Si slanciavano alla carica a due, a dieci insieme, a uno a uno, in fondo

alla valle, sulle colline, davanti e ai fianchi della carovana, nella

direzione del nostro cammino e in direzione contraria, sparando e

urlando senza posa. In pochi minuti la valle fu piena di fumo e d'odor

di polvere come un campo di battaglia. Da ogni parte turbinavano

cavalli, lampeggiavano fucili, sventolavano caic, svolazzavano cappe,

ondeggiavano caffettani rossi, gialli, verdi, azzurri, ranciati;

scintillavano sciabole e pugnali. Ci passavano accanto ad uno ad uno,

come fantasmi alati, vecchi, giovanetti, uomini di forme colossali,

figure strane e terribili, ritti sulle staffe, colla testa alta, coi

capelli al vento, col fucile disteso; e ognuno, sparando, lanciava un

grido selvaggio che gl'interpreti ci traducevano.--Guai a te!--Madre

mia!--In nome di Dio!--T'uccido!--Sei morto!--Son vendicato!--Altri

dedicavano il loro colpo a qualcuno.--Al mio padrone!--Al mio

cavallo!--Ai miei morti!--Alla mia amante!--Sparavano in alto, in terra,

indietro, chinandosi e rovesciandosi come se fossero legati alle selle.

Ad alcuni cadeva in terra il caic o il turbante; tornavano indietro di

carriera, e lo raccoglievano, passando, colla punta del fucile. Parecchi

roteavano l'arma al di sopra del capo, la buttavano in aria e la

riafferravano con una mano. Eran gesti convulsi, atteggiamenti

temerari, urli e sguardi di gente inebbriata che rischiasse la vita con

una gioia furiosa. Molti slanciavano il cavallo come se si volessero

uccidere; volavano, sparivano e non tornavano che lungo tempo dopo colla

faccia stravolta e pallida di chi ha visto in faccia la morte. I più dei

cavalli grondavano sangue dal ventre; i cavalieri avevano i piedi, le

staffe, l'estremità delle cappe macchiate di sangue. Alcune figure, in

quella moltitudine, mi rimasero impresse fin dal primo momento. Fra gli

altri un giovane con una testa ciclopica, un par di spalle smisurate ed

un ventre enorme, che portava un caffettano color di rosa, e gettava

delle grida che parevan ruggiti d'un leone ferito;--un ragazzo d'una

quindicina d'anni, bello, scapigliato, tutto bianco, che mi passò tre

volte dinanzi, gridando:--Dio mio! Dio mio!--; un vecchio lungo ed

ossuto, un viso di malaugurio, che volava cogli occhi socchiusi e un

sorriso satanico sulle labbra, come se portasse in groppa la peste;--un

nero, tutt'occhi e tutto denti, con una mostruosa cicatrice a traverso

la fronte, che passava dibattendosi furiosamente sopra la sella, come

per liberarsi dalla stretta d'una mano invisibile. Facendo questo,

accompagnavano tutti la marcia della carovana, salivano e scendevano

dalle alture, si raggruppavano, si disperdevano, formavano e disfacevano

rapidamente ogni sorta di combinazioni di colori, che abbagliavan gli

occhi come lo sventolìo di una miriade di bandiere. Tutta questa gente,

questo movimento vertiginoso, questo strepito, scoppiato

inaspettatamente, all'apparire del sole, in quella gola angusta dove lo

spettacolo si presentava tutto insieme allo sguardo come dentro a un

anfiteatro, ci colpì d'un tale stupore che per un pezzo nessuno aprì

bocca, e le prime parole furono poi un'esclamazione unanime e

calorosa:--È bello! È bello! È bello!

A poca distanza dall'uscita della gola l'Ambasciatore si fermò, e tutti

scendemmo a terra per riposarci all'ombra d'un gruppo d'olivi.

La scorta della provincia di Laracce continuò le sue cariche e i suoi

fuochi davanti a noi.

Il convoglio dei bagagli seguitò la sua strada verso il luogo fissato

per l'accampamento.

Eravamo arrivati alla _Cuba_ di Sidi-Liamani.

Nel Marocco si chiama _Cuba_, che significa cupola, una piccola cappella

quadrata, coperta d'una cupola semisferica, nella quale è seppellito un

santo. Queste _Cube_, frequentissime particolarmente nel mezzogiorno

dell'Impero, poste la maggior parte in luoghi eminenti presso una

sorgente e una palma, e visibili, per la loro nivea bianchezza, a grande

distanza, servono di guida ai viaggiatori, vengon visitate dai fedeli e

sono per lo più custodite da un discendente del Santo, erede della

santità, il quale abita una casuccia vicina alla tomba e vive

dell'elemosina dei pellegrini. La _Cuba_ di Sidi-Lamani era posta sopra

una piccola altura, a pochi passi da noi. Alcuni arabi della campagna

stavan seduti dinanzi alla porta. Dietro a loro spuntava la testa del

vecchio decrepito--il Santo--che ci guardava con una stupida meraviglia.

In pochi minuti divamparono i fuochi della cucina, e di lì a poco si

fece colezione.

Una scatola di sardine, vuota, buttata via dal cuoco, fu raccolta dagli

arabi, portata dinanzi alla porta della _Cuba_ e fatta oggetto d'un

lungo esame e di conversazioni animate.

Finito il _lab el barode_, quasi tutti i cavalieri della scorta, scesi a

terra, si sparpagliarono per la piccola valle, parte per far pascolare i

cavalli, parte per riposare. Alcuni, rimasti in sella, stettero di

vedetta sulle alture.

§ § § § §

In quel frattempo, passeggiando col capitano, osservai per la prima

volta, colla scorta delle sue indicazioni, i cavalli marocchini. Sono

tutti di piccola statura, tanto che tornato in Europa, coll'occhio

abituato alle loro forme, i cavalli europei, anche di statura mezzana,

mi parvero, sulle prime, enormi. Hanno l'occhio vivo, la fronte un po'

schiacciata, le narici molto aperte, le ossa zigomatiche molto

sporgenti, la testa quasi tutti bellissima; lo stinco e la tibia un po'

curvi, ciò che dà loro una particolare elasticità di movimenti; la

groppa manchevole, fuggente, per così dire, di sotto alla sella, il che

li rende più abili al galoppo che al trotto; e non mi ricordo infatti

d'aver mai visto andar di trotto un cavaliere marocchino. Visti quando

riposano e quando vanno di passo, anco i più belli, non danno

nell'occhio; slanciati alla corsa, si trasfigurano e riescon superbi

animali. Benchè si nutriscano assai meno dei nostri e siano bardati

assai più pesantemente, reggono alla fatica più dei nostri. Anche il

modo di cavalcare è diverso. Le staffe sono tenute molto alte; il

cavaliere sta sulla sella colle gambe piegate quasi ad angolo retto,

tiene le redini lunghe e dirige il cavallo con movimenti larghissimi. La

sella ha quei due rilievi, chiamati da noi con termine tecnico il pomo e

la paletta, altissimi, che toccano il petto e la schiena del cavaliere,

e lo ritengono in maniera da rendergli molto difficile la caduta. La

maggior parte dei cavalieri, calzati di piccoli stivali di cuoio giallo

senza talloni, non portano sproni e pungono il cavallo colla staffa;

gli altri hanno per sproni due piccoli ferri acuminati, della forma d'un

pugnale, fissati al calcagno con un cerchietto metallico e una

catenella. Si dicono cose ammirabili del grande amore che nutre l'arabo

per il cavallo, l'animale prediletto del profeta; si dice che lo

considera come un essere sacro; che ogni mattina, al levar del sole, gli

mette la mano destra sulla testa, mormorando: _bismillah!_ (nel nome di

Dio!) e si bacia poi la mano, che crede santificata da quel contatto;

che gli prodiga ogni sorta di cure e di carezze. E saran cose vere. Ma

questo suo grande amore, per quello ch'io vidi, non gl'impedisce di

lacerargli i fianchi senza bisogno, di lasciarlo esposto al sole quando

potrebbe ripararlo all'ombra, di condurlo a bere, a un'ora di cammino,

colle zampe legate, di esporlo dieci volte al giorno, per puro spasso, a

spezzarsi le gambe, e infine di trascurare la bardatura in maniera che

il più diligente di loro, messo in un reggimento di cavalleria europea,

passerebbe sei mesi dell'anno in prigione.

§ § § § §

Il caldo essendo forte, si stette parecchie ore all'ombra; ma a nessuno

riuscì di dormire, per cagione degli insetti. Erano le prime avvisaglie

d'una guerra tremenda che doveva durare, inferocendo di giorno in

giorno, fino alla fine del viaggio. Appena sdraiati in terra, eravamo

assaliti, punti, solleticati da cento parti, come se ci fossimo buttati

sopra un letto di ortiche. Non erano che bruchi, ragni, formiconi,

tafani, cavallette; ma grossi, petulanti e ostinati in una maniera

inaudita. Il Comandante, che per rallegrare la brigata aveva preso il

partito di esagerare favolosamente i pericoli, e lo faceva con un garbo

ammirabile, ci assicurava che quelli erano animalini microscopici

appetto agli insettacci che avremmo trovati avvicinandoci a Fez e

innoltrandoci nell'estate; e che di noi non sarebbe tornato in Italia

che qualche resto riconoscibile a stento dai parenti più stretti e dagli

amici più intimi. Il cuoco udendo quelle parole, fece un sorriso forzato

e diventò pensieroso. Vicino a noi c'era una tela di ragno smisurata,

distesa sopra alcuni cespugli, come un lenzuolo messo ad asciugare. Mi

pare ancor di sentire il comandante esclamare:--Ma in questo paese tutto

è gigantesco, formidabile, miracoloso!--Ed osservava con ragione che il

ragno che aveva fatto quella tela doveva essere almeno grosso quanto un

cavallo. Ma non riuscimmo a scoprirlo. I soli che dormissero erano gli

arabi, coricati la maggior parte al sole, con una processione di

bestiaccie addosso. I due pittori disegnavano, tormentati da un nuvolo

di mosche feroci, che strappavano all'Ussi, a due a tre per volta, tutta

la ricchissima litania dei sacrati fiorentini

Novi, arditi, da far testo di lingua.

Scemato un po' il caldo, la scorta di Had-el-Garbìa, il Console

d'America e il Vicegovernatore di Tangeri, venuto là per dare l'ultima

volta il buon viaggio all'Ambasciatore, si congedarono; e noi ci

rimettemmo in cammino, seguiti dai trecento cavalieri della provincia di

Laracce.

§ § § § §

Vaste pianure ondulate, coperte qui di grano, là d'orzo, più oltre di

stoppia gialla, altrove d'erba e di fiori; qualche tenda nerastra e

qualche tomba di santo; di tratto in tratto una palma; di miglio in

miglio tre o quattro cavalieri che si riunivano alla scorta; una

solitudine immensa, un sereno purissimo, un sole abbagliante: sono gli

appunti che trovo nel mio quaderno intorno alla seconda marcia del

cinque maggio.

Dopo tre ore di cammino arrivammo a Tleta de Reissana dov'era

l'accampamento.

Le tende erano piantate, come al solito, in circolo, in una conca

angusta e profonda, coperta d'erbe e di fiori altissimi che quasi

c'impedivano il passo. Pareva di essere dentro a una grande aiuola di

giardino. I letti e i bauli sotto le tende, erano quasi nascosti in

mezzo alle margheritine, ai rosolacci, alle primavere, ai ranuncoli, a

ombrellifere d'ogni grandezza e d'ogni colore. Accanto alla tenda dei

pittori s'alzavano due aloé enormi con tutti i rami fioriti.

Poco dopo il nostro arrivo, giunse da Laracce, per visitare

l'Ambasciatore, l'agente consolare d'Italia, il signor Guagnino, vecchio

negoziante genovese, che vive da quarant'anni sulla costa

dell'Atlantico, conservando gelosamente puro l'accento della lingua di

Balilla; e verso sera venne, non so di dove, un arabo della campagna per

consultare il medico dell'ambasciata.

Era un povero vecchio curvo e zoppicante; un soldato della Legazione lo

condusse dinanzi alla tenda del signor Miguerez.

Il signor Miguerez, che parla l'arabo, lo interrogò, e conosciuto il suo

male, si mise a frugare nella farmacia portatile per cercare non so che

medicinale. Non trovandolo, mandò a chiamare Mohamed Ducali, gli fece

scrivere in arabo, sopra un foglietto di carta, una ricetta colla quale

il malato avrebbe potuto, tornando in mezzo ai suoi, farsi fare quello

che gli occorreva. Era un medicinale di cui gli arabi fanno grande uso.

Mentre il Ducali scriveva, il vecchio mormorava una preghiera.

Scritta che fu la ricetta, il medico la porse al malato.

Questo, senza dargli tempo di dire una parola, afferrò il foglio e se lo

ficcò in bocca con tutt'e due le mani. Il medico gridò:--No! no! Sputa!

Sputa!--Fu inutile. Il povero vecchio masticò la carta coll'avidità d'un

affamato, la mandò giù, ringraziò il dottore e si mosse per andarsene.

Ci volle del buono e del bello a persuaderlo che la virtù della medicina

non consisteva nella carta, e a fargli prendere un'altra ricetta.

§ § § § §

Questo fatto non può destare meraviglia in chi sappia che cos'è la

medicina nel Marocco. La medicina v'è esercitata quasi unicamente dai

ciarlatani, dai negromanti e dai santi. Qualche sugo d'erba, il salasso,

la salsapariglia per il morbo celtico, la carne secca di serpente o di

camaleonte per le febbri intermittenti, il ferro rovente per le ferite,

certi versetti del Corano scritti in fondo ai recipienti dei medicinali

o sopra un pezzetto di carta che il malato porta appeso al collo, sono i

rimedi principali. Lo studio dell'anatomia essendo vietato dalla

religione, è facile immaginare a che cosa si riduca la chirurgia.

Basterà dire che i chirurghi strappano le tonsille colle dita e tentano

l'estrazione della pietra con un rasoio o col primo gancio di ferro che

si trovano ad aver fra le mani. L'amputazione è aborrita. I pochi arabi

assistiti da medici europei muoiono fra atrocissimi spasimi piuttosto di

subire il taglio che salverebbe loro la vita. Ne segue che sebbene siano

frequentissimi i casi di perdita d'un membro, specialmente per lo

scoppio dei fucili, non si vedono nel Marocco che pochissimi mutilati; e

i più di quei pochissimi sono disgraziati ai quali il carnefice tagliò

le mani con un coltellaccio, e il catrame bollente, in cui, secondo

l'uso, tuffarono i moncherini, arrestò l'emorragia. I loro rimedi

violenti, però, e specialmente il ferro rovente, ottengono qualche volta

degli effetti ammirabili; e si applicano questi rimedi brutalmente,

temerariamente, senz'aiuti. Ma o per poca sensibilità nervosa o per la

vigoria dell'animo indurito dalla fede fatalista, resistono con una

forza prodigiosa ai più tremendi dolori. Si metton le ventose con vasi

di terra e tanto fuoco da arrostirsi la schiena; si piantano il pugnale

negli apostemi, alla cieca, a rischio di rompersi le arterie; si fanno

scorrere una brace accesa sopra un braccio piagato, con mano ferma,

cacciando col soffio il fumo delle carni, senza lasciarsi sfuggire un

lamento. Le malattie più frequenti son le febbri, le oftalmie, la

tigna, l'elefantiasi, l'idropisia: ma la più comune è la sifilide,

trasmessa di generazione in generazione, alterata, che si produce in

forme strane ed orrende, di cui tribù intere sono infette e migliaia di

sventurati muoiono; e ne morirebbero assai più se non fosse la sobrietà

estrema di nutrimento a cui la maggior parte son costretti dalla miseria

e dal clima. Medici europei non ce ne sono che nelle città della costa;

nella stessa Fez non v'è altro che qualche ciarlatano rinnegato, fuggito

d'Algeria o dai presidii spagnoli. Quando l'Imperatore o un ministro o

un ricco Moro s'ammala, manda a[tn146] chiamare un medico europeo in una

città della costa. Ma non mandano che quando son ridotti agli estremi,

trascurano per anni ed anni le malattie, e il più delle volte il medico

non arriva che per assistere alla morte. Nei medici europei hanno gran

fede; la vista dei medicinali, delle preparazioni chimiche, degli

strumenti chirurgici dà loro un concetto immenso del potere della

scienza; se ne ripromettono prodigi; pigliano le prime medicine e

seguono le prime prescrizioni colla docilità e l'allegrezza di gente

sicura d'una guarigione immediata. Ma se la guarigione non è immediata,

perdono ogni fede, interrompono la cura e ricorrono ai ciarlatani. Una

cosa, sopra tutte, domandano vecchi e giovani, ricchi e poveri, ai

medici europei, ed è ciò che l'imperatore Eliogabalo domandava ai suoi

cuochi. E' quando lo domandano? Quando quotidianamente non possono più

varcare le soglie del paradiso di Maometto più di tante volte quanti

sono i precetti fondamentali dell'Islam! A questo punto si tengon già

decaduti! Onde ognuno può capire quanto sia generalmente precoce la

decadenza vera, e a che abbominevoli pervertimenti siano trascinati i

più dal furore delle passioni.

§ § § § §

La sera passò senz'avvenimenti notevoli, fuorchè la scoperta ch'io feci

d'uno scorpionaccio nero sopra il cuscino del mio letto, nel momento che

stavo per coricarmi. Fu però un terrore passeggiero, poichè

avvicinandomi a poco a poco col lume, lessi sul dorso dell'animale

l'iscrizione rassicurante:--_Cesare Biseo fece addì 5 maggio 1875._

§ § § § §

La mattina all'alba partimmo alla volta della città d'Alkazar.

Il tempo era scuro. I colori pomposi dei trecento soldati della scorta

pigliavano un vigore meraviglioso dal grigio del cielo e dal verde cupo

della campagna. Lo stesso Hamed Ben Kasen Buhamei, fermo sopra un rialto

di terreno vicino all'accampamento, pareva che guardasse con

compiacenza quei bei cavalieri che gli passavano dinanzi a grossi

drappelli, silenziosi, gravi, cogli occhi fissi all'orizzonte, come

avanguardie d'un esercito la mattina d'una giornata di battaglia. Per un

buon tratto, camminammo in mezzo ad olivi e cespugli[tn148] altissimi;

poi entrammo in una vasta pianura tutta coperta di fiori gialli e

violetti, dove la scorta si sparpagliò per fare il _lab el barode_. Lo

spettacolo in quel luogo aperto, sopra quel tappeto di fiori, sotto quel

cielo minaccioso era così stranamente bello, che l'Ambasciatore si fermò

più volte, e fece fermare tutto il suo seguito, per contemplarlo. Non

posso credere che quella gente abbia un'arte segreta di raggrupparsi e

di disordinarsi; ma quella mattina me ne venne il sospetto. Avrei detto

che tutti i loro movimenti e tutte le loro combinazioni di colori, erano

stati concertati da un coreografo. In mezzo a quel tal gruppo di

cavalieri dalle cappe turchine, s'andava sempre a ficcare, come se ce

l'avessero mandato, un cavaliere colla cappa bianca. In mezzo a un

gruppo di caffettani bianchi, cascava sempre a proposito, come la

pennellata d'un artista, un caffettano color di rosa. I colori armonici

si cercavano, s'univano, amoreggiavano insieme per la durata d'una

carica, e si separavano per formare altre armonie. Eran trecento e

parevano un esercito; si vedevano da tutte le parti; ci svolazzavano

intorno come uno sciame di uccelli; ci assordavano, ci abbagliavano,

c'innamoravano, facevano disperare i pittori.--Canaglia!--diceva

l'Ussi--se v'avessi nelle unghie a Firenze!

ALKAZAR-EL-KIBIR

A un certo punto l'Ambasciatore fece un cenno al Caid, la scorta si

fermò, e noi, accompagnati da alcuni soldati, andammo poco lontano di là

a visitare le rovine d'un ponte. Arrivati sulla sponda, ci fermammo: del

ponte non rimanevano che pochi ruderi sulla sponda opposta. Si stette

qualche minuto guardando alternatamente quei ruderi e la campagna,

ciascuno assorto nei suoi pensieri. E il luogo era degno veramente di

quella testimonianza muta di rispetto. Duecentonovantasette anni prima,

il giorno quattro d'agosto, sopra quei campi fioriti tuonavano cinquanta

cannoni e turbinavano quarantamila cavalli sotto il comando d'uno dei

più grandi capitani dell'Africa, e d'uno dei più giovani, più

avventurosi e più sventurati monarchi d'Europa. Per le sponde di quel

fiume fuggivano alla rinfusa, rotolavano nel sangue, domandavano grazia,

si precipitavano nelle acque per sfuggire alle scimitarre implacabili

degli arabi, dei berberi e dei turchi, il fiore della nobiltà

portoghese, cortigiani, vescovi, soldati spagnuoli e soldati di

Guglielmo d'Orange, avventurieri italiani, tedeschi e francesi; e la

cavalleria musulmana calpestava sei mila cadaveri di cristiani. Eravamo

sul terreno di quella memorabile battaglia d'Alkazar, che costernò

l'Europa e fece risonare un grido di gioia da Fez a Costantinopoli. Quel

fiume era il Mkhacem. Su quel ponte passava, al tempo della battaglia,

la strada d'Alkazar. In vicinanza del ponte era l'accampamento di Mulei

Moluk, sultano del Marocco. Mulei Moluk veniva da Alkazar, il re di

Portogallo veniva da Arzilla. La battaglia fu combattuta sulle rive di

quel fiume, nella pianura che ci si stendeva dintorno. Quante immagini

ci si affollavano! Ma fuorchè le rovine del ponte, non v'era una pietra,

un segno che ricordasse qualcosa. Da che parte aveva fatto le sue prime

cariche vittoriose la cavalleria del duca di Riveiro? Dove aveva

combattuto Mulei-Amed, il fratello del Sultano, il futuro conquistatore

del Sudan, capitano sospetto di codardia la mattina, re vittorioso la

sera? In qual punto del fiume s'era annegato Mohamed il nero, fratricida

scoronato, provocatore della guerra? In qual angolo del campo il re

Sebastiano aveva ricevuto il colpo di fucile e i due fendenti di

scimitarra, che uccidevano con lui l'indipendenza del Portogallo e le

ultime speranze del Camoens? E dov'era la lettiga del Sultano Moluk,

quand'egli spirò in mezzo ai suoi ufficiali mettendosi il dito sulla

bocca? Mentre stavamo, su questi pensieri, la scorta ci guardava di

lontano, immobile in mezzo a quella pianura famosa, come un manipolo di

cavalieri di Mulei-Hamed risuscitati da terra al rumore del nostro

passaggio. Eppure non uno forse di quei soldati sapeva che quello era il

campo della battaglia dei tre Re, gloria dei loro padri; e quando ci

mettemmo in cammino con loro, guardavano ancora qua e là con occhio

curioso, come per cercare se in quell'erbe e in quei fiori ci fosse

qualcosa di strano che spiegasse la nostra fermata.

§ § § § §

Si passò il Mkhacem e l'Uarrur,--due piccoli affluenti del Kus, o

Lukkos, il _Lixos_ degli antichi, che dalle montagne del Rif, dove

nasce, si va a gettare nell'Atlantico a Laracce;--e si continuò a

camminare verso Alkazar a traverso a una serie di colline aride, non

incontrando che di mezz'ora in mezz'ora qualche arabo e qualche

cammello.

Finalmente, pensavamo strada facendo, s'arriverà a una città! Eran tre

giorni che non vedevamo una casa e sentivamo tutti il desiderio di

uscire per un giorno dalla monotonia della solitudine. Oltre a ciò

Alkazar era la prima città dell'interno a cui giungevamo. Sapevamo

d'essere aspettati. La curiosità era viva. La scorta si ordinava, via

via che ci avvicinavamo. Noi stessi, quasi senza accorgercene, ci

trovammo schierati in due linee come un drappello di cavalleria,

l'Ambasciatore dinanzi, gl'interpreti ai lati.

Il tempo s'era rasserenato, e un'impaziente allegrezza animava tutta la

carovana.

Dopo quattr'ore di cammino, all'improvviso, dall'alto d'una collina,

vedemmo giù nella pianura in mezzo a una cintura di giardini, la città

d'Alkazar coronata di torri, di minareti e di palme, e nello stesso

punto ci ferì l'orecchio uno strepito di fucilate e il suono d'una

musica infernale.

Era il governatore della città che ci veniva incontro coi suoi

ufficiali, un drappello di soldati a piedi, e una banda.

Dopo pochi minuti c'incontrammo.

Ah! chi non ha visto la banda d'Alkazar, quei dieci sonatori di piffero

e di corno, vecchi di cent'anni e ragazzi di dieci, tutti a cavallo ad

asinelli grossi come cani, cenciosi, mezzi nudi, con quelle teste rase,

con quegli atteggiamenti di satiri, con quelle faccie di mummie, non ha

visto, credo, lo spettacolo più lagrimevolmente comico che si possa dare

sotto la volta del cielo.

Mentre il vecchio Governatore dava il benvenuto, al ministro, i soldati

tiravano fucilate in aria, e la banda continuava a sonare.

Ci avanzammo fino a un mezzo miglio dalla città, in un campo arido, dove

si dovevano piantare le tende.

La banda ci accompagnò suonando.

Fu rizzata la tenda della mensa, sotto la quale ci riparammo, mentre i

cavalieri della scorta facevano le solite cariche.

La banda, schierata davanti alla tenda, continuava a sonare con ferocia

crescente.

Un gesto supplichevole dell'Ambasciatore li fece tacere.

Allora assistemmo a una scena assai curiosa.

Marocco · 第 7 / 24 段