Eravamo a desinare, a notte fitta, quando risonarono alcune fucilate

nella piazzetta. Si corse fuori, e si vide ancora, da lontano, un

bizzarro spettacolo. La stradetta che conduce alla porta del Soc di

Barra era rischiarata, per un buon tratto, da grandi fiaccole, che

apparivano al disopra delle teste della folla, intorno a qualcosa che

pareva una cassa, posta sulla groppa d'un cavallo; e questa enimmatica

processione andava innanzi lentamente, accompagnata da una musica

malinconica, da un canto strascicato e nasale, da fucilate, da grida

stridule, da latrati di cani. Rimasto solo in mezzo alla piazza, stetti

qualche minuto almanaccando che cosa potesse significare quell'apparato

lugubre, se in quella cassa ci fosse un cadavere, un condannato a morte,

un mostro, un animale destinato al sacrifizio; e in quell'incertezza mi

prese un senso di ribrezzo, che mi fece voltar le spalle e tornare a

casa pieno di tristi pensieri. Un minuto dopo sopraggiunsero gli amici,

ed ebbi da loro la spiegazione dell'enimma. Dentro la cassa v'era chiusa

una sposa, e la gente intorno erano i parenti che la portavano a casa

del marito.

* * * * *

È passata per la piazzetta una turba d'arabi, uomini e donne, preceduta

da sei vecchi che portavano sei grandi bandiere di colori diversi, e

tutti insieme cantavano ad alta voce non so che preghiera, con un

accento supplichevole ed un aspetto triste, che mi fece senso. Domandai:

mi si disse che chiedevano ad Allà la grazia della pioggia. Li seguitai,

andavano alla moschea principale. Non sapendo che qui è rigorosamente

proibito ai cristiani di metter piede nelle moschee, quando fui davanti

alla porta, feci l'atto d'entrare. Un vecchio arabo mi si slanciò contro

e borbottando con voce affannata qualcosa che interpretai per:--Che cosa

fai, disgraziato!--mi spinse indietro coll'atto di chi rimova un

fanciullo da un precipizio. Mi dovetti dunque contentare di vedere dalla

strada le arcate bianche del cortile, non dolendomi però gran fatto,

dopo aver visto le gigantesche moschee di Costantinopoli, d'essere

escluso da quelle di Tangeri, prive d'ogni aspetto monumentale, fatta

eccezione dei minareti. Ma nè anco i loro minareti,--grosse torri

quadrate od esagone, rivestite di mosaici di molti colori, e sormontate

da una torricina a tetto piramidale,--valgono i minareti bianchi e

leggerissimi che si alzano al cielo come smisurate antenne d'avorio

dalla sommità delle colline di Stambul. Mentre stavo là guardando nel

cortile, una donna, di dietro alla fontana delle abluzioni, mi fece un

atto colla mano. Potrei lasciar credere che fosse un bacio; ma era un

pugno.

* * * * *

Son salito alla Casba, o castello, posto sopra una collina che domina

Tangeri. È un gruppo di piccoli edifici circondati di vecchie mura, dove

stanno le autorità, i soldati e i prigionieri. Non ci trovai che due

sentinelle assonnate, sedute davanti a una porta, in fondo a una

piazzetta deserta, e qualche mendicante disteso in terra, saettato dal

sole e divorato dalle mosche. Di lassù si abbraccia collo sguardo tutta

Tangeri, che si stende ai piedi delle mura della Casba e risale su per

un'altra collina. L'occhio rifugge quasi da tutta quella bianchezza

purissima, macchiata soltanto qua e là dal verde di qualche fico

imprigionato fra muro e muro. Si vedono i terrazzi di tutte le case, i

minareti delle moschee, le bandiere delle Legazioni, i merli delle mura,

la spiaggia solitaria, la baia deserta, i monti della costa, uno

spettacolo vasto, silenzioso e splendido, che rasserenerebbe la più cupa

nostalgia. Mentre stavo contemplando mi riscosse una voce acuta e

tremula, d'un'intonazione strana, che veniva dall'alto. Mi voltai, e

solamente dopo aver un po' cercato, scopersi sulla cima del minareto

d'una moschea della Casba una piccola macchia nera, il _muezzin_, che

invita i fedeli alla preghiera lanciando ai quattro venti il nome di

Allà e di Maometto. Poi tornò a regnare tutt'intorno il silenzio

malinconico del mezzogiorno.

* * * * *

Farsi cambiare il danaro, in questo paese, è una calamità. Ho dato una

lira francese al tabaccaio perchè mi rendesse dieci soldi. Questo moro

feroce aprì una cassetta e cominciò a pigliare e a buttar sul banco

manate di monetaccie nere e sformate, finchè ce ne fu un mucchio da

farne il carico ordinario d'un facchino, diede una contata alla lesta e

stette ad aspettare che me le intascassi.--Scusate--gli dissi, cercando

di ripigliar la mia lira;--non sono abbastanza robusto da poter comprare

nella vostra bottega.--Poi m'accomodai pigliando altri sigari e portando

via una tascata soltanto di quel tritume di danaro per farmi spiegare

che cosa fosse. È una moneta chiamata _flu_, di rame, la cui unità val

meno d'un centesimo e va ancora scemando ogni giorno di valore, perchè

il Marocco n'è inondato, ed è inutile aggiungere a qual fine l'abbia

profusa e la profonda il Governo, quando si dica che il Governo paga con

questa moneta e non riceve che oro ed argento. Ma ogni male ha il suo

bene, e questi flù, questo flagello del commercio, hanno la inestimabile

virtù di preservare i marocchini da molti malanni, e in specie dalla

jettatura, in grazia del così detto anello di Salomone, una stella di

sei punte che v'è impressa da una parte; immagine dell'anello vero

chiuso nella tomba del gran Re, il quale governava con esso i buoni e i

cattivi genii.

* * * * *

Non v'è che un luogo dove passeggiare, ed è la spiaggia che si stende

dalla città verso il capo Malabat, una spiaggia sparsa di conchiglie e

di vegetali rigettati dal mare, e coperta in varii punti da larghe

distese d'acqua, difficili a guadarsi durante l'alta marea. Questi sono

i Campi Elisi o le Cascine di Tangeri. L'ora della passeggiata è la

sera, verso il tramonto. A quell'ora vi sarà una cinquantina d'Europei

che passeggiano a coppie o a gruppi, a qualche centinaio di passi gli

uni dagli altri, in modo che dalle mura della città si riconoscono uno

per uno alla distanza d'un miglio. Viene innanzi una signora inglese a

cavallo, accompagnata da una guida; più in là, due mori della campagna;

dopo i mori, il Console di Spagna colla sua signora; poi un Santo; poi

una cameriera francese con due bimbi; poi uno stormo di campagnuole

arabe che passano un'acqua, scoprendo le ginocchia e nascondendosi il

viso, e più lontano, a intervalli, un cappello a staio, un cappuccio

bianco, un _chignon_, fino all'ultimo che dev'essere il Segretario della

Legazione di Portogallo coi calzoni chiari che gli hanno portato ieri da

Gibilterra; perchè in questa piccola colonia europea tutti sanno tutto

di tutti. Se non fosse irriverente il paragone, direi che mi pare una

passeggiata di condannati a domicilio coatto, o di viaggiatori tenuti in

ostaggio dai pirati d'un'isola selvaggia, che aspettino l'arrivo d'un

bastimento col denaro del riscatto.

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È assai più facile raccapezzarsi nell'immensità di Londra che in mezzo a

questo pugno di case che starebbero tutte in un canto dell'Hayd-Park.

Tutti questi vicoletti, cantucci, crocicchi, dove appena si può passare,

si somigliano fra loro come le cellule d'un'arnia, e non è che

un'attentissima osservazione dei più minuti particolari che possa far

distinguere un luogo da un altro. Finora, appena uscito dalla piazza e

dalla strada principale, mi smarrisco. In pieno giorno, in uno di questi

corridoi silenziosi, due arabi potrebbero legarmi, imbavagliarmi e farmi

sparire per sempre dalla faccia della terra senza che nessuno vedesse e

sentisse nulla. Eppure un cristiano può girare solo per questo

labirinto, in mezzo a questi barbari, di giorno e di notte, con maggior

sicurezza che in qualunque nostra città. Qualche asta di bandiera

europea, ritta sopra un terrazzo come l'indice minaccioso di una mano

nascosta, basta a ottenere quello che non ottiene fra noi una legione

d'armati. Che differenza di civiltà tra Londra e Tangeri! Ma ogni città

ha i suoi vantaggi. Là vi sono i grandi palazzi e le strade ferrate

sotterranee; qui si può attraversar la folla col soprabito sbottonato.

--- --- --- --- ---

Non c'è in tutta Tangeri nè un carro nè una carrozza; non si sente

strepito d'officine nè suono di campane nè grida di venditori; non si

vede nessun movimento affrettato nè di cose nè di persone; gli stessi

Europei, per non saper dove battere il capo, restano per ore immobili in

mezzo alla piazza; tutto riposa e invita al riposo. Io stesso, che son

qui da pochi giorni, comincio a sentir l'influsso di questa vita molle e

sonnolenta. Arrivato al Soc di Barra, mi sento irresistibilmente

risospinto verso casa; lette dieci pagine d'un libro, il libro mi sfugge

di mano; una volta abbandonata la testa sulla spalliera della poltrona,

ho bisogno di riepilogarmi almeno un paio di capitoli dello Smiles, per

riescire a risollevarla; e il solo pensiero del lavoro e delle cure che

m'aspettano a casa, mi stanca. Questo cielo sempre azzurro e questa

città tutta bianca sono un'immagine della pace inalterata e monotona che

diventa a poco a poco, in chi abita questo paese, il supremo desiderio

della vita. Ed ecco la cagione per cui interrompo qui le mie note. La

mollezza affricana m'ha vinto.....

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Tra la molta gente che ronzava intorno alla porta della Legazione v'era

un moro elegante, che fin dal primo giorno m'aveva dato nell'occhio; uno

dei più bei giovani che io abbia visto nel Marocco; alto e snello, con

due occhi neri e melanconici, e un sorriso dolcissimo; una figura da

sultano innamorato, che Danas, lo spirito maligno delle _Mille e una

notte_, avrebbe potuto mettere accanto alla principessa Badura, in vece

del principe Camaralzaman, sicuro che non si sarebbe lamentata del

cambio. Si chiamava Maometto, aveva diciotto anni ed era figliuolo d'un

moro agiato di Tangeri, protetto dalla Legazione d'Italia, un grosso ed

onesto mussulmano, che da qualche tempo, essendo minacciato di morte da

un suo nemico, veniva quasi ogni giorno, colla faccia spaurita, a

chieder aiuto al Ministro. Questo Maometto parlava un poco spagnuolo,

alla moresca, con tutti i verbi all'infinito, e così aveva potuto

stringere amicizia coi miei compagni. Era sposo da pochi giorni. L'aveva

fatto sposare suo padre, perchè mettesse giudizio, e gli aveva dato una

ragazza di quindici anni, bella come lui. Ma il matrimonio non l'aveva

molto cangiato. Egli era rimasto, come dicevamo noi, un moro

_dell'avvenire_, il che consisteva nel bere, di nascosto, qualche

bicchiere di vino, fumare qualche sigaro, annoiarsi a Tangeri, bazzicare

cogli Europei e almanaccare un viaggio in Spagna. In quei giorni però,

quello che ce lo tirava intorno, era il desiderio d'ottenere, per mezzo

nostro, il permesso d'unirsi alla carovana, e andare così a veder Fez,

la grande metropoli, la sua Roma, il sogno della sua infanzia; e a

questo fine ci prodigava inchini, sorrisi e strette di mano, con una

espansione e una grazia che avrebbe sedotto tutto l'arem

dell'Imperatore. Come quasi tutti gli altri giovani mori della sua

condizione, ammazzava il tempo trascinandosi di strada in strada, di

crocchio in crocchio, a parlare del nuovo cavallo d'un ministro, della

partenza dell'amico per Gibilterra, d'un bastimento arrivato, d'un furto

commesso, di pettegolezzi da donne; o rimanendo molte ore immobile e

taciturno in un angolo della piazzetta del mercato, colla testa chi sa

dove. A questo bellissimo ozioso si lega il ricordo della prima casa

moresca in cui misi il piede, e del primo pranzo arabo a cui arrischiai

il palato. Un giorno suo padre ci invitò a desinare. Era un desiderio

che avevamo da molto tempo. Una sera tardi, guidati da un interprete e

accompagnati da quattro servi della Legazione, s'arrivò, per alcune

stradette oscure, a una porta arabescata, che s'aperse, come per

incanto, al nostro avvicinarsi; e attraversata una stanzina bianca e

nuda, ci trovammo nel cuore della casa. La prima cosa che ci colpì fu

una gran confusione di gente, una luce strana, una pompa meravigliosa di

colori. Ci vennero incontro il padrone di casa, il figliuolo e i

parenti coronati di gran turbanti bianchi; dietro di loro, c'erano i

servi incappucciati; più in là, negli angoli oscuri, dietro gli spigoli

delle porte, faccie attonite di donne e di bambini; e malgrado tanta

gente, un silenzio profondo. Credevo d'essere in una sala: alzai gli

occhi, e vidi le stelle. Eravamo nel cortile. Quella, come tutte le

altre case moresche, era un piccolo edifizio quadrato, con un cortiletto

nel mezzo, su due lati del quale si aprivano due stanze alte e lunghe,

senza finestre, con una sola gran porta arcata, chiusa da una cortina. I

muri esterni erano bianchi come la neve, gli archi delle porte,

dentellati, i pavimenti a mosaico; qua e là una finestrina binata e una

nicchietta per le pantofole. La casa era stata addobbata. I pavimenti

coperti di tappeti; accanto alle porte dei grandi candellieri, con

candele rosse, gialle e verdi; sui tavolini, specchi e mazzi di fiori.

Ma l'effetto di tutte queste cose, in sè medesime punto strane, era

stranissimo. C'era un po' della decorazione d'una chiesa, e insieme

un'aria di teatrino, di sala da ballo, di reggia posticcia; ma piena di

gentilezza e di grazia; e nella distribuzion della luce e nella

combinazione dei colori, un effetto novo, un significato profondo, una

corrispondenza meravigliosa con tutto ciò che noi avevamo sempre pensato

e sentito, confusamente, di quel popolo; come se quella fosse la luce,

per così dire, e il colorito della sua filosofia e della sua religione,

e vedendo l'interno di quella casa, vedessimo per la prima volta dentro

all'anima della razza. Si spese qualche minuto in inchini e in vigorose

strette di mano, e poi fummo invitati a vedere la camera degli sposi. Io

cercai inutilmente, con una curiosità da sfacciato europeo, gli occhi di

Maometto: egli aveva già chinato la testa e nascosto il rossore sotto il

turbante. La camera nuziale era una sala alta, lunga e stretta, colla

porta sul cortile. Da una parte, in fondo, vi era il letto della sposa;

dalla parte opposta quello di Maometto; tutti e due decorati di ricche

stoffe, di un colore rosso carico, con sopra una trina; il pavimento

coperto di grossi tappeti di Rabat; le pareti, d'arazzi gialli e rossi;

e fra i due letti, il vestiario della sposa appeso al muro: busti,

gonnelline, calzoncini, vestitini di taglio sconosciuto, di tutti i

colori d'un giardino fiorito, di lana di seta e di velluto, gallonati e

stelleggiati d'oro e d'argento; tutto il corredo d'una bambola da

principessina; una vista da far girar la testa a un coreografo e morir

d'invidia una mima. Di là passammo nella stanza da pranzo. Anche qui

tappeti, arazzi, mazzi di fiori, grandi candellieri posati sul

pavimento, materassine e guanciali di cento colori stesi a pie' dei

muri, e due letti addobbati con gran pompa, poichè era la camera nuziale

del padrone. Vicino a uno dei letti era apparecchiata la tavola, contro

l'uso degli arabi, che mettono i piatti in terra, e mangiano senza

posate; e vi scintillava su, a dispetto del Profeta, una corona di

vecchie bottiglie, incaricate di rammentarci, in mezzo alle voluttà del

banchetto moresco, che eravamo cristiani. Prima di metterci a tavola, ci

sedemmo, a gambe incrociate, sopra i tappeti, intorno al segretario del

padrone di casa, un bel moro in turbante, il quale preparò il tè sotto i

nostri occhi e ce ne fece pigliare, secondo l'uso, tre tazze per uno,

spropositatamente inzuccherate, e profumate di menta; e tra una tazza e

l'altra accarezzammo il codino e la testina rasata d'un bel bambino di

quattr'anni, ultimo fratello di Maometto, il quale contava furtivamente

le dita delle nostre mani per assicurarsi ch'eran cinque come quelle di

tutti i maomettani. Preso il tè, sedemmo a tavola. Il padrone, pregato,

sedette anche lui, per tenerci compagnia, e cominciarono a sfilare i

piatti arabi, oggetto della nostra vivissima curiosità. Io assaggiai il

primo con grande fiducia.... Eterno Iddio! Il mio primo pensiero fu di

precipitarmi sul cuoco. Tutte le contrazioni che si possono produrre sul

viso d'un uomo all'assalto improvviso d'una colica, o alla notizia del

fallimento del suo banchiere, io credo che si sian prodotte sul mio.

Capii sul momento come una gente che mangiava a quel modo dovesse

credere in un altro Dio e pigliare in un altro senso la vita umana. Non

saprei esprimere quello ch'io sentii nella bocca fuorchè paragonandomi a

un disgraziato costretto a far colazione coi vasetti d'un parrucchiere.

Eran sapori di pomate, di cerette, di saponi, d'unguenti, di tinture, di

cosmetici, di tutto ciò che si può immaginare di meno proprio a passare

per una bocca umana. A ogni piatto ci scambiavamo degli sguardi di

meraviglia e di terrore. La materia prima doveva esser buona: era

pollame, montone, caccia, pesce; piatti enormi e di bella cera; ma tutto

nuotante in salse abbominevoli, tutto unto, profumato, impomatato, tutto

cucinato in maniera da parer più naturale di metterci dentro il pettine

che la forchetta. Pure bisognava mandar giù qualcosa, ed io mi

confortavo al sacrifizio ripetendo quei versi dell'Aleardi:

Oh nella vita

Qualche delitto incognito ne pesa!

Qualche cosa si espia!

La sola cosa mangiabile era il montone allo spiedo. Nemmeno il cuscussu,

il piatto nazionale dei mori, fatto con grano tritato della grossezza

della semola, cotto a vapore e condito con latte o brodo,--perfido

simulacro di risotto--, nemmeno questo famoso cuscussu, che piace a

molti europei, mi è riuscito d'inghiottirlo senza cangiar colore. E ci

fu qualcuno di noi che, per punto, mangiò di tutto! cosa consolante la

quale dimostra che in Italia ci sono ancora dei grandi caratteri. A ogni

boccone, il nostro ospite c'interrogava umilmente collo sguardo, e noi,

stralunando gli occhi, rispondevamo in coro:--Eccellente! Squisito!--e

buttavamo giù subito un bicchier di vino per ravvivarci gli spiriti. A

un certo punto, scoppiò nel cortiletto una musica bizzarra che ci fece

balzar tutti in piedi. Erano tre sonatori, venuti, come vuole il costume

moresco, a rallegrare il banchetto: tre arabi dai grandi occhi e dal

naso forcuto, vestiti di bianco e di rosso, uno colla tiorba, l'altro

col mandolino, il terzo col tamburello; tutti e tre seduti fuori della

porta della nostra stanza, vicino a una nicchietta dove avevano deposto

le pantofole. Tornammo a sedere e i piatti ricominciarono a sfilare

(ventitrè, comprese le frutta, se ben mi ricordo) e i nostri volti a

contorcersi e i turaccioli a saltare in aria. A poco a poco le

libazioni, l'odore dei fiori, il fumo dell'aloé che ardeva nei

profumieri cesellati di Fez, e quella bizzarra musica araba, che a

furia di ripetere il suo lamento misterioso, s'impadronisce dell'anima

con una simpatia irresistibile; ci diedero per qualche momento una

specie di ebbrezza taciturna e fantastica, durante la quale ognuno di

noi credette di sentirsi il turbante sul capo e la testa d'una sultana

sul cuore. Finito il pranzo, tutti si alzarono e si sparpagliarono per

la sala, per il cortile, per il vestibolo, a guardare e a fiutare da

ogni parte con una curiosità infantile. In ogni angolo oscuro si

rizzava, come una statua, un arabo ravvolto nella sua cappa bianca. La

porta della camera nuziale era stata chiusa colle cortine, e per lo

spiraglio si vedeva un gran movimento di teste bendate. Alle finestrine

superiori apparivano e sparivano dei lumi. Si sentivano fruscii e voci

di gente nascosta. Intorno e sopra di noi ferveva una vita invisibile,

la quale ci avvertiva che eravamo dentro le mura, ma fuori della casa;

che la bellezza, l'amore, l'anima della famiglia s'era rifugiata nei

suoi penetrali; che lo spettacolo eravamo noi e che la casa rimaneva un

mistero. A una cert'ora uscì da una porticina la governante del

Ministro, ch'era stata a veder la sposa, e passando per andarsene,

esclamò:--Ah! se vedessero, che bottone di rosa! Che creatura di

paradiso!--E intanto la musica continuava a suonare, e l'aloé

continuava ad ardere, e noi seguitavamo a girare e a fiutare, e la

fantasia lavorava, lavorava. E lavorava ancora, e più che mai, quando

usciti da quell'aria piena di luce e di profumi, infilammo una viuzza

solitaria e tenebrosa, al lume d'una lanterna, in mezzo a un silenzio

profondo.

§ § § § §

Una sera si sparse la notizia, da molto tempo aspettata, che il giorno

dopo sarebbero entrati in città gli Aïssaua.

Gli Aïssaua sono una delle principali confraternite religiose del

Marocco, fondata, come le altre, per ispirazione di Dio, da un Santo

chiamato Sidì-Mohammed-ben-Aïssa, nato a Mechinez due secoli sono; la

vita del quale è una lunga e confusa leggenda di miracoli e d'avventure

favolose, variamente raccontata. Gli Aïssaua si propongono di ottenere

dal cielo una protezione speciale, pregando continuamente, esercitando

certe pratiche loro proprie, tenendo vivo nel loro cuore, piuttosto che

il sentimento della fede, un'esaltazione, una febbre religiosa, un

furore divino, che prorompe in manifestazioni stravaganti e feroci.

Hanno una grande moschea a Fez, che è come la casa centrale dell'ordine,

e di qui si spandono ogni anno a turbe, in tutte le province

dell'impero, dove raccolgono intorno a sè, per celebrare le loro feste,

i confratelli sparsi per le città e per le campagne. Il loro rito,

simile a quello dei dervis urlanti e giranti dell'Oriente, consiste in

una specie di danza sfrenata accompagnata da salti, scontorcimenti e

grida, nella quale vanno via via infuriando e inferocendosi finchè,

perduto ogni lume, stritolano legno e ferro coi denti, si brucian le

carni con carboni accesi, si straziano coi coltelli, inghiottiscono

fango e sassi, sbranano animali e li divoran vivi e grondanti di sangue,

e cadono a terra senza forze e senza ragione. A questi eccessi non

giunsero gli Aïssaua che io vidi a Tangeri, e credo che ci giungano

raramente, e assai pochi, se pure qualcuno vi giunge ancora; ma fecero

però abbastanza per lasciarmi nell'animo un'impressione incancellabile.

Marocco · 第 2 / 24 段