Camminavamo sopra un terreno ondulato a grandi curve, in una campagna

verde e solitaria. La strada, se si può chiamar strada, era formata da

un gran numero di sentieri paralleli, in alcuni punti incrociati,

serpeggianti in mezzo a cespugli e pietroni, infossati come letti di

rigagnoli. Qualche palma e qualche aloè disegnava le sue forme nere

sull'orizzonte dorato. Il cielo cominciava a coprirsi di stelle. Non si

vedeva nessuno nè vicino nè lontano. A un certo punto, sentimmo alcune

fucilate. Era un gruppo d'arabi che dalla sommità d'una collina

salutavano l'ambasciatore. Dopo tre ore di cammino, era notte fitta;

cominciavamo a desiderare l'accampamento. La fame in qualcuno, in altri

la stanchezza aveva troncate le conversazioni. Non si sentiva più che il

passo dei cavalli e il respiro affannoso dei servi che ci seguivano

correndo. A un tratto risuonò un grido del Caid. Ci voltammo e vedemmo

un'altura, alla nostra destra, tutta scintillante di lumi. Era il nostro

primo accampamento e lo salutammo con un grido.

Non saprei esprimere il piacere che provai mettendo piede a terra in

mezzo a quelle tende. Se non fosse stata la dignità, che dovevo serbare,

di rappresentante della letteratura italiana, mi sarei messo a fare

delle capriole. Era una piccola città, illuminata, popolata, rumorosa.

Da ogni parte scoppiettavano i fuochi delle cucine. Servi, soldati,

cuochi, marinai andavano e venivano scambiandosi ordini e domande in

tutte le lingue della torre di Babele. Le tende formavano un gran

circolo, in mezzo al quale era piantata la bandiera italiana. Di là

dalle tende erano schierati i cavalli ed i muli. La scorta aveva il suo

piccolo accampamento appartato. Tutto era ordinato militarmente.

Riconobbi subito casa mia e corsi a prenderne possesso. V'erano quattro

letti da campagna, stuoie e tappeti, lanterne, candelieri, tavolini,

seggiole a ìccase, lavamani colle asticciuole strisciate dei tre colori

italiani e un grande sventolatore all'indiana. Era un accampamento

principesco, da passarci volentieri un annetto. La nostra tenda era

posta fra quella dell'ambasciatore e quella degli artisti.

Un'ora dopo l'arrivo ci sedemmo a tavola sotto la gran tenda consacrata

a Lucullo. Credo che fu quello il pranzo più allegro che sia mai stato

fatto dentro i confini del Marocco dalla fondazione di Fez in poi.

Eravamo sedici, compreso il console d'America coi suoi due figli e il

console di Spagna con due impiegati della Legazione. La cucina italiana

riportò un trionfo solenne. Era la prima volta, credo, che in mezzo a

quella campagna deserta s'alzavano ad Allà i vapori dei maccheroni al

sugo e del risotto alla milanese. L'autore, un grosso cuoco francese

venuto per quella sola notte da Tangeri, fu chiamato clamorosamente agli

onori del proscenio. I brindisi scoppiarono l'un dall'altro in italiano,

in spagnuolo, in verso, in prosa, in musica. Il console di Spagna, un

bel castigliano dello stampo antico, gran barba, gran torace e gran

cuore, declamò, con una mano sul manico del pugnale, il dialogo di don

Juan Tenorio e di don Luis Mendia nel dramma famoso di Josè Zorilla. Si

disputò sulla quistione d'Oriente, sugli occhi delle donne arabe, sulla

guerra carlista, sull'immortalità dell'anima, sulle proprietà del

terribile _cobra capello_, l'aspide di Cleopatra, dal quale si lasciano

morsicare impunemente i ciarlatani marocchini. Qualcuno, in mezzo al

clamore della conversazione, mi disse nell'orecchio che mi sarebbe stato

riconoscente per la vita se nel mio futuro libro sul Marocco avessi

scritto ch'egli aveva ammazzato un leone. Io colsi quest'occasione per

pregare i commensali di darmi ciascheduno una nota bene ordinata delle

bestie feroci di cui desideravano che li facessi trionfare. Il console

di Spagna, per riconoscenza, improvvisò una strofetta castigliana in

onore della mia mula, e cantando tutti insieme questa strofetta sopra un

motivo dell'_Italiana in Algeri_, uscimmo dalla tenda per andar a

dormire.

L'accampamento era immerso in un profondo silenzio. Davanti alla tenda

dell'Ambasciatore, che s'era ritirato prima di noi, vegliava il fido

Selam, primo soldato della Legazione. Fra le tende lontane passeggiava

lentamente, come una larva bianca, il Caid della scorta. Il cielo era

tutto scintillante di stelle. Che beata notte, se non avessi avuto

quella spina del sonnambulo!

Entrando nella tenda, il capitano mi ripetè la raccomandazione. Decisi

d'intavolare il discorso quando fossimo a letto. Era indispensabile; ma

mi costava un grande sforzo. Il viceconsole avrebbe potuto prender la

cosa in mala parte e ne sarei stato dolentissimo. Era un compagno così

piacevole! Da schietto siciliano, pieno di fuoco, parlava delle cose più

insignificanti collo stile e coll'accento d'un predicatore ispirato.

Profondeva gli aggettivi terribile--immenso--divino--ad ogni proposito.

Il suo gesto più riposato era di agitare le mani al di sopra della

testa. A vederlo discutere, con quegli occhi che gli uscivan dal capo,

con quel naso aquilino che pareva volesse agganciare l'avversario, si

sarebbe giudicato un uomo irascibile e imperioso; ed era invece la più

buona, la più arrendevole pasta di giovanotto che si possa immaginare.

--Animo--disse il capitano quando fummo tutti e quattro a letto.

--Signor Grande,--io cominciai--lei ha l'abitudine di levarsi durante la

notte?

Parve molto meravigliato della mia domanda.--No--rispose--e mi

spiacerebbe che l'avesse qualchedun altro.

Quest'è curiosa! pensai.--Dunque--soggiunsi--lei riconosce che è un

abitudine pericolosa.

Mi guardò.

--Scusi--disse poi--mi pare che su quest'argomento lei non dovrebbe

scherzare.

--Mi scusi lei, io risposi,--non ho menomamente l'intenzione di

scherzare. Non è mia abitudine di scherzare sulle cose tristi.

--È una cosa triste davvero, e toccherebbe a lei a scongiurarne le

cattive conseguenze.

--Questa è bella! Pretenderebbe che andassi a dormire in mezzo ai campi?

--Dei due mi pare che ci dovrebbe andar lei e non io.

--È una vera impertinenza!--diss'io balzando a sedere sul letto.

--Oh stiamo a vedere adesso,--gridò il viceconsole alzandosi

istizzito,--che è un'impertinenza il non volersi lasciar ammazzare!

Una gran risata del capitano e del comandante troncò la discussione, e

prima ancora che essi parlassero, il signor Grande ed io capimmo d'esser

stati corbellati tutt'e due. A lui pure avevan fatto credere che io

giravo la notte per la casa della Legazione, con un lenzuolo sulle

spalle e una pistola nel pugno.

§ § § § §

La notte passò senz'accidenti, e la mattina mi svegliai in tempo per

vedere l'aurora.

L'accampamento europeo era ancora immerso nel sonno; soltanto in mezzo

alle tende della scorta si cominciava a mover qualcuno.

Il cielo era tutto color di rosa ad oriente.

Mi avanzai fino in mezzo all'accampamento e rimasi per molto tempo

immobile a contemplare lo spettacolo che mi si spiegava d'intorno.

Le tende erano piantate sul fianco d'una collina tutta coperta d'erbe,

di fichi d'india, d'aloè e d'arbusti fioriti. Vicino alla tenda

dell'ambasciatore s'alzava una palma altissima, inclinata graziosamente

verso oriente. Davanti alla collina si stendeva una grande pianura

ondulata e florida, chiusa lontano da una catena di monti di color verde

cupo, di là dalla quale apparivano altri monti azzurrini quasi svaniti

nella limpidezza del cielo. Non si vedeva in tutto quello spazio nè una

casa, nè una tenda, nè un armento, nè un nuvolo di fumo. Era come un

immenso giardino chiuso ad ogni creatura vivente. Un'aria fresca e

odorosa faceva stormire leggermente le foglie della palma: unico rumore

che mi giungesse all'orecchio. A un tratto, voltandomi, vidi dieci occhi

spalancati fissi nei miei. Erano cinque arabi seduti sopra un masso di

roccia, a pochi passi da me: lavoratori della campagna, venuti durante

la notte, chi sa di dove, per vedere l'accampamento. Parevano scolpiti

nella roccia medesima su cui riposavano. Mi guardavano senza battere

palpebra, senza dar segno nè di curiosità, nè di simpatia, nè di

malevolenza, nè d'imbarazzo: tutti e cinque immobili e impassibili, coi

visi mezzo nascosti nei cappucci, che parevano la personificazione della

solitudine e del silenzio della campagna. Misi una mano in tasca; quei

dieci occhi accompagnarono il movimento della mano; tirai fuori un

sigaro; quei dieci occhi si fissarono sul sigaro; andai innanzi, tornai

indietro, mi chinai a raccogliere un sasso, e quei dieci occhi m'erano

sempre addosso. E non erano i soli. A poco a poco, ne scopersi molti

altri, più lontano, seduti in mezzo all'erba, a due a due, a tre a tre,

anch'essi incappucciati, immobili, cogli occhi fissi su di me. Parevano

gente sbucata allora di sotto terra, morti cogli occhi aperti, apparenze

piuttosto che persone reali, che dovessero svanire ai primi raggi del

sole. Un grido lungo e tremulo, che veniva dall'accampamento della

scorta, mi distrasse da quello spettacolo. Un soldato mussulmano

annuciava ai compagni l'ora della preghiera, la prima delle cinque

preghiere canoniche che ogni musulmano deve fare ogni giorno. Alcuni

soldati uscirono dalle tende, stesero per terra le loro cappe, vi

s'inginocchiarono su, rivolti verso l'oriente; si soffregarono tre

volte le mani, le braccia, la testa e i piedi con una manata di terra, e

poi cominciarono a recitare a bassa voce le loro preghiere

inginocchiandosi, rizzandosi in piedi, prostrandosi col viso sull'erba,

alzando le mani aperte all'altezza delle orecchie, e accoccolandosi

sulle calcagna. Poco dopo uscì dalla sua tenda il comandante della

scorta, poi i servi, poi i cuochi; in pochi minuti la maggior parte

della popolazione del campo fu in piedi. Il sole, appena spuntato

sull'orizzonte, scottava.

§ § § § §

Rientrando nella tenda feci la conoscenza di parecchi personaggi assai

curiosi, di cui mi occorrerà di parlare sovente.

Il primo a comparire fu uno dei due marinai italiani, ordinanza del

comandante di fregata, siciliano, nato a Porto Empedocle, di nome Ranni,

un giovanotto di venticinque anni, di alta statura, di forza erculea,

d'indole buonissima, sempre grave come un magistrato, e dotato della

singolare virtù di non stupirsi di nulla, di trovar tutto naturale, come

il Goe delle _Cinque settimane in pallone_, di meravigliarsi soltanto

della meraviglia degli altri. Per lui, Porto Empedocle, Gibilterra,

l'Africa, la China dov'era stato, la luna se ce l'avessero portato,

erano la stessissima cosa.

--Che ne dici di questa vita?--gli domandò il comandante, mentre

l'aiutava a vestirsi.

--Che vuol che ne dica?--rispose.

--Oh bella! Il viaggio, il paese nuovo, tutto questo trambusto, non t'ha

fatto nessuna impressione?

Stette un po' pensando, e rispose ingenuamente:--Nessuna impressione.

--Ma come! Quest'accampamento, almeno, non è uno spettacolo nuovo per

te?

--Eh no, signor comandante.

--Ma quando mai l'hai visto prima d'ora?

--L'ho visto ieri sera.

Il comandante lo guardò.

--Ma ieri sera--domandò poi reprimendo la stizza--che impressione t'ha

fatto?

--Eh.... rispose candidamente il buon marinaio--; si capisce.... la

stessa impressione di questa mattina.

Il comandante abbassò la testa in atto di rassegnazione.

Poco dopo entrò un altro personaggio non meno curioso. Era un arabo di

Tangeri, che il viceconsole aveva preso al suo servizio, per tutto il

tempo del viaggio. Aveva nome Ciua; ma il padrone lo chiamava Civo per

maggiore facilità di pronunzia. Era un giovanotto grande e grosso,

minchione quanto ce n'entrava, ma buono e pieno di buon volere; un

fanciullone ingenuo, che a guardarlo, si metteva a ridere e nascondeva

il viso. Non aveva altro vestito che una lunga e larga camicia bianca,

sciolta, che quando camminava, gli sventolava addosso in una maniera

ridicola, e gli dava l'aria d'una caricatura di cherubino. Sapeva una

trentina di parole spagnuole, e con queste s'ingegnava di farsi capire,

quando era costretto a parlare; ma col suo padrone s'esprimeva quasi

sempre a gesti. Così a occhio gli avrei dati venticinque anni; ma cogli

arabi è facile sbagliare. Glielo domandai.

Prima si coperse il viso con una mano, poi meditò qualche momento e

rispose:

--_Cuando guerra España.... año y medio._ Al tempo della guerra colla

Spagna, che fu nel 1860, un anno e mezzo; aveva dunque diciasette anni.

--Che pezzo d'uomo per la sua età! dissi al vice-console.

--Immenso!--rispose.

Il terzo personaggio fu il cuoco dell'Ambasciatore, che ci portò il

caffè; un piemontese pretto, tagliato tutto d'un pezzo in un pilastro

dei portici di piazza Castello, il quale da Torino, ch'egli chiamava il

_giardino d'Italia_, era piovuto, pochi giorni prima, a Tangeri, e non

aveva ancora ritrovato sè stesso. Il pover'uomo non faceva che

esclamare:--Oh che paese! Oh che paese!

Gli domandai se prima di partire da Torino, non gliel'avevan detto che

paese fosse il Marocco, che città fosse Tangeri. Mi rispose di sì. Gli

avevan detto:--Badate, Tangeri non è Torino.--Non sarà come Torino--egli

aveva pensato--; pazienza! Sarà come Genova, come Alessandria, via!--E

invece s'era ritrovato in una città di quella fatta! _N mes ai

sarvaj!_[1] E gli avevan messo ad aiutarlo due arabi che non capivano

una parola di piemontese! _O mi povr'om!_ E oltre a questo bisognava

fare un viaggio di due mesi a traverso i _deserti dell'Egitto_! Egli

prevedeva che non ne sarebbe tornato vivo.

--Ma almeno--gli dissi--quando tornerete a Torino, avrete qualche cosa

da raccontare.

--Ah!--rispose con accento malinconico, andandosene via--che cosa si può

raccontare d'un paese dove non si trovano due foglie d'insalata!

§ § § § §

Fatta colezione, l'Ambasciatore diede ordine di levare l'accampamento.

Durante quella lunga operazione, alla quale lavoravano poco meno di

cento persone, osservai un tratto singolare del carattere degli arabi,

che è la passione smaniosa del comando. Non c'era bisogno di

nessun'indicazione, per riconoscere alla prima in mezzo a quella folla

confusa il capo mulattiere, il capo dei facchini, il capo dei servi

delle tende, il capo dei soldati della Legazione. Chiunque era investito

d'un'autorità, la faceva sentire e vedere, a proposito e a sproposito,

colla voce, colle mani, cogli occhi, con tutte le forze dell'anima e del

corpo. E chi non aveva autorità, coglieva ogni menomo pretesto per dare

un ordine a un eguale, per illudersi d'essere qualchecosa più degli

altri. Il più cencioso dei servi pareva beato di poter assumere per un

momento un atteggiamento imperioso. La più semplice operazione, come

d'annodare una corda o di sollevare una cassa, provocava uno scambio di

grida tonanti, di sguardi fulminei, di gesti da sultano sdegnato.

Persino Civo, il modesto Civo, sultaneggiava contro due arabi della

campagna che si permettevano di guardar da lontano i bauli del suo

padrone.

§ § § § §

Alle dieci della mattina, sotto un sole ardente, la lunga carovana

cominciò a discendere lentamente nella pianura.

Il console di Spagna e i suoi due compagni ci avevano lasciati

all'alba; non rimanevano più con noi altre persone estranee

all'ambasciata che il console d'America e i suoi figliuoli.

Dal luogo dove avevamo passato la notte, chiamato in arabo Ain-Dalia,

che significa fontana di vino, per le vigne che v'erano nei tempi

andati, dovevamo andare quel giorno a Had-el-Garbia, di là dalle

montagne che chiudevano la pianura.

Per più d'un'ora si camminò sopra un terreno leggermente ondulato, in

mezzo a campi d'orzo e di miglio, per sentieri tortuosi, che formavano

coi loro incrociamenti un gran numero d'isolette coperte d'erbe

rigogliose e di fiori altissimi. Non si vedea nessuno per la campagna,

nessuno per la strada. Solamente dopo una mezz'ora di cammino,

incontrammo una lunga fila di cammelli condotta da due beduini, i quali

passandoci accanto mormorarono il solito saluto:--La pace sia sulla

vostra strada.

§ § § § §

Era una pietà per me il vedere quei poveri servi arabi che venivano

accanto a noi, a piedi, carichi d'ombrelli, di pastrani, di

cannocchiali, d'album, di mille gingilli, di cui ignoravano il nome e

l'uso; costretti a seguitare correndo il passo rapido delle nostre mule,

soffocati dalla polvere, arsi dal sole, mal nutriti, mezzi nudi,

soggetti a tutti, non possessori d'altro al mondo che d'un cencio di

camicia e d'un paio di ciabatte; venuti a piedi da Fez a Tangeri, per

tornare a piedi da Tangeri a Fez; e poi, chi sa! seguitare qualche altra

carovana da Fez a Marocco, e tirare innanzi così tutta la vita,

senz'altro compenso che di non morire di fame e di poter riposare le

ossa sotto una tenda! Pensavo, guardandoli, alla «piramide della

esistenza» del Goethe. V'era, fra gli altri, un ragazzo mulatto di

tredici o quattordici anni, bello e sveltissimo, il quale fissava sempre

in viso ora a me ora ad altri dell'ambasciata due grandi occhi neri

pieni di curiosità e di simpatia, che diceano e domandavano confusamente

mille cose. Era un trovatello, frutto chi sa di che strani amori, che

cominciava coll'ambasciata italiana la corsa faticosa, nella quale forse

non doveva arrestarsi che per cadere nella fossa. Un altro, un vecchio

tutt'ossa e pelle, correva col capo basso, cogli occhi chiusi, coi pugni

stretti, colla rassegnazione disperata d'un dannato. Altri parlavano e

ridevano ansando. A un tratto, uno spiccò la corsa, passò dinnanzi a

tutti e disparve. Dieci minuti dopo lo trovammo seduto all'ombra d'un

fico. Aveva fatto un mezzo miglio per guadagnare sulla carovana cinque

minuti di cammino e goderseli all'ombra.

§ § § § §

Intanto eravamo arrivati ai piedi d'una piccola montagna, chiamata in

arabo la Montagna Rossa dal colore della sua terra; ripida, rocciosa e

ancora irta degli avanzi d'un bosco abbattuto. Quella salita c'era stata

annunziata fin da Tangeri come il passo più pericoloso del viaggio. Mula

mia,--dissi tra me--ti raccomando il mio contratto coll'editore;--e la

spinsi su coll'animo preparato a un capitombolo. I sentieri salivano

serpeggiando in mezzo a grandi sassi che mi parevano stati acuminati e

affilati apposta da un mio nemico personale per incidermi le parti

posteriori; a ogni movimento incerto della mula, mi sentivo scappare

dalla testa un capitolo del mio libro futuro; due volte la povera

bestia, piegandosi sui ginocchi, slanciò la mia anima sui confini d'un

mondo migliore; ma infine riuscii a toccare sano e salvo la sommità,

dove m'accorsi con grande meraviglia d'essermi lasciato indietro i

compagni, i due pittori eccettuati, i quali m'avevano preceduto per

osservare dall'alto l'ambasciata che s'avanzava.

Lo spettacolo valeva veramente la fatica d'una salita forzata.

La carovana da mezzo il fianco della montagna s'allungava per più d'un

miglio nella pianura. Il primo era il gruppo dell'ambasciata, fra cui

spiccava il cappello piumato dell'Ambasciatore e il turbante bianco di

Mohammed Ducali; e ai lati e dietro uno sciame di servi a piedi e a

cavallo sparpagliati pittorescamente fra i massi e i cespugli della

salita. Dietro a questi, venivano su a coppie, a gruppi, a piccole file,

ravvolti nelle loro cappe bianche e turchine, curvi sulle loro selle

scarlatte, i cavalieri della scorta che presentavano l'immagine d'una

gran cavalcata di maschere; e dietro la scorta, la fila interminabile

dei muli e dei cavalli, che portavan le tende, le casse, il mobilio, la

cucina, i viveri, fiancheggiati da servi e da soldati, gli ultimi dei

quali apparivano appena come una punteggiatura bianca e rossa nel verde

della campagna. Non si può immaginare come questa processione

variopinta, armata, luccicante, animava quella vallata solitaria, che

spettacolo bizzarro e festoso presentava! Se in quel momento avessi

avuto la virtù di pietrificarla in sull'atto, per poterla contemplare a

mio comodo, non so se avrei resistito alla tentazione. Voltandomi per

rimettermi in cammino, ebbi un'altra sorpresa--l'Oceano Atlantico--che

si stendeva azzurro e queto come un lago a poche miglia dalla montagna.

V'era un sol bastimento in vista, vicinissimo alla costa, che navigava

verso lo stretto. Il Comandante guardò col cannocchiale: era un

bastimento italiano. Quanto avremmo dato per esser visti e

riconosciuti!

Dalla Montagna Rossa si discese in un'altra bellissima valle, tutta

coperta di fiori, che formavano come tanti tappeti di color lilla, roseo

e bianco. Nessuna casa, nessuna tenda, nessuna creatura umana.

L'ambasciatore decise di fare una fermata: scendemmo da cavallo e

sedemmo all'ombra d'un gruppo d'alberi; il convoglio dei bagagli seguitò

la sua strada.

§ § § § §

Intorno a noi, a pochi passi di distanza, stavano seduti i servi,

ciascuno tenendo in mano le briglie d'un cavallo o d'una mula. I pittori

tirarono fuori i loro album per fare qualche schizzo. Tempo perso!

Appena uno di quegli scamiciati si vedeva guardato, o voltava le spalle

o si nascondeva dietro un albero o si tirava il cappuccio sugli occhi.

Tre, l'uno dopo l'altro, s'alzarono e se n'andarono brontolando a sedere

cinquanta passi più lontano, tirando con sè i loro quadrupedi. Non

volevano nemmeno che fossero copiati gli animali. Chi non ha visto il

signor Biseo in quei momenti, non ha mai visto in faccia la Stizza.

Cercò di farli star fermi pregandoli, canzonandoli, offrendo danaro.

Fiato sprecato. Rispondevano facendo cenno di no colla mano, indicando

il cielo e sorridendo furbescamente come per dire:--Non siamo così

gonzi!--Nemmeno il ragazzo mulatto, nemmeno i soldati della Legazione,

cresciuti, si può dire, in mezzo agli Europei, e già quasi famigliari

coi due artisti, non vollero permettere che la loro immagine fosse

profanata dalla matita cristiana. Il Corano, come tutti sanno, proibisce

la rappresentazione della figura umana e degli animali, come un

principio o una tentazione all'idolatria. Il signor Biseo fece domandare

dall'interprete a uno dei soldati per quale ragione non si voleva

lasciar copiare.--Perchè,--rispose,--in quella figura che vuol fare, il

pittore non è capace d'infondere l'anima. A che scopo dunque la vorrebbe

fare? Dio soltanto può creare degli esseri viventi, ed è un sacrilegio

pretendere d'imitarlo.--Fu interrogato il ragazzo mulatto.--Fatemi il

ritratto,--egli disse ridendo,--mentre dormo; non me ne importa; non ci

avrò colpa io; ma mentre io vedo, mai al mondo.--Allora il Biseo si mise

a fare lo schizzo d'uno che dormiva. Tutti gli altri, raggruppati in

disparte, stavano attenti, guardando ora il pittore ora il dormiente coi

loro grandi occhi stupiti. A un tratto il servo si svegliò, girò gli

occhi intorno, capì, fece un atto di dispetto e s'allontanò, mormorando,

fra le risa dei compagni che avevan l'aria di dirgli:--Te l'hanno fatta,

via; ora sei conciato per le feste.

Ci rimettemmo in cammino e in capo a un'ora circa vedemmo biancheggiare

all'orizzonte le tende dell'accampamento.

Un drappello di cavalieri, sbucati non so di dove, ci vennero incontro,

di grande carriera, gridando e sparando i loro fucili; a dieci passi da

noi, si fermarono; il capo strinse la mano all'ambasciatore; poi si

unirono alla scorta. Erano cavalieri del luogo dove sorgeva il nostro

accampamento, soldati d'una specie di _landwehr_, che forma la parte più

numerosa dell'esercito marocchino (se il complesso delle forze militari

del Marocco si può chiamare esercito), ed è composta di tutti gli uomini

atti alle armi dai sedici ai sessantanni. Alcuni avevano il turbante,

altri un fazzoletto rosso annodato intorno al capo; tutti il caffettano

bianco.

Quando arrivammo alla tappa, si alzavano le ultime tende.

L'accampamento era posto sopra un terreno arido e ondulato; da una

parte, lontano, si vedeva una catena di monti azzurri; dall'altra, una

catena di colline verdognole. A mezzo miglio dalle tende c'erano due

gruppi di capanne di stoppia, mezzo nascoste dai fichi d'India.

Ci radunammo tutti sotto una tenda.

Appena eravamo seduti, arrivò correndo un soldato della Legazione, si

piantò davanti all'Ambasciatore e disse con voce allegra:--La _mona_!

--Venga,--rispose l'ambasciatore alzandosi.

Tutti ci alzammo.

Marocco · 第 5 / 24 段