che per lo più son legate fra loro da un vincolo di parentela; e ogni
famiglia ha una tenda. Le tende sono disposte in due ordini paralleli,
distanti una trentina di passi l'uno dall'altro, in modo che formano nel
mezzo una specie di piazzetta rettangolare, aperta alle due estremità.
Queste tende sono quasi tutte eguali. Consistono in un gran pezzo di
stoffa nera o color di cioccolatte, tessuta con fibre di palme nane o
con pelo di capra e di cammello; la quale è sostenuta da due pali o due
grosse canne, unite insieme da una traversa di legno, che regge il
tetto. La loro forma è ancora quella delle abitazioni dei Numidi di
Giugurta, che il Sallustio paragonava a una nave rovesciata colla carena
in alto. Nell'inverno e nell'autunno, la tela è distesa fino a terra e
fissata per mezzo di corde a pioli, in maniera che non v'entri nè vento
nè acqua. In estate, è lasciata tutt'intorno una larga apertura per la
circolazione dell'aria, protetta da una piccola siepe di giunchi, di
canne o di rovi secchi. Con questo mezzo, le tende sono più fresche in
estate e meglio chiuse nella stagione piovosa, che le stesse case
moresche delle città, le quali non hanno nè usci nè vetrate. L'altezza
massima d'una tenda è di due metri e mezzo; la massima lunghezza di
dieci; quelle che superano questa misura appartengono a qualche sceicco
opulento, e son rare. Una parete di giunchi divide la casetta in due
parti: di qua dormono il padre e la madre, di là i figliuoli e il
rimanente della famiglia. Una o due stuoie di vimini, un cassone di
legno variopinto e arabescato, in cui tengono la roba; uno specchietto
rotondo di Trieste o di Venezia, un alto treppiedi di canna, che
ricoprono d'un caic, per lavarvisi sotto; due pietre per macinare il
grano, un telaio della forma di quei dei tempi d'Abramo, un rozzo lume
di latta, qualche vaso di terra, qualche pelle di capra, qualche piatto,
una rocca, una sella, un fucile, un pugnalaccio, sono tutta la
suppellettile d'una di queste case. In un angolo v'è una chioccia e una
covata di pulcini; davanti all'entrata un fornello, formato di due
mattoni; da un lato della tenda un piccolo orto; più in là alcuni fossi
rotondi, rivestiti di pietre o di cemento, nei quali conservano il
grano. In quasi tutti i grandi _duar_ v'è una tenda appartata dove sta
il maestro di scuola, al quale il _duar_ dà cinque lire il mese, oltre a
molte provvigioni di viveri. Tutti i ragazzi vanno là a ripetere
centomila volte gli stessi versetti del Corano, e a scriverli, quando li
sanno a mente, sopra una tavola di legno. La maggior parte, lasciando la
scuola prima di saper leggere, per andar a lavorare coi genitori,
dimenticano in breve tempo il poco che hanno imparato. I pochissimi che
hanno volontà e modo di studiare, continuano fino a vent'anni, per andar
poi a compiere gli studi in una città, e diventare _taleb_, che
significa scrivano o notaro, ed equivale a prete, poichè è una cosa
sola, presso i Maomettani, la legge religiosa e la civile. La vita che
si fa in questi _duar_ è semplicissima. All'alba, tutti si levano,
dicono le loro preghiere, mungono le vacche, fanno il burro, e bevono il
latte agro che ne rimane. Per bere si servono di gusci di conchiglie e
di patelle che comprano dalle popolazioni della costa. Poi gli uomini
vanno a lavorare alla campagna, e non tornan più che verso sera. Le
donne vanno a pigliar acqua e a cercar legna, macinano il grano,
tessono le rozze stoffe di cui si vestono esse e i loro uomini, fanno le
corde delle tende con fibre di palma nana, mandano da mangiare ai
mariti, e preparano il cuscussù per la sera. Il cuscussù è mescolato con
fave, zucche, cipolle e altri erbaggi; qualchevolta inzuccherato, pepato
e condito con sugo di carne; nei giorni di scialo, mangiato con carne.
Tornati gli uomini, cenano e per lo più, al tramonto del sole, vanno a
dormire. Qualche volta, dopo cena, un vecchio racconta una storia in
mezzo a una corona di parenti. Durante la notte il _duar_ rimane immerso
nel silenzio e nelle tenebre: solo qualche famiglia tiene davanti alla
tenda un lumicino acceso, che serve di richiamo ai viaggiatori
smarriti.--Il vestire degli uomini e delle donne non è che una camicia
di tela di cotone, una cappa e un caic grossolano. Le cappe e i caic non
li lavano che tre o quattro volte l'anno, in occasione delle feste
solenni, per cui son quasi sempre del colore della loro pelle o più
neri. La pulizia del corpo è più curata, poichè senza far le abluzioni
prescritte dal Corano, non potrebbero pregare. Le donne per di più si
lavano ogni mattina tutta la persona, nascondendosi sotto il treppiedi
coperto col caic. Ma lavorando come fanno, e dormendo come dormono, son
sempre sudici a un modo, benchè facciano uso, miracolo! del sapone. Nei
ritagli di tempo molti giocano alle carte, e quando non giocano, un gran
divertimento degli uomini è di stendersi supini in terra e di
sballottare i loro bambini; per i quali però si raffreddano via via che
diventan grandi, e così è dei figliuoli per loro. Molti di questi figli
del _duar_, giungono all'età di dieci o quattordici anni senz'aver mai
visto una casa, ed è curioso il sentir raccontar dai mori o dagli
europei delle città, che li prendono al proprio servizio, lo
sbalordimento che provano entrando per la prima volta in una stanza:
come palpano le pareti, come pestano il pavimento, con che viva emozione
s'affacciano alle finestre e ruzzolano giù per le scale.--Gli
avvenimenti principali, in questi villaggi erranti, sono i matrimoni. I
parenti e gli amici della sposa, con grande strepito di fucilate e di
grida la conducono, seduta sulla groppa d'un cammello, al _duar_ dello
sposo, ravvolta in una cappa bianca o turchina, tutta profumata, colle
unghie tinte di henné e le soppraciglia nere di sughero bruciato, e per
lo più ingrassata, per quell'occasione, con un erba particolare chiamata
_ebba_, di cui fanno grande uso le ragazze. Il _duar_ dello sposo, dal
canto suo, invita alla festa i _duar_ vicini, da cui accorrono spesso
cento o duecento uomini a cavallo, armati di fucile. La sposa scende
dal cammello dinanzi alla tenda del suo futuro marito, siede sopra una
sella infronzolita e infiorata, ed assiste alla festa. Mentre gli uomini
fanno il _giuoco della polvere_, le donne e le ragazze, disposte in
circolo davanti a lei, saltellano al suono d'un tamburo e d'un piffero,
intorno a un caic disteso in terra, nel quale ogni invitato, passando,
butta una moneta per gli sposi, e un banditore annunzia ad alta voce
l'offerta, facendo un buon augurio all'oblatore. Verso sera, il ballo
cessa, i fucili tacciono, tutti siedono in terra, vengon portati enormi
piatti di cuscussù, polli arrosto, montoni allo spiedo, tè, dolci,
frutta; e la cena si prolunga fino a mezzanotte. Il giorno seguente, la
sposa vestita di bianco, con una ciarpa rossa stretta intorno al viso,
che le nasconde la bocca, e il cappuccio tirato sul capo, accompagnata
dai parenti e dagli amici, va per i _duar_ vicini a raccoglier un'altra
volta denaro. E dopo questo, lo sposo ritorna ai campi, la sposa va alla
macina, e l'amore vola via. Quando uno muore, ripetono le danze. Il
parente più prossimo del defunto ne ricorda le virtù; gli altri,
affollati intorno a lui, danzano con gesti e atteggiamenti dolorosi, si
coprono di fango, si graffiano il viso, si stracciano i capelli; poi
lavano il cadavere, lo ravvolgono in una tela nuova, lo portano, sopra
una barella, al cimitero, e lo sepelliscono appoggiato sul lato destro,
col viso rivolto a oriente.--Questi sono i loro usi e i loro costumi,
per dire così, patenti; ma gl'intimi chi li conosce? Chi può seguire i
fili di cui s'ordisce la trama della vita d'un _duar_? Chi può sapere
come parla il primo amore, come s'intrica il pettegolezzo, in che strana
forma, con che strani accidenti si producano e lottino l'adulterio, la
gelosia, l'invidia; che virtù brillino, che sacrifizi si compiano, che
abbominevoli passioni imperversino fra quelle pareti di tela? Chi può
rintracciare l'origine delle loro favolose superstizioni? Chi può
chiarire quel bizzarro miscuglio di confuse tradizioni pagane e
cristiane: le croci segnate sulla pelle, la vaga credenza ai satiri di
cui trovano le orme forcute sulla terra, la bambola portata in trionfo
al primo spuntare del grano, il nome di Maria invocato in soccorso delle
partorienti, le danze circolari che rammentano i riti degli adoratori
del sole?--Una sola cosa loro è certa e manifesta: la miseria. Vivono
degli scarsi prodotti della terra mal coltivata, scemati ancora da
imposte gravissime e mutevoli, riscosse dal Sceicco, o capo del _duar_,
eletto da loro e direttamente sottoposto al Governatore della provincia.
Rimettono al Governo, in danaro o in natura, la decima parte del
raccolto, e una lira in media per ogni bestia. Pagano cento lire l'anno
per ogni tratto di terreno corrispondente al lavoro di due buoi. Fanno
al Sultano, nelle principali feste annuali, un regalo obbligatorio, che
equivale presso a poco a un'imposta di cinque lire per tenda. Sborsano
denaro o forniscon viveri, ad arbitrio dei governatori, quando passa il
Sultano, un pascià, un'ambasciata, un corpo di soldati. Oltre a ciò,
chiunque abbia denari è esposto alle estorsioni dei Governatori, non
velate, non scusate da alcun pretesto, ma sfacciatamente violente. Aver
fama di agiato è una sventura. Chi ha un piccolo peculio, lo sotterra,
spende di nascosto, finge la miseria e la fame. Nessuno accetta in
pagamento uno scudo annerito, anche se è certo che sia buono, perchè può
parer levato di sotto terra e mettere in sospetto chi dà la caccia ai
tesori. Quando un agiato muore, i parenti, per scongiurare la rapina,
offrono un regalo al Governatore. Offrono regali per chieder giustizia,
per prevenire le persecuzioni, per non esser ridotti a morir di fame. E
quando finalmente la fame li strazia e la disperazione li accieca,
disfan le tende, impugnano i fucili e lanciano il grido della rivolta.
Che succede allora? Il Sultano sguinzaglia tremila furie a cavallo a
seminare la morte nel paese ribelle. Questi tagliano teste, predano
armenti, ruban donne, incendiano messi, riducon la terra un deserto
coperto di cenere e di sangue, e ritornano ad annunziare alla reggia
che la ribellione è domata. Se poi la ribellione si allarga, e mandando
a vuoto le arti con cui il Governo tenta di smembrarne le forze,
disperde gli eserciti e riman padrona del campo, che vantaggio ne
ricava, fuorchè quei brevi giorni di libertà guerresca, che le costan
migliaia di vite? Eleggeranno un altro Sultano, e provocheranno una
guerra dinastica tra provincie e provincie, a cui terrà dietro un
dispotismo peggiore; ciò che da dieci secoli accade.
§ § § § §
La mattina del 10 la carovana si mise in cammino, all'alba, accompagnata
dai trecento cavalieri dei Beni-Hassen e dal loro Governatore Abd-Allà,
_servo di Dio_.
Per tutta quella mattina si continuò a camminare in pianura, in mezzo a
campi d'orzo, di grano e di saggina, interrotti da grandi spazi coperti
di finocchio selvatico e di fiori, e sparsi di gruppi d'alberi e di
tende nere, le quali di lontano presentavano l'aspetto di quei grandi
mucchi di carbone che si vedono tratto tratto per la maremma toscana.
Incontravamo più sovente che nei giorni innanzi, armenti, cavalli,
cammelli, brigatelle d'arabi. Lontano, dinanzi a noi, si stendeva una
catena di monti d'un color cenerino delicatissimo, e a mezza distanza,
fra i monti e la carovana, biancheggiavano due _cube_, la prima
illuminata dal sole, la seconda, visibile appena. Erano le cube di
Sidi-Ghedar e di Sidi-Hassem, fra le quali passa il confine della terra
dei Beni-Hassen. Presso alla cuba più lontana si doveva piantare quel
giorno l'accampamento.
Molto prima però di giungere al confine, il Governatore Sidi-Abd-Allà,
che fin dal momento della partenza pareva pensieroso e irrequieto, si
avvicinò all'Ambasciatore e fece cenno di voler parlare.
Mohamed Ducali accorse.
--L'Ambasciatore d'Italia mi perdonerà--disse il fiero Governatore--se
io oso domandargli il permesso di tornar indietro colla mia scorta.
L'ambasciatore domandò perchè.
--Perchè,--rispose Sidi-Abd-Allà corrugando i suoi grandi sopraccigli
neri,--la mia casa non è sicura.
Nientemeno! pensammo noi. A due miglia di distanza! Che delizia di
mestiere ha da essere quello di governare i Beni-Hassen!
L'Ambasciatore acconsentì; Sidi-Abd-Allà gli prese la mano e se la
strinse sul petto con una energica espressione di gratitudine. Ciò
fatto, voltò il cavallo, e quella turba variopinta, cenciosa, terribile,
slanciati i cavalli a briglia sciolta, in pochi momenti non fu più che
un nuvolo di polvere all'orizzonte.
NOTE:
[2] Si chiama _duar_ un accampamento d'arabi.
SIDI-HASSEM
La provincia dove stava per entrare la carovana, era una specie di
colonia, divisa in poderi fra un gran numero di famiglie di soldati, in
ognuna delle quali il servizio militare è obbligatorio per tutti i figli
maschi; anzi ogni figliuolo nasce, per così dire, soldato, serve, come
può, fin dall'infanzia, e riceve una paga fissa prima di essere in grado
di maneggiare il fucile. Di più queste famiglie militari vanno esenti
dalle imposte, e la loro proprietà è inalienabile fin che esiste la
progenitura mascolina. Costituiscono perciò una milizia regolare,
disciplinata e fedele, colla quale il governo può tranquillamente
_divorare_, giusta l'espressione del paese, una qualunque provincia
ribelle senza temere che gli ciurli nel manico; e si potrebbe dire una
milizia d'esattori, che rende al governo assai più di quello che gli
costa, poichè nel Marocco l'esercito serve specialmente alle finanze, e
l'ordigno principale della macchina amministrativa è la spada.
Appena oltrepassato il confine dei Beni-Hassen, si vide lontano uno
stormo di cavalieri che venivano di galoppo verso di noi, preceduti da
una bandiera verde.
Cosa insolita, erano schierati in due lunghissime linee, l'una dietro
l'altra, cogli uffiziali dinanzi.
A venti passi da noi, si arrestarono bruscamente tutti in un punto.
Il loro comandante, un grosso vecchio dalla barba bianca, d'aspetto
benevolo, con un turbante altissimo, porse la mano all'ambasciatore
dicendo:--Siate il benvenuto! Siate il benvenuto!--e quindi a
noi:--Benvenuti! Benvenuti! Benvenuti!
Ci rimettemmo in cammino.
I nuovi cavalieri erano molto diversi dai Beni-Hassen. Avevano i vestiti
più puliti e le armi più lucide; quasi tutti gli stivali gialli,
ricamati di filo rosso; le sciabole col manico di corno di rinoceronte,
le cappe turchine, i caffettani bianchi, le cinture verdi. Molti eran
vecchi, ma di quei vecchi pietrificati, per i quali pare che sia
cominciata l'eternità; parecchi giovanissimi; due, fra gli altri, non
più che decenni, belli, pieni di vita, che ci guardavano con un'aria
sorridente come per dire:--Via, non siete poi quelle faccie patibolari
che c'eravamo figurate!--V'era un vecchio nero di tale statura, che,
stendendo le gambe fuori dalle staffe, avrebbe quasi toccato terra coi
piedi. Uno degli uffiziali aveva le calze.
Dopo mezz'ora di cammino, incontrammo un altro drappello, colla bandiera
rossa, comandato pure da un vecchio caid, che s'unì al primo; e via via,
andando innanzi, altri gruppi di quattro, otto, quindici cavalieri,
ognuno colla bandiera, che vennero tutti a ingrossare la scorta.
Quando la scorta fu completa, cominciarono le solite cariche.
Si vedeva ch'eran soldati regolari: si raggruppavano e si scioglievano
con più ordine di tutti quelli che avevamo visti fino allora. Facevano
un nuovo gioco. Uno si slanciava innanzi a briglia sciolta; un altro
dietro subito ventre a terra. A un tratto il primo si rizzava sulle
staffe, si voltava indietro con tutto il busto e sparava il fucile nel
petto a quello che l'inseguiva, il quale, nello stesso punto, scaricava
una fucilata a lui contro il fianco, in modo che se si fossero tirati a
palla, sarebbero tutti e due precipitati di sella morti nello stesso
momento. A uno, andando di carriera, il cavallo gli cadde sotto, e lo
sbalzò al di sopra della sua testa ad una tale distanza, che per un
momento credemmo che si fosse ammazzato. Quello invece, in un batter
d'occhio, risaltò in sella e tornò alla carica più indiavolato di prima.
Ognuno lanciava il suo grido.--Guardatevi! Guardatevi!--Siate tutti
testimoni!--Son io!--Ecco la morte!--Meschino me! (uno a cui era mancato
il colpo)--Largo al barbiere!--(Era il barbiere dei soldati)--E un altro
gettò questo curioso grido:--_Alla mia dipinta!_--che fece ridere tutti
i suoi compagni. Gl'interpreti ci spiegarono che voleva dire: alla mia
amante che è bella come se fosse dipinta; cosa strana per gente che non
solo ha in orrore la pittura di figura, ma non ne ha neppure un'idea
chiara. I due ragazzi fecero una carica insieme gridando:--Largo ai
fratelli!--e spararono in terra curvando la testa fin quasi a toccare la
sella.
Così arrivammo in vicinanza della _cuba_ di Sidi-Hassem, dove si doveva
piantare il campo.
§ § § § §
Povero Hamed-Ben Kasen Buhamei! Finora io non ne ho parlato che di volo;
ma ricordandomi che quella mattina lo vidi, lui generale dell'esercito
dei Sceriffi, aiutare i servi a piantare i piuoli della tenda
dell'Ambasciatore, sento il bisogno di esprimergli la mia ammirazione e
la mia gratitudine. Che buona pasta di generale! Dal giorno della
partenza egli non aveva ancor fatto bastonare nè un soldato nè un servo;
non s'era mai mostrato un minuto di cattivo umore; era sempre stato il
primo ad uscir dalla tenda e l'ultimo a andar a dormire; non aveva mai
lasciato trapelare, nemmeno agli occhi più indagatori, che il suo
stipendio di quaranta lire il mese gli paresse un po' scarso; non aveva
ombra d'albagia; ci aiutava a montare a cavallo, s'assicurava che le
nostre selle fossero salde, dava una legnata, passando, alle nostre mule
restie; era sempre pronto a tutto e per tutti; si riposava, accovacciato
come un umile mulattiere, accanto alle nostre tende; ci sorrideva ogni
volta che ci vedeva sorridere; ci offriva del cuscussù; balzava in
piedi, a un cenno dell'ambasciatore, come un fantoccio a molla; faceva
la sua preghiera, da buon mussulmano, cinque volte il giorno; contava le
uova della _muna_, presiedeva allo sgozzamento dei montoni, guardava
l'album dei pittori senza dar segno di scandalo; infine era l'uomo più
_ad hoc_, io credo, che sua Maestà Imperiale potesse scegliere per
quella missione in mezzo alla folla dei suoi scalzi generali. Hamed
Ben-Kasen rammentava sovente, con alterezza, che suo padre era stato
generale nella guerra contro la Spagna, e parlava qualche volta dei
propri figli, che stavano colla madre a Mechinez, sua città natale.--Son
tre mesi,--disse un giorno sospirando,--che non li vedo!--Forse voleva
dire:--che non _la_ vedo;--ma disse _li_ per pudore.
§ § § § §
Quel giorno, dopo aver assistito alla presentazione della _muna_, fra
cui v'era un piatto spropositato di cuscussù, portato a stento da cinque
arabi, ci rifugiammo, come sempre, sotto la tenda, a godervi i soliti
quaranta gradi centigradi che duravano fino alle quattro dopo
mezzogiorno; nel qual tempo l'accampamento rimaneva immerso in un
profondo silenzio. Alle quattro, la vita si ridestava. I pittori
mettevano mano ai pennelli, il medico riceveva i malati, uno andava a
bagnarsi, un altro a tirare al bersaglio, chi a caccia, chi a passeggio,
chi a visitare un amico sotto la tenda, chi ad assistere alle cariche
della scorta, chi a vedere il cuoco alle prese coll'Affrica, chi a
visitare i _duar_ vicini, e così ognuno, a tavola, aveva qualcosa da
raccontare, e la conversazione scoppiettava come un fuoco d'artifizio.
§ § § § §
Quella sera, al tramonto del sole, andai col comandante a vedere i
soldati della scorta che facevano le cariche in un vasto prato vicino
all'accampamento.
C'era un centinaio d'arabi, seduti in una sola fila sulla sponda d'un
fosso, che guardavano.
Appena ci videro, prima alcuni, poi cinquanta, poi tutti, si levarono da
sedere e a poco a poco si vennero ad affollare dietro di noi.
Noi fingemmo di non vederli.
Per qualche momento, nessuno fiatò; poi cominciò uno a dir un non so
cosa, che li fece ridere tutti. Dopo quello, parlò un altro, e poi un
terzo, e via via, e ad ogni parola, tutti ridevano. Evidentemente
ridevano di noi, e non tardammo ad accorgerci che le osservazioni e le
risate corrispondevano per l'appunto ai nostri movimenti e a certe
inflessioni della nostra voce. La cosa era naturalissima: ci trovavano
ridicoli. Ma che cosa dicevano? Questa era la nostra grande curiosità.
Passò in quel momento il signor Morteo, lo chiamai con un cenno furtivo,
e lo pregai di star coll'orecchio teso, senza farsi scorgere, e di
tradurmi letteralmente le canzonature di que' furfanti. Mi servì a
meraviglia.
Uno fece subito un'osservazione che, al solito, provocò una risata.
--Dice--tradusse il Morteo--che non sa capire a che cosa serva la falda
di dietro del nostro vestito, a meno che non sia fatta per nascondere la
coda....
Un momento dopo, un'altra osservazione, un'altra risata.
--Dice che la divisa dei capelli che lei ha sulla nuca è la strada dove
i pidocchi fanno il _lab el barod_.
Una terza osservazione, un terzo scoppio di risa.
--Dice che son curiosi questi cristiani, che per l'ambizione di parere
alti di statura, si mettono un vaso sulla testa e due puntelli sotto le
calcagna....
In quel punto un cane dell' accampamento venne a accovacciarsi ai nostri
piedi.
Una quarta osservazione, e questa volta una risata sgangherata.
--Questa è forte!--disse il Morteo.--Dice che questo cane è venuto ad
accovacciarsi vicino agli altri cani.... Ora li accomodo io.
Così dicendo, si voltò indietro bruscamente e disse qualche parola araba
in tuono di minaccia.
Fu un colpo di fulmine. In un momento non se ne vide più uno.
Ma, povera gente, siamo giusti! Lasciando da parte le cariche dei
pidocchi e la fratellanza coi cani, non avevan ragione di pensare di noi
quello che pensavamo noi stessi, paragonandoci con loro? Dieci volte il
giorno, mentre ci scorazzavano intorno quei superbi cavalieri, ci
dicevamo gli uni agli altri:--Sì, siamo civili, siamo i rappresentanti
d'una grande nazione, abbiamo più scienza nella testa, noi dieci, che
non ce ne sia in tutto l'Impero dei Sceriffi; ma piantati su queste
mule, vestiti di questi panni, con questi colori, con questi cappelli,
in mezzo a loro, per dio, siamo brutti! Ah! quant'era vero! L'ultimo di
quegli straccioni a cavallo era più gentile, più maestoso, più degno
dello sguardo d'una donna, che tutti, messi in un fascio, i bellimbusti
d'Europa.
§ § § § §
A tavola, quella sera, ci fu un'altra scenetta curiosa.
Vennero a visitare l'Ambasciatore e sedettero accanto a lui, i due più
vecchi Caid della scorta.
L'Ambasciatore domandò loro:--Avete mai inteso nominare l'Italia?
Tutti e due insieme, accennando vivamente di no colla mano, risposero
col tuono di chi si affretta a dissipare un sospetto:--Mai! mai!
Allora l'Ambasciatore, colla pazienza d'un maestro, diede loro alcune
nozioni geografiche e politiche intorno al nostro misterioso paese.
Stettero a sentire cogli occhi spalancati e la bocca aperta come due
bambini.
--E quanta popolazione ha il vostro paese? domandò uno.
--Venticinque milioni,--rispose l'Ambasciatore.
Fecero un atto di meraviglia.
--E il Marocco,--domandò l'altro--quanti milioni ha?
--Quattro,--rispose l'Ambasciatore per tastare il terreno.
--Quattro soltanto!--esclamarono ingenuamente, guardandosi.
Quei due bravi generali non sapevano del Marocco più che dell'Italia, e
forse neanche più della loro provincia che del Marocco. Ma prima
d'andarsene, ne dissero un'altra assai più comica.
Il signor Morteo mostrò loro una fotografia della sua signora,
dicendo:--Vi presento mia moglie.
La guardarono e la riguardarono con compiacenza e poi domandarono tutti
e due ad una voce:--E le altre?
O non sapevano, o piuttosto non si rammentavano in quel momento che i
Cristiani,--infelici,--non possono averne che una.
§ § § § §
Quella notte non ci fu verso di dormire. Chiocciavano le galline,
latravano i cani, belavano i montoni, nitrivano i cavalli, cantavano le
sentinelle, tintinnavano le campanelle dei venditori d'acqua,
disputavano i soldati sulla ripartizione della _muna_, incespicavano i
servi nelle cordicelle della tenda: l'accampamento pareva un mercato. Ma
non v'erano più che quattro giorni di viaggio e noi avevamo una parola
magica che ci consolava di tutto:--Fez!
ZEGUTA
Si partì per Zeguta, di buon mattino, tutti rallegrati dal pensiero che
quel giorno si sarebbero viste da lontano le montagne di Fez. Spirava un
fresco d'autunno, e una leggera nebbia velava la campagna. Una folla
d'arabi imbacuccati nelle cappe ci facevano ala all'uscita
dell'accampamento; i soldati della scorta, tutti infreddoliti, ci
seguivano stretti in un gruppo; i bambini dei _duar_ ci guardavano cogli
occhi pieni di sonno di dietro alle siepi e alle tende. Ma dopo pochi
minuti brillò il sole, i curiosi accorsero, i cavalieri si
sparpagliarono, l'aria risuonò di fucilate e di grida, tutto pigliò
colore, anima e luce, e immediatamente, come suol accadere in quei
paesi, succedette al fresco autunnale l'ardore dell'estate.
Fra i miei appunti di quella mattina ne trovo uno che dice
laconicamente:--Cavallette. Saggio d'eloquenza di Selam.--Mi ricordo,
infatti, d'aver visto un campo che da lontano pareva che si movesse, e
quest'apparenza era prodotta da un grandissimo numero di cavallette
verdi che s'avanzavano saltellando verso di noi. Selam, che in quel
momento cavalcava al mio fianco, mi fece una descrizione ammirabilmente
pittoresca delle invasioni di quegl'insetti formidabili, ed io la
ricordo ancora parola per parola; ma come rendere l'effetto del suo
gesto, del suo sguardo, della sua voce, che esprimevano assai più delle
parole?--È uno spavento, signore! Vengon di là (e accennava a
mezzogiorno). È una nuvola nera. Si sente il rumore da lontano.
S'avanzano, s'avanzano, ed hanno il loro Sultano, il Sultano Ieraad, che
le guida. Coprono strade, campi, case, _duar_, boschi. La nuvola cresce,
cresce, va, va, va, rode, rode, rode, passa fiumi, passa fossi, passa
muri, passa fuoco; distrugge erbe, fiori, foglie, frutti, grano, scorze
d'alberi, e va va. Nessuno la ferma, non le tribù colle fiamme, non il
Sultano con tutto l'esercito, non tutto il popolo del Marocco riunito
insieme. Mucchi di cavallette morte? Avanti le cavallette vive. Muoion
dieci? Nascon cento. Muoion cento? Nascon mille. Vedute a Tangeri.
Strade, coperte; giardini, coperti; riva del mare, coperta; mare,
coperto; tutto verde, tutto in moto, vive, morte, marcie, puzzo, peste,
carestia, maledizione del cielo!--Così infatti accade. Il fetore che
emana dalle miriadi di cavallette morte produce qualchevolta delle
febbri contagiose, e, per citare un esempio, la peste spaventosa che
spopolò nel 1799 le città e le campagne della Barberia, scoppiò dopo una
delle loro più grandi invasioni. Quando si presenta l'avanguardia
dell'esercito devastatore, gli arabi le movono incontro, in frotte di
quattro o cinquecento insieme con bastoni e con fuoco; ma non riescono
che a farle deviare per poco dal loro cammino, e segue spesso che una
tribù cacciandole verso le terre d'una tribù vicina, la guerra alle
cavallette si cangia in guerra civile. La sola forza che può liberare il
paese da questo flagello, è un vento favorevole che le spinga nel mare,
dove s'annegano, e vengon poi, per parecchi giorni, rigettate a mucchi
sulle coste; e il solo conforto che rimanga agli abitanti quando il
vento favorevole non soffia, è di mangiare, come fanno, le loro nemiche,
prima che abbian deposte le uova, bollite e condite con sale, pepe ed
aceto. Hanno un sapore di granchiolino di mare e se ne possono mangiare
fino a quattrocento in un giorno.
A due miglia circa dall'accampamento, raggiungemmo una parte della
carovana che portava a Fez i regali di Vittorio Emmanuele. Erano
cammelli uniti a coppie, l'uno dietro l'altro, con due lunghissime
sbarre sospese alla groppa, sulle quali posavano le casse. Li
accompagnavano alcuni arabi a piedi e qualche soldato a cavallo. Alla
testa della carovana v'era un carro tirato da due buoi: il primo carro
che vedevamo nel Marocco! stato fatto apposta a Laracce sul modello,
credo, dei primi veicoli apparsi sulla superficie della terra: tozzo,
pesante, deforme, colle ruote d'un sol pezzo, senza raggi; il più strano
e più ridicolo arnese che si possa immaginare. Ma per gli abitanti dei
_duar_, i più dei quali non avevan forse mai visto un carro, era una
meraviglia. Da tutte le parti accorrevano a vederlo, se lo accennavano
gli uni agli altri, lo seguivano, lo precedevano, ne parlavano con gesti
concitati. Persino le nostre mule, non abituate alla vista di
quell'oggetto, passandovi accanto, davan segni di sorpresa e o si
piantavano in quattro o facevano una giravolta. Selam stesso lo guardava
con una certa compiacenza, come dicendo tra sè:--È stato fatto nel
nostro paese!--Ed era compatibile, poichè in tutto il Marocco non esiste
forse un maggior numero di carri che di pianoforti; i quali, se è
giusta l'asserzione d'un console francese, non passano la dozzina; e
oltre a questo, pare che vi sia in quel paese un'antipatia nazionale
contro ogni specie di veicoli. Le autorità di Tangeri, per esempio,
proibirono al principe Federico d'Assia Darmstadt, che fu in quella
città nel 1839, di uscire in carrozza. Il principe scrisse al Sultano
offerendosi di fare lastricare a proprie spese le strade principali,
purchè gli permettesse quello che le autorità gli negavano.--Lo
permetto,--rispose il Sultano,--e di buon grado; ma ad un patto: che le
carrozze sian senza ruote, perchè, come protettore dei fedeli, non posso
lasciare i miei sudditi esposti al pericolo d'essere schiacciati da un
cristiano.--E il principe, per mettere la cosa in ridicolo, si valse del
permesso ed osservò il patto, e v'è ancora a Tangeri chi si ricorda
d'averlo visto attraversare la città in una carrozza senza ruote,
sospesa alla groppa di due mule.
§ § § § §
Finalmente s'arrivò a quelle benedette colline a cui si pensava da tre
giorni con desiderio impaziente. Dopo una lunga salita, s'infilò una
gola strettissima, chiamata in arabo Beb Tinca, dove bisognò passare ad
uno ad uno, e si riuscì sopra una bella valle fiorita e solitaria in cui
la carovana discese festosamente, empiendo l'aria di canti e di grida.
In fondo alla valle s'incontrò un'altra scorta del territorio delle
colonie militari, la quale diede il cambio alla prima.