Quasi nello stesso punto si presentarono concitatamente

all'Ambasciatore, uno a destra e l'altro a sinistra, un nero ed un

arabo. Il nero vestito signorilmente, col turbante bianco e col

caffettano celeste, gli depose ai piedi un vaso di latte, una cesta di

aranci e un piatto di cuscussù; l'arabo, d'aspetto povero, vestito della

sola cappa, gli mise dinanzi un montone. Compiuto quest'atto, si

scambiarono uno sguardo fulmineo.

Erano due nemici mortali.

L'Ambasciatore, che li conosceva e li aspettava, chiamò l'interprete,

sedette e cominciò l'interrogatorio.

Erano venuti a chiedere un giudizio.

Il nero era una specie di fattore del vecchio gran sceriffo Bacali, uno

dei più potenti personaggi della corte di Fez, proprietario di molte

terre nei dintorni d'Alkazar. L'arabo era un uomo della campagna. La

loro lite durava da un pezzo. Il nero, forte della protezione del suo

padrone, aveva fatto più volte incarcerare e multare l'arabo

accusandolo, e sostenendo l'accusa con molte testimonianze, d'avergli

rubato cavalli, bestie bovine, derrate. L'arabo, che si diceva

innocente, non trovando nessuno che osasse pigliar le sue difese contro

il suo persecutore, un bel giorno aveva abbandonato il suo villaggio,

era andato a Tangeri, aveva chiesto quale fosse l'Ambasciatore più

generoso e più giusto, e inteso nominare l'Ambasciatore d'Italia, era

andato a sgozzare un agnello davanti alla porta della Legazione,

chiedendo in questa forma sacra a cui non si può opporre un rifiuto,

protezione e giustizia. L'Ambasciatore l'aveva esaudito, s'era

intromesso per mezzo dell'agente di Laracce, s'era rivolto alle autorità

della città d'Alkazar; ma per la lontananza sua, per gl'intrighi del

nero, per la fiacchezza delle Autorità, il povero arabo era rimasto

nelle stesse peste di prima; fatto anzi vittima di nuove accuse e di

nuove persecuzioni. Ora la presenza dell'Ambasciatore doveva[tn156]

sciogliere il nodo.

Tutti e due furono ammessi a dire le proprie ragioni: gl'interpreti

traducevano rapidamente.

Nulla si può immaginare di più drammatico del contrasto che presentavano

le figure e il linguaggio di quei due personaggi. L'arabo, un uomo sui

trent'anni, infermiccio, d'aspetto triste, parlava con una foga

irresistibile, tremando, fremendo, invocando Iddio, battendo i pugni in

terra, coprendosi il viso colle mani in atto di disperazione, fulminando

il suo nemico con sguardi che nessuna parola può esprimere. Diceva che

aveva corrotto i testimoni, che aveva intimidite le autorità, che lo

aveva fatto imprigionare per estorcergli dei denari, che come lui aveva

fatto cacciare in prigione molti altri per poter violare le loro donne,

che aveva giurato la sua morte, ch'era il flagello del paese, un

maledetto da Dio, un infame, e così dicendo mostrava sulle braccia e

sulle gambe nude le traccie dei ferri della prigione, e l'angoscia gli

strozzava la voce. Il nero, una figura di cui ogni tratto confermava una

di quelle accuse, ascoltava senza guardare, rispondeva senz'alterarsi,

sorrideva impercettibilmente colla punta delle labbra, immobile,

impassibile, sinistro come una statua della Perfidia.

La discussione durava da un pezzo, e pareva che non dovesse più finire,

quando l'Ambasciatore la troncò con una risoluzione che fu accettata di

buon grado dalle due parti. Chiamò Selam, che comparve sull'istante coi

suoi grandi occhi neri spalancati, e gli ordinò di saltare a cavallo e

andare di galoppo al villaggio dell'arabo, distante un'ora e mezzo da

Alkazar, a chiedere informazioni agli abitanti intorno alle persone ed

ai fatti. Il nero pensava:--Hanno paura di me: o mi sosterranno o non

diran nulla.--L'arabo pensava invece, e con più ragione, che interrogati

da un soldato d'un'Ambasciata, avrebbero avuto maggior coraggio di dire

la verità.

Selam partì come una freccia; i due contendenti s'allontanarono, e non

li rividi più. Seppi poi che gli abitanti del villaggio avevan tutti

testimoniato in favore dell'arabo e a carico del nero, il quale, per

sollecitazione dell'Ambasciatore, fu condannato a restituire alla sua

vittima tutto il denaro che le aveva estorto.

§ § § § §

In quel frattempo i servi e i soldati avevano piantato tutte le tende, i

soliti infelici avevano portato la solita _muna_ e qualche gruppo

d'abitanti della città s'erano avvicinati all'accampamento.

§ § § § §

Appena scemato un po' il caldo, ci dirigemmo tutti insieme verso la

città, a piedi, preceduti, fiancheggiati e seguiti da gente armata.

Vediamo di lontano, passando, un edifizio singolare, posto fra

l'accampamento e la città, tutto archi e cupolette, fra cui è chiuso un

cortile che ha l'aspetto d'un cimitero. Ci dicono che è una di quelle

_zauia_, ora decadute, che quando fioriva la civiltà dei Mori,

contenevano una biblioteca, una scuola di lettere e di scienze, un

ospedale per i poveri, un albergo per i viaggiatori, oltre alla moschea

e alla cappella sepolcrale; e appartenevano, e appartengono ancora la

maggior parte, agli ordini religiosi.--Ci avviciniamo alla porta della

città.--La città è circondata di vecchie mura merlate; vicino alla porta

per cui entriamo, s'alzano alcune tombe di santo sormontate da cupole

verdi. Entrando, sentiamo uno strepito in alto: guardiamo in su. Son

grandi cicogne, ritte sui tetti delle case, che battono il becco

rumorosamente, come per avvertire gli abitanti del nostro arrivo.

Infiliamo una strada: alcune donne si rifugiano in casa, i bambini

fuggono. Le case son piccole, senza intonaco, senza finestre, divise da

vicoletti oscuri e immondi. Le strade paiono letti di torrenti. In

alcuni angoli ci sono carcami interi di asini e di cani. Camminiamo sul

letame in mezzo a pietroni e a buche profonde, saltellando e

inciampando. Gli abitanti cominciano ad affollarsi sui nostri passi,

guardandoci con grande stupore. I soldati ci fanno largo a pugni e a

colpi di calcio di fucile con uno zelo che l'Ambasciatore è costretto a

frenare. Una turba di gente ci precede e ci segue. Quando uno di noi si

volta indietro bruscamente, tutti si fermano, qualcuno scappa, altri si

nascondono. Di tratto in tratto una donna ci chiude la porta in faccia e

un bimbo getta un grido di spavento. Le donne paiono fagotti di panni

sudici; i più dei bimbi sono tutti nudi; i ragazzi di dieci o dodici

anni non hanno che la camicia stretta da una corda intorno alla vita. A

poco a poco la gente che ci accompagna piglia un po' più d'ardimento. Ci

guardano con particolare curiosità gli stivali e i calzoni. Alcuni

ragazzi si arrischiano a toccarci le falde del vestito. Però

l'espressione generale dei volti non è benevola. Una donna, fuggendo,

slancia alcune parole all'Ambasciatore. L'interprete traduce:--Dio

confonda la tua razza!--Un giovanetto grida:--Dio ci accordi una buona

giornata di vittoria sopra costoro!--Arriviamo in una piazzetta,

montuosa e rocciosa dove appena si può camminare. Passiamo dinanzi a

una schiera di orribili vecchie quasi completamente nude, sedute in

terra, con qualche fuscello e qualche pane dinanzi, che aspettano

compratori. C'innoltriamo per altre strade. Ogni cento passi c'è una

gran porta arcata che si chiude la notte. Le case sono per tutto nude,

screpolate, lugubri. Entriamo in un bazar coperto da un tetto di canne e

di rami d'albero che cascano da ogni parte. Le botteghe paiono nicchie;

i bottegai, statue di cera; le merci, robuccia da ragazzi messa in

mostra per burla. In ogni angolo si vede gente accovacciata, sonnolenta,

attonita, triste; bambini tignosi; vecchie che non han più forma umana.

Par di girare per i corridoi d'uno spedale. L'aria è pregna d'odori

aromatici. Non si sente una voce. La folla ci accompagna silenziosamente

come una turba di spettri. Usciamo dal bazar. Incontriamo dei mori a

cavallo, dei cammelli carichi, una megera che mostra il pugno

all'Ambasciatore, un vecchio santo incoronato d'alloro, che ci ride in

faccia. A un certo punto cominciano a spesseggiarci intorno certi uomini

vestiti di nero, capelluti, col capo coperto d'un fazzoletto turchino; i

quali ci salutano umilmente e ci guardano sorridendo. Uno di essi, un

vecchio cerimonioso, si presenta all'Ambasciatore e lo invita a visitare

il _Mellà_, il quartiere degli ebrei, chiamato dagli arabi con quel

nome oltraggioso che significa terra salata o maledetta. L'Ambasciatore

accetta. Passiamo sotto una porta a volta, c'innoltriamo per un

labirinto di vicoletti più miserabili, più luridi, più fetenti di quei

della città araba, in mezzo a case che paion tane, a traverso

piazzettine che paion stalle, dalle quali si vedono dei cortili che

paion fogne; e da ogni parte di questo immondezzaio s'affacciano donne e

ragazze bellissime, che ci sorridono e mormorano:--_Buenos dias! Buenos

dias!_ In alcuni punti siamo costretti a turarci il naso e a camminare

in punta di piedi. L'ambasciatore è indignato.--Come mai,--dice al

vecchio ebreo,--potete vivere in questo sudiciume?--È l'usanza del

paese,--quegli risponde.--L'usanza del paese! Vergogna[tn161]! E voi

chiedete la protezione delle Legazioni, parlate di civiltà, chiamate i

mori selvaggi! Voi che vivete peggio di loro, e avete la sfrontatezza di

compiacervene!--L'ebreo abbassa il capo sorridendo come per dire:--Che

strane idee!--Usciamo dal Mellà, la folla torna a circondarci. Il

viceconsole fa una carezza a un bambino: molti fanno segno di

meraviglia; si alza un mormorio favorevole; i soldati sono costretti a

disperdere la ragazzaglia che accorre da ogni parte. Prendiamo a passo

affrettato una strada deserta, la gente a poco a poco rimane indietro,

arriviamo fuori delle mura in una strada fiancheggiata da fichi d'India

enormi e da palme altissime, tiriamo un gran respiro, siam soli!

§ § § § §

Tale è la città d'Alkazar, chiamata generalmente Alkazar-el-Kebir, che

significa «il grande palazzo.» La tradizione dice che fu fondata nel

secolo duodecimo da quell'Abù-Yussuf Yacub-el-Mansur, della dinastia

degli Almoadi, che vinse la battaglia d'Alarcos contro Alonzo IX di

Castiglia, e fece innalzare la famosa torre della _Giralda_ in Siviglia.

Si racconta che una sera, cacciando, si smarrì; che un pescatore

l'ospitò nella sua capanna, e che il califfo, riconoscente, gli fece

costrurre nel luogo stesso un gran palazzo e parecchie case; intorno

alle quali sorse a poco a poco la città. Fu un tempo una città popolosa

e fiorente; ora è abitata da cinque mila al più tra mori ed ebrei, e

poverissima, benchè ritragga qualche vantaggio dall'esser posta sulla

strada delle carovane che vanno dal nord al sud dell'Impero.

§ § § § §

Ripassando vicino alla porta per cui eravamo entrati, vedemmo un ragazzo

arabo di circa dodici anni che camminava stentatamente colle gambe

aperte e rigide, dondolandosi in una maniera bizzarra. Altri ragazzi lo

seguivano. Ci fermammo; venne verso di noi. Quando ci fu dinanzi,

vedemmo che aveva una grossa spranga di ferro, lunga un par di palmi,

fissata alle gambe con due anelli posti sopra la noce del piede.

Era un ragazzo macilento, sudicio e di fisonomia sgradevole.

L'ambasciatore lo interrogò per mezzo dell'interprete.

--Chi ti ha messo quel ferro?

--Mio padre,--rispose arditamente il ragazzo.

--Per che motivo?

--Perchè non imparo a leggere.

Stentavamo a credere; ma un arabo della città, là presente, confermò la

risposta.

--E l'hai da quanto tempo?

--Da tre anni, rispose sorridendo amaramente.

Pensammo tutti che fosse una bugia. Ma l'arabo confermò la cosa

aggiungendo che il ragazzo dormiva pure col ferro e che tutti in Alkazar

lo conoscevano.

Allora l'Ambasciatore, mosso a compassione, gli fece un discorsetto,

esortandolo a studiare, a togliersi quella vergogna, a non disonorare in

quel modo la sua famiglia; e quando l'interprete ebbe finito di

tradurre, gli fece domandare se aveva qualcosa da rispondere.

--Ho da rispondere,--rispose il ragazzo,--che porterò il ferro per

tutta la vita, ma che non imparerò a leggere mai, e che son risoluto a

farmi uccidere, piuttosto che a imparare.

L'Ambasciatore lo guardò fisso; egli sostenne lo sguardo imperterrito.

--Signori,--disse allora l'Ambasciatore rivolgendosi a noi,--la nostra

missione è finita.

Noi tornammo all'accampamento e il ragazzo rientrò in città col suo

strumento di tortura.

--Fra qualche anno,--disse un soldato della scorta,--sopra una porta

d'Alkazar si vedrà spenzolare quella testa.

BEN-AUDA

La mattina seguente, al levar del sole, guadammo il fiume Kus, sulla

destra del quale è posta la città d'Alkazar, e ci avanzammo di nuovo per

una campagna fiorita, ondulata, solitaria, di cui non si vedevano i

confini. La scorta s'era sparpagliata sopra un vasto spazio, in un gran

numero di drappelli, che parevano altrettanti piccoli cortei di sultani.

I pittori galoppavano di qua e di là coll'album e la matita in mano, a

schizzar cavalli e cavalieri. Gli altri dell'ambasciata parlavano

dell'invasione dei Goti, di commercio, di scorpioni, di filosofia,

ascoltati avidamente dal gruppo dei servi a cavallo che ci venivano

dietro. Civo prestava una particolare attenzione ai discorsi di

filosofia. Hamed, invece, era tutto attento al signor Pacxot, suo

padrone, che raccontava una caccia al cinghiale nella quale egli aveva

rischiato la vita. Questo Hamed era, dopo Selam, il personaggio più

notevole di tutta la categoria[tn166] dei soldati, servi e palafrenieri.

Era un arabo sui trent'anni, altissimo di statura, bruno, muscoloso,

forte come un toro; ed aveva per contro un viso sbarbato, due occhi

dolcissimi, un sorriso, una vocina, una grazia in tutti i movimenti, che

facevano col suo corpo possente un contrasto singolarissimo. Portava un

gran turbante bianco, una giacchettina azzurra e i calzoni alla zuava;

parlava spagnuolo, sapeva far di tutto, piaceva a tutti, a segno che

Selam, persino il glorioso Selam, n'era un tantino geloso. Gli altri

pure, chi più chi meno, eran giovani belli, svegli e pieni di ossequiosa

sollecitudine; tanto che quando un di noi, strada facendo, si voltava

indietro, incontrava sempre tutti i loro occhioni che gli domandavano se

gli occorresse qualcosa.--Peccato,--dicevo tra me,--che non ci assalti

una banda di ladri, per poter vedere tutti questi lestofanti alla prova!

§ § § § §

Dopo due ore di cammino cominciammo a incontrar qualcheduno. Il primo fu

un nero a cavallo, il quale teneva in mano quel piccolo bastone segnato

d'iscrizioni arabe, chiamato nella lingua del paese _herrez_, che i

religiosi danno ai viaggiatori per preservarli dai ladri e dalle

malattie. Poi alcune vecchie cenciose, che portavano sulle spalle grossi

fastelli di legna. Oh potenza del fanatismo! Curve com'erano, stanche,

sfiatate, ebbero ancora la forza, passandoci accanto, di scagliarci una

maledizione. Una mormorò:--Dio maledica quest'infedeli!--L'altra

disse:--Dio ci salvi dagli spiriti maligni!--Dopo un'altr'ora di

solitudine incontrammo un corriere a piedi; un povero arabo macilento,

che portava le lettere in una borsa-di cuoio, appesa a tracolla. Giunto

davanti a noi si fermò per dire che veniva da Fez e che andava a

Tangeri. L'Ambasciatore gli diede una lettera per Tangeri ed egli

riprese il suo cammino a passo frettoloso.

§ § § § §

Questo, e non altro, è il servizio postale del Marocco, e nessuna vita è

più miserabile di quella che menano quei corrieri. Non mangiano, strada

facendo, che un po' di pane e qualche fico; non si fermano che poche ore

della notte per dormire, con una corda legata al piede, alla quale

appiccan fuoco prima di addormentarsi, per essere svegliati presto;

camminano giorni interi senza trovare nè un albero, nè una goccia

d'acqua; attraversano boschi infestati dai cignali, superano monti

inaccessibili ai muli, passano i fiumi a nuoto, vanno di passo, di

corsa, ruzzoloni giù per le chine, a quattro gambe su per le rupi,

sotto il sole d'agosto, sotto le piogge interminabili dell'autunno,

contro il vento infocato del deserto, in quattro giorni da Tangeri a

Fez, in una settimana da Tangeri a Marocco, da una estremità all'altra

dell'Impero, soli, scalzi, seminudi, e quando sono arrivati...

ripartono! E fanno questo viaggio per poche lire!

§ § § § §

A mezza strada, circa, tra la città d'Alkazar e il luogo dov'eravamo

diretti, il terreno cominciava a sollevarsi, e a poco a poco, quasi

senza accorgercene, giungemmo sopra un'altura, di là dalla quale si

stendeva un'altra pianura immensa coperta per vastissimi spazi di fiori

gialli, rossi e bianchi che presentavano l'apparenza di grandi strati di

neve rigati di porpora e d'oro.

Per quella pianura ci venivano incontro di galoppo duecento cavalieri

coi fucili ritti sulle selle, preceduti da una figura tutta bianca, che

Mohammed Ducali riconobbe ed annunziò ad alta voce:--Il governatore

Ben-Auda!

Eravamo arrivati al confine della provincia dei Seffiàn, chiamata pure

Ben Auda, dal nome di famiglia del suo governatore, che significa

_figlio della cavalla_; il nome che m'aveva fatto tanto fantasticare

prima di partire da Tangeri.

Discendemmo nella pianura; i duecento cavalieri dei Seffiàn si

schierarono sopra una sola linea, accanto ai trecento di Laracce, e il

governatore Ben-Auda si presentò all'Ambasciatore.

Se vivessi cent'anni, non dimenticherei quella faccia. Era un vecchio

secco, coll'occhio truce, col naso forcuto, con una bocca senza labbra,

tagliata in forma d'un semicircolo rivolto in giù. La prepotenza, la

superstizione, Venere, il _kif_, l'ozio e la sazietà d'ogni cosa, gli

erano scritti sul viso. Un grosso turbante gli copriva la fronte e le

orecchie. Un pugnale ricurvo gli pendeva al fianco.

L'Ambasciatore congedò il comandante della scorta di Laracce, che

s'allontanò subito di galoppo coi suoi cavalieri; e ci rimettemmo in

cammino colla scorta nuova, che cominciò immediatamente le cariche e i

fuochi.

Erano faccie più nere, vestiti più variopinti, cavalli più belli, grida

più strane, cariche più selvaggiamente impetuose di quelle che avevamo

visto fino allora. Più andavamo innanzi, e più ogni cosa pigliava colore

e contorno schiettamente marocchino.

Fra quella moltitudine ci diedero nell'occhio alla prima dodici

cavalieri vestiti con eleganza principesca e montati su cavalli

bellissimi, che gli stessi arabi della scorta guardavano con

ammirazione. Cinque di questi eran giovanotti di forme colossali che

parevan fratelli; tutti e cinque di viso pallido e di grandi occhi neri

scintillanti all'ombra di turbanti enormi; che ci passavano e ci

ripassavano accanto, a briglia sciolta, col capo rovesciato indietro in

un atteggiamento superbo. Come ci sarebbero state bene, su quelle selle

color di porpora, fra quelle dieci braccia convulse, cinque odalische

rapite al serraglio d'un Sultano! Belli! noi gridavamo; stupendi!

splendidi! Ed essi rispondevano al nostro applauso con una spronata ed

un urlo, e sparivano in mezzo al fumo, roteando in alto i lunghi fucili

damascati d'oro colla gioia febbrile del trionfo.

Quei cinque eran figli, gli altri nipoti del governatore Ben-Auda.

Le cariche e le fucilate durarono per più d'un'ora, fin che giungemmo a

un giardino del Governatore, dove si discese per riposare.

Era un boschetto di limoni e di aranci, piantati a file parallele, e

fitti in maniera che formavano una volta intricatissima di verzura,

sotto la quale si godeva un'ombra, un fresco e un profumo di paradiso.

In pochi momenti quell'oasi deliziosa fu ingombra e circondata di

cavalli, di mule, di fuochi per le cucine, di servi affaccendati, di

soldati dormenti.

Il governatore scese con noi e ci presentò i suoi figliuoli.

Ah! giuro che in quel momento, se avessi visto le cinque odalische

slanciarsi al loro collo, non avrei nemmeno osato d'invidiarli, tanto

eran belli, maestosi ed amabili. L'uno dopo l'altro ci strinsero la mano

facendo un leggero inchino, e abbassando gli occhi sorridenti con una

timidezza infantile.

Subito dopo cercarono il medico.

Il signor Miguerez si presentò domandando che cos'avevano.

In presenza di tutti noi, senza profferir parola, si scopersero tutti e

cinque, quasi nello stesso tempo, il braccio sinistro....

Oh povere le mie odalische!

Avevan tutti e cinque il braccio, dalla spalla alla mano, coperto

d'un'orribile erpete sifilitica.

--Ereditaria,--disse un di loro.

E il padre, là presente, soggiunse freddamente:--Ereditaria.

--Ed hanno qui vicine le acque sulfuree,--esclamò il medico;--potrebbero

facilmente curarsi! Ma no signori! Bisogna che perdano il tempo e la

salute coi versetti del Corano e cogli amuleti dei ciarlatani!

Diede loro un medicinale, si ricopersero il braccio e s'allontanarono

pensierosi.

Poco dopo ci sedemmo in mezzo al giardino sopra un bellissimo tappeto

di Rabat, su cui ci fu servita la colezione. Il governatore Ben-Auda

sedette sopra una stuoia a venti passi da noi, e si fece egli pure

portar la colezione dai suoi schiavi. Allora seguì uno scambio

curiosissimo di cortesie fra lui e l'Ambasciatore. Il Ben-Auda mandò per

il primo ad offrire un vaso di latte; l'Ambasciatore gli fece portare in

ricambio una bistecca. Al latte tenne dietro il burro, alla bistecca una

frittata, al burro un piatto dolce, alla frittata un scatola di sardine;

tutto questo accompagnato da mille gesti freddamente cerimoniosi, e

posar delle mani sul petto, e sguardi rivolti al cielo con

un'espressione comicissima di voluttà gastronomica--Il dolce, tra

parentesi, era una specie di torta fatta di miele, d'ova, di burro e di

zucchero, della quale gli arabi sono ghiottissimi, e a cui si riferisce

una strana superstizione: che se mentre la donna sta cuocendola, entra

per caso un uomo nella stanza, la torta va a male, ed anco potendo, non

è più prudente il mangiarne.--E il vino?--domandò uno.--Non gli si manda

a offrire del vino?--Qui nacque una discussione. Si assicurava che il

governatore Ben-Auda fosse, in segreto, devotissimo alla bottiglia; ma

come avrebbe potuto ber vino in presenza dei suoi soldati? Fu deciso di

non mandargliene. Mi parve però che volgesse alle bottiglie degli

sguardi molto soavi; assai più soavi di quelli che rivolgeva a noi. Per

tutto il tempo che stette là sulla stuoia, fuorchè nell'atto che

ringraziava dei doni, serbò una serietà, un cipiglio, un'espressione di

dispetto e d'orgoglio, che mi fece più volte desiderare d'aver là ai

miei ordini, per farglieli sfilare sotto il naso, i nostri quaranta

battaglioni di bersaglieri.

§ § § § §

Marocco · 第 8 / 24 段