Già nelle ore calde della giornata, avevo pronosticato male dal

brulichìo straordinario che si vedeva fra l'erbe. Le formiche formavano

delle lunghissime strisce nere, gli scarabei c'erano a mucchi, le

cavallette fitte come le mosche; e con questi un gran numero d'altri

insetti, non visti mai negli altri accampamenti, che m'ispiravano

pochissima fiducia. Il capitano Di Boccard, intendente di Entomologia,

me ne faceva la nomenclatura. C'era, tra gli altri, la _cicindela

campestris_, trabocchetto vivente, che chiude colla grossa testa

l'apertura della sua tana, e fa sprofondare, abbassandosi, gl'insetti

incauti che vi passano sopra; il _Pheropsophus africanus_, che slancia

dall'ano, contro il nemico che l'insegue, un buffo di vapori corrosivi;

la _Meloe majalis_ che strascina a stento, come un'idropica, l'enorme

addome gonfio d'erba e d'ova; il _Carabus rugosus_, la _Pimelia

scabrosa_, la _Cetonia opaca_, il _Cossyphus Hoffmanseggi_, foglia

animata, di cui Vittor Hugo farebbe una descrizione fantastica da metter

freddo nelle ossa. Più un gran numero di lucertoloni, di ragnacci, di

centopiedi lunghi un palmo, di grilli cantaioli grossi come un pollice,

di cimici verdi larghe come un soldo, che andavano e venivano come se

s'apparecchiassero d'accordo comune a una qualche impresa guerresca.

Come se questo non bastasse, appena seduto a tavola, nel punto che

stendevo la mano per versarmi da bere, avevo visto far capolino dal mio

bicchiere una spropositata locusta, la quale, invece di volar via a un

mio gesto minaccioso, s'era messa a guardarmi con un'aria d'impertinenza

inaudita. E infine, per colmo di spavento, mentre ci alzavamo da tavola,

era comparso il servo Hamed, col viso di chi ha corso un grande

pericolo, e ci aveva messo sotto gli occhi, infilata in uno stecco,

nientemeno che una tarantola, una _lycosa tarentula_, il ragno

terribile, che _cuando pica á un hombre_, quando punge un uomo, diceva

lui, Allà ce ne guardi! il disgraziato comincia a ridere, a piangere, a

cantare e a ballare, e non c'è che una buona musica, ma buona! la musica

della banda del Sultano, che lo possa guarire. Ora immagini il lettore,

con che animo io sia andato a dormire. Nondimeno, i miei tre compagni

ed io eravamo già a letto da parecchi minuti, avevamo già spento il lume

e cessato di parlare, e nessuno sentiva nulla. Ma fu una gioia

passeggera. Tutt'a un tratto il Comandante balzò a sedere sul letto e

gridò:--Io mi sento popolato!--Allora anche noi cominciammo a sentir

qualche cosa. Per qualche tempo non furono che contatti furtivi, punture

timide, stuzzicamenti, piccole provocazioni di esploratori e di

sentinelle avanzate, alle quali si poteva non badare. Ma entrarono in

campo ben presto le grosse pattuglie e allora diventò necessaria una

vigorosa resistenza offensiva. La lotta fu feroce. Più ci dibattevamo, e

più gli assalitori raffittivano. Venivan dal capezzale, salivan dai

piedi, scendevano dall'alto della tenda. Pareva che eseguissero degli

assalti coordinati ad un vasto concetto strategico di qualche

insettaccio d'ingegno. Era evidentemente una guerra di religione. In

breve non fummo più capaci di resistere.--La luce!--gridò il

viceconsole. Saltammo tutti e quattro in terra, s'accese il lume, si

cominciò la strage. La soldataglia l'ammazzavamo senz'altro; i capi, i

pezzi grossi, classificati prima dal capitano e giudicati dal

comandante, erano messi sul rogo dal vice-console, ed io ne facevo

l'elogio funebre in prosa e in versi sciolti che saran pubblicati dopo

la mia morte. In poco tempo il terreno fu seminato d'ale, di zampe, di

gambe, di teste, i superstiti si dispersero, e noi, stanchi

dell'eccidio, dopo esserci nominati reciprocamente cavalieri di varii

ordini, rimettemmo la testa sul guanciale. Ma che chiasso! Che matta

allegria, benchè non fossimo più nessuno di primo pelo! Che risate che

venivano proprio d'in fondo e facevano bene all'anima e al corpo!

§ § § § §

La mattina seguente, al levar del sole, il governatore Ben-el-Abbassi si

presentò all'ambasciatore per accompagnarlo fino ai confini della sua

provincia.

Appena discesi dall'altopiano dell'accampamento, ci si spiegò dinanzi

agli occhi l'orizzonte immenso della pianura del Sebù.

Questo fiume, uno dei più grandi del Magreb, scende dal fianco

occidentale della catena di montagne che si allunga dall'alto Atlante

verso lo stretto di Gibilterra, e con un corso di circa duecento

quaranta chilometri, ingrossato da molti affluenti, si va a versare,

descrivendo un grande arco, nell'Oceano atlantico, presso Mehedia, dove

l'ammontamento delle sabbie, comune alle foci di quasi tutti i fiumi

marocchini di quel versante, impedisce l'entrata ai bastimenti e produce

grandi innondazioni al tempo delle cresciute. La vallata di questo

fiume, che abbraccia, alla sua apertura, tutto lo spazio compreso fra

le due città di Laracce e di Salé, e tocca alla sua estremità superiore

l'alto bacino della Muluia (il grande fiume che segna il confine

orientale del Marocco), apre agli Europei, per il litorale e per Teza,

la via della città di Fez; comprende, oltre a Fez, la grande città di

Mechinez, terza capitale; raccoglie in sè tutta, si può dire, la vita

politica dell'Impero, ed è la sede principale della ricchezza e della

forza dei Sceriffi. Il Sebù, particolarità da notarsi, segna, dalla

parte del settentrione, il confine che i Sultani non oltrepassano mai

fuor che in caso di guerra, poichè rimangono a mezzogiorno del fiume le

tre città, Fez, Marocco e Mechinez, nelle quali essi soggiornano

alternativamente, e la doppia città di Salé-Rabatt, dove passano per

recarsi da Fez a Marocco. E fanno questo giro per non valicare la catena

dei monti che chiude a mezzogiorno la vallata del Sebù, il versante

della quale è abitato dalla tribù dei Zairi, di razza berbera mista, che

hanno fama d'essere, coi Beni-Mitir, i più turbolenti e i più indomiti

abitatori di quei monti.

Dopo un'ora di cammino arrivammo al Sebù.

Mi parve di vedere il Tevere nella Campagna romana.

In quel punto era largo un centinaio di metri, color di mota, grosso,

rapido, incassato fra due rive altissime, quasi verticali, aride, ai

piedi delle quali si stendevano due zone di terreno fangoso.

Due barconi antidiluviani, spinti a remi da una decina d'arabi,

s'avvicinavano alla nostra riva.

Basterebbero quei barconi, quando non ci fosse altro, a far capire che

cos'è il Marocco. Da centinaia d'anni, sultani, pascià, carovane,

ambasciate passano il fiume su due carcasse di quella fatta, coi piedi

nell'acqua e nella mota, qualche volta con pericolo d'affondare; e

quando le carcasse, come segue spessissimo, sono bucate, carovane e

ambasciate e pascià e sultani aspettano che i barcaiuoli abbian turati i

buchi col fango, o in altro modo, qualche volta per due o tre ore, al

sole o sotto la pioggia; e da centinaia d'anni, cavalli, muli e

cammelli, per la mancanza d'un pezzo di tavola lungo due metri,

rischiano di rompersi le gambe, e se le rompono, saltando dalla sponda

nei barconi; e nessuno ha mai pensato a costrurre un ponte di barche, e

nessuno ha mai portato sulle sponde un pezzo di tavola lungo due metri,

e chi rimprovera a quella gente la mancanza dell'una e dell'altra cosa,

è guardato con un'aria di profondo stupore, come se li rimproverasse di

non aver fatto un prodigio. In molti luoghi si attraversano i fiumi

sopra barche di canne, e gli eserciti li passano per lo più sopra ponti

galleggianti, formati con otri rigonfi d'aria e coperti di rami e di

terra.

Si smontò tutti da cavallo, e si discese per un sentiero ripido fino

alle barche.

La prima barca facendo due o tre larghi giri per scansare le correnti e

i ringorghi, portò all'altra sponda tutti gli italiani.

Di là assistemmo al passaggio dell'intera carovana.

Che bel quadro! Me lo vedo ancora dinanzi nel momento della sua maggior

vivezza. Nel mezzo del fiume, scivola un barcone pieno di cammelli e di

mori d'una carovana mercantile, e un po' più oltre l'altro barcone che

porta i cavalli e i cavalieri della scorta di Fez, in mezzo ai quali

sventola la bandiera di Maometto e spicca il viso nero e il turbante di

mussolina del Caid. Di là dal fiume, in mezzo a una grande confusione di

cavalli, di mule, di servi, di casse, che ingombrano un lunghissimo

tratto di sponda, biancheggia la figura gentile del governatore

Ben-el-Abbassi, seduto sopra un rialto di terreno, in mezzo ai suoi

ufficiali, all'ombra del suo bel cavallo nero dalla sella color celeste.

Sull'alto della riva, che si mostra come il muro d'una fortezza, dietro

una lunga fila d'arabi della campagna, seduti sull'orlo colle gambe

spenzoloni, sono schierati i duecento cavalieri del Governatore, che

visti così in alto, sul fondo azzurro del cielo, presentano l'apparenza

di duecento giganti. Alcuni servi neri ignudi si tuffano e si rituffano

nell'acqua spruzzandosi e gridando. Parecchi arabi lavano i loro cenci

sulla sponda, all'uso moresco, ballonzolandovi sopra con movimenti di

marionetta. Altri attraversano il fiume a nuoto. Sul nostro capo passano

degli stormi di cicogne; lontano, sulla riva, s'alza una colonna di fumo

da un gruppo di tende di beduini; i barcaiuoli cantano una preghiera al

Profeta per la buona riuscita dell'impresa; le acque mandano scintille

d'oro, e Selam, ritto a dieci passi dinanzi a noi, col suo famoso

caffettano, fa su questo gran quadro barbaresco e festoso, la più

armoniosa macchietta rossa che possa immaginare un pittore.

Il passaggio durò parecchie ore, e via via che passava, la carovana si

rimetteva in cammino.

Quando gli ultimi cavalli furono sulla sponda sinistra, il governatore

Ben-el-Abbassi rimontò in sella e raggiunse i suoi soldati sull'alto

della riva opposta.

Sul punto di partire, l'Ambasciatore e tutti noi alzammo la mano in

segno di saluto.

La scorta di Karia-el-Abbassi rispose con una tempesta di fucilate e

disparve; ma per qualche momento vedemmo ancora in mezzo al fumo la

bella figura bianca del Governatore, ritta sulle staffe, col braccio

teso verso di noi in segno di buon augurio e d'addio.

Accompagnati dalla sola scorta di Fez, c'innoltrammo nella terra dei

Beni-Hassen, tristamente famosa.

BENI-HASSEN

Per più d'un'ora, si camminò in mezzo a campi d'orzo altissimo, dai

quali usciva qua e là una tenda nera, una testa di cammello, un nuvolo

di fumo. Per i sentieri dove passavamo, correvano scorpioni, biscie e

lucertole. Il sole, in quel poco tempo, ci aveva infocate le selle per

modo che quasi non vi si poteva tener sopra la mano. La luce ci

offendeva gli occhi, il polverìo ci soffocava, tutti tacevano. La

pianura che ci si stendeva dinanzi come un oceano mi dava non so che

sgomento, come se la carovana dovesse camminare eternamente. Ma la

curiosità di veder da vicino quei fieri Beni-Hassen, di cui avevo tanto

inteso parlare, mi rianimava.--Che gente sono?--domandai a un

interprete.--Ladri e assassini--mi rispose;--faccie dell'altro mondo,

la peggior genìa del Marocco.--Ed io spiavo ansiosamente l'orizzonte.

Le faccie dell'altro mondo non si fecero aspettare lungo tempo.

Vedemmo lontano, davanti a noi, un gran nuvolo di polvere, e pochi

momenti dopo fummo circondati da una turba di trecento selvaggi a

cavallo, verdi, gialli, scarlatti, bianchi, violetti, cenciosi,

scarmigliati, ansanti, che pareva che venissero da una mischia. In mezzo

al fitto polverìo che ci avvolgeva, vedemmo il loro Governatore, un

gigante con lunghi capelli e gran barba nera, seguito da due

vicegovernatori canuti, armati tutti e tre di fucile, avvicinarsi

all'Ambasciatore, stringergli la mano e sparire. Subito dopo

cominciarono le cariche, gli urli e le fucilate. Parevano frenetici.

Sparavano fra le gambe delle nostre mule, sopra la nostra testa, rasente

le nostre spalle. Visti da lontano, dovevan sembrare una banda

d'assassini che ci assalisse. V'eran dei vecchi formidabili con lunghe

barbe bianche, ridotti a ossa e pelle; ma che parevan fatti per

resistere ai secoli. V'eran dei giovani con lunghissime ciocche di

capelli neri che ondeggiavano al vento come criniere. Molti avevano il

petto, le gambe e le braccia nude, turbanti in brandelli e cenci rossi

attorcigliati intorno al capo; caic laceri, selle disfatte, briglie di

corda, sciabolaccie e pugnali di forme strane. Le faccie poi!--È

assurdo,--diceva il comandante, facendo la caricatura di don

Abbondio,--è assurdo il supporre che questa gente possa fare il

sacrifizio di non ucciderci!--Ognuna di quelle faccie raccontava una

storia di sangue. Ci guardavano passando, colla coda dell'occhio, come

per nasconderci l'espressione del loro sguardo. Cento ci venivan dietro,

cento a destra, cento a sinistra, sparsi per i campi a grande distanza.

Questa guardia dai lati era nuova per noi; ma non tardò ad essere

giustificata. Più andavamo innanzi, più spesseggiavano le tende nella

campagna, fin che passammo in mezzo a veri villaggi circondati di fichi

d'India e d'aloé. Da tutte queste tende accorrevano arabi, vestiti d'una

semplice camicia, a gruppi, a piedi, a cavallo, in groppa agli asini,

due, persino tre sopra una sola cavalcatura; le donne coi bimbi appesi

alle spalle, i vecchi sostenuti dai ragazzi, tutti affannati, smaniosi

di vederci, e forse non di vederci soltanto. A poco a poco ci fu intorno

un popolo. Allora i soldati della scorta cominciarono a disperderli. Si

slanciarono al galoppo di qua e di là contro i gruppi più numerosi,

urlando, percotendo, rovesciando cavalcature e cavalcatori, tirandosi

dietro da ogni parte improperii e maledizioni. Ma i gruppi dispersi si

riannodavano e continuavano ad accompagnarci correndo. A traverso il

fumo e il polverìo, rotto dai lampi delle fucilate, vedevamo per quei

vastissimi campi, in lontananza, tende, cavalli, cammelli, armenti,

gruppi di aloé, colonne di fumo, frotte di gente rivolta verso di noi,

immobile, in atteggiamento di stupore. Eravamo finalmente arrivati in

una terra abitata! Esisteva dunque, non era una fiaba, questa benedetta

popolazione del Marocco! Dopo un'ora di passo accelerato, ci si trovò di

nuovo in una campagna solitaria, non accompagnati da altri che dalla

scorta; e fatto appena un altro miglio, svoltando intorno a una macchia

di fichi d'India, s'ebbe l'inaspettato e sempre vivissimo piacere di

veder sventolare la bandiera italiana in mezzo alla nostra piccola città

vagante, di cui s'alzavano in quel momento appunto le ultime case.

L'accampamento era sulla sponda del Sebù, il quale descrive un

grand'arco dal punto dove l'avevano passato fino a quello dove eravamo

giunti.

Una fitta catena di sentinelle a piedi, armate di fucile, si stendeva

tutt'intorno alle tende.

Il paese era dunque pericoloso davvero.

Se ne avessi ancora potuto dubitare, me ne avrebbero arcipersuaso le

notizie che raccolsi poi.

I Beni-Hassen sono il popolo più turbolento, più audace, più manesco,

più ladro di tutta la vallata del Sebù. L'ultima loro prova fu una

rivolta sanguinosa scoppiata nell'estate del 1873, quando salì al trono

il Sultano regnante, la quale cominciò col saccheggio della casa del

Governatore, a cui rubarono perfino le donne. Il latrocinio è il loro

mestiere principale. Si raccolgono in bande, a cavallo, armati, e fanno

delle scorrerie di là dal Sebù o nelle altre terre vicine, rubando

quanto possono portare o trascinare, e ammazzando, per precauzione,

quanti incontrano. Sono disciplinati, hanno dei capi, degli statuti, dei

diritti riconosciuti, in un certo senso, persino dal Governo, il quale

si serve qualche volta di loro per riavere quello che gli è stato

rubato. Rubano per via d'imposte forzate. La gente depredata, invece di

sciupare il tempo in ricerche e in ricorsi, ricupera l'aver suo pagando

una somma convenuta al capo dei ladri. Per i ragazzi, specialmente, è

ammesso come cosa naturalissima che debbano tutti rubare. Se si pigliano

una palla nella schiena o si fanno spezzare il capo da una sassata,

peggio per loro; si sa che nessuno vuol lasciarsi rubare; e poi non c'è

rosa senza spine. I padri lo dicono ingenuamente: un figliuolo di otto

anni rende poco, uno di dodici anni assai di più, uno di sedici molto.

Ogni ladro ha il suo genere proprio: c'è il ladro di biade, il ladro di

bestie bovine, il ladro di cavalli, il ladro di mercato, il ladro di

_duar_[2], il ladro di strada. Ci sono persino i ladri che riscuotono

un'imposta fissa da tutte le donne che fanno derrata di sè, non rare

nemmeno fra quelle tribù vagabonde. Per le strade, assaltano

particolarmente gli Ebrei, ai quali è proibito di portar armi. Ma il

latrocinio più comune è quello a danno dei _duar_. In questo sono

artisti insuperabili, non solo fra i Beni-Hassen, ma in tutto il

Marocco. Vanno a rubare a cavallo, e la grand'arte consiste più nella

rapidità che nell'accortezza, più nel non lasciarsi raggiungere che nel

non lasciarsi vedere. Passano, afferrano e dispaiono, senza dar tempo

alla gente di riconoscerli. Son furti a volo, fulminei, giochi di

prestidigitazione equestre. Rubano pure a piedi e anche in questo son

maestri. S'introducono nei _duar_, nudi, perchè i cani non abbaiano agli

uomini nudi; insaponati da capo a piedi, per sguisciare dalle mani di

chi li afferri; con un fascio di fronde tra le braccia, perchè i

cavalli, pigliandoli per alberi, non si spaventino. I cavalli sono la

preda più ghiotta. Vi si attaccano al collo, stendono le gambe sotto il

ventre, e via come saette. La loro audacia è incredibile. Non c'è

accampamento di carovana, sia anche d'un pascià o d'un'ambasciata, dove

non penetrino, malgrado la più oculata sorveglianza. Strisciano,

guizzano, si schiacciano contro terra, coperti d'erba, di paglia, di

foglie, vestiti di pelli di montone, in apparenza d'accattoni, di

malati, di pazzi, di soldati, di santi. Rischian la vita per un pollo,

fanno dieci miglia per uno scudo. Giunsero persino a rubare dei

sacchetti di denaro sotto il capo ad ambasciatori che dormivano. E

appunto quella notte, malgrado la catena delle sentinelle, rubarono un

montone legato al letto del cuoco, il quale, accortosi la mattina del

furto, stette una mezz'ora immobile davanti alla tenda, colle braccia

incrociate, e lo sguardo fisso all'orizzonte, esclamando di tratto in

tratto:--_Ah! madona santa, che pais! che pais! che pais!_

§ § § § §

Ho nominato i _duar_: non si può parlare del Marocco senza descriverli,

e lo posso fare ampiamente con quello che vidi, e quello che ne seppi

dal signor Morteo, il quale ci vive in mezzo da vent'anni.

§ § § § §

Questo signor Morteo, fra parentesi, è un singolare stampo d'uomo.

Genovese di nascita, ancora giovane, marito d'una bella inglese, padre

di due bambini vezzosissimi e ricco da poter vivere splendidamente in

qualunque città d'Europa, se ne sta invece, relegato volontario, a

Mazagan, piccola città posta sulla riva dell'Atlantico, a duecento

chilometri da Marocco, in mezzo agli arabi e ai mori, non occupato

d'altro che della sua famiglia e del suo commercio, non vedendo, per

mesi e mesi, la faccia d'un europeo, e non serbando col mondo civile

altra relazione che quella d'abbonato a due giornali illustrati. Di

tempo in tempo viene a fare un giro in Italia o in Francia, ma vi

s'annoia appena arrivato, e dai palchetti della Scala e del Grand-Opéra

sospira la sua casetta moresca bagnata dalle onde dell'oceano, i suoi

armenti, i suoi _duar_, la vita ignorata e tranquilla della sua seconda

patria affricana. In quel paese, dove, non è molto, un agente consolare

di Francia, preso da una malinconia disperata, diventò pazzo, e un altro

cercò di seppellirsi vivo nelle sabbie della marina; egli non ha mai

avuto un giorno di _spleen_. Parla l'arabo, mangia all'araba, vive tra

gli arabi, li studia, li ama, li difende; ha contratto qualcuno dei loro

difetti e parecchie delle loro buone qualità; non ha più d'europeo,

insomma, che la famiglia, il vestito e la pronuncia genovese.

Contuttociò, egli non avrebbe potuto mostrarsi più amabilmente italiano

di quel che fece dal primo all'ultimo giorno del viaggio. Interprete,

intendente, guida, compagno, riuscì caro ed utile a tutti, e nessuno

dissentì mai da lui che sopra un punto: noi auguravamo al Marocco la

civiltà; egli sosteneva che la civiltà avrebbe reso quel popolo due

volte più tristo e quattro volte più infelice; e bisogna confessare che,

sebbene avesse torto, s'era qualche volta tentati di dargli ragione.

§ § § § §

Marocco · 第 10 / 24 段