terrazzo di casa sua, che guarda sulla strada principale di Tangeri,
dove sogliono passare gli Aïssaua per andare alla moschea. Dovevano
passare alle dieci della mattina, scendendo dalla porta del Soc di
Barra. Un'ora prima, la strada era già piena di gente e le case coronate
di donne arabe ed ebree, vestite dei loro colori vivissimi, che davano
alle terrazze bianche l'aspetto di grandi ceste di fiori. All'ora
fissata, tutti gli occhi si voltarono verso la porta, all'estremità
della strada, e pochi minuti dopo comparvero i forieri della turba. La
strada era tanto affollata, che gli Aïssaua, fin che non furono vicini,
rimasero confusi cogli spettatori. Per qualche tempo non vidi che una
massa ondeggiante di teste incappucciate, in mezzo alle quali sorgevano,
sparivano e ricomparivano alcune teste scoperte, che parevan di gente
che si picchiasse. Al di sopra delle teste s'alzavano parecchie
bandiere. Di tratto in tratto si udiva un grido simultaneo di molte
voci. La folla veniva innanzi lentamente. A poco a poco si cominciò a
notare, nel movimento di tutte quelle teste, un cert'ordine. Le prime
formavano un circolo; altre, più in là, una doppia schiera; altre più
lontane, un altro circolo; poi le prime, alla loro volta, si
schieravano, le seconde si disponevano in cerchio, e così via via. Ma
non son neanco ben sicuro di quello che dico, perchè in quella gran
curiosità che mi affannava di osservare singolarmente le persone, è
facile che la legge precisa del movimento comune mi sia sfuggita. In
capo a pochi minuti, giunsero i primi sotto il nostro terrazzo. Il mio
primo senso fu un misto di compassione e di orrore. Eran due file di
uomini, rivolti gli uni in faccia agli altri, vestiti di cappe e di
lunghissime camicie bianche, che si tenevano per le mani, per le braccia
o per le spalle, e pestavano i piedi in cadenza, dondolandosi,
rovesciando il capo avanti e indietro, e levando un mormorio sordo e
affannoso, rotto da gemiti, rantoli, soffi e interiezioni di spavento e
di rabbia. Solamente gli ossessi del Rubens, i morti risuscitati del
Goya e il moribondo magnetizzato del Pöe potrebbero dare un'idea di
quelle figure. Eran faccie livide e convulse, cogli occhi fuori
dell'orbita e la bocca schiumosa; visi di febbricitanti e di epilettici;
alcuni illuminati da sorrisi indefinibili, altri che non mostravano che
il bianco dell'occhio, altri contratti come da uno spasimo atroce, o
pallidi ed immobili come visi di cadaveri. Di tratto in tratto, facendo
gli uni agli altri un gesto strano col braccio spenzoloni, gettavano
tutti insieme un grido acuto e doloroso, come di chi riceva una
pugnalata mortale; poi andavano alcuni passi innanzi, e ricominciavano
la danza, gemendo e sbuffando; e allora si vedeva un ondeggiamento
disordinato di cappucci, di grandi maniche, di treccie, di ciuffi, di
folte capigliature spartite in lunghe ciocche ondulate, che parevano
teste anguicrinite. Alcuni, più spiritati, andavano fra una schiera e
l'altra, barcollando come ubbriachi, sbatacchiandosi contro i muri e le
porte. Altri, come rapiti in estasi, camminavano ritti, lenti, col viso
in alto, gli occhi socchiusi, le braccia abbandonate. Parecchi,
sfiniti, che non potevano più nè gridare nè reggersi, eran tenuti su
per le ascelle dai compagni, e travolti così, come corpi morti, nella
folla. La ridda si faceva di mano in mano più scomposta, e il gridìo più
assordante. Erano dondolamenti di testa da lussarsi le vertebre del
collo e rantoli da spezzarsi la cassa del petto. Da tutti quei corpi
grondanti di sudore, veniva su un puzzo nauseabondo come da un serraglio
di fiere. Ogni tanto uno di quei visi stravolti si alzava verso il
terrazzo e fissava nei miei due occhi stralunati, che mi facevano
torcere indietro la testa. Di momento in momento, dentro di me, cangiava
l'effetto di quello spettacolo. Ora mi pareva una gran mascherata, ed
ero tentato di riderne; ora ci vedevo l'immagine d'una gran baldoria di
pazzi, di malati in delirio, di galeotti ubbriachi, di condannati a
morte che volessero stordire il proprio terrore, e mi stringevano il
cuore; ora non consideravo che la bellezza selvaggia del quadro, e ci
provavo la voluttà d'un artista. Ma a poco a poco, il senso intimo di
quel rito, s'impose alla mia mente; il sentimento, che quelle smanie
traducevano, e che tutti abbiamo provato molte volte, lo spasimo
dell'anima umana che si agita sotto l'immensa pressione dell'Infinito,
si risvegliò; e senz'accorgermene, accompagnavo quel turbinìo col
linguaggio che lo spiegava:--Sì, ti sento, Potenza misteriosa e
tremenda: mi dibatto nella stretta della tua mano invisibile; il
sentimento di Te mi opprime, non ho forza di contenerlo, il mio cuore si
sgomenta, la mia ragione si perde, il mio involucro di creta si
spezza!--E continuavano a passare, fitti, pallidi, scapigliati, mettendo
voci supplichevoli, in cui pareva che esalassero la vita. Un vecchio
cadente, un'immagine di re Lear forsennato, si staccò dalla schiera e
s'avventò come per spaccarsi il cranio nel muro: i compagni lo
trattennero. Un giovane cadde di picchio in terra, fuori dei sensi. Un
altro, coi capelli sciolti giù per le spalle, la faccia nascosta nelle
mani, passò a lunghissimi passi, curvato fino a terra, come un maledetto
da Dio. Passarono beduini, mori, berberi, neri, colossi, mummie, satiri,
faccie di cannibali, di santi, d'uccelli di rapina, di sfingi, d'idoli
indiani, di furie, di fauni, di diavoli. Potevano essere un tre o
quattrocento. In meno di mezz'ora sfilarono tutti. Le ultime erano due
donne (perchè anche le donne possono appartenere all'ordine), due figure
di sepolte vive, riuscite a spezzare la bara, due scheletri animati,
vestite di bianco, coi capelli rovesciati sul viso, gli occhi sbarrati,
la bocca bianca di schiuma, sfinite di forze, ma ancora animate da un
movimento di cui non parevano aver più coscienza, che si scontorcevano,
urlavano e stramazzavano; e in mezzo a loro un vecchio gigantesco, una
figura di negromante centenario, vestito d'una camicia lunghissima, che
allungando due grandi braccia cadaveriche, posava la mano sul capo ora
all'una ora all'altra, in atto di protezione, e le aiutava a rialzarsi
da terra. Dietro a questi tre spettri si precipitò una folla di arabi
armati, di donne, di pezzenti, di bimbi; e tutta quella barbarie, tutto
quel furore, tutto quell'orrendo cumulo di miseria umana, irruppe nella
piazza e scomparve.
* * * * *
Un altro bello spettacolo, che s'ebbe a Tangeri, fu quello delle feste
per la nascita di Maometto; e mi fece un'impressione anche più viva
perchè mi ci trovai dinanzi, posso dire, all'impensata.
Tornando da una passeggiata sulla riva del mare, sentii alcuni colpi di
fucile dalla parte del Soc di Barra; v'accorsi e sul primo momento non
riconobbi più il luogo. Il Soc di Barra era trasfigurato. Dalle mura
della città fino alla sommità della collina v'era formicolìo d'arabi,
una folla tutta bianca, straordinariamente animata. Saranno state
tremila persone, ma sparse e raggruppate in maniera che parevano
innumerevoli. Era un'illusione ottica singolarissima. Su tutti i rialti
del terreno, come sopra altrettante loggie, v'erano gruppi di arabe
sedute all'orientale, immobili, rivolte verso la parte bassa del Soc.
Qui, da una parte, la folla divisa in due ali lasciava libero un grande
spazio a un drappello di cavalieri che si slanciavano alla carriera,
schierati di fronte, sparando i loro fucili lunghissimi; dall'altra
parte, v'erano grandi cerchi d'arabi, uomini e donne, in mezzo ai quali
davano spettacolo giocatori di palla, tiratori di scherma, incantatori
di serpenti, ballerini, cantastorie, suonatori, soldati. Sull'alto della
collina, sotto una tenda conica, aperta sul davanti, biancheggiava
l'enorme turbante del vice-governatore di Tangeri, il quale presiedeva
alla festa, seduto in terra, in mezzo a una corona di mori. Di lassù si
vedevano giù in mezzo alla folla i soldati delle Legazioni vestiti dei
loro pomposi caffettani rossi, qualche cappello cilindrico, qualche
ombrella di consolessa, e i pittori Ussi e Biseo coll'album e la matita
in mano; di là dalla folla, Tangeri; di là da Tangeri, il mare. Lo
strepito delle fucilate, gli urli dei cavalieri, lo scampanellìo degli
acquaioli, le grida festose delle donne, il suono dei pifferi, dei
corni, dei tamburi, formavano tutt'insieme un frastuono inaudito, che
rendeva più strano ancora quello spettacolo selvaggio, irradiato dalla
luce sfolgorante del mezzogiorno.
La curiosità mi spingeva da dieci parti in un punto. Ma un grido
d'ammirazione, partito da un gruppo di donne, mi fece correr prima dai
cavalieri. Erano dodici soldati di alta statura, col fez a punta, la
cappa bianca, i caffettani aranciati, azzurrini e rossi, e fra loro un
ragazzo vestito con femminile eleganza, figlio del governatore del Rif.
Si schieravano ai piedi delle mura della città, rivolti verso la
campagna; il figlio del governatore, nel mezzo, alzava la mano, e si
slanciavano tutti insieme alla carriera. Nei primi passi v'era un po'
d'incertezza e un po' di disordine. Poi quei dodici cavalli, stretti,
sfrenati, ventre a terra, non formavano più che un solo corpo, un mostro
furioso, di dodici teste e di cento colori, che divorava la via. Allora
i cavalieri, inchiodati sulle selle, colla fronte alta, colla cappa al
vento, alzavano i fucili sopra la testa, li stringevano con un movimento
convulso contro le spalle, sparavano tutti insieme gettando un urlo di
trionfo e di rabbia, e sparivano in un nuvolo di polvere e di fumo.
Pochi momenti dopo tornavano indietro lentamente, in disordine, i
cavalli schiumosi e insanguinati, i cavalieri in atteggiamento stanco e
superbo, e in capo ad alcuni minuti ricominciavano. Ad ogni nuova
scarica, le donne arabe, come le dame dei tornei, salutavano il
drappello con un gridìo loro proprio, che è una ripetizione rapidissima
del monosillabo: _Iù_, simile a un trillo acuto di gioia infantile.
Di là passai al giuoco della palla. Erano una quindicina d'arabi,
ragazzi, uomini maturi e vecchi colla barba bianca, alcuni col fucile a
tracolla, altri colla sciabola, e giocavano con una palla di cuoio
grossa come un arancio. Uno la pigliava, la lasciava cadere e la
ributtava in alto con un colpo del piede; tutti gli altri correvano per
coglierla in aria; chi la coglieva, rifaceva l'atto del primo; e così il
gruppo dei giocatori, seguitando la palla, s'allontanava man mano, e
poi, di comune accordo, tornavano tutti insieme nel luogo di dov'eran
partiti. Ma il curioso di questo gioco stava nei movimenti delle
persone. Erano passi di ballo, gesti misurati, atteggiamenti di mimi, un
fare quasi cerimonioso, una certa apparenza di contraddanza, un non so
che di severo e di molle insieme, ed una corrispondenza di mosse e di
giri, in quell'andare e venire, di cui non mi riuscì di scoprire la
legge. Correvano e saltellavano tutti insieme in un piccolo spazio, si
serravano, si rimescolavano, e non seguiva mai un urto, nè il più
leggero scompiglio. La palla s'alzava, spariva, balzava in mezzo a
quelle gambe e al disopra di quelle teste, come se nessuno la toccasse,
e fosse rigirata in quella maniera da due venti contrarii. E tutto quel
movimento non era accompagnato nè da una parola, nè da un grido, nè da
un sorriso. Vecchi e ragazzi, eran tutti egualmente seri, silenziosi e
intenti al gioco, come a un lavoro obbligato e triste, e non si sentiva
che il suono dei respiri affannosi e il fruscìo delle pantofole.
A pochi passi di là, in mezzo a un altro circolo di spettatori,
ballavano dei neri, al suono d'un piffero e d'un piccolo tamburo di
forma conica, battuto con un pezzo di legno ritorto a mezzaluna. Erano
otto omaccioni, neri e lucidi come l'ebano, senz'altro addosso che una
lunga camicia bianchissima, stretta alla cintura da un grosso cordone
verde. Sette si tenevano per mano, disposti in cerchio, l'ottavo era in
mezzo, e ballavano tutti insieme o piuttosto accompagnavano la musica,
senza quasi cangiar di posto, con un movimento di fianchi da non
descriversi, che mi metteva un forte prurito nelle punte dei piedi, e
quel sorriso di satiri, quell'espressione di beatitudine stupida e di
voluttà bestiale, che è tutta propria della razza nera. Mentre stavo
guardando questa scena, due ragazzi di una decina d'anni ciascuno,
ch'erano fra gli spettatori, mi diedero un saggio della ferocia del
sangue arabo, che non dimenticherò per un pezzo. Improvvisamente, non
so per che ragione, si saltarono addosso, si avviticchiarono l'uno
all'altro come due tigri, e cominciarono a lacerarsi il viso e il collo
a morsi e a unghiate con una furia che metteva orrore. Due uomini
robusti, usando di tutta la loro forza, li separarono a stento, già
sgocciolanti di sangue, e dovettero trattenerli ancora perchè non
tornassero ad avvinghiarsi.
Gli schermitori facevan ridere. Eran quattro, e tiravano di bastone a
due a due. Non si può dire la stravaganza e la goffaggine di quella
_scuola;_ e la chiamo scuola perchè in altre città del Marocco vidi poi
che tiravano nella stessa maniera. Eran mosse da funamboli, salti senza
scopo, contorsioni, sgambettate, e colpi annunziati un minuto prima con
un gran giro del braccio; ogni cosa fatta con una flemma beata, che
avrebbe dato modo a un nostro tiratore di addossare a tutti quattro un
prodigioso carico di legnate senza pericolo di toccarne una sola. Gli
arabi spettatori, però, stavano là a bocca aperta, e molti di tratto in
tratto mi guardavano, come per cercare nei miei occhi l'espressione
della meraviglia. Io volli contentarli e finsi un'ammirazione benevola.
Allora qualcuno si scansò perchè potessi spingermi un po' più avanti, ed
io mi trovai circondato, stretto da ogni parte dagli arabi, e potei
soddisfare il mio desiderio di studiare un po' quella gente nel suo
odore, nei movimenti appena percettibili delle narici, delle labbra e
delle palpebre, nei segni della pelle, in tutto ciò che sfugge
all'osservatore che passa, e serve nonostante a far capir molte cose. Un
soldato della Legazione italiana mi vide da lontano in quella stretta, e
credendo che fossi prigioniero involontario, venne a liberarmi, mio
malgrado, a suon di gomitate e di pugni.
Il cerchio del contastorie era il più piccolo, ma il più bello. Ci
arrivai giusto nel momento in cui, avendo terminato la solita preghiera
inaugurale, cominciava il racconto. Era un uomo d'una cinquantina
d'anni, quasi nero, con una barba nerissima e due grandi occhi
scintillanti, ravvolto, come tutti gli altri raccontatori del Marocco,
in un amplissimo panno bianco stretto intorno al capo da una corda di
pelo di cammello, che gli dava la maestà d'un sacerdote antico. Parlava
a voce alta e lenta, ritto in mezzo al circolo degli uditori,
accompagnato sommessamente da due suonatori di chiarina e di tamburo.
Raccontava forse una storia d'amore, le avventure d'un bandito famoso,
le vicende d'un sultano. Io non ne capivo una parola. Ma il suo gesto
era così giusto, la voce così espressiva, il volto così parlante che un
barlume del senso, in qualche momento, mi traspariva. Mi parve che
raccontasse un lungo viaggio; imitava il passo del cavallo stanco;
accennava a orizzonti immensi; cercava intorno a sè una goccia d'acqua,
lasciava spenzolare le braccia e la testa come un uomo spossato. Poi, a
un tratto, scopriva qualcosa lontano dinanzi a sè, pareva incerto,
credeva e non credeva ai suoi occhi,--ci credeva,--si rianimava,
affrettava il passo, arrivava, ringraziava il cielo e si buttava in
terra tirando un gran respiro e ridendo di piacere all'ombra d'un'oasi
deliziosa che non sperava più di trovare. Gli uditori stavano là
immobili, senza rifiatare, riflettendo coll'espressione del viso tutte
le parole dell'oratore; e così com'erano in quel punto, con tutta
l'anima negli occhi, lasciavano vedere chiaramente l'ingenuità e la
freschezza di sentimento, che celano sotto l'apparenza d'una durezza
selvaggia. Il contastorie andava a destra e a sinistra, s'avventava,
retrocedeva atterrito, si copriva il viso colle mani, alzava le braccia
al cielo, e via via che s'infervorava e levava la voce, i suonatori
soffiavano e picchiavano con maggior furia, gli ascoltatori gli si
stringevano intorno più ansiosi, finchè il racconto finì in un grido
tonante, gli strumenti saltarono per aria e la folla commossa si
disperse per cedere il posto ad un altro uditorio.
Tre suonatori tenevano intorno a sè un altro cerchio più grande di tutti
gli altri. Le figure, i movimenti e la musica di costoro mi fecero una
singolare impressione. Erano tutti e tre strambi, di statura altissima e
curvi dai piedi alla testa come le figurine grottesche che rappresentano
la ci maiuscola nei titoli di certi giornali illustrati. Uno sonava il
piffero, l'altro un tamburello a sonagli, il terzo uno strumento
stravagante, una specie di clarinetto, mi parve, combinato, non so come,
con due corni da caccia divergenti, che mandavano un suono non mai
sentito. Questi tre sonatori, ravvolti in pochi cenci, stavano stretti
l'un all'altro, di fianco, come se fossero legati, e sonando
continuamente e disperatamente il medesimo motivo, l'unico forse che
sonavano da cinquant'anni, facevano il giro dell'arena. Io non so dire
come si movessero. Era un non so che tra l'andatura e il ballo, certi
scatti come della gallina che becca, certi stringimenti di spalle, fatti
da tutti e tre con una simultaneità macchinale, e così lontani da una
qualunque somiglianza coi movimenti nostri, così nuovi, così bizzarri,
che più li osservavo, e più mi davan da pensare, come se esprimessero
una idea, o avessero la loro ragione in qualche proprietà caratteristica
del popolo arabo, e ci penso ancora sovente. Quei disgraziati, grondanti
di sudore, sonavano e ballonzolavano da più di un'ora, con una serietà
inalterabile, e qualche centinaio di persone li stavano a sentire,
pigiate e immobili, col sole negli occhi, senza dar segno nè di piacere
nè di noia.
Il circolo dove si faceva più strepito era quello dei soldati. Erano
dodici, tra giovani e vecchi, alcuni col caffettano bianco, altri colla
sola camicia, questo col fez, quello col cappuccio, armati di fucili a
pietra focaia, lunghi come lancie, nei quali introducevan la polvere
sciolta, come fanno tutti i soldati nel Marocco, dove non s'usano
cartuccie. Un graduato, vecchio, dirigeva lo spettacolo. Si mettevan sei
da una parte e sei dall'altra, di faccia. A un segnale, cangiavano
vicendevolmente di posto, correndo, e appoggiavano un ginocchio a terra.
Allora uno di essi cantava non so che cosa, con un'acutissima voce in
falsetto, tutt'a trilli e a gorgheggi, che durava parecchi minuti,
ascoltato con un silenzio profondo. Poi, a un tratto, balzavano tutti in
piedi, in circolo, e spiccando un altissimo salto, gettando un grido di
gioia, rovesciavano il fucile e sparavano contro terra. Non si può
immaginare la rapidità, la furia, e quello che aveva di pazzamente
festoso e di diabolicamente simpatico quella ridda tonante e
lampeggiante, intraveduta in mezzo a un nuvolo di polvere saettato dal
sole. Fra gli spettatori, a pochi passi da me, v'era un'arabina di dieci
o dodici anni, non ancora velata, uno dei più bei visetti ch'io abbia
visto a Tangeri, d'un bruno pallido delicatissimo, la quale contemplava
coi suoi begli occhioni celesti pieni di stupore uno spettacolo assai
più meraviglioso per lei che la danza dei soldati: quello che le offrivo
io levandomi i guanti; questa seconda pelle delle mani, come dicono i
ragazzi arabi, che i cristiani si mettono e si tolgono a loro piacere,
senza risentirne il menomo dolore.
Esitai se dovessi andare o no a vedere l'incantatore dei serpenti; ma la
curiosità vinse il ribrezzo. Questi così detti incantatori appartengono
alla confraternita degli Aissaua e dicono di ricevere dal loro patrono
Ben-Aïssa il privilegio di poter sfidare senza pericolo la morsicatura
di qualunque animale più velenoso. Molti viaggiatori, infatti, degni di
pienissima fede, assicurano d'aver visto parecchi di costoro farsi
morsicare a sangue, senz'effetto venefico, da serpenti di cui un momento
dopo venne esperimentato il veleno potentissimo sopra altri animali; e
dicono di non essere riusciti a scoprire di che mezzo si valessero quei
destri ciarlatani per rendere innocua la morsicatura. L'Aissaua che io
vidi, dava uno spettacolo orribile, ma incruento. Era un arabo piccolo,
tarchiato, col viso smorto, una faccia di giustiziere, chiomato come un
re merovingio e vestito d'una specie di camicia azzurrina che gli
scendeva fino ai piedi. Quando m'avvicinai, saltellava grottescamente
intorno a una pelle di capra distesa in terra, dalla quale usciva la
bocca d'un sacco, dov'erano chiusi i serpenti; e saltellando cantava,
accompagnato da un flauto, una canzone di motivo malinconico, che doveva
essere una invocazione al suo Santo. Finito il canto, chiacchierò e
gesticolò lungo tempo per farsi buttar dei denari, poi s'inginocchiò
davanti alla pelle di capra, ficcò la mano nel sacco, ne tirò fuori, con
molti riguardi, un lungo serpente verdognolo, pieno di vita, e lo portò
in giro sotto gli occhi degli spettatori. Poi cominciò a maneggiarlo in
tutti i modi, come se fosse stato un pezzo di corda. Lo afferrò per il
collo, lo tenne sospeso per la coda, se lo attorcigliò intorno alla
fronte, se lo nascose nel petto, lo fece passare per i fori del cerchio
di un tamburello, lo buttò in terra, lo trattenne col piede, se lo
strinse sotto un'ascella. L'orribile bestia rizzava la testa
schiacciata, dardeggiava la lingua, si scontorceva con quei suoi
movimenti flessuosi, odiosi, abbietti, che sembrano l'espressione d'una
vigliacca perfidia; e schizzava dagli occhi piccolissimi tutta la rabbia
che gli fremeva nel corpo; ma non m'accorsi che mordesse mai la mano in
cui era imprigionato. Quando fu stanco di quel lavoro, l'Aissaua strinse
il serpente per la nuca, gli aggiustò un piccolo ferro nella bocca in
modo da fargliela rimanere aperta, e lo mostrò così agli spettatori più
vicini, perchè osservassero i denti; osservazione affatto superflua, se
pure la sostanza venefica rimaneva, perchè non v'era stata morsicatura.
Dopo ciò afferrò il serpente con due mani, si mise la coda in bocca e
cominciò a menar le mandibole: la bestia si scontorceva furiosamente; io
me n'andai inorridito.
In quel momento comparve nel Soc il nostro Incaricato d'affari. Lo
vide dall'alto della collina il vice-governatore, gli corse incontro,
e lo condusse sotto la sua tenda, dove si radunarono tutti i membri
della futura carovana, io compreso. Allora accorsero suonatori e
soldati, si formò un grandissimo semicerchio di arabi davanti
all'apertura della tenda, gli uomini dinanzi, il sesso gentile, a
gruppi, di dietro; e cominciò un concerto indiavolato di danze, di
canti, di grida, di fucilate, che durò più di un'ora, in mezzo a un
denso nuvolo di fumo, al suono d'una musica spietata, fra gli strilli
entusiastici delle donne e dei bambini, con paterna soddisfazione
del vice-governatore e nostro vivo piacere. Prima che finissero,
l'Incaricato d'affari mise qualchecosa di giallo nelle mani d'un
soldato arabo, perchè lo portasse a chi aveva diretto lo spettacolo. Il
soldato tornò poco dopo e riferì, tradotto in spagnuolo, il curioso
ringraziamento del beneficato:--L'ambasciatore d'Italia ha fatto una
buona azione; Allà benedica tutti i peli della sua barba!
La feste durò fino al tramonto. Strana festa! Tre venditori d'acqua pura
bastavano a soddisfare i bisogni di tutta quella folla immobile per una
mezza giornata sotto i raggi del sole d'Affrica. Un marengo era forse il
massimo del denaro messo in giro da quello straordinario concorso di
gente. I soli piaceri erano vedere ed udire. Non uno scandalo amoroso,
nè un ubbriaco, nè una coltellata! Nulla di comune colle feste popolari
dei paesi civili.
§ § § § §
Oltre a godere di tutti questi spettacoli, facevamo, io e i miei futuri
compagni di viaggio, delle frequenti passeggiate nella campagna di
Tangeri, che non è meno curiosa a vedersi che la città. Intorno alle
mura si stende una cintura di giardini e di orti appartenenti la maggior
parte ai ministri e ai consoli, quasi tutti trasandati; ma coperti d'una
vegetazione meravigliosa. Sono lunghe file di aloè, simili a lancie
gigantesche confitte in mezzo a un fascio di enormi daghe ricurve,
poichè tale è la forma delle loro foglie; la punta delle quali è usata
dagli arabi, colla fibra della foglia medesima, a cucire le ferite. Sono
fichi d'India, _kermus del Inde_, come si chiamano in lingua moresca,
altissimi, di foglie spesse un pollice, che sporgono sui sentieri fin
quasi a impedire il passo; fichi comuni, all'ombra dei quali si
potrebbero rizzare dieci tende; quercie, acacie, leandri, arbusti d'ogni
forma, che intrecciano i loro rami coi rami degli alberi più alti, e
formano coll'edera, le viti, le canne, le siepi, degli ammassi
inestricabili di verzura, sotto i quali spariscono fossi e sentieri. In
molti luoghi bisogna camminare a tentoni. Si passa da un podere
all'altro a traverso le siepi sforacchiate o sopra le cancellate
abbattute, in mezzo all'erbe e ai fiori che s'alzano fino alla cintura
d'un uomo; e non si vede nessuno. Qualche casetta bianca, mezzo nascosta
fra gli alberi, e qualche pozzo a ruota, dal quale, per mezzo di
canaletti incrociati, si spande l'acqua per le terre, sono le sole cose
che diano indizio di proprietà e di lavoro. Molte volte, se non fosse
stato con me il capitano dello stato maggiore, che è una guida
abilissima, mi sarei smarrito in mezzo a quella vegetazione
scompigliata; e infatti ci occorreva spesso di chiamarci l'un l'altro,
come in un labirinto, per non perderci di vista, e godevamo a tuffarci,
a nuotare in quell'immenso verde, ad aprirci la via colle mani, coi
piedi e colla testa, coll'allegra furia di selvaggi tornati dalla
schiavitù alle loro foreste.