Una lunga fila di arabi, accompagnati dal Comandante della scorta, dai

soldati della Legazione e dai servi, attraversò l'accampamento, si venne

a schierare davanti alla nostra tenda e depose ai piedi

dell'Ambasciatore una gran quantità di carbone, d'ova, di zuccaro, di

burro, di candele, di pani, tre dozzine di galline e otto montoni.

Questo tributo era la _muna_. Oltre i gravi balzelli che pagano in

denaro, gli abitanti della campagna sono obbligati a fornire a tutti i

personaggi ufficiali, ai soldati del Sultano e alle ambasciate che

passano, una certa quantità di viveri e d'altre provvigioni. Il Governo

fissa la quantità; ma le autorità locali tassando gli abitanti a loro

arbitrio, ne segue che la quantità di roba ricevuta, benchè sempre

superiore ai bisogni, non è mai che una piccola parte di quella che è

stata estorta un mese prima, o che sarà estorta forse anche un mese dopo

il giorno della presentazione.

Un vecchio, che doveva essere un capo di tribù, rivolse, per mezzo

dell'interprete, qualche parola ossequiosa all'Ambasciatore. Gli altri,

tutti poveri campagnoli vestiti di cenci, guardavano a vicenda noi, le

tende e la loro roba,--i frutti del loro sudore sparsi per terra,--con

un'aria tra mesta ed attonita, che rivelava una profonda rassegnazione.

Fatta rapidamente la ripartizione della roba fra la mensa

dell'ambasciata, la scorta, i mulattieri e i soldati della Legazione, il

signor Morteo, ch'era stato nominato quella stessa mattina Intendente

generale del campo, diede una mancia al vecchio arabo, questo fece un

cenno ai suoi compagni, e tutti ripresero silenziosamente la via delle

loro capanne.

Allora cominciò, come doveva poi accadere tutti i giorni, un gran

battibecco fra servi, mulattieri e soldati per la ripartizione della

_mona_. Era una scena amenissima. Due o tre di loro andavano e venivano

per il campo a passi concitati, con un montone fra le braccia, invocando

Allà e l'ambasciatore; altri gridavano la loro ragione battendo i pugni

in terra; Civo faceva sventolare di qua e di là il suo camicione bianco

colla profonda persuasione di esser terribile; i montoni belavano, le

galline scappavano, i cani latravano. A un tratto s'alzò l'Ambasciatore

e tutto tacque.

Il solo che brontolò ancora qualche momento fu Selam.

Selam era un gran personaggio. Veramente due dei soldati della Legazione

portavano questo nome, tutti e due addetti al servizio particolare

dell'Ambasciatore; ma come dicendo Napoleone, se non s'aggiunge altro,

s'intende Napoleone primo, così fra noi, in viaggio, dicendo Selam

intendevamo dir quello solo. Come l'ho sempre vivo dinanzi agli occhi!

Lui, Mohammed lo sposo, e l'Imperatore, sono veramente per me le tre

figure più simpatiche ch'io abbia viste nel Marocco. Era un giovane

bello, forte, svelto e pieno d'ingegno. Capiva tutto a volo, faceva

tutto in furia, camminava a salti, parlava a sguardi, era in moto dalla

mattina alla sera. Per i bagagli, per le tende, per la cucina, per i

cavalli, tutti si rivolgevano a lui; egli sapeva tutto e rispondeva a

tutti. Parlava mediocremente lo spagnuolo e sapeva qualche parola

d'italiano; ma si sarebbe fatto capir anche coll'arabo, tanto la sua

mimica era pittoresca e parlante. Per indicare una collina faceva il

gesto d'un colonnello focoso che accenni al suo reggimento una batteria

da assalire. Per fare un rimprovero a un servo, gli si precipitava

addosso come se l'avesse voluto annientare. Mi rammentava ogni momento

Tommaso Salvini nelle parti d'Orosmane e d'Otello. In qualunque

atteggiamento si mostrasse, da quando versava l'acqua fredda sulla

schiena all'ambasciatore a quando ci passava accanto di galoppo,

inchiodato sul suo cavallo castagno, presentava sempre una figura bella,

elegante ed ardita. I pittori non si stancavan mai di guardarlo. Portava

un caffettano scarlatto e i calzoncini azzurri: si riconosceva alla

prima da un'estremità all'altra della carovana. Nell'accampamento non si

sentiva gridare che il suo nome. Correva di tenda in tenda, scherzava

con noi, urlava coi servi, dava e riceveva ordini, si bisticciava,

montava in collera, prorompeva in risa; quand'era in collera pareva un

selvaggio, quando rideva pareva un bambino. In ogni dieci parole che

dicesse, c'entrava _el señor ministro_. Il signor ministro, per lui,

veniva subito dopo Allà e il suo profeta. Dieci fucili appuntati contro

il suo petto non l'avrebbero fatto impallidire; un rimprovero non

meritato dell'Ambasciatore lo faceva piangere. Aveva venticinque anni.

Finito ch'ebbe di brontolare, venne vicino a me ad aprire una cassa.

Mentre si chinava gli cadde il fez e gli vidi sulla testa rasa una larga

macchia di sangue. Gli domandai che cos'era. Mi rispose che s'era ferito

con uno dei grossi pani di zucchero della _mona_.--L'ho gettato in

aria,--mi disse colla più gran serietà,--e l'ho ricevuto sulla

testa,--Non capivo: si spiegò.--Faccio così,--mi disse,--per

fortificarmi la testa. Le prime volte cascavo in terra tramortito,

adesso non verso più che qualche goccia di sangue. Verrà il tempo che

non mi scalfirò nemmeno la pelle. Tutti gli arabi fanno lo stesso. Mio

padre si rompeva sul cranio dei mattoni spessi due dita, com'io ci

romperei un pezzo di pane. Un vero arabo (conchiuse con aria altera,

battendosi il pugno sul cocuzzolo) deve avere la testa di ferro.

§ § § § §

L'accampamento, quella sera, presentava un aspetto assai diverso da

quello del giorno innanzi. Ognuno aveva già preso le sue abitudini. I

pittori avevano rizzato i loro cavalletti davanti alla tenda e

dipingevano. Il capitano era andato a osservare il terreno, il

vice-console a raccogliere insetti, l'ex-ministro di Spagna alla caccia

delle pernici; l'ambasciatore e il comandante giocavano a scacchi sotto

la tenda della mensa; i servi si saltavano l'un l'altro appoggiandosi le

mani sulle spalle; i soldati della scorta discorrevano seduti in

cerchio; degli altri chi passeggiava, chi leggeva, chi scriveva;

sembrava che fossimo attendati là da un mese. Se ci fosse stata una

piccola stamperia, mi sarebbe saltato il grillo di fondare un giornale.

Il tempo era bellissimo. Si desinò colla tenda aperta, e per tutto il

tempo del desinare, i cavalieri di Had-el-Garbia festeggiarono

l'ambasciata con cariche clamorose, rischiarate da uno splendido

tramonto di sole.

§ § § § §

A tavola sedeva dinanzi a me Mohammed Ducali. Ebbi modo per la prima

volta di osservarlo attentamente. Era il vero tipo del ricco moro,

molle, elegante e ossequioso; e dico ricco, perchè si diceva che

possedesse più di trenta case a Tangeri, quantunque in quel tempo i suoi

affari fossero un po' imbrogliati. Poteva avere una quarantina d'anni.

Era alto di statura, di lineamenti regolari, bianco, barbuto; portava un

piccolo turbante ravvolto in un caïc del più fino tessuto di Fez, che

gli scendeva sopra un caffettano di panno amaranto ricamato; sorrideva

per far vedere i denti, parlava spagnuolo con una voce femminea,

guardava, s'atteggiava e gestiva con una languidezza da innamorato. In

altri tempi aveva fatto il negoziante: era stato in Italia, in Spagna, a

Londra, a Parigi, ed era tornato al Marocco con idee ed abitudini

europee. Beveva vino, fumava sigaretti, portava calze, leggeva romanzi,

raccontava le sue avventure amorose. La ragione principale che lo

conduceva a Fez era un credito ch'egli aveva col Governo, e sperava,

coi buoni uffici dell'ambasciatore, di farsi pagare. Aveva portato con

sè la sua tenda, i servi, le mule. I suoi occhi lasciavan capire che, se

avesse potuto, avrebbe portato anche le sue donne; ma su quest'argomento

serbava il più rigoroso silenzio. Le donne di cui parlava, raccontando

le sue avventure, erano europee. L'arèm era anche per lui una cosa

sacra. Arrischiai, con parole vaghe, una domanda: mi guardò, sorrise

pudicamente e non rispose.

§ § § § §

Dopo desinare, soddisfeci un desiderio vivissimo che avevo già fin prima

della partenza da Tangeri; feci un'escursione notturna per

l'accampamento.

Fu uno dei più bei divertimenti ch'io abbia avuti nel viaggio.

Aspettai che tutti fossero entrati nelle tende; mi ravvolsi in una cappa

bianca del comandante ed uscii in cerca d'avventure.

Il cielo era tutto stellato; le lanterne, fuor che quella appesa in cima

all'asta della bandiera, erano spente; in tutto l'accampamento regnava

un silenzio profondo.

Adagio adagio, cercando di non inciampare nelle cordicelle delle tende,

voltai a sinistra.

Fatti dieci passi, un suono inaspettato mi ferì l'orecchio. Mi arrestai.

Mi parve un suono di chitarra. Veniva da una tenda chiusa, che non

avevo mai vista, posta fra la nostra e quella dell'ambasciatore, una

trentina di passi fuori del cerchio dell'accampamento. Mi avvicinai e

tesi l'orecchio. La chitarra accompagnava un filo di voce dolcissima che

cantava una canzone araba piena di malinconia. Di chi era quella tenda

misteriosa? Che ci fosse dentro una donna? Feci un giro intorno. La

tenda era chiusa da ogni parte. Mi stesi in terra per guardare per

disotto; chinandomi, tossii; il canto cessò. Quasi nello stesso punto

una voce soave, vicinissima a me, domandò:--_Quien es?_ (Chi è?)--Allà

mi protegga!--pensai--qui c'è una donna.--Un curioso!--risposi

coll'inflessione più patetica della mia voce.... Una risata mi fece eco,

e una voce maschile disse in spagnuolo:--Bravo! venga a prendere una

tazza di tè!--Era la voce di Mohammed Ducali. Oh delusione! Ma fui

subito compensato. S'aperse una porticina e mi trovai sotto una

bellissima tenda, rivestita d'una ricca stoffa a fiorami, ornata di

finestrine ad arco, rischiarata da una lanterna moresca, profumata di

belgiuino, degna per ogni verso di ospitare la più bella odalisca del

Sultano. Accanto al Ducali, sdraiato voluttuosamente sopra un tappeto di

Rabat, col capo appoggiato sopra un ricco cuscino, stava seduto un suo

servo, un giovane arabo d'aspetto gentile e pensieroso, che teneva fra

le mani una chitarra. Era lui che cantava. Nel mezzo c'era un vassoio

con un bel servizio da tè, da una parte fumava un profumiere. Spiegai al

Ducali in che maniera fossi capitato vicino alla sua tenda, rise, mi

offerse una tazza, mi fece sonare un'arietta, mi augurò buon viaggio, ed

uscii. La tenda si richiuse e mi ritrovai nell'oscurità silenziosa

dell'accampamento. Girai intorno a un'altra tenda, dove dormivano gli

altri servi del Ducali, e mi rivolsi verso quella dell'ambasciatore.

Davanti alla porta dormiva Selam, disteso sulla sua cappa turchina,

colla sciabola vicino al capo.--Se lo sveglio, e non mi riconosce

subito,--pensai--m'accoppa! Usiamo prudenza.--M'avvicinai in punta di

piedi e misi il capo dentro la tenda. La tenda era divisa in due parti

da una ricca cortina: di qua serviva di sala da ricevimento, e v'era un

tavolino con tappeto, carta, calamaio, e alcune poltrone dorate; di là

dormivano l'ambasciatore e il suo amico ex-ministro di Spagna. Pensai di

lasciare il biglietto di visita sul tavolino. M'avvicinai. Un maledetto

grugnito mi arrestò. Era Diana, la cagna dell'ambasciatore. Quasi nello

stesso punto la voce del padrone domandò:--Chi è?

--Un sicario! mormorai.

Riconobbe subito la mia voce.

--Ferisca--, rispose.

Gli spiegai il motivo della mia visita;--ne rise di cuore, e

stringendomi la mano al buio, mi augurò buona fortuna.

Uscendo inciampai in qualcosa che m'insospettì: accesi un fiammifero:

era una tartaruga. Guardai intorno e vidi a due passi da me un rospo

enorme, che pareva che mi guardasse. Ebbi per un momento la tentazione

di rinunziare all'impresa; ma la curiosità vinse il ribrezzo e tirai

innanzi.

Arrivai davanti alla tenda dell'Intendente. Mentre mi chinavo per

origliare, una figura alta e bianca si alzò fra me e la porta, e disse

con accento sepolcrale:--Dorme.--Detti indietro come all'apparizione

d'un fantasma. Ma subito mi rincorai. Era un arabo, servo del Morteo da

molti anni, che parlava un po' italiano, e che, malgrado la mia cappa

bianca, m'aveva riconosciuto a primo aspetto. Come Selam, egli riposava

davanti alla tenda del suo padrone, colla sciabola al fianco. Gli diedi

la buona notte e continuai la mia strada.

Nella tenda vicina, c'erano il medico e il dracomanno Salomone. Un acuto

odore di medicinali l'annunziava a dieci passi all'intorno. V'era il

lume acceso. Il dracomanno dormiva; il medico, seduto al tavolino,

leggeva. Questo medico, giovane, colto, d'aspetto e di maniere

signorili, aveva una particolarità assai curiosa. Nato in Algeri di

famiglia francese, vissuto molti anni in Italia, e marito d'una

spagnuola, non solo parlava con uguale facilità le lingue dei tre paesi;

ma ritraeva egualmente del carattere dei tre popoli, sentiva tre

equivalenti amori di patria, era insomma un latino uno e trino, che si

sarebbe trovato a casa sua così a Roma, come a Madrid, come a Parigi.

Oltre a questo era dotato d'un senso comico finissimo; tanto che senza

parlare, senza lasciarsi scorgere, con uno sguardo furtivo, con un

leggerissimo movimento delle labbra, rilevava il lato ridicolo d'una

persona o d'una cosa in modo da far scoppiare delle risa. Appena mi

vide, indovinò la ragione dalla mia presenza, mi offerse un sorso di

liquore, e alzando il bicchierino disse sottovoce:--Al felice successo

della spedizione!--Coll'aiuto d'Allà!--risposi, e lo lasciai alla sua

lettura.

Passai davanti alla gran tenda della mensa: era deserta. Voltai a

sinistra, uscii dal cerchio dell'accampamento, passai in mezzo a due

lunghe file di cavalli addormentati, e mi trovai in mezzo alle tende

della scorta. Tesi l'orecchio: sentii il respiro dei soldati che

dormivano. Davanti alle tende erano sparpagliati fucili, sciabole,

selle, ciarpe, pugnali, caic e la bandiera di Maometto, come sopra il

campo d'una mischia. Guardai la campagna: non si vedeva nessuno. Appena

apparivano come due macchie nere ed informi i due gruppi di capanne.

Tornai indietro, passai in mezzo alla tenda del Console d'America e a

quella dei suoi servi, tutt'e due chiuse e silenziose; attraversai il

piccolo spazio di terreno dov'era piantata la cucina, e superata una

barricata di botti, di tegami, di pentole, di brocche, arrivai alla

piccola tenda del cuoco.

Con lui dormivano là sotto i due arabi, che gli facevan da sguatteri.

Misi la testa dentro:--era buio. Chiamai il cuoco per nome:--_Gioanin!_

Il poveretto, afflitto dalla mala riuscita d'una frittura, e forse anche

inquieto per la vicinanza dei due «selvaggi», non dormiva.

--_A l'è chiel?_ (È lei?) domandò.

--Son io.

Tardò qualche momento a rispondere e poi, voltandosi sul letto, esclamò

sospirando:--_Ah! che pais!_

--Coraggio,--dissi--, pensate che fra dieci giorni sarete dinanzi alle

mura della grande città di Fez.

Rispose qualche cosa in confuso di cui non afferrai altro che la parola

_Moncalieri_; dopo di che rispettai il suo dolore, e tirai innanzi.

Nella tenda accanto v'erano i due marinai: il Ranni, ordinanza del

comandante, e Luigi, calafato a bordo del _Dora_, napoletano, un

giovanetto[tn127] gentile, sveglio, operoso, che in due giorni s'era

cattivata la simpatia di tutti. Avevano il lume acceso e mangiavano.

Tendendo l'orecchio, colsi qualche parola del loro dialogo. Era assai

curioso. Luigi domandava a chi fossero destinati gli schizzi a matita

che facevano i due pittori sui loro album.--Oh bella!--rispose il

Ranni--al Re, si capisce.--Così senza colori?--domandò l'altro.--Eh no:

tornati che saranno in Italia, prima ci metteranno i colori e poi li

manderanno.--Chi sa quanto glieli pagano!--Eh molto, si sa. Magari uno

scudo il foglio. Un re non bada ai denari.--Temendo d'essere scoperto e

sospettato di spionaggio, rinunziai, mio malgrado, a sentire il seguito,

e mi allontanai in punta di piedi.

Uscii un'altra volta dall'accampamento e girai per qualche minuto in

mezzo a lunghe file di cavalli e di mule, fra le quali riconobbi, con

una dolce emozione, la mia bianca compagna di viaggio, che pareva

assorta in profondi pensieri. Uscito di là, mi trovai davanti alla

tenda del signor Vincent, francese, domiciliato a Tangeri, uno di quei

personaggi misteriosi che han girato tutto il mondo, parlano tutte le

lingue e fanno di tutti i mestieri: cuoco, negoziante, cacciatore,

interprete, scopritore d'iscrizioni antiche; aggregatosi con tenda e

cavallo all'ambasciata italiana in qualità di alto direttore delle

cucine, per andare a vendere al governo di Fez delle uniformi francesi

comprate in Algeri. Guardai dentro per uno spiraglio. Era seduto sopra

un baule in atto meditabondo, con una grossa pipa in bocca, al chiarore

d'un moccoletto confitto in una bottiglia. Che strana figura! Mi

richiamò alla mente quei vecchi alchimisti dei pittori olandesi, che

meditano in fondo alla loro officina, col viso illuminato dal foco dei

lambicchi. Curvo, secco, ossoso, pareva che ogni peripezia della sua

vita fosse rappresentata da una ruga del suo viso e da un angolo del suo

corpo. Chi sa a che pensava! Chi sa che diavolìo di memorie, di viaggi

avventurosi, di bizzarri incontri, di pazze imprese, di strani

personaggi, gli turbinava nel capo!--Forse anche, invece che a tutto

questo, pensava al prezzo d'un paio di calzoni da _turcos_ o alla sua

scarsa provvigione di tabacco.--Nel punto che stavo per dirigergli la

parola, spense il lume con un soffio e disparve nell'oscurità come un

mago.

A pochi passi di là, c'era la tenda del comandante della scorta; un po'

più oltre quella del suo primo ufficiale; e più lontano quella del capo

dei cavalieri d'Had-el-Garbia.

Queste due erano chiuse; la prima era aperta e vuota.

Nell'atto che ci guardavo dentro, sentii alle mie spalle un passo

furtivo, e quasi nello stesso punto una mano di ferro mi afferrò per un

braccio. Mi voltai: mi vidi in faccia il generale mulatto.

Appena mi vide, ritirò la mano, dando in una risata, e disse in tuono di

scusa:--_Salamu alikum, salamu alikum!_--(La pace sia con voi! la pace

sia con voi!)

M'aveva preso per un ladro.

Gli strinsi la mano in segno di riconoscenza e mi rimisi in cammino.

Fatti pochi passi, mi parve di vedere a una certa distanza dalle tende

un uomo incappato, seduto in terra, col fucile in mano. Mi venne in

mente che fosse una sentinella. Guardai intorno, e vidi infatti che a

una cinquantina di passi da quella, ve n'era un'altra, e poi una terza:

una catena di sentinelle tutt'intorno all'accampamento. Seppi poi che

quella vigilanza non era fatta per timore dell'assalto d'una banda

d'assassini; ma per guardare le tende dai ladri della campagna,

abilissimi in quel genere di furti, esercitati come sono a depredare le

tribù arabe attendate.

Fortunatamente la mia franca andatura non insospettì alcuna sentinella,

e potei finire la mia escursione.

Passai accanto a Malek e a Saladino, i due cavalli focosi

dell'Ambasciatore, inciampai in qualche altra tartaruga e mi fermai

davanti alle tende dei servi a piedi. Erano coricati sopra un po' di

paglia, senza coperte, l'uno a traverso l'altro; ma dormivan tutti d'un

sonno così profondo, che non si sentiva un alito, e parevano morti

ammucchiati. Il ragazzo dai grandi occhi neri, per la buona ragione

ch'era il più piccolo, avea mezzo il corpo fuori della tenda, e poco

mancò che non gli mettessi i piedi sul capo. Mi fece compassione; volli

che la mattina seguente, svegliandosi, avesse un conforto; e misi una

moneta nella mano che riposava sull'erba, colla palma aperta, come per

chiedere l'elemosina ai genii della notte.

Un mormorìo di voci allegre, che veniva da una tenda vicina, mi

distrasse di là. M'avvicinai. Era la tenda dei soldati e dei servi

dell'Ambasciata. Pareva che mangiassero e bevessero. Sentii l'odore del

fumo del kif. Riconobbi la voce del secondo Selam, di Abd-el-Rhaman, di

Alì, di Hamet, di Mammù, di Civo. Era un'orgietta araba in piena

regola. E avevan ben diritto di darsi un po' di spasso, poveri giovani,

dopo aver faticato tutto il giorno a piedi, a cavallo, alle tende, alle

mense, chiamati da cento parti, in cento lingue, per cento servizi! Per

questo non volli turbare la loro allegrezza e m'allontanai cautamente.

Fino a quel momento la mia escursione era riuscita a meraviglia; ma era

destino che non finisse senza un triste accidente.

Non m'ero allontanato di venti passi dalla tenda dei soldati, quando

sentii due mani vigorose serrarsi intorno al mio collo e una voce

soffocata dall'ira urlarmi una minaccia nell'orecchio. Mi divincolai, mi

voltai indietro...

Chi era?

Era l'autore della _Cacciata del duca d'Atene_, il mio buon amico Ussi,

ravvolto come un fantasma nella sua lunga _abbaia_ bianca, portata

dall'Egitto, il quale era uscito pochi momenti prima dalla sua tenda per

fare, in direzione contraria, lo stesso mio giro, e m'aveva colto alle

spalle.

Allora appunto ero arrivato davanti alla tenda dei pittori che chiudeva

il cerchio dell'accampamento; il mio viaggio notturno era compiuto, e mi

rimbucai nella mia casetta di tela.

NOTE:

[1] In mezzo ai selvaggi.

TLETA DE REISSANA

La mattina seguente si partì prima del levar del sole con una nebbia

umida e fitta che metteva freddo nelle ossa e ci nascondeva gli uni agli

altri. I cavalieri della scorta avevano il cappuccio sul capo e i fucili

fasciati; tutti noi eravamo ravvolti nei pastrani e nei mantelli; ci

pareva d'essere in autunno, in mezzo a una pianura dei Paesi Bassi.

Dietro a me non vedevo distintamente che il turbante bianco e la cappa

turchina del Caid; tutti gli altri erano ombre confuse che si perdevano

nell'aria grigia. Il sonno e il tempo uggioso mantenevano il silenzio.

Andavamo per un terreno ineguale, coperto di palme nane, di lentischi,

di ginestre, di pruni, di finocchio selvatico, raggruppandoci e

sparpagliandoci di continuo secondo gli incrociamenti e le biforcature

infinite dei sentieri. Il sole, apparendo sull'orizzonte, indorò per

qualche minuto le nostre guancie sinistre; e poi si rinascose. La nebbia

però diradò in maniera da lasciarci vedere la campagna. Era una

successione di vallette verdi, nelle quali si scendeva e si risaliva

quasi senz'accorgersene, tanto erano dolci i pendii. Le alture eran

coperte di aloé e d'olivi selvatici. L'olivo, che in quel paese cresce

prodigiosamente, è lasciato allo stato selvatico quasi da per tutto, e

gli abitanti fanno lume e si alimentano col frutto dell'_argan_. Di mano

in mano che ci affacciavamo a una valle, cercavamo cogli occhi un

villaggio, un gruppo di capanne, qualche tenda. Non si vedeva nulla. Ci

pareva di viaggiare alla ventura per una terra vergine. Di valle in

valle, di solitudine in solitudine, dopo tre ore circa di cammino,

arrivammo finalmente in un punto dove gli alberi più fitti, i sentieri

più larghi e qualche armento sparpagliato per la campagna, annunciavano

la vicinanza d'un luogo abitato. Uno dopo l'altro alcuni cavalieri della

scorta spronarono il cavallo, ci passarono innanzi di galoppo e

scomparvero dietro un'altura; altri si slanciarono di carriera a

traverso la campagna in direzioni diverse; i rimanenti si disposero in

ordine. In capo a pochi minuti ci trovammo davanti all'imboccatura d'una

gola formata da alcune piccole colline, sulle quali s'alzava qualche

capannuccia di stoppia. Alcuni arabi cenciosi, uomini e donne, ci

guardavano curiosamente di dietro alle siepi. Entrammo nella gola; in

quel momento apparve il sole. A un certo punto la gola faceva un gomito

quasi ad angolo retto. Svoltammo..., e ci trovammo davanti a uno

spettacolo stupendo.

Trecento cavalieri, vestiti di mille colori, sparpagliati in un

grandioso disordine, ci venivan incontro a briglia sciolta coi fucili

nel pugno, come se si slanciassero all'assalto d'un reggimento.

Era la scorta della provincia di Laracce, preceduta dal governatore e

dai suoi ufficiali, che veniva a dare il cambio alla scorta di

Had-el-Garbia, la quale doveva lasciarci sul confine della provincia di

Tangeri, dove appunto eravamo arrivati.

Il Governatore di Laracce, un vecchio prestante con gran barba bianca,

arrestò con un cenno i suoi cavalieri, strinse la mano all'ambasciatore

e poi, voltatosi un'altra volta verso quella turba fremente

d'impazienza, fece un gesto vigoroso come per dire:--Scatenatevi!--

Allora cominciò uno dei più splendidi _lab el barode_ (giuochi colla

polvere) che noi potessimo desiderare.

Marocco · 第 6 / 24 段