notevole della storia dei Ben-Auda, nelle mani dei quali è da tempo
antico il governo della terra dei Seffiàn. Gli abitanti di questa terra
hanno fama di turbolenti e di valorosi; e si dice che han dato prove
splendide di valore nella recente guerra contro la Spagna, nella quale
morì, alla Battaglia di Vad-Ras, il 23 marzo del 1861, Sidi Absalam
ben-Abd-el-Krim ben Auda, allora governatore di tutta la provincia del
Garb. A questo Absalam succedette il figlio maggiore Sidi-Abd-el Krim.
Era un uomo violento e dissipatore, che spogliava il suo popolo coi
balzelli e lo torturava con capricci feroci. Un giorno, fra le altre,
intimò a un tal Gileli Ruqui di dargli una grossa somma di denaro.
Questo si scusò dicendo ch'era povero. Egli lo fece caricar di catene e
cacciare in prigione. Allora la famiglia e gli amici del prigioniero,
vendettero tutti i loro averi e portarono a Sid-Abd-el Krim la somma
richiesta. Gileli uscì di prigione, e appena uscito, radunò tutti i
suoi, e fece con loro il giuramento solenne di uccidere il Governatore.
La casa del Ben-Auda era posta a due ore di strada circa da quel
giardino. I congiurati l'assalirono, in gran numero, nel cuore della
notte, inaspettati. Uccisero le sentinelle, irruppero nelle sale,
straziarono a pugnalate Sidi-Abd-el-Krim, le sue belle, i bimbi, i
servi, le schiave, devastarono e incendiarono la casa, e poi si
gettarono a traverso il paese innalzando il grido della rivolta. I
parenti e i partigiani dei Ben-Auda raccolsero in furia tutta la loro
gente e andarono incontro ai ribelli. I ribelli li dispersero e la
rivolta si propagò per tutto il Garb. Allora il Sultano mandò un
esercito; la ribellione, dopo una lotta accanita, fu domata; le teste
dei principali rivoltosi spenzolarono dalle mura di Fez e di Marocco; la
terra dei Beni-Malek venne divisa dalla provincia; la casa del
Governatore fu ricostrutta; e Sidi-Mohamed Ben-Auda, fratello
dell'ucciso, ospite dell'Ambasciata italiana, assunse il governo della
terra dei suoi padri. Una passeggera rivincita della disperazione sulla
tirannia, seguìta da una tirannia più dura: in questo fatto si riassume
la storia d'ogni provincia e di tutto l'Impero. E forse in quel tempo
era già predestinato un Ruqui anche per Sidi-Mohamed Ben-Auda.
§ § § § §
Prima del tramonto del sole ci trovavamo tutti all'accampamento, ch'era
posto poco lontano da quel giardino, in un piano solitario, ai piedi
d'una piccola altura sulla quale si alzava una _Cuba_ fiancheggiata da
una palma.
Appena arrivato l'Ambasciatore, fu portata la _mona_ e deposta come
sempre davanti alla sua tenda, in presenza dell'Intendente, del Caid,
dei soldati e dei servi. Mentre eran tutti occupati a far la solita
ripartizione, vidi, alzando gli occhi verso la cuba, un uomo di alta
statura e d'aspetto strano che scendeva a lunghi passi giù per la china
verso l'accampamento. Non c'era da dubitarne: era il romito, il santo,
che ci veniva a fare una scena. Non dissi nulla: aspettai. Invece di
entrare nell'accampamento, girò infuori, per giungere inaspettato
dinanzi alla tenda dell'Ambasciatore. S'avvicinò in punta di piedi. Era
una figura sepolcrale, coperta di cenci neri, che metteva schifo e
paura. Tutt'a un tratto spiccò la corsa, si cacciò in mezzo a noi, e
riconosciuto al vestito l'Ambasciatore, gli si scagliò contro urlando
come un ossesso. Ma ebbe appena il tempo d'urlare. Con una rapidità
fulminea, il Caid lo afferrò alla strozza e lo stramazzò furiosamente
in mezzo ai soldati, i quali in un batter d'occhio lo portarono fuori
del campo soffocando colle cappe la sua voce tonante. Il signor Morteo
si affrettò a tradurci le invettive di quel disgraziato:--Sterminiamoli
tutti questi maledetti cani di cristiani, che vanno dal Sultano, e fanno
tutto quello che vogliono, mentre noi moriamo di fame!
§ § § § §
Poco dopo la presentazione della _mona_ obbligatoria, arrivarono
all'accampamento più di cinquanta servi arabi e neri, disposti in fila,
che portavano in grandi scatole rotonde, chiuse da altissimi coperchi
conici di paglia, ova, polli cotti, torte, dolci, arrosti, cuscussu,
insalate, confetti; tanta roba da saziare una tribù affamata. Era una
seconda _mona_, spontaneamente offerta all'Ambasciatore da
Sidi-Mohamed-Ben-Auda, forse per farsi perdonare il cipiglio minaccioso
della mattina.
§ § § § §
I piatti non erano ancora messi in terra, che comparve il governatore
coi suoi cinque figli, tutti a cavallo, seguiti da uno stuolo di servi.
L'Ambasciatore li ricevette nella sua tenda e conversò con loro per
mezzo dell'interprete.
Che conversazione! Che gente! L'Ambasciatore domandò a uno dei figliuoli
se aveva mai inteso nominar l'Italia. Rispose che l'avea intesa
nominare _parecchie volte_. Uno di loro domandò quale dei due paesi,
l'Inghilterra e l'Italia, fosse più lontano dal Marocco. Domandarono
quanti cannoni abbiamo, come si chiama la nostra città capitale e in che
modo è vestito il nostro Re. Parlando, osservarono attentamente tutti e
sei il nodo delle nostre cravatte e le catenelle dei nostri orologi.
L'Ambasciatore rivolse al governatore alcune domande intorno
all'estensione e alla popolazione della sua terra. O che non sapesse
nulla, o che, secondo l'uso, non volesse dire quel che sapeva per timore
di qualche secondo fine misterioso, non ci fu modo di cavargli di bocca
una risposta soddisfacente.--La popolazione,--mi ricordo che disse--non
si può sapere esattamente quanta sia.--Ma press'a poco, gli fu
osservato.--Ma è anche difficile il saperlo presso a poco,--rispose. Poi
fecero a noi altre domande. V'è piaciuta la città d'Alkazar? Che ne dite
del paese? L'acqua è buona, non è vero? Stareste volentieri nel Marocco?
Perchè non avete condotte con voi le vostre donne? Quanti soldati può
avere ai suoi ordini il capitano dell'esercito che è con voi? Quanto è
grande il bastimento che comanda il capitano di marina? Facendo questi
discorsi, bevettero il tè, e dopo molti inchini e strette di mano ed
augurii, rimontarono a cavallo, diedero di sprone e disparvero. E dico
sempre pensatamente disparvero, invece di se ne andarono, come dico
apparire per giungere, perchè non vedendo mai da nessuna parte nè un
villaggio nè una casa, tutti coloro che arrivavano e partivano ci
facevano l'effetto di gente che uscisse di sotto terra e si dileguasse
nell'aria.
§ § § § §
Quella, come tutte le altre giornate, fu chiusa da un tramonto splendido
e quieto, e da un desinare rumorosamente allegro. Ma la notte fu una
delle più agitate del viaggio. Forse perchè la terra dei Seffiàn
richiedeva che l'ambasciata fosse guardata con maggiore cautela che
altrove, le sentinelle notturne si tennero reciprocamente sveglie
cantando di quarto d'ora in quarto d'ora dei versetti del Corano. Una
intonava la preghiera, tutte le altre rispondevano in coro, ad alta
voce, accompagnate dai nitriti dei cavalli e dal latrato dei cani.
Appena addormentati, ci svegliammo e non ci riuscì più di chiuder
occhio. Per giunta, poco dopo la mezzanotte, in uno di quegli intervalli
di silenzio, tuonò improvvisamente in mezzo alla campagna una voce
squarciata e selvaggia che non tacque più fino all'alba. A momenti
s'avvicinava, a momenti si sentiva appena, poi tornava a risonare più
vicina, in tono di minaccia, di lamento, di disperazione, e prorompeva
di tratto in tratto in grida acutissime e in risa sgangherate, che
mettevan freddo nelle vene. Era il Santo che errava intorno
all'accampamento, chiamando sopra di noi la maledizione di Dio. La
mattina, quando uscimmo dalla tenda, era ancora ritto come uno spettro
davanti alla sua cuba solitaria, colorata di rosa dai primi raggi del
sole, e continuava a maledirci con voce roca, agitando le braccia
spossate al disopra del capo.
§ § § § §
Io cercai il cuoco per dimandargli che cosa pensasse di quel
personaggio. Ma lo trovai tanto affaccendato, che non ebbi cuore di
scherzare. Stava facendo il caffè e aveva intorno una folla impaziente
che gli toglieva il respiro. Gli sguatteri gli parlavano arabo, il Ranni
siciliano, il calafato napoletano, Hamed spagnuolo, il signor Vincent
francese.--_Ma se i 'v capisso nen, facie da forca!_--gridava lui
disperato.--Ma questa è una Babilonia! Ma lasciatemi respirare! Volete
vedermi morto? _Oh che pais, mi povr'om! Tutti a parlo e nssun a l'è bon
a fesse capì!_ (Tutti parlano e nessuno è buono a farsi capire).
Appena riebbe un po' di fiato gli accennai il Santo che continuava a
urlare, e gli domandai:
--Ebbene, che cosa ne dite di quelle impertinenze?
Alzò gli occhi verso la cuba, guardò fisso il Santo per qualche momento,
e poi facendo un atto di profondo disprezzo rispose con accento
piemontese:
--_Guardo e passo!_
E rientrò maestosamente nella tenda.
KARIA-EL-ABBASSI
Levato l'accampamento, ci mettemmo in cammino nell'ordine solito, e fra
le grida e le fucilate dei duecento cavalieri del Ben-Auda, arrivammo
dopo due ore a un piccolo corso d'acqua che segna il confine della terra
dei Seffiàn.
Nel momento che il portabandiera si voltava per dire:--Ecco il
fiume;--di dietro a un rialto di terreno della riva opposta uscì
improvvisamente una gran folla di cavalieri, in mezzo ai quali ci colpì
a primo aspetto la figura elegante e gentile del Governatore.
Era Bu-Bekr-ben-el-Abbassi, governatore della provincia che si stende
fra la terra dei Seffiàn e il grande fiume Sebù.
La scorta del Ben-Auda ci voltò le spalle e disparve; l'ambasciata
guadò il fiume e si trovò circondata dalla scorta nuova.
Bu-Bekr-ben-el Abbassi strinse vivamente la mano all'ambasciatore, fece
un saluto amichevole al Ducali, suo antico compagno di scuola, e diede
il benvenuto a tutti gli altri con un gesto pieno di maestà e di grazia.
Ci rimettemmo in cammino.
Per un pezzo, nessuno di noi potè staccar gli occhi da quell'uomo. Era
il più simpatico governatore che avessimo incontrato fino allora. Di
statura mezzana, di forme snelle, bruno, aveva un occhio penetrante e
dolce, un bel naso aquilino e una folta barba nera; e sorridendo,
mostrava due file di denti bellissimi. Era tutto ravvolto in una cappa
fine e bianca come la neve, col cappuccio tirato sul turbante; e montava
un cavallo nero corvino, con tutta la bardatura color celeste. Doveva
essere un uomo generoso, amato e contento. E fu un inganno della mia
fantasia, o anche l'aspetto dei duecento cavalieri di Karia-el-Abbassi
rifletteva vagamente la gentilezza del Governatore. Mi parvero visi
aperti e pacati di gente che da molti anni godesse la grazia miracolosa
d'un governo umano. E quest'apparenza, e le capanne che cominciavano a
farsi più frequenti per la campagna, e il tempo sereno raffrescato da
un'arietta odorosa, mi diedero per qualche momento l'illusione che
quella provincia fosse un oasi di prosperità e di pace in mezzo al
miserando impero dei Sceriffi.
§ § § § §
S'attraversò un villaggio, formato da due file di tende di pelo di
cammello[tn183], chiuse con canne e fascine: ogni tenda fiancheggiata da
un orticello cinto da una siepe di fichi d'India. Di là dalle tende
pascolavano vacche e cavalli; davanti, sulla nostra strada, v'era
qualche gruppo di bimbi mezzi nudi, accorsi per vederci; le donne e gli
uomini coperti di cenci, ci guardavano di dietro alle siepi. Nessuno ci
mostrò i pugni, nessuno ci maledì. Appena fummo fuori del villaggio,
tutti uscirono dalle loro capanne, e allora vedemmo una turba di qualche
centinaio di pezzenti neri, luridi, attoniti, che ci fecero l'effetto
della popolazione risuscitata d'un camposanto. Alcuni, correndo, ci
tennero dietro per un pezzo; altri disparvero dopo pochi momenti dietro
un rialto del terreno.
§ § § § §
La configurazione del paese che percorrevamo, dava luogo a una mirabile
varietà d'effetti pittoreschi della scorta e della carovana. Era una
successione di valli profonde, parallele, formate da grandi onde di
terreno, tutte fiorite come giardini. Passando d'una valle in un'altra,
si perdeva di vista la scorta per qualche momento; poi si vedevano
spuntare sulla sommità dell'altura, dietro di noi, prima tutte le punte
dei fucili, poi i fez e i turbanti, poi i visi, e man mano le persone
intere e i cavalli, come se uscissero dal seno della terra. Arrivati
sopra un'altura vedevamo, voltandoci indietro, scorazzare quei duecento
cavalli giù nella valle piena di fumo e rimbombante di fucilate; e via
via su tutte le alture che ci eravam lasciate alle spalle, cavalli,
muli, servi, soldati, che apparivano un momento sulle sommità e
sparivano subito come se precipitassero in un burrone. Vista a traverso
tutte quelle valli, la carovana pareva interminabile e presentava
l'aspetto grandioso d'un esercito di spedizione o d'un popolo emigrante.
§ § § § §
Arrivammo finalmente a un villaggio, Karia-el-Abbassi, formato dalla
casa del Governatore, e da un gruppo di capanne e di casupole
ombreggiate da qualche fico e da qualche olivo selvatico.
Il Governatore ci offerse di riposare in casa sua: la carovana tirò
innanzi fino al luogo designato per l'accampamento.
S'attraversarono due o tre cortiletti chiusi fra quattro muri nudi, e
s'entrò in un giardino, sul quale s'apriva la porta principale della
casa di Ben-el-Abbassi: una casetta bianca, senza finestre, silenziosa
come un convento. Il governatore era scomparso. Alcuni schiavi mulatti
ci fecero entrare in una piccola stanza a terreno, pure bianca,
senz'altra apertura che la porta principale, e una porticina in un
angolo. V'erano due alcove, tre materasse bianche stese sul pavimento a
musaico e qualche cuscino ricamato. Era la prima volta che riposavamo
fra quattro pareti dopo la nostra partenza da Tangeri! Ci sdraiammo
voluttuosamente nelle alcove e stemmo aspettando con viva curiosità la
continuazione dello spettacolo.
Il Governatore ricomparve, ravvolto in un caic bianchissimo, che gli
scendeva dal turbante fino ai piedi. Lasciò le babbuccie gialle in un
canto e sedette, coi piedi nudi, sopra una materassa, in mezzo al Ducali
e all'Ambasciatore. Gli schiavi portarono vasi di latte e piatti di
dolci, ed egli stesso, Ben-el-Abbassi, fece il tè e lo versò in
bellissime tazzine di porcellana chinese, che il suo servo favorito, un
giovane mulatto dal viso rabescato, portò in giro ad una ad una. Non si
può dire la grazia e la dignità che aveva nell'aspetto e nei modi quel
governatore, probabilmente ignorantissimo, di poche migliaia d'arabi
attendati, che forse in tutta la sua vita non aveva avuto che fare con
cinquanta persone civili! Messo nel più aristocratico salotto d'Europa,
nessuno avrebbe avuto una sillaba a ridire sopra il menomo dei suoi
movimenti. Era pulito, lindo, odoroso come un'odalisca uscita dal bagno.
Ad ogni movimento che facesse, il caic rimosso lasciava trasparire qui
un po' di color di rosa, là un po' d'azzurro, qua un po' di ranciato,
tutti i colorini pomposi del vestimento nascosto, che mettevano una gran
voglia di strappargli il velo per vedere che meraviglie ci avesse sotto,
come fanno i bambini ai fantocci. Parlava con dolcezza, sorridendo e
guardandoci senza apparenza di curiosità, come se ci avesse visti il
giorno prima. Non era mai uscito dal Marocco, diceva che avrebbe visto
volentieri le nostre strade ferrate e i nostri grandi palazzi, e sapeva
che in Italia c'eran tre città che si chiamavano Genova, Roma e Venezia.
Mentre egli parlava, si aperse la porticina ch'era dietro a lui, e fece
capolino una bella ragazzetta mulatta di dieci o dodici anni, che volse
intorno rapidamente due grand'occhi spaventati e curiosi, e disparve.
Era una figliuola del governatore e d'una nera. Il governatore se
n'accorse e sorrise. Seguì un lungo intervallo di silenzio. In mezzo
alla stanza fumava l'aloè nei profumieri; davanti alla porta v'era un
drappello di schiavi attoniti; dietro agli schiavi s'alzava un gruppo di
palme; dietro le palme rideva il sereno purissimo del cielo d'Africa.
Tutt'a un tratto, non so come, rimasi profondamente stupito di trovarmi
in quel luogo e pensai a me stesso, seduto nella mia cameretta a Torino,
come a un'altra persona. Il Governatore, alzandosi, mi richiamò al
sentimento della realtà. Strinse la mano a tutti, infilò i piedi nelle
babbuccie, s'inchinò con bel garbo e disparve per la porticina.--Va a
portar notizie alla sua favorita--disse uno. Se potessi sentire quello
che gli domanda!--pensai--Come sono? Cosa sono? Come parlano? Che
vestiti hanno? Oh lasciameli vedere, amor mio, un momento solo, a
traverso le fessure della porta ed io ti colmerò di carezze!--E
probabilmente l'amante cortese cedette, e la bella misteriosa, spiandoci
all'uscita, esclamò:--Allà mi protegga! Che spaventose figure!
§ § § § §
Andando all'accampamento, ch'era a un mezzo miglio dalla casa del
Governatore, sopra un altopiano coperto d'erba secca, ci sentimmo per la
prima volta scottar dal sole in maniera che ognuno di noi cominciò, come
dice della plebe milanese, ai tempi della peste, il Tadino, «a chiudere
li denti et inarcare le ciglia.» E non erano che gli otto di maggio! E
non eravamo ancora a cento miglia dalla costa del Mediterraneo! E ci
rimaneva da attraversare la grande pianura del Sebù!
Nonostante il caldo, l'accampamento di Karia-el-Abbassi fu rallegrato,
verso sera, da un insolito concorso di gente. Da una parte una lunga
fila d'arabi, seduti in terra, assistevano alle cariche dei cavalieri
della scorta; dalla parte opposta altri arabi giuocavano alla palla; un
po' più lontano, un gruppo di donne imbacuccate nel loro rozzo caic ci
osservavano con stupore gesticolando fra loro; e frotte di bambini
scorazzavano tutt'intorno. Il popolo di Ben-el-Abbassi pareva veramente
meno selvaggio dei suoi[tn188] vicini del Garb.
Il Biseo ed io ci avvicinammo ai giuocatori. Appena ci videro, smisero
di giuocare, si consultarono gli uni cogli altri e poi ricominciarono.
Erano quindici o venti, la maggior parte pezzi di giovani larghi, lunghi
e nerboruti, che non avevano altro addosso che una camicia stretta
intorno alla vita, e una specie di mantello di tela grossolana e
sudicia, rigirato intorno al corpo come un caic. Giocavano diversamente
da quelli che avevo visti a Tangeri. Uno con un colpo del piede buttava
la palla a una grande altezza; tutti gli altri facevano ad afferrarla in
aria quanto più in su fosse possibile, spiccando in direzione verticale
dei salti altissimi, come se si levassero a volo; e chi riusciva ad
afferrarla, la buttava in aria alla sua volta. Spesso, in quel serra
serra, uno dei più robusti, cadendo, travolgeva nella caduta alcuni
altri, i quali si trascinavan dietro i rimanenti, e allora rotolavano
per un lungo tratto tutti insieme intrecciati e confusi sgambettando e
ridendo, senza darsi pensiero al mondo di ciò che esponevano al sole.
Più d'uno, in quel rotolamento, lasciò intravvedere un pugnale ricurvo
legato alla cintura; altri una borsicina appesa al collo, che conteneva
probabilmente qualche versetto del Corano preservatore dalla tigna. Una
volta la palla cadde ai miei piedi. Mi venne un'idea. La raccolsi, la
misi sopra una palma aperta, vi feci su coll'altra mano due o tre gesti
di negromante e la ributtai. Per qualche momento nessuno dei giuocatori
osò riprenderla. Vi si avvicinarono, la guardarono, la toccarono col
piede in atto di diffidenza; e solo dopo avermi visto ridere e accennare
che era stato uno scherzo, il più ardito la raccolse e la rilanciò
ridendo ai suoi compagni.
Intanto quasi tutti i ragazzi che scorazzavano qua e là ci s'erano
affollati intorno. Saranno stati una cinquantina, e di tutta la roba che
avevano addosso fra tutti non si sarebbe trovato un rigattiere che
offrisse cinquanta centesimi. Alcuni erano bellissimi, molti tignosi, la
maggior parte color caffè, alcuni così tra il verdastro e il
giallognolo, che parevano impastati di sostanze vegetali. Parecchi
avevano il codino alla chinese. Da principio ci stavano discosti una
decina di passi, guardandoci con sospetto, e scambiandosi, a bassa voce,
le proprie osservazioni. Poi, vedendo che non facevamo nessun atto
ostile, ci si avvicinarono a poco a poco fin quasi a toccarci e
cominciarono ad alzarsi in punta dei piedi, a chinarsi, a piegarsi di
qua e di là, per vederci bene da tutte le parti, come avrebbero fatto
intorno a due statue. E noi due immobili. Uno ci toccò una scarpa colla
punta del dito e ritirò subito la mano come se si fosse scottato; un
altro mi fiutò la manica. Eravamo circondati, sentivamo ogni sorta
d'odori esotici, ci pareva già che ci brulicasse addosso
qualchecosa.--Andiamo,--dissi al Biseo,--è tempo di liberarsi--Io ho un
mezzo infallibile,--rispose. Così dicendo tirò fuori bruscamente l'album
e la matita e fece l'atto di mettersi a copiare una di quelle faccie. In
un batter d'occhio si dispersero tutti come uno sciame d'uccelli.
Poco dopo ci si avvicinarono alcune donne.--Oh miracolo!--si disse noi
altri.--Purchè non vengano a darci una pugnalata in nome di Maometto!--E
ci tenemmo sull'avviso. Erano invece povere malate, smunte, che avevano
appena la forza di reggersi in piedi e di tener su il braccio per
coprirsi il viso col caic; fra le quali una giovane, che gemeva da
metter compassione, non lasciando vedere che un occhio azzurro velato
dalle lagrime. Capii che cercavano il medico e accennai dove dovevano
andare. Una di esse, spiegando la parola col gesto, mi domandò se si
pagava. Risposi di no. Allora s'avviarono vacillando verso la tenda del
medico. Volli assistere al consulto.--Che cosa vi sentite?--domandò il
signor Miguerez, in arabo, alla prima che si presentò.--Un gran dolore
qui,--rispose, indicando una spalla.--Che cosa ci avete?--(Non ricordo
che cosa abbia risposto).--Bisogna ch'io ci veda,--disse il medico;
scopritevi un momento.--La donna non si mosse. Ecco il gran punto! Ho
una cosa qui, più sotto, più sopra, di qua, di là; ma nessuna, nemmeno
una vecchia nonagenaria, vuol lasciarsi vedere, e tutte pretendono che
il medico indovini.--Insomma, volete o non volete scoprirvi? ridomandò
il Miguerez.--La donna non si mosse.--Quand'è così, vediamo le altre.--E
interrogò le altre, mentre quella si allontanava tutta malinconica. Le
altre non avevano bisogno di scoprirsi; il medico distribuì loro delle
pillole e delle polveri, e le mandò con Dio. Povere creature! Nessuna
di loro toccava forse ancora i trent'anni, e la gioventù era già passata
per tutte, e col passare della gioventù, eran cominciate le fatiche
smodate, i trattamenti brutali e il disprezzo che rendono orribile la
vecchiaia della donna araba: strumento di piacere fino a vent'anni,
bestia da soma fino alla morte.
§ § § § §
Il pranzo fu rallegrato da una visita di Ben-el-Abbassi, e la notte
funestata da una spaventosa invasione d'insetti.