, degli sguardi dei miei commensali, della mia seggiola
squilibrata, delle figurine dipinte sui tondi, della forma di certe
bottiglie, del colore del cacio che mangiavo. All'improvviso m'accorsi
che non avevo più la testa a segno e mi diedi a pensare a qualche cosa
di serio per contenermi. Pensai al ragazzo che volevan bastonare la
mattina. Povero ragazzo! M'inteneriva. Avrei voluto condurlo in Italia,
farlo educare, fargli abbracciare una carriera. L'amavo come un figlio.
E anche il caid Abù-ben-Gileli, povero vecchio. Il caid Abù-ben-Gileli
l'amavo come un padre. E i soldati della scorta? Eran tutti buoni
ragazzi, pronti a difenderci, a rischiar la vita per noi. Io li amavo
come fratelli. Amavo pure li Algerini, e perchè no? pensavo; non sono
della stessa razza dei Marocchini? E poi, che razza! Siamo fratelli
tutti, siamo _stretti ad un patto_, bisogna amarci, io amo, io sono
felice, e mettevo il braccio intorno al collo del dottore, che scoppiava
dalle risa. Da quest'allegrezza caddi a un tratto in una mestizia
confusa e profonda. Ricordai le persone che avevo offese, i dolori di
cui ero stato cagione a coloro che m'amavano, mi sentii oppresso da
mille rimorsi e da mille rammarichi, mi parve di sentire delle voci che
mi parlavano nell'orecchio con un accento d'amore e di rimprovero, mi
pentii, domandai perdono, mi asciugai furtivamente una grossa lacrima
che mi tremolava nell'occhio. Poi mi si levò nella memoria un turbinìo
rapidissimo d'immagini disparate e bizzarre che svanivano l'una
nell'altra: certi amici d'infanzia dimenticati, certe parole di dialetto
non più pronunziate da vent'anni, dei visi di donna, il mio antico
reggimento, Guglielmo il Taciturno, Parigi, l'editore Barbera, un
cappello di castoro che avevo da bimbo, l'Acropoli d'Atene, il conto
d'un albergatore di Siviglia, mille stranezze. Ricordo confusamente che
i commensali mi guardavano sorridendo. Di tratto in tratto chiudevo gli
occhi e poi li riaprivo e non sapevo se avessi o no dormito, se fossi
stato così un minuto o mezz'ora. Avevo un pensiero lucido nel capo,
cominciavo a parlare, dicevo:--una volta sono andato.... Dove sono
andato? Chi è andato? Tutto era svanito. I pensieri brillavano e si
spegnevano come lucciole, fitti, intricati, inestricabili. A un certo
punto vidi l'Ussi con una testa allungata come un'immagine riflessa da
uno specchio convesso; il Viceconsole con un viso largo due palmi; tutti
gli altri assottigliati, gonfi, scontorti, contraffatti come caricature
fantastiche, che mi facevano delle smorfie inesprimibilmente buffe; ed
io ridevo e dondolavo il capo e sonnecchiavo e pensavo ch'eran tutti
matti, che ci trovavamo in un altro mondo, che nulla di quel che vedevo
era vero, che stavo male, che non capivo che cosa fosse accaduto, che
non sapevo dove fossi. E poi tutto fu buio e silenzio. E quando rinvenni
in me, mi trovai sotto la mia tenda, steso sul letto, col dottore
accanto, il quale, guardandomi al lume della candela, disse
sorridendo:--È passata, via; ma dev'esser la prima e l'ultima volta.
DA ZEGUTA AL TAGAT
Mentre io corro qua e là in cerca della mia cavalcatura, che non so
come, ritrovo poi appiattata in mezzo ai bagagli, l'Ambasciata parte.
Avrei ancora tempo di raggiungerla; ma all'uscita dall'accampamento,
scendendo per una china rocciosa, la mula vacilla, la sella si slaccia,
la letteratura precipita, ci vuole una mezz'ora per riassestare ogni
cosa, e addio Ambasciata! Mi tocca fare il viaggio solo, seguito alla
lontana da un servo zoppicante, che arriverà appena in tempo, quando io
sia assalito, a vedermi dare gli ultimi tratti. Sia fatta la volontà
d'Allà! La campagna è deserta e il cielo nuvoloso. Di mezz'ora in
mezz'ora vedo comparire, sulla sommità delle alture lontane, una
cavalcata variopinta e sparsa, in mezzo alla quale riconosco il cavallo
bianco dell'Ambasciatore e il caffettano rosso di Selam; e per qualche
momento mi pare di non esser più solo; ma la cavalcata sparisce, e la
solitudine mi torna a pesare sul cuore. A un'ora dall'accampamento
raggiungo una retroguardia di dodici cavalieri, condotti dal vecchio Abu
Ben Gileli, il caid delle cinquanta bastonate, il quale mi lancia uno
sguardo terribilmente espressivo rasente la schiena. Sorrido umilmente e
passo oltre. Esco dalla bella valle che si dominava collo sguardo
dall'accampamento, e m'inoltro in un'altra valle spaziosa, fiancheggiata
da alture ripidissime, vestite d'aloé e d'olivi, che formano come due
grandi muraglie verdi a destra e a sinistra d'una immensa strada
diritta, chiusa, in fondo, da una cortina di monti azzurri. Incontro
parecchi arabi, che si fermano per vedermi passare e guardano intorno,
stupiti ch'io non sia scortato. Mi assaltano? non mi assaltano? Uno
s'accosta a un albero, ne stacca in fretta e in furia un grosso ramo, e
mi corre incontro. Ci siamo! Arresto la mula, afferro la pistola. Egli
si mette a ridere e mi porge il bastone, spiegandomi che l'ha staccato
per me, per picchiare la mula, che non vuol camminare. In quel momento
mi vedo venir incontro, di gran galoppo, due soldati della scorta. La
mia ora, si vede, non è ancora sonata. I due soldati mi si mettono uno a
destra e uno a sinistra, come due carabinieri, e mandano innanzi il mio
quadrupede col calcio dei fucili,--dicendo:--_Embasciador!
Embasciador!_--Li ha mandati l'Ambasciatore a vedere che cosa è accaduto
di me. Meritano una ricompensa. Mi fermo, ed offro loro una bottiglietta
di vino che porto in tasca. Non dicono nè si nè no; si guardano
sorridendo, mi accennano che non ne han mai bevuto.--Assaggiate,--dico
io col gesto. Uno prende la bottiglia, versa una goccia sulla palma
della mano, dà una leccata e rimane un momento pensieroso. L'altro fa lo
stesso. Poi si guardano, si mettono a ridere e fanno cenno di
sì.--Bevete dunque.--Uno vuota mezza la bottiglia d'un fiato; l'altro,
d'un fiato, la finisce; poi si metton tutti e due una mano sul petto e
guardano il cielo cogli occhi luccicanti di voluttà. Ci rimettiamo in
cammino. Incontriamo altri arabi, uomini, donne e ragazzi, che mi
guardano con grande stupore. Uno, fra gli altri, dice alcune parole,
alle quali i soldati rispondono con un brusco cenno negativo. Ho poi
saputo che, credendomi arrestato, aveva detto:--Ecco un cristiano che ha
rubato all'Ambasciatore.--Si vede qualche villaggio di case bianche
sulla sommità delle alture che fiancheggiano la valle; spesseggiano le
_cube_, le palme, gli alberi fruttiferi, i leandri fioriti, i roseti; la
campagna è tutta verdissima, e comincia a mostrare qua e là qualche
traccia di divisione di poderi. Entriamo finalmente in una gola angusta
e tortuosa, formata da due muraglie di roccia; uscendo dalla quale, ci
troviamo sul terreno dell'accampamento. Siamo sulla sponda del Miches,
affluente del Sebù, vicino a un piccolo ponte di muratura costrutto
diciassette anni sono, in una conca formata da un semicerchio di colline
rocciose. Il cielo grigio come una vôlta di piombo piove una luce smorta
e uggiosa, che ci costringe a star sette ore immobili sotto le tende. Il
termometro segna quarantun grado. L'aria è infocata e grave. Fra le
tende non si sente altro che il canto dei grilli e il suono della
chitarra del Ducali. Una noia profonda pesa su tutto l'accampamento. Ma
verso sera tutto cangia. Una passata d'acqua rinfresca l'aria, un fascio
di raggi abbarbaglianti, prorompendo come una corrente di luce elettrica
per l'apertura della gola, indora una metà del campo; arrivano corrieri
da Tangeri, corrieri da Fez, curiosi dai villaggi; due terzi della
carovana si tuffano nel fiume; e il desinare è rallegrato
dall'apparizione d'un nuovo personaggio, venuto dalla gran città dei
Sceriffi: il moro Scellal, un altro dei protetti della Legazione
d'Italia che ha una lite pendente col Governo del Sultano: il più
voluminoso turbante, il più rotondo faccione, la più beata pinguedine
moresca che siasi veduta da Tangeri in poi. La mattina seguente,
all'alba, ci rimettiamo in cammino, senz'altra scorta che i quaranta
soldati comandati da Hamed Ben Kasen. È scoppiata una rivolta nelle
terre confinanti coll'Algeria, e tutta la cavalleria della provincia di
Fez è stata immediatamente mandata contro i ribelli.--Vedremo molte
teste appese alle porte di Fez,--dice il Ducali. Per due ore camminiamo
fra le colline in mezzo alle ginestre e ai lentischi. Poi sbocchiamo
nella vastissima pianura di Fez, coronata di montagne e di colli,
biondeggiante di grano, sparsa di grandi _duar_, percorsa dal fiume
della Fontana azzurra, che si va a versare nel Miches, e dal Fiume delle
perle, affluente del Sebù, che va a dividere in due la città sacra
dell'Impero; sorvolata da stormi di grù, d'oche selvatiche, di tortore,
di pernici, d'aghironi; lussureggiante di vegetazione, piena di luce,
quieta e ridente come un immenso giardino. Piantiamo l'accampamento
sulla riva del fiume della Fontana azzurra. La giornata passa in un
lampo, tra le caccie, le visite ai _duar_, gli ebrei che vengon da Fez a
raccontarci dei grandi apparecchi dell'esercito, i messi della corte che
portano i saluti del Sultano; le famiglie arabe che guadano il fiume, in
lunghe file, prima il cammello, poi gli uomini, poi le donne coi bimbi
sul dorso, poi i ragazzi, poi i cani a nuoto; le carovane che passano,
le frotte di curiosi che accorrono, un tramonto che innamora e la notte
più luminosa ch'abbia mai contemplato occhio umano. La mattina all'alba
di nuovo in cammino. Si rientra fra le colline, si torna a discendere
nella pianura, e s'infila una strada serpeggiante incassata fra due
rive, che ci nascondono l'orizzonte. Tutt'a un tratto una voce sonora
grida:--Ecco Fez!--Tutti si fermano. Diritto, davanti a noi, lontano
parecchie miglia, ai piedi delle montagne, si vede una vasta selva di
torri, di minareti e di palme, velata leggermente dalla nebbia. Un
allegro:--Ci siamo!--prorompe nello stesso punto da tutte le bocche in
italiano, in spagnuolo, in francese, in arabo, in genovese, in
siciliano, in napoletano; e al breve silenzio della prima meraviglia,
succede una conversazione rumorosa. Ci rimettiamo in cammino e andiamo
ad accamparci, per l'ultima volta, ai piedi del monte Tagat sulla riva
del Fiume delle perle, a un'ora e mezzo da Fez. Qui per tutta la
giornata è un andirivieni e un affaccendamento che ci pare il quartier
generale d'un esercito in guerra. Sono messi del Sultano, messi del
primo ministro, messi del gran cerimoniere, messi del Governatore di
Fez, ufficiali, maggiordomi, negozianti, patenti de' mori della
carovana, tutta gente ben vestita, linda, cerimoniosa, circonfusa
dell'aura della corte e della metropoli, che parla con voce grave e
gesti maestosi dell'esercito formidabile, della folla immensa, del
palazzo delizioso che ci aspetta. L'entrata a Fez è stabilita per le
otto della mattina seguente. All'alba tutti sono in piedi. È un gran
lavorìo di rasoi, di spazzole, di pettini, di striglie, e un'allegrezza
che ci rifà ad usura di tutte le fatiche del viaggio. L'Ambasciatore si
mette il suo berretto dorato, Hamed Ben Kasen la sciabola di gala, Selam
un caffettano color di rosa, Civo un fazzoletto verde intorno al capo,
segno di grande solennità; tutti i servi, la cappa bianca; tutti i
soldati della scorta, le armi lucide; tutti gl'italiani, la roba più
sfoggiata dei loro bauli. Siamo, fra tutti, un centinaio, e si può
affermare che l'Italia non ha mai avuto un'ambasciata più bizzarramente
composta, più pomposamente colorita, più allegramente impaziente, più
impazientemente aspettata di questa. Il tempo è bellissimo, i cavalli
scalpitano, i caic ondeggiano al venticello della mattina, tutti i volti
brillano, tutti gli sguardi si fissano sull'Ambasciatore che conta i
minuti sull'orologio. Son le otto--un cenno--tutti a cavallo--e avanti.
Ah! che vuol dire essere eternamente bambino! Mi sento battere il
cuore!
FEZ
Non abbiamo ancora fatto mezzo miglio verso la città, che siamo già
circondati da una folla d'arabi e di mori accorsi da Fez e dalla
campagna, parte a piedi, parte a cavallo a mule ed a asini, a due a due
per cavalcatura, come gli antichi Numidi, smaniosi a tal segno di
vederci che i soldati della scorta, perchè non ci si stringano addosso,
sono costretti a spazzare la strada a colpi di calcio di fucile. Il
terreno essendo basso, la città di Fez, della quale si vedevano le mura
merlate dall'accampamento, ci rimane per un buon pezzo nascosta. Poi,
tutt'a un tratto, riapparisce e vediamo dinanzi alle mura un immenso
formicolìo bianco e porporino, che pare una miriade di gigli e di rose
che tremolino al vento. La città si nasconde daccapo e daccapo
ricompare, ma questa volta vicinissima, e fra noi e le sue mura, il
popolo, l'esercito, la corte, una pompa, uno splendore, una bizzarria,
una bellezza che in quel punto mi fece cadere di mano le briglie, e in
questo momento la penna.
Una schiera di ufficiali a cavallo ci viene incontro di galoppo, saluta,
si divide in due e s'unisce alla scorta.
Dietro costoro, un grosso stuolo di cavalieri vestiti pomposamente,
montati su cavalli bellissimi, preceduti da un moro di alta statura, col
turbante bianco e il caffettano roseo, s'avanza verso di noi. È il gran
cerimoniere Hadje Mohammed Ben Aissa, cogli ufficiali di corte, che dà
il benvenuto all'Ambasciatore in nome del Sultano, e s'accompagna alla
scorta.
Andiamo innanzi, fra due ali di soldati di fanteria che trattengono a
stento la folla.
Che soldati! Sono vecchi, uomini maturi, e ragazzi di quindici, di
dodici, persino di nove anni, vestiti di rosso scarlatto, colle gambe
nude, colle pantofole gialle, schierati, senz'ordine di statura, sopra
una sola riga, coi comandanti dinanzi. Ci presentano, ognuno a modo suo,
i loro fucili rugginosi, colle baionette scontorte. Chi tiene un piede
innanzi, chi sta a gambe larghe, chi col mento sul petto, chi colla
testa chinata sopra una spalla. Alcuni si son messi la giacchetta rossa
sul capo per ripararsi dal sole. Di tratto in tratto v'è un tamburino,
un trombetta, cinque o sei bandiere le une accanto alle altre, rosse,
gialle, verdi, ranciate, tenute come si tengono le croci nelle
processioni. Non si vede nessuna divisione di squadre o di compagnie.
Paiono soldatini di cartone messi in fila da un ragazzo. Vi son dei
neri, dei mulatti, dei bianchi, faccie d'un colore indefinibile; uomini
di statura ciclopica accanto a bimbi che appena possono reggere il
fucile; vecchi con una lunga barba bianca, curvi, che s'appoggiano col
gomito ai vicini; figure selvaggie che fan l'effetto, con
quell'uniforme, di scimmie vestite ed ammaestrate; tutti ci guardano
cogli occhi attoniti e la bocca aperta e si stendono dinanzi a noi in
due file a perdita d'occhio.
Una seconda folla di cavalieri ci viene incontro, a sinistra. È il
vecchio governatore Gilali Ben Amù, seguito da diciotto
sotto-governatori e dal fiore dell'aristocrazia di Fez, tutti vestiti di
bianco da capo a piedi, come uno stuolo di sacerdoti: visi austeri,
barbe nere, caic di seta, bardature dorate. Salutano, ci girano intorno
e s'uniscono alla scorta e alla Corte.
Andiamo innanzi, sempre in mezzo a due schiere di soldati, dietro ai
quali ondeggia una folla bianca e incappucciata che ci divora cogli
occhi. Son sempre gli stessi soldati, per buona parte ragazzi, col fez,
la giacchetta rossa e le gambe nude. Alcuni hanno i calzoncini turchini,
altri bianchi, altri verdi; molti sono in maniche di camicia; chi tiene
il fucile al piede, chi sulla spalla; chi sta avanti, chi sta indietro.
Gli ufficiali son vestiti a capriccio, da zuavi, da turcos, da spahì,
alla greca, all'albanese, alla turca, con divise gallonate e arabescate
d'oro e d'argento, con sciabole a scimitarra, spade, pugnali ricurvi,
pistoloni, daghe, stivali alla scudiera e stivaletti gialli senza
tallone; alcuni color di porpora da capo a piedi, altri tutti bianchi,
altri tutti verdi che paiono mascherati da diavoli. Di tratto in tratto
si vede fra loro un viso europeo che ci guarda con un'espressione di
simpatia e di tristezza. Si vedono fino a dieci bandiere schierate
insieme. Al nostro passaggio, squillano le trombe. Qualche braccio di
donna s'intromette fra le teste di due soldati e s'agita col pugno
chiuso verso di noi in atto di minaccia. Le mura della città par che
s'allontanino via via che andiamo innanzi, e le due schiere di soldati
si allungano dinanzi a noi come due siepi sterminate di roseti vermigli.