Di là da questa cintura di orti e di giardini, non si trovano più nè

alberi, nè case, nè siepi, nè alcun indizio di divisione della campagna.

Sono colline, vallette verdi e piani ondulati dove pascola qualche raro

armento, di cui non si vede il guardiano, e galoppa qualche cavallo

sciolto. Una volta sola mi ricordo d'aver visto lavorare la terra. Un

arabo stimolava un asino e una capra attaccati a un aratro piccolissimo,

di forma bizzarra, costrutto forse come s'usavano quattromil'anni fa; il

quale scavava un solco appena visibile in un terreno sparso di sassi e

d'erbaccie. Qualcuno mi assicurò d'aver visto più d'una volta attaccato

all'aratro un asino e una donna, e questo può dare un'idea dello stato

dell'agricoltura nel Marocco. Il solo concime col quale governan la

terra è la cenere della paglia che bruciano dopo il raccolto; e la sola

cura usata per non stancarne la fecondità è di lasciarvi crescere l'erba

per i pascoli il terz'anno, dopo avervi seminato grano e saggina nei

primi due. Malgrado questo, la terra s'impoverisce dopo pochi raccolti,

e allora i campagnuoli erranti vanno a dissodare nuovi terreni, che

abbandonano poi alla loro volta per ritornare agli antichi; e così non è

mai coltivata simultaneamente che una piccolissima parte delle terre

arabili; di quelle terre che, anche mal coltivate, riportano cento volte

la semenza che vi si sparge.

La più bella passeggiata fu quella al capo Spartel, l'_Ampelusium_ degli

antichi, che forma l'estremità nord-ovest del continente africano: un

monte di pietra bigia, alto trecento metri, tagliato a picco sul mare, e

aperto sotto, sin da tempi antichi, in vaste caverne, la maggiore delle

quali era consacrata ad Ercole: _specus Herculi sacer_. Sulla sommità di

questo monte si alza il faro famoso, eretto da pochi anni, e mantenuto

con una espressa contribuzione dalla maggior parte degli Stati d'Europa.

Salimmo sulla cima della torre, fin dentro alla grande lanterna, che

manda il suo all'erta luminoso alla distanza di venticinque miglia. Di

lassù l'occhio spazia su due mari e due continenti. Si vedono le ultime

acque del Mediterraneo, e l'immenso orizzonte dell'Atlantico, il mare

delle tenebre, _Bar-ed-Dolma_, come lo chiamano gli arabi, che flagella

i piedi della roccia. Si vede la costa spagnuola dal capo Trafalgar fino

al capo d'Algesira; la costa africana del Mediterraneo fino alle

montagne di Ceuta, i _septem fratres_ dei Romani; e lontano, vagamente,

lo scoglio enorme di Gibilterra, la sentinella eterna di questa porta

del vecchio continente, termine misterioso del mondo antico, diventato

_Favola vile ai naviganti industri_.

In queste passeggiate non incontravamo che pochissima gente: per lo più

arabi a piedi, che ci passavano accanto senza quasi guardarci, e

qualchevolta un moro a cavallo, che doveva essere un personaggio

importante o per denaro o per carica, accompagnato da un drappello di

servi armati, il quale, passando, ci lanciava uno sguardo sprezzante. Le

donne s'imbacuccavano con maggior cura che in città, alcune brontolando,

altre voltandoci bruscamente le spalle. Qualche arabo, invece, ci si

fermava dinanzi, ci guardava fisso, mormorava alcune parole quasi in

tuono di chi domanda un favore e poi tirava innanzi senza voltarsi. Da

principio non capivamo che cosa volessero dire. Ci fu poi spiegato che

ci pregavano di domandare a Dio una grazia per loro. È una superstizione

molto sparsa fra gli arabi che la preghiera dei mussulmani essendo

graditissima a Dio, egli suol tardare lungamente ad accordare le grazie

che gli domandano, per godere più a lungo il piacere di sentirsi

pregare; mentre la preghiera d'un infedele, d'un cane, come un cristiano

od un ebreo, gli è tanto molesta, che per liberarsene, l'esaudisce _ipso

facto_. Le sole faccie amiche che incontrassimo erano i ragazzi ebrei,

che giravano a drappelli, a cavallo agli asini, di collina in collina, e

ci gettavano un allegro: _Buenos dias, caballeros!_ passandoci accanto

di galoppo.

§ § § § §

Malgrado però[tn79] la vita varia e nuova che menavamo a Tangeri, s'era

tutti impazienti di partire, per poter essere di ritorno nel mese di

Giugno, prima dei grandi calori. L'Incaricato d'affari aveva mandato un

corriere a Fez ad annunziare che l'ambasciata era pronta; ma dovevano

passare almeno dieci giorni prima che fosse di ritorno. Notizie private

dicevano che la scorta era in viaggio; altre che non era ancora partita;

eran tutte voci incerte e contraddittorie, come se quella Fez sospirata

non fosse a duecento venti chilometri, ma a duemila miglia dalla costa.

E questo, da un lato, ci piaceva, perchè quella passeggiata di quindici

giorni prendeva così, nella nostra immaginazione, l'apparenza d'un lungo

viaggio, e Fez l'attrattiva d'una città misteriosa. Al quale effetto

servivano pure le strane cose che ci dicevano di quella città, del suo

popolo e dei pericoli del viaggio, coloro che v'erano stati con altre

ambasciate. Ci dicevano che erano stati circondati da migliaia di

cavalieri, i quali li salutavano con una tempesta di fucilate a

bruciapelo, a rischio d'accecarli; che s'erano sentiti fischiar le

palle all'orecchio; che a noi italiani assai più probabilmente sarebbe

toccata nel capo, per sbaglio, qualche oncia di piombo, diretta alla

croce bianca della bandiera, la quale parrebbe agli arabi un insulto a

Maometto. Ci parlavano di scorpioni, di serpenti, di tarantole, di

nuvoli di cavallette, di ragni e di rospi enormi che avremmo trovati per

la strada e sotto le tende. Ci descrivevano con foschi colori l'entrata

delle ambasciate in Fez, in mezzo a un turbinio di cavalli, a un'immensa

folla ostile, per strade coperte, oscure, ingombre di rovine e di

carcasse d'animali. Ci preannunziavano un monte di malanni durante il

soggiorno a Fez: languidezze mortali, dissenterie furiose, reumatismi,

zanzare mostruosamente feroci, appetto alle quali erano una vera

dolcezza quelle dei nostri paesi. E infine la nostalgia; al qual

proposito si parlava d'un giovane pittore di Bruxelles, andato a Fez

coll'ambasciata belga, il quale in capo a una settimana era stato preso

da una così disperata tristezza, che l'ambasciatore aveva dovuto

rimandarlo a Tangeri a marcie forzate, per non vederselo morire sotto

gli occhi. Ed era vero. Ma queste notizie non facevano che accrescere la

nostra impazienza. Ed io mi ricordavo ridendo d'una certa scappata

ironica che m'aveva fatto mia madre, dopo aver tentato inutilmente di

distogliermi dal viaggio al Marocco collo spauracchio delle bestie

feroci:--Oh poi, in fin dei conti, hai ragione: che importa essere

divorati da una pantera? Purchè i giornali lo dicano!

Dopo tutto ciò, è facile immaginare che salto si sia fatto sulle

seggiole il giorno che il signor Salomone Aflalo, secondo dracomanno

della Legazione, si affacciò alla porta della sala da pranzo, e disse

con voce sonora:--È arrivata la scorta da Fez.

Colla scorta erano arrivati i cavalli, i muli, i cammelli, i

palafrenieri, le tende, l'itinerario fissato dal Sultano e l'annunzio

che si poteva partire.

Bisognava però aspettare ancora alcuni giorni per lasciare un po' di

riposo agli uomini e alle bestie.

Le bestie erano state ricoverate alla Casba. Il giorno dopo le andammo a

vedere. Erano quarantacinque cavalli, compresi quelli della scorta; una

ventina di mule da sella e più di cinquanta mule da carico, alle quali

se ne aggiunsero poi molte altre noleggiate a Tangeri; i cavalli piccoli

e di forme svelte, come tutti i cavalli marocchini, e le mule robuste;

le selle e i basti coperti di panno rosso; le staffe formate da una

larga lastra di ferro ripiegata ai due lati, in maniera da sostenere ed

abbracciare tutto il piede e servir insieme di sprone e di difesa.

Queste povere bestie erano quasi tutte accovacciate, sfinite più che

dalle fatiche del viaggio, dall'insufficienza del nutrimento, una parte

del quale, forse, era stata secondo l'uso trasformata in metallo dai

conducenti. V'eran là alcuni soldati della scorta. Si avvicinarono e

cominciarono a parlare, ingegnandosi di farci capire coi gesti che il

viaggio era stato faticoso, che avevano patito un gran caldo e una gran

sete, ma che grazie ad Allà erano arrivati sani e salvi. Ve n'erano dei

neri e dei mulatti, tutti ravvolti nella cappa bianca, uomini alti ed

ossuti, faccie ardite, denti ferini, occhiacci che facevano quasi

pensare che non sarebbe stata superflua una seconda scorta, schierata

fra noi e loro, per tutti i casi possibili. Mentre i miei compagni

gesticolavano, io cercai fra le mule quella che aveva negli occhi una

più dolce espressione di generosità e di mansuetudine; era una mula

bianca colla groppa rabescata; decisi di affidare ad essa la mia vita, e

d'allora fino al ritorno, rimasero legate a quella sella tutte le

speranze della letteratura italiana nel Marocco.

Di là andammo al _Soc di barra_, dov'erano state piantate le tende

principali. Fu un gran piacere per noi il vedere quelle casette di tela

dove dovevamo dormire trenta notti in mezzo a solitudini sconosciute, e

vedere e sentire tante cose mirabili, e preparare chi una carta

geografica, chi una relazione ufficiale, chi un quadro, chi un libro,

formando tutti insieme una piccola Italia pellegrinante a traverso

l'Impero dei Sceriffi! Erano tende di forma cilindro-conica, alcune

grandi tanto da contenere più di venti persone, tutte altissime, di tela

doppia, listate di guernizioni turchine e ornate sulla cima di grosse

palle metalliche. La maggior parte appartenevano al Sultano, e chi sa

quante belle del suo serraglio ci avevan dormito sotto nei viaggi da Fez

a Mechinez e da Mechinez a Marocco! In un angolo dell'accampamento,

v'era un gruppo di soldati della scorta, a piedi, e dinanzi a loro un

personaggio sconosciuto che aspettava il ministro. Era un omo sui

trentacinque anni, di aspetto maestoso, mulatto, corpulento, con un gran

turbante bianco, la cappa turchina, i calzoncini rossi, e una sciabola

col fodero di cuoio e il manico di corno di rinoceronte. Il ministro,

arrivato pochi momenti dopo, ce lo presentò. Era il comandante della

scorta; un generale dell'esercito imperiale, di nome Hamed Ben Kasen

Buhamei, il quale doveva accompagnarci a Fez e riaccompagnarci a

Tangeri, e colla sua testa rispondere al Sultano della sicurezza delle

nostre. Ci strinse la mano con molta grazia e ci fece dire

dall'interprete che sperava si sarebbe fatto un buon viaggio. Il suo

viso e le sue maniere mi rassicurarono completamente riguardo ai denti

e agli occhi dei soldati che avevo visti alla Casba. Non era bello; ma

il suo volto esprimeva un'indole mite e un'intelligenza sveglia. Doveva

saper leggere, scrivere e far di conto, essere insomma uno dei più colti

generali dell'esercito, se il ministero della guerra gli aveva affidata

quella delicata missione. In sua presenza si fece la distribuzione delle

tende. Una fu assegnata alla pittura; della più grande, dopo quella

dell'ambasciatore, pigliammo possesso il comandante di fregata, il

capitano di stato maggiore, il viceconsole ed io, e fin d'allora si

previde che sarebbe stata la tenda più chiassosa del campo. Un'altra,

grandissima, fu scelta per sala da pranzo. Poi si fissarono quelle del

medico, degli interpreti, dei cuochi, dei servi, dei soldati della

Legazione. Il Comandante della scorta e i suoi soldati avevano le loro

tende a parte. Altre tende si sarebbero aggiunte il giorno della

partenza. In somma, c'era da prevedere che sarebbe riuscito un

accampamento bellissimo, e io mi sentivo dentro degli accessi precoci di

furore descrittivo.

§ § § § §

Il giorno dopo l'Incaricato d'affari andò col comandante di fregata e

col capitano a far visita al Rappresentante del governo imperiale,

Sidi-Bargas, che esercita in un certo senso l'ufficio di ministro degli

affari esteri a Tangeri. Io m'aggregai a loro.

Ero curioso di veder da vicino un ministro degli affari esteri, il

quale, se gli stipendi non sono stati accresciuti da vent'anni in qua

(cosa poco probabile), riceve dal governo settantacinque lire al mese,

compreso il fondo per le spese di rappresentanza; lauto stipendio,

nondimeno, appetto a quello dei Governatori, che è solamente di

cinquanta. E non è a dire che questa carica sia una _sine cura_ e vi si

possa sobbarcare il primo venuto. Il famoso sultano Abd-Er-Rahman, per

esempio, che regnò dal 1822 al 1859, non vi seppe trovare altr'uomo

adatto che un Sidi-Mohammed-el-Khatib, negoziante di zucchero e di

caffè, che pure facendo il ministro continuava a trafficare regolarmente

a Tangeri e a Gibilterra. Le istruzioni, infatti, che questo ministro

riceve dal suo governo, benchè sieno molto semplici, sono tali da

mettere nell'imbarazzo anche il più sottile diplomatico europeo. Un

console francese le ha formulate con molta precisione:--a tutte le

domande dei consoli, rispondere con promesse;--di queste promesse

differire fino al più tardi possibile l'adempimento;--guadagnar

tempo;--suscitare difficoltà d'ogni natura ai reclamanti,--fare in modo

che, stanchi di reclamare, desistano;--cedere, se minacciano, il meno

che si può;--se poi il cannone se ne immischia, cedere, ma non prima del

momento supremo. Ma convien dire che dopo la guerra di Spagna, e

particolarmente sotto il regno di Mulei-el-Hassen, le cose son molto

cangiate.

Salimmo alla Casba, dov'è la casa del ministro. Una schiera di soldati

faceva ala davanti alla porta. Si attraversò un giardino, e s'entrò in

una sala spaziosa, dove vennero incontro all'Incaricato d'affari il

ministro degli esteri e il governatore di Tangeri.

In fondo alla sala v'era un alcova con un sofà e alcune seggiole; in un

angolo un letto modestissimo; sotto il letto, un servizio da caffè; le

pareti bianche e nude; il pavimento coperto di stuoie.

Sedemmo nell'alcova.

I due personaggi che ci stavano davanti formavano tra loro un contrasto

ammirabile. L'uno, Sidi-Bargas, il ministro, era un bel vecchio, colla

barba bianca, la carnagione chiara, due occhi d'una vivacità

indescrivibile e una gran bocca, sempre sorridente, che lasciava vedere

due file di grossi denti bianchi come l'avorio; un viso che rivelava a

primo aspetto l'astuzia finissima e l'indole meravigliosamente

pieghevole richiesta dalla natura del suo ministero. Gli occhiali, la

tabacchiera, certi movimenti cerimoniosi del capo e della mano, gli

davan quasi l'aria d'un diplomatico europeo. Si vedeva l'uomo avvezzo a

trattare con cristiani, superiore, forse, a molte superstizioni e a

molti pregiudizii del suo popolo, un mussulmano di manica larga, un moro

inverniciato di civiltà. L'altro, il Caid Misfiui, pareva l'incarnazione

del Marocco. Era un omo d'una cinquantina d'anni, di color bronzino, di

barba nera, membruto, cupo, taciturno; una faccia che pareva non avesse

mai sorriso. Teneva il capo basso, gli occhi a terra, le sopracciglia

corrugate; si sarebbe detto che gl'ispiravamo un profondo senso di

ripugnanza. Io lo guardavo di sott'occhio, con diffidenza. Mi pareva che

quell'uomo non dovesse mai aprir bocca altro che per far rotolare una

testa ai suoi piedi. Tutti e due avevano in capo un gran turbante di

mussolina ed erano ravvolti dalla testa ai piedi in un caïc trasparente.

L'incaricato d'affari presentò a questi due personaggi, per mezzo

dell'interprete, il Comandante di fregata e il capitano. Eran due

ufficiali: la presentazione non richiedeva commenti. Presentando me,

invece, bisognava spiegare presso a poco che specie di mestiere facessi.

L'Incaricato d'affari lo spiegò in termini iperbolici. Sidi-Bargas

stette un po' pensando e poi disse alcune parole all'interprete il quale

tradusse:

--Sua Eccellenza domanda perchè avendo codesta abilità nella mano,

Vostra Signoria la porta coperta. Vostra Signoria dovrebbe levarsi il

guanto perchè si potesse vedere la mano.

Il complimento era così nuovo per me che non trovai subito una risposta.

--Non è necessario,--osservò l'Incaricato d'affari,--perchè la facoltà

risiede nella mente e non nella mano.

Pareva che fosse tutto detto. Ma quando un moro s'attacca a una

metafora, non la lascia così facilmente.

--È vero, fece rispondere sua Eccellenza,--ma la mano essendo lo

strumento è anche il simbolo della facoltà della mente.

La discussione si prolungò per qualche altro minuto.

--È un dono d'Allà--conchiuse finalmente Sidi-Bargas.

--Avaro Allà! dissi in cuor mio.

La conversazione durò un pezzo e s'aggirò quasi sempre intorno al

viaggio. Fu una lunga citazione di nomi di governatori, di provincie, di

fiumi, di valli, di monti, di pianure, che avremmo trovato sul nostro

cammino; nomi che mi suonavano all'orecchio come altrettante promesse di

avvenimenti meravigliosi, e mettevano in gran moto la mia immaginazione.

Che cos'era la Montagna rossa? Che avremmo veduto sulle sponde del

Fiume delle Perle? Che omo doveva essere un governatore chiamato Figlio

della cavalla? Il nostro Incaricato fece varie domande riguardo alle

distanze, all'acqua, all'ombra. Sidi-Bargas aveva tutto sulla punta

delle dita, e da questo lato bisogna riconoscere ch'era molto al di

sopra di Visconti Venosta, il quale non sarebbe certo in grado di dire a

un ambasciatore straniero quante sorgenti d'acqua pura e quanti gruppi

d'alberi si trovano sulla strada da Napoli a Roma. Augurò infine un buon

viaggio colla formola:--La pace sia sulla vostra strada,--e accompagnò

l'Incaricato fin sull'uscio, stringendo la mano a tutti coll'apparenza

d'una grande cordialità. Il Caid Misfiui, sempre muto, ci porse la punta

delle dita, senza guardarci nel viso.--La mano, veh!--dissi tra me

stendendogli la mia;--non la testa.

Eravamo già fuori della sala, quando il ministro ci raggiunse.

--Che giorno partite? domandò al Comm. Scovasso.

--Domenica,--questo rispose.

--Partite lunedì!--disse in tono premuroso Sidi-Bargas.

L'Incaricato gli fece domandare perchè.

--Perchè è giorno di buon augurio!--rispose con serietà,--e fatto un

nuovo inchino, disparve.

Sidi-Misfiui, mi fu detto poi, ha tra i Mori la fama di gran dotto, fu

maestro del Sultano regnante, ed è, come gli si legge nel viso, un

mussulmano fanatico. Sidi-Bargas gode la riputazione più amabile di gran

giocatore di scacchi.

§ § § § §

Tre giorni prima della partenza, la stradetta dove dà la porta della

Legazione era già affollata di curiosi. Dieci grandi cammelli, che

dovevano portare a Fez, prima del nostro arrivo, una parte delle

provvigioni di vino, vennero l'un dopo l'altro a inginocchiarsi davanti

alla porta per ricevere il carico, e partirono accompagnati da un

drappello di servi e di soldati. Dentro la casa, in quegli ultimi tre

giorni, raddoppiò il lavoro e il via vai. Ai servi e ai soldati della

Legazione s'aggiunsero i servi venuti da Fez. Ad ogni ora del giorno

arrivavano provvigioni. La casa pareva un'officina, un magazzino e uno

scalo. Si temette un momento che non bastasse il tempo agli apparecchi

per poter partire il giorno fissato. Ma la domenica sera, tre di maggio,

tutto era pronto, compresa l'asta altissima d'una smisurata bandiera

tricolore che doveva sventolare in mezzo alle tende; e la notte poterono

essere caricati sulle mule tutti i bagagli, che partirono il lunedì

mattina, molte ore prima di noi, affinchè, arrivando la sera alla tappa,

trovassimo l'accampamento piantato.

Ricorderò sempre, con una emozione gradevole, quegli ultimi momenti che

passammo nel cortile della Legazione prima della partenza.

C'eravamo tutti. Erano arrivati il giorno innanzi, per unirsi a noi, un

vecchio amico dell'Incaricato d'affari, il signor Patxot, antico

ministro di Spagna a Tangeri, e il signor Morteo, genovese, agente

consolare d'Italia a Mazagan. C'era il medico della carovana, Miguerez,

nativo di Algeri; un ricco moro; Mohamed-Ducali, suddito italiano, che

accompagnava l'ambasciata in qualità di scrivano; il secondo dracomanno

della Legazione, Salomone Aflalo; due marinai italiani, uno ordinanza

del comandante Cassone e l'altro calafato a bordo del _Dora;_ i soldati

della Legazione in gran gala; i cuochi, gli operai, i servi, tutte

persone sconosciute che due mesi di vita comune nell'interno del Marocco

dovevano rendermi famigliari, e che io mi preparavo a studiare sin da

quel momento, ad uno ad uno, per farli un giorno movere e parlare nel

libro che avevo in testa. Tutti avevano nel vestito qualchecosa di

particolare, che dava a quella riunione un aspetto straordinariamente

pittoresco. Erano cappelli piumati, cappe bianche, grandi ghette, veli,

bisaccie, coperte da campo di colori bizzarri. C'era da fare un bazar

tra pistole, barometri, quaderni, album e cannocchiali. Pareva che

fossimo preparati a partire per il Capo di Buona Speranza. Si fremeva

tutti d'impazienza, di curiosità e d'allegrezza. Per giunta il tempo era

bellissimo e soffiava un'auretta marina deliziosa. Maometto era

coll'Italia.

Alle cinque in punto l'ambasciatore montò a cavallo e sulle terrazze

delle Legazioni s'alzarono le bandiere in segno di saluto.

Preoccupato com'ero della mia cavalcatura, in quel tafferuglio

pericoloso della partenza, non ricordo che confusamente la folla che

ingombrava le strade, le belle ebree affacciate alle terrazze, e un

ragazzo arabo che mentre uscivo per la porta del Soc, esclamò con un

accento strano:--Italia!

Sul Soc si unirono a noi i rappresentanti di tutte le Legazioni, per

accompagnarci, secondo l'uso, fino a qualche miglio da Tangeri; e

prendemmo tutti insieme la via di Fez, confusi in una cavalcata

rumorosa, davanti a cui sventolava la bandiera verde del Profeta.

HAD-EL-GARBÌA

Era una folla di ministri, di consoli, di dracomanni, di segretarii, di

cancellieri, una grande ambasciata internazionale, che rappresentava sei

monarchie e due repubbliche, composta per la maggior parte di gente che

aveva girato mezza la terra. Fra gli altri, il console di Spagna,

vestito del grazioso costume della provincia di Murcia, con un

pugnaletto alla cintura; il console gigantesco degli Stati Uniti, antico

colonnello di cavalleria, che s'alzava di tutta la testa al di sopra

della comitiva, e cavalcava un bel cavallo arabo bardato alla messicana;

il dracomanno della Legazione di Francia, un uomo di forme atletiche,

piantato sopra un enorme cavallo bianco, col quale presentava in certi

atteggiamenti i contorni fantastici e poderosi di un centauro; delle

faccie inglesi, portoghesi, andaluse, tedesche. Tutti parlavano, ed era

una conversazione in dieci lingue, accompagnata da risate,

canterellamenti e nitriti. Davanti a noi cavalcava il portabandiera,

seguito da due soldati della Legazione d'Italia; dietro venivano i

cavalieri della scorta, guidati dal generale mulatto, coi fucili ritti

sulle selle; dai lati uno sciame di servi arabi a piedi. Tutta questa

comitiva, dorata dagli ultimi raggi del sole, presentava uno spettacolo

così splendidamente pittoresco, che ognuno di noi lasciava trasparire

sul volto la compiacenza d'essere una figura del quadro.

A poco a poco quasi tutti coloro che ci accompagnavano, si accomiatarono

e tornarono a Tangeri; non rimasero più con noi che l'America e la

Spagna.

La strada, per allora, non era delle peggio; la mia mula pareva la mula

più docile dell'Impero; che cosa mi rimaneva a desiderare? Ma non c'è

felicità intera sulla terra. Il capitano mi si avvicinò e mi diede una

notizia spiacevole. Il vice-console, Paolo Grande, nostro compagno di

tenda, era sonnambulo. Il capitano stesso l'aveva incontrato la notte

prima, su per le scale della casa della Legazione, ravvolto in un

lenzuolo, con un lume in una mano e una pistola nell'altra. I servi

della casa, interrogati, avevano confermata la cosa. Dormire sotto la

tenda con lui era pericoloso. Il capitano pregava me, poichè avevo

maggiore famigliarità col vice-console, d'indurlo a rimettere a qualcuno

le sue armi durante la notte. Io promisi di fare tutto il possibile.--Mi

raccomando--; disse allontanandosi;--anche in nome del Comandante; si

tratta di salvare la pelle.--Questa ci mancava!--pensai, e cercai subito

il vice-console. Egli stesso mi venne accanto. Di domanda in domanda

riuscii a sapere che aveva con sè un piccolo arsenale, tra armi da fuoco

e armi da taglio; compreso un pugnalaccio moresco, di cui mi fece la

descrizione, e che, non so perchè, mi pareva stato fabbricato apposta

per farmi un buco nel cuore. Ma come fargli capire la cosa? E se non ne

avesse avuto coscienza? Decisi di aspettare fino a notte, quando

andassimo a letto, e per tutta la strada non mi potei più liberare da

quel pensiero molesto.

Marocco · 第 4 / 24 段