Il mio secondo pensiero fu d'impadronirmi di qualche libro d

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MAROCCO

DI

EDMONDO DE AMICIS

_Quarta Edizione._

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI.

1877.

MILANO. TIP. FRATELLI TREVES.

_Gli editori hanno compite tutte le formalità richieste dalla legge e

dalle convenzioni internazionali per riservare la Proprietà letteraria e

il diritto di riproduzione._

TANGERI

Lo stretto di Gibilterra è forse di tutti gli stretti quello che separa

più nettamente due paesi più diversi, e questa diversità appare anche

maggiore andando a Tangeri da Gibilterra. Qui ferve ancora la vita

affrettata, rumorosa e splendida delle città europee; e un viaggiatore

di qualunque parte d'Europa sente l'aria della sua patria nella

comunanza d'una infinità d'aspetti e di consuetudini. A tre ore di là,

il nome del nostro continente suona quasi come un nome favoloso;

cristiano significa nemico, la nostra civiltà è ignorata o temuta o

derisa; tutto, dai primi fondamenti della vita sociale fino ai più

insignificanti particolari della vita privata, è cambiato; e scomparso

fin anche ogni indizio della vicinanza d'Europa. S'è in un paese

sconosciuto, al quale nulla ci lega e dove tutto ci resta da imparare.

Dalla spiaggia si vede ancora la costa europea, ma il cuore se ne sente

già smisuratamente lontano, come se quel breve tratto di mare fosse un

oceano e quei monti azzurri un'illusione. Nello spazio di tre ore, è

seguita intorno a noi una delle più meravigliose trasformazioni a cui si

possa assistere sulla terra.

L'emozione, però, che si prova mettendo il piede per la prima volta su

quel continente immenso e misterioso che fin dalla prima infanzia ci

sgomenta l'immaginazione, è turbata dal modo in cui vi si sbarca. Mentre

dal bastimento cominciavo a vedere distintamente le case bianche di

Tangeri, una signora spagnuola gridò dietro di me con voce

spaventata:--Che cosa vuole quella gente?--Guardai dove accennava, e

vidi, dietro le barche che s'avvicinavano per raccogliere i passeggieri,

una folla d'arabi cenciosi, seminudi, ritti nell'acqua fino a mezza

coscia, i quali s'accennavano l'uno all'altro il bastimento con gesti da

spiritati, come una banda di briganti che dicessero:--Ecco la

preda.--Non sapendo chi fossero e che cosa volessero, discesi nella

barca, in mezzo a parecchi altri, col cuore un po' inquieto. Quando

fummo a una ventina, di passi dalla riva, tutta quella bordaglia colore

di terra cotta, s'avventò sulle barche, ci mise le mani addosso, e

cominciò a vociferare in arabo e in spagnuolo, fin che capimmo che le

acque essendo basse tanto da non poter approdare, dovevamo traghettare

sulle loro spalle; la qual notizia dissipò la paura d'uno svaligiamento

e destò il terrore dei pidocchi. Le signore furono portate via sulle

seggiole come in trionfo, ed io feci la mia entrata in Affrica a cavallo

a un vecchio mulatto, col mento inchiodato sul suo cocuzzolo e le punte

dei piedi nel mare.

Il mulatto, arrivato a terra, mi scaricò nelle mani d'un altro facchino

arabo, il quale, infilata una porta della città, mi condusse correndo

per una viuzza deserta a un albergo vicino, di dove uscii immediatamente

con una guida per andare nella strada più frequentata.

La prima cosa che mi colpì, e più fortemente ch'io non possa esprimere,

fu l'aspetto della popolazione.

Tutti portano una specie di lunga cappa di lana o di tela bianca, con un

grande cappuccio quasi sempre ritto sul capo, cosicchè la città presenta

l'aspetto d'un vasto convento di frati domenicani. Di tutto questo

popolo incappato, una parte si muove lentamente, gravemente e senza far

rumore, come se volesse passare inosservata; gli altri stanno seduti o

accovacciati lungo i muri, davanti alle botteghe, agli angoli delle

case, immobili e cogli occhi fissi, come le popolazioni pietrificate

delle loro leggende. L'andatura, gli atteggiamenti, il modo di guardare,

tutto è novo per noi; tutto rivela un ordine di sentimenti e d'abitudini

affatto diverso dal nostro; una tutt'altra maniera di considerare il

tempo e la vita. Quella gente non pare punto preoccupata delle sue

faccende, nè del luogo dove si trova, nè di quello che accade intorno ad

essa. Tutti hanno nell'espressione del viso qualchecosa di vago e di

profondo, come di chi sia dominato da un'idea fissa, o pensi a luoghi e

a tempi molto lontani, o sogni ad occhi aperti. Appena entrato nella

folla, mi ferì un odore particolare, che non avevo mai sentito in mezzo

alla gente in Europa; non so di che, ma punto gradevole, e nondimeno

cominciai ad aspirarlo con una viva curiosità, come se mi dovesse

spiegare qualche cosa. Andando innanzi, quella folla, che da lontano

m'era parsa uniforme, mi presentava mille varietà. Mi passavano accanto

faccie bianche, nere, giallastre, bronzine; teste ornate di lunghissime

ciocche di capelli e cranii rapati e lucidi come palle metalliche;

uomini secchi come mummie; vecchi d'una vecchiezza orrenda; donne col

viso e tutta la persona ravvolta in un mucchio informe di cenci; bimbi

con lunghe trecce; visi di sultani, di selvaggi, di negromanti,

d'anacoreti, di banditi, di gente oppressa da una tristezza immensa o da

una noia mortale; pochi o nessuno sorridente; gli uni dietro gli altri

silenziosi e lenti come una processione di spettri per il viale d'un

camposanto. Non so come, ma davanti a quello spettacolo, sentii il

bisogno d'abbassar gli occhi sopra me stesso, e di dire dentro di

me:--Io sono il tale dei tali, il paese dove mi trovo è l'Affrica, e

costoro sono Arabi--e riflettere un momento per ficcarmi questa idea

nella testa.

Una volta che vi fu, ci mettemmo a girare per le altre strade. La città

corrisponde per ogni verso alla popolazione. È tutta un labirinto

inestricabile di stradicciuole tortuose, o piuttosto di corridoi,

fiancheggiati da piccole case quadrate, bianchissime, senza finestre,

con porticine per le quali passa a stento una persona: case che paiono

fatte per nascondervisi più che per abitarvi, ed hanno un aspetto tra di

prigione e di convento. In molte strade non si vede che il bianco dei

muri e l'azzurro del cielo; di quando in quando, qualche archetto

moresco, qualche finestra arabescata, qualche striscia di rosso ai piedi

dei muri, qualche mano dipinta in nero accanto a una porta, che serve a

scongiurare gl'influssi maligni. Quasi tutte le strade sono ingombre di

legumi fradici, di penne, di cenci, d'ossami, e in qualche punto di

cani e di gatti morti, che ammorbano l'aria. Per lunghi tratti non

s'incontra che qualche gruppo di ragazzi arabi incappucciati che giocano

o canterellano con voce nasale i versetti del Corano; qualche povero

accovacciato, qualche moro a cavallo a una mula, qualche asino

sopraccarico, colla schiena sanguinolenta, sfruconato da un arabo mezzo

nudo; cani spelati e scodati, e gatti d'una magrezza favolosa. Qua e là,

passando, si sente odor d'aglio, di fumo di kif, d'aloè bruciato, di

belgiuino, di pesce. E così si gira l'intera città, che ha per tutto la

stessa bianchezza abbagliante e la stessa aria di mistero, di tristezza

e di noia.

Dopo un breve giro riuscimmo nella piazza principale, anzi unica, di

Tangeri, la quale è tagliata da una lunga strada che salendo dalla parte

della marina attraversa tutta la città. È una piazzetta rettangolare,

circondata di botteguccie arabe, che parrebbero meschine nel più povero

dei nostri villaggi. Da un lato v'è una fontana sempre circondata

d'arabi e di neri affaccendati ad attinger acqua con otri e brocche; da

un altro lato stanno tutto il giorno sedute in terra otto o dieci donne

col viso imbacuccato, che vendon pane. Intorno a questa piazza ci sono

le modestissime case delle Legazioni straniere che s'innalzano come

palazzi in mezzo alla moltitudine confusa delle casette moresche. In

questo piccolo spazio si concentra tutta la vita di Tangeri, che è la

vita d'un villaggio. V'è là vicino il solo tabaccaio della città, la

sola spezieria, il solo caffè, che è una stanzaccia con un biliardo, e

la sola cantonata dove si veda qualche volta qualche annunzio stampato.

Là si raccolgono i monelli seminudi, i ricchi mori sfaccendati, gli

ebrei che parlano d'affari, i facchini arabi che aspettano l'arrivo del

piroscafo, gl'impiegati delle Legazioni che aspettano l'ora del

desinare, gli stranieri appena arrivati, gl'interpreti, gli accattoni.

Là s'incontra il corriere che arriva cogli ordini del sultano da Fez, da

Mechinez o da Marocco, e il servitore che vien dalla posta coi giornali

di Londra e di Parigi; la bella dell'arem e la moglie del ministro; il

cammello del beduino e il cagnolino da salotto; il turbante e il

cappello cilindrico; l'onda sonora del pianoforte che erompe dalle

finestre d'un Consolato e la cantilena lamentevole che esce dalla porta

della moschea. Ed è il punto dove l'ultimo flutto della civiltà europea

s'infrange e ristagna nell'immensa acqua morta della barbarie affricana.

Dalla piazza, rimontando la strada principale, e passando per due

vecchie porte, uscimmo, che cominciava a imbrunire, dalle mura della

città, e ci trovammo in una piazza aperta sul fianco d'una collina,

chiamata Soc de Barra, o mercato esteriore, poichè ogni domenica e ogni

giovedì vi si fa il mercato. È forse di[tn8] tutti i luoghi ch'io vidi

nel Marocco, quello che mi fece sentire più profondamente il carattere

del paese. È un tratto di terreno nudo, tutto gobbe e incavature, colla

tomba d'un santo, formata da quattro muri bianchi, a mezza china; sulla

sommità un cimitero; più lontano qualche aloè e qualche fico d'india;

sotto, le mura merlate della città. In quel momento, vicino alla porta

v'era un gruppo di donne arabe, sedute in terra, con mucchi d'erbaggi

dinanzi; accanto alla tomba del santo una lunga fila di cammelli

accosciati; più su, alcune tende nerastre e un cerchio d'arabi attoniti,

seduti intorno a un vecchio, in piedi, che raccontava una storia; qua e

là, vacche e cavalli; e sulla sommità, fra le pietre e i monticelli di

terra del cimitero, altri arabi immobili come statue, col viso rivolto

verso la città, tutta la persona nell'ombra, e le punte dei cappucci che

spiccavano sull'orizzonte dorato dal crepuscolo. Su tutta questa scena

una pace di colori, un silenzio, una mestizia, da non potersi

efficacemente descrivere a voce, se non stillando parola per parola

nell'orecchio di chi ascolta, come quando si confida un segreto.

La guida mi svegliò dalla mia contemplazione e mi ricondusse

all'albergo, dove il mio dispiacere di trovarmi in mezzo a gente

sconosciuta fu per la prima volta mitigato dal fatto ch'eran tutti

Europei, cristiani e vestiti come me. V'erano a tavola una ventina di

persone, tra uomini e signore, di nazione diversa, che offrivano una

bella immagine di quello strano incrociamento di famiglie e d'interessi

che segue in quei paesi: un francese nato in Algeri, marito d'un'inglese

di Gibilterra; uno spagnuolo di Gibilterra, marito della sorella d'un

console portoghese della costa dell'Atlantico; un vecchio inglese con

una figliuola nativa di Tangeri e una nipotina nativa d'Algeria;

famiglie erranti da un continente all'altro, o sparpagliate sulle due

coste, che parlano cinque lingue, e vivono metà all'araba e metà

all'europea. Appena cominciato il desinare, cominciò una conversazione

vivissima, ora in francese, ora in spagnuolo, tempestata di parole

arabe, sopra soggetti affatto estranei alla consuetudine delle

conversazioni europee: come il prezzo d'un cammello, lo stipendio d'un

Pascià, se il Sultano fosse bianco o mulatto, se era vero che fossero

state portate a Fez dieci teste di rivoltosi della provincia di Garet,

quando sarebbero arrivati a Tangeri quei religiosi fanatici che mangiano

i montoni vivi, ed altre cose di questo genere, che mi facevano

saltellare dentro all'anima il diavolo della curiosità. Poi vennero a

parlare di politica europea con quel non so che di scucito che c'è

sempre nei discorsi di gente di vario paese, e quelle solite gran frasi

vuote con cui si parla d'una politica lontana, fantasticando alleanze

spropositate e guerre favolose. E poi il discorso cadde su Gibilterra,

argomento inevitabile; la gran Gibilterra, il centro d'attrazione di

tutti gli Europei della costa, dove si mandano i figliuoli a studiare,

dove si va a comprare il vestito, a ordinare un mobile, a sentire

l'opera in musica, a respirare una boccata d'aria d'Europa. E finalmente

venne in campo la partenza dell'ambasciata italiana per Fez, ed io ebbi

il grandissimo piacere di sentire che l'avvenimento era assai più

importante di quel che credevo, che se ne parlava in tutta Tangeri e in

tutta Gibilterra e ad Algesira e a Cadice e a Malaga, e che la carovana

sarebbe stata lunga un miglio, e che coll'ambasciata c'erano dei pittori

italiani, e che forse ci sarebbe stato perfino _un representante de la

prensa_. Alla quale notizia mi alzai modestamente da tavola e mi

allontanai con passo maestoso.

Più tardi, a notte inoltrata, volli fare un altro giro per veder Tangeri

addormentata. Non v'era un lampione, non una finestra illuminata, non

uno spiraglio da cui trapelasse un barlume; la città pareva disabitata e

non riceveva altra luce che quella del cielo stellato, sul quale

biancheggiavano, come enormi tombe di marmo, le case più alte, e si

disegnavano nitidamente le cime dei minareti e i rami delle palme. Andai

sino in fondo alla strada principale: le porte della città erano chiuse.

Girai per altre vie: tutto chiuso, immobile, muto. Due o tre volte

inciampai in qualchecosa che a primo aspetto mi parve un mucchio di

cenci, ed era un arabo addormentato. Sentii più volte, con raccapriccio,

scricchiolare sotto il mio piede penne ed ossami, o cedere mollemente

qualcosa che doveva essere la carogna d'un cane. Mi passò accanto,

rasente il muro, come uno spettro, un arabo incappato; ne vidi un altro

biancheggiare un momento in fondo a un vicolo; e a una svoltata sentii,

senza veder nulla, un fruscìo affrettato di pantofole e di cappe, che mi

fece sospettare d'aver turbato un conciliabolo. Andando, non sentivo che

il rumore del mio passo; fermandomi, non sentivo che il mio respiro. Mi

pareva che tutta la vita di Tangeri si fosse ridotta in me solo, e che

se avessi gettato un grido, sarebbe risonato da un capo all'altro della

città come uno scoppio di tuono. Pensavo alle tante belle arabe

addormentate, alle quali passavo vicino, e agli strani misteri che avrei

scoperti, se quelle case si fossero aperte tutt'a un tratto come una

scena di teatro. Di quando in quando mi fermavo dinanzi alla splendida

bianchezza di certi spazi di muro, su cui batteva la luna, che parevano

illuminati dalla luce elettrica. In un vicolo oscuro incontrai un nero

con una lanterna, che si fermò per lasciarmi passare, mormorando qualche

parola che non compresi. Nel punto che sboccavo nella piazzetta, sentii

sonare in quel profondo silenzio una risata sgangherata, che mi diede i

brividi. Erano due giovanotti col cappello cilindrico, probabilmente due

impiegati di Legazione, che passeggiavano discorrendo. In un angolo

della piazza, sotto la tenda d'una bottega chiusa, un lumicino moribondo

rischiarava confusamente un ammasso di cenci biancastri, da cui usciva

un suono leggerissimo di chitarra e un filo di voce tremola e

lamentevole, che pareva portata dal vento da una gran lontananza. Io

stetti là immobile, sognando piuttosto che pensando, fin che i due

giovani sparirono e il lumicino si spense, e allora tornai all'albergo,

stanco, sbalordito, coll'imaginazione in tumulto, e con un sentimento

nuovo e stranamente confuso di me medesimo, come ho più volte pensato

che dovrebbe essere quello d'un uomo trasportato dalla terra in un altro

pianeta.

§ § § § §

La mattina dopo uscii per andarmi a presentare al nostro incaricato

d'affari, Comm. Stefano Scovasso. Egli non avrebbe potuto dirmi che non

ero puntuale al convegno. Il giorno otto d'aprile, a Torino, avevo

ricevuto l'invito, coll'annunzio che la carovana sarebbe partita da

Tangeri il giorno diciannove: la mattina del diciotto mi trovavo alla

porta della Legazione. Non conoscevo di persona il Comm. Scovasso; ma

sapevo di lui qualche cosa, che mi dava una gran curiosità di

conoscerlo. Di due suoi amici che avevo interrogati prima di partire,

uno m'aveva assicurato ch'era un uomo capace d'andare a cavallo da

Tangeri a Tumbuctù, senz'altra compagnia che un paio di pistole; l'altro

aveva biasimato la sua pessima abitudine di rischiare la propria vita

per salvare quella degli altri. In grazia di queste informazioni lo

riconobbi a primo aspetto, da lontano, prima ancora che l'interprete

dell'albergo, il quale m'accompagnava, me lo indicasse. Era sulla porta

della Legazione, in mezzo ad alcuni arabi immobili in un atteggiamento

ossequioso, che pareva aspettassero degli ordini. Mi presentai, mi

ricevette da par suo, mi volle sin da quel momento ospite del _quartier

generale_, e mi diede notizie della _spedizione_. La partenza era

rimandata ai primi di maggio, perchè a Fez, in quei giorni, v'era

l'ambasciata inglese. S'aspettavano di là i cavalli, i cammelli, i muli

e un drappello di cavalleria che ci avrebbe scortati in viaggio. Un

bastimento da trasporto della nostra marina militare, il _Dora_, allora

ancorato a Gibilterra, aveva già portato a Larrace, sulla costa

dell'Atlantico, i regali che Vittorio Emanuele mandava all'Imperatore

del Marocco. Lo scopo principale del viaggio, per l'incaricato d'affari,

era di presentare le credenziali al giovine sultano Mulei el Hassen,

salito al trono nel settembre del 1873. Nessun'ambasciata italiana era

mai stata a Fez. Era la prima volta che si portava nell'interno del

Marocco la bandiera della nuova Italia. Perciò l'ambasciata sarebbe

stata ricevuta con straordinaria solennità. Il nostro Ministero della

guerra aveva mandato un capitano di stato maggiore, il signor Giulio di

Boccard; il Ministero della Marina, un capitano di fregata, il signor

Fortunato Cassone, allora comandante del _Dora_, ora capitano di

vascello. Questi, insieme col vice-console italiano di Tangeri e col

nostro agente consolare di Mazagan formavano la parte ufficiale

dell'ambasciata. Il pittore Ussi di Firenze, il pittore Biseo di Roma ed

io eravamo invitati privatamente dal signor Scovasso. Tutti, eccetto

l'agente di Mazagan, si trovavano già a Tangeri.

La mia prima occupazione, appena rimasto solo, fu di osservare la casa

nella quale ero ospitato; e veramente la casa d'un Ministro europeo in

Africa, d'un Ministro, in specie, che si prepara ad un viaggio

nell'interno, è degna d'osservazione. L'edificio, per sè stesso, non ha

nulla di straordinario: di fuori è bianco e nudo, ha un giardinetto

davanti, un piccolo cortile nell'interno, e nel cortile quattro colonne

sulle quali s'appoggia una galleria coperta che gira tutt'intorno

all'altezza del primo piano. È una casa signorile di Cadice o di

Siviglia. Ma la gente, la vita di questa casa mi riuscì affatto nuova.

Governante e cuoco, piemontesi; una serva mora di Tangeri ed una negra

del Sudan, coi piedi nudi; camerieri e stallieri arabi vestiti di grandi

camicie bianche; guardie consolari, con fez, caffettano rosso e pugnale;

tutta questa gente in moto per tutta la giornata. Poi, a certe ore, un

andirivieni di operai ebrei, di facchini neri, d'interpreti, di soldati

del Pascià, di mori protetti dalla Legazione. Il cortile era ingombro di

casse, di letti da campo, di tappeti, di lanterne. A tutte le ore si

sentiva picchiare il martello e strider la sega, e i servi chiamarsi fra

loro con quei nomi strani di Fatma, Racma, Selam, Mohammed, Alì,

Abd-er-Rhaman. E la mescolanza delle lingue! Un moro faceva

un'imbasciata in arabo a un altro moro, che la trasmetteva in spagnolo

alla governante, che la ripeteva in piemontese al cuoco. Era un

continuo intrecciarsi di traduzioni, di commenti, d'equivoci, di dubbi,

intercalati di _Por dios_, d'_Allá_ e di sacrati italiani. Nella strada

una processione di cavalli e di mule. Davanti alla porta un gruppo

permanente di curiosi, o di poveri diavoli, arabi ed ebrei, aspiranti,

alla lontana, alla protezione della Legazione. Di tratto in tratto la

visita d'un ministro o d'un console, a cui si inchinavano tutti i fez e

tutti i turbanti. Ogni momento l'apparizione d'un messo misterioso, d'un

vestiario sconosciuto, d'una faccia strana. Infine una varietà di

figure, di colori, di gesti, d'accenti, di faccende, da non mancarvi che

la musica per credere d'essere in teatro, alla rappresentazione d'un

ballo mimico di soggetto orientale.

Il mio secondo pensiero fu d'impadronirmi di qualche libro del mio

ospite per sapere in che paese mi trovassi, prima di mettermi a studiare

i costumi. Questo paese, chiuso fra il Mediterraneo, l'Algeria, il

deserto di Sahara e l'Oceano, attraversato dalla grande catena

dell'Atlante, bagnato da larghi fiumi, aperto in pianure immense,

dominato da tutti i climi, privilegiato, nei tre regni della natura, di

ricchezze inestimabili, destinato, per la sua giacitura, ad essere una

gran via di commercio fra l'Africa centrale e l'Europa; è ora occupato

da circa otto milioni d'abitanti tra berberi, mori, arabi, ebrei, negri

ed europei, sparsi sopra una estensione di terreno più vasta della

Francia. I berberi, che formano il fondo della popolazione indigena,

selvaggi, turbolenti, indomiti, vivono sulle montagne inaccessibili

dell'Atlante, quasi indipendenti dall'autorità imperiale. Gli arabi, il

popolo conquistatore, occupano le pianure, ancora nomadi e pastori e non

in tutto degeneri dalla fierezza del carattere antico. I mori, arabi

incrociati e corrotti, discendenti in gran parte dai mori di Spagna,

abitano le città, ed hanno nelle mani le ricchezze, le cariche, il

commercio. I neri, cinquecentomila circa, provenienti dal Sudan, sono

per lo più servi, lavoratori e soldati. Gli Ebrei, presso a poco eguali

di numero ai neri, discendenti la più parte dagli Ebrei esiliati

d'Europa nel medio evo, oppressi, odiati, avviliti, perseguitati più che

in nessun altro paese del mondo, esercitano le arti e i mestieri,

mercanteggiano, s'industriano in mille modi coll'ingegno, la

pieghevolezza e la costanza propria della loro razza, e trovano un

compenso all'oppressione nel possedimento dei denari strappati ai loro

oppressori. Gli Europei, che l'intolleranza mussulmana respinse a poco a

poco dall'interno dell'Impero verso le coste, son meno di due migliaia

in tutto il Marocco, abitano la maggior parte la città di Tangeri, e

vivono liberamente all'ombra delle bandiere dei Consolati. Questa

popolazione eterogenea, dispersa, inconciliabile, è, piuttosto che

retta, oppressa da un governo soldatesco, che succhia come un immenso

polipo tutti gli umori vitali dello Stato. Le tribù e le borgate

obbediscono agli sceicchi, le città e le provincie ai Caid, le grandi

provincie ai pascià, e i pascià al Sultano, grande Sceriffo, sommo

sacerdote, giudice supremo, esecutore della legge che emana da lui,

libero di mutare a suo capriccio monete, imposte, pesi, misure, padrone

delle sostanze e delle vite dei suoi sudditi. Sotto il peso di questo

governo, e dentro al cerchio inflessibile della religione mussulmana,

rimasta immune da ogni influsso europeo, e snaturata da un fanatismo

selvaggio, tutto ciò che negli altri paesi s'agita e procede, là rimane

immobile o rovina. Il commercio è strozzato dai monopoli, dalle

proibizioni d'esportazione e d'importazione, dalla capricciosa

mutabilità delle leggi. L'industria, ristretta nella sua attività dai

vincoli posti al commercio, è rimasta come prima della cacciata dei Mori

dalla Spagna, coi suoi strumenti primitivi e coi suoi procedimenti

infantili. L'agricoltura, oberata di balzelli, vincolata

nell'esportazione dei prodotti, non curata che quanto richiedono le

prime necessità della vita, è decaduta a segno da non meritar quasi il

nome d'arte. La scienza, soffocata dal Corano, contaminata dalla

superstizione, si riduce, nelle maggiori scuole, a pochi elementi, quali

s'insegnavano nel medio evo. Non v'è stampa, nè libri, nè carte

geografiche; la lingua stessa, corruzione dell'arabo, non rappresentata

che da una scrittura imperfetta e variabile, si va sempre più

degradando; il carattere nazionale nella generale decadenza si corrompe;

tutta l'antica civiltà mussulmana deperisce. Il Marocco, questo estremo

baluardo occidentale dell'Islamismo, già sede d'una monarchia che

dominava dall'Ebro al Sudan e dal Niger alle Baleari, glorioso

d'Università fiorenti, di biblioteche immense, di dotti famosi,

d'eserciti e di flotte formidabili, non è più che un piccolo Stato

pressochè sconosciuto, pieno di miseria e di rovine, che resiste colle

ultime sue forze all'invasione della civiltà europea, sorretto ancora

sulle sue fondamenta sfasciate dalle reciproche gelosie degli Stati

civili.

Quanto a Tangeri, l'antica Tingis, che diede il nome alla Mauritania

tingitana, e passò successivamente dalle mani dei Romani in quelle dei

Vandali, dei Greci, dei Visigoti, degli Arabi, dei Portoghesi,

degl'Inglesi, è una città di quindicimila abitanti, che le sue sorelle

dell'Impero considerano come una «prostituta dei Cristiani», benchè non

vi rimanga più traccia delle chiese e dei monasteri che vi fondarono i

Portoghesi, e la religione cristiana non v'abbia che una piccola

cappella, nascosta in mezzo alle case consolari.

Dopo ciò cominciai a fare per le strade di Tangeri qualche studio

preparatorio per il viaggio, notando giorno per giorno le mie

osservazioni. Ed eccone alcune, incomplete e slegate, ma scritte sotto

l'impressione immediata delle cose, e perciò forse più efficaci d'una

descrizione pensata.

* * * * *

Io mi vergogno quando mi passa accanto un bel moro vestito in gala.

Paragono il mio cappelluccio al suo enorme turbante di mussolina, la mia

misera giacchetta al suo lungo caffettano color di gelsomino o di rosa,

l'angustia, insomma, del mio vestiario grigio e nero, all'ampiezza, al

candore, alla dignità semplice e gentile del suo, e mi par di far la

figura d'un scarabeo accanto a una farfalla. Sto qualche volta lungo

tempo a contemplare, dalla finestra della mia camera, un palmo di

calzoncino color di sangue e una babuccia color giallo d'oro, che

spuntano di dietro a un pilastro, giù nella piazzetta, e ci provo un

piacere, che non ne posso staccar lo sguardo. E più d'ogni cosa

m'innamora e mi mette invidia il caìc: quel lungo pezzo di lana o di

seta bianchissima, a striscie trasparenti, che si avvolge intorno al

turbante, casca sulla schiena, gira intorno alla vita, si ripiega sulle

spalle, e ridiscende fino ai piedi, e velando vagamente i colori pomposi

dei panni, ad ogni alito di vento tremola, ondeggia, si gonfia, par che

s'accenda ai raggi del sole, e dà a tutta la persona l'apparenza

vaporosa d'una visione. In questo bellissimo velo avvolge e stringe sè e

la sposa il mussulmano innamorato nella notte nuziale.

* * * * *

Chi non abbia visto, non può immaginare fino a che punto giunga, presso

gli Arabi, l'arte di sdraiarsi. In angoli dove noi ci troveremmo

imbarazzati a mettere un sacco di cenci o un fastello di paglia, essi

trovano il modo di adagiarsi come sopra un letto di piume. Si

arrotondano intorno a tutte le sporgenze, riempiono tutte le cavità, si

appiccicano ai muri come bassorilievi, si allungano e si schiacciano sul

terreno in maniera da non parer più che cappe bianche distese ad

asciugare, si attorcigliano, piglian la forma di palle, di cubi, di

mostri senza braccia, senza gambe, senza testa; così che le strade e le

piazze della città paiono seminate di cadaveri e di tronchi umani, come

dopo una strage.

* * * * *

Più considero questa gente, e più ammiro la nobiltà dei loro movimenti.

Fra noi non v'è quasi alcuno che o per l'impedimento degli abiti, o per

la strettezza della calzatura, o per vezzo, non abbia un'andatura

contraffatta. Costoro si movono colla libera eleganza di superbi animali

selvaggi. Cerco e non trovo in mezzo a loro nemmeno uno di quei mille

atteggiamenti da rodomonte, da ballerino e da innamorato svenevole, ai

quali abbiamo l'occhio abituato nei nostri paesi. Tutti hanno nel loro

modo di camminare qualcosa della compostezza d'un sacerdote, della

maestà d'un re e della disinvoltura d'un soldato. Ed è strano che quella

stessa gente che sta tante ore del giorno accovacciata, immobile, quasi

intorpidita, spieghi, non appena è scossa dalla passione, un vigore di

gesto e di voce che tocca la frenesia. Ma anche nel prorompere delle

passioni più violente, serbano una sorta di dignità tragica, che

potrebbe servir d'esempio a molti attori. Ricorderò per molto tempo

l'arabo di stamane, un vecchio alto e consunto, il quale, avendo

ricevuto, per quello che si disse, una mentita da un tale con cui fino

allora era andato disputando pacatamente, impallidì, dette indietro, e

poi si slanciò giù per la strada coprendosi il viso colle mani convulse

e gettando un urlo di rabbia e di dolore. Io non ho mai visto una figura

più terribile e più bella.

* * * * *

La maggior parte non hanno addosso che una semplicissima cappa bianca;

eppure quanta varietà fra di loro! Chi la porta aperta, chi chiusa, chi

tirata da un lato, chi ripiegata sulla spalla, chi infilata, chi

sciolta, ma sempre posta con garbo, variata di pieghe pittoresche,

cascante, in linee facili e severe, come se l'avesse panneggiata, o

piuttosto, come la vorrebbe saper panneggiare un artista. Ognuno di

costoro arieggia un senatore romano. Stamattina l'Ussi ha scoperto un

meraviglioso Marco Bruto in mezzo a un gruppo di beduini. Ma se non ci è

abituata la persona, non basta la cappa a nobilitar la figura. Parecchi

di noi n'han comperata una per il viaggio, e se la provarono; e m'è

parso vedere dei vecchietti convalescenti infagottati in un lenzuolo da

bagno.

* * * * *

Non ho ancora visto tra gli arabi un gobbo nè uno storpio nè un

rachitico; ma molti senza naso, effetto di morbo celtico; moltissimi

ciechi, e i più fra questi colle occhiaie vuote; vista che mi fa

rabbrividire quando penso che ad alcuni, forse, è stato strappato il

globo dell'occhio in virtù della legge del taglione, che vige

nell'Impero. Ma nessuna bruttezza ridicola in mezzo a tante figure

strane e rincrescevoli. Il vestito ampio nasconde i piccoli difetti,

come la gravità comune e l'apparenza lignea, terracea o bronzina delle

carni, dissimula la differenza d'età. Il perchè s'incontrano ad ogni

passo uomini d'un'età indefinibile, dei quali si può dire soltanto che

non sono nè vecchi nè adolescenti; e o si giudicano maturi, e un lampo

di sorriso rivela inaspettatamente la giovinezza; o si credono giovani,

e il cappuccio rovesciato mostra tutt'a un tratto i capelli grigi.

* * * * *

Gli Ebrei di qui arieggiano nei lineamenti del viso quelli dei nostri

paesi; ma la statura più alta, il colorito più bruno, i lunghi capelli

neri, e sopra tutto il vestire pittoresco li fa parere tutt'altra gente.

Portano un vestito della forma presso a poco d'una veste da camera, di

vario colore, per lo più oscuro, stretto intorno alla vita da una fascia

rossa; una berrettina nera; calzoni larghi che sporgono appena un palmo

disotto alle falde, e le pantofole gialle. Ed è strano il numero di

«eleganti» che si vedono in mezzo a loro, vestiti di stoffe finissime,

con camicie ricamate, ciarpe di seta, catene ed anelli d'oro; ma punto

vistosi; austeri, invece, nell'insieme dell'abbigliamento, e pieni di

grazia e di dignità signorile, eccetto quei pochi disgraziati che si

prostituirono al cappello cilindrico e al soprabito nero. Fra i ragazzi

vi sono delle figurine gentili; ma quella specie di veste da camera in

cui si fasciano, non s'addice alla età loro. Ogni ragazzo ebreo mi par

un dilettante da teatrino di collegio, vestito per far la parte del

protagonista nel _Campanello dello speziale_.

* * * * *

Trovo, sinora, che non è un'esagerazione quello che si dice della

bellezza delle ebree marocchine, che ha un carattere suo proprio,

sconosciuto in ogni altro paese. È una bellezza opulenta e splendida, di

grandi occhi neri, di fronti nivee, di bocche porporine, di contorni

statuarii, una bellezza da palco scenico, che abbarbaglia da lontano, e

strappa piuttosto un applauso che un sospiro, e piace di raffigurarsela

in mezzo alle fiaccole e alle tazze inghirlandate d'un banchetto antico,

come nella sua cornice naturale. Le ebree di Tangeri non vestono in

pubblico il ricchissimo costume tradizionale; son vestite presso a poco

all'europea, ma di colori ciarlatanissimamente vistosi, blù solferino e

rosso di carminio, giallo di zolfo e verde d'erba montanina, scialli e

gonnelle che feriscon l'occhio da una collina all'altra; in modo che

paiono donne ravvolte dentro a bandiere di tutti gli Stati del mondo. Il

sabato, passando per le strade abitate dagli ebrei, si vedono da ogni

parte quei colori, quei visi floridi, quegli occhioni dolci e ridenti,

quelle treccie lunghe e nerissime; nidiate di ragazze chiassose e

curiose; un rigoglio di gioventù e di bellezza sensuale, che contrasta

vivamente colla solitudine austera delle altre vie.

* * * * *

Mi fanno ridere i ragazzi arabi. Di quei piccini, che possono appena

camminare, anch'essi insaccati nella cappa bianca, non si vede altro

che il cappuccio, e paiono spegnitoi ambulanti. La maggior parte hanno

la testa rasa nuda come la mano, eccetto una trecciolina sul cocuzzolo

lunga un par di palmi, che si direbbe lasciata apposta per poterli

appendere ai chiodi come le marionette. Alcuni l'hanno invece dietro

l'orecchio o sopra la tempia, con qualche ciocca di capelli tagliati

in forma di quadrato o di triangolo, che è il distintivo degli ultimi

nati nelle famiglie. I più hanno un bel visetto pallido, un corpicino

ritto e sciolto e un'espressione d'intelligenza precoce. Nelle parti

più frequentate della città, non badano agli Europei; nelle strade

appartate, si contentano di guardarli attentamente, coll'aria di

dire:--Non mi piaci.--Qualcuno avrebbe voglia di dire un'impertinenza:

glie la vedete scintillare negli occhi e guizzare sulle labbra; ma di

rado se la lasciano sfuggire dalla bocca, non tanto per rispetto del

Nazareno, quanto per paura del padre, che sente l'odore delle Legazioni.

In ogni caso, però, alla vista d'un soldo si quetano. Ma bisogna

guardarsi da tirare il codino, perchè ieri, passando, diedi una

tiratina a un fantoccio alto un palmo, e lui mi si voltò contro

inviperito, borbottando alcune parole, che significavano, mi disse

l'interprete:--Dio faccia arrostire tuo nonno, maledetto Cristiano!

* * * * *

Ho finalmente veduto due santi, che vuol dire idioti o pazzi, poichè

qui, come in tutta l'Affrica settentrionale, è venerato come santo colui

al quale Dio, in segno di predilezione, ha tolto la ragione per

ritenerla prigioniera nel cielo. Il primo era davanti a una bottega,

sulla strada principale. Lo vidi da lontano e mi fermai. Sapevo che ai

santi tutto è lecito, e non volevo espormi a ricevere una legnata tra

capo e collo come il signor Sourdeau, console di Francia, o uno sputo

nel viso come il signor Drummond Hay. Ma l'interprete che

m'accompagnava mi spinse innanzi dicendomi:--Vada franco; i santi di

Tangeri han messo testa a partito dopo che le Legazioni fecero dare

degli esempi sonori, e in ogni caso gli arabi stessi le servirebbero di

scudo, per impedire al santo di compromettersi.--Allora passai davanti a

quello spauracchio, osservandolo attentamente. Era un vecchio, tutto

faccia e tutto pancia, coi capelli bianchi lunghissimi, una barbaccia

che gli scendeva fin sul petto, una corona di carta intorno alla fronte,

un mantello rosso sbrandellato sulle spalle e in mano una piccola lancia

colla punta dorata. Stava seduto in terra, colle gambe incrociate e le

spalle al muro, guardando con aria annoiata la gente che passava. Mi

soffermai: mi guardò. Ci siamo--pensai--ora lavora la lancia.--Ma la

lancia ebbe giudizio, e fui anzi meravigliato dell'espressione

tranquilla e intelligente di quegli occhi e d'un risolino astuto che vi

brillava dentro, come se volesse dire:--Tu aspetti ch'io ti dia addosso,

eh? A esser minchioni! Era certamente uno di quegli impostori che, sani

di mente, si fingono pazzi per godere i privilegi della santità. Gli

gettai una moneta ch'egli raccolse con sbadataggine affettata, e tornai

verso la piazzetta dove, appena arrivato, ne incontrai un altro. Questo

era santo davvero. Era un mulatto, quasi tutto nudo, appena umano nel

viso, tutt'una crosta immonda dalla testa ai piedi, e secco a segno che

lasciava veder lo scheletro osso per osso, e pareva un prodigio che

vivesse. Girava lentamente per la piazza sorreggendo a fatica una gran

bandiera bianca, che i ragazzi correvano a baciare, e un altro pezzente

accompagnato da due rabbiosi suonatori di piffero e di tamburo,

chiedeva la limosina per lui di bottega in bottega. Gli passai accanto,

mi mostrò il bianco dell'occhio; lo fissai, si fermò; mi parve che

apparecchiasse qualcosa in bocca, mi scansai lesto lesto e non mi volsi

più indietro.--Ha fatto bene, mi disse l'interprete, a scansarsi,

perchè, se avesse sputato, lei non avrebbe avuto dagli altri arabi altra

consolazione che di sentirsi dire: Non asciugare, fortunato Cristiano!

Non cancellare il segno della benevolenza di Dio! Te benedetto, che il

santo t'ha sputato sul viso!

* * * * *

Sta notte ho inteso di nuovo il suono di chitarra e la voce della prima

sera, e ho _sentito_ per la prima volta la musica araba. In quella

perpetua ripetizione dello stesso motivo, quasi sempre malinconico, c'è

qualcosa che a poco a poco va all'anima. È una specie di lamentazione

monotona che finisce per soggiogare il pensiero come il mormorio d'una

fontana, il canto dei grilli e il battere dei martelli sulle incudini

che si ode la sera passando vicino a un villaggio. Mi sento forzato a

raccogliermi e a meditare come per afferrare il significato riposto di

quella eterna parola che mi risuona all'orecchio. È una musica barbara,

ingenua e piena di dolcezza, che mi fa risalire col pensiero fino alle

età primitive, mi ravviva le impressioni infantili delle prime letture

della Bibbia, mi richiama alla mente dei sogni dimenticati, mi desta

mille curiosità di paesi e di popoli favolosi, mi trasporta a grandi

lontananze, in boschi d'alberi sconosciuti, in mezzo a sacerdoti

secolari curvi intorno a idoli d'oro; o in pianure sconfinate, in

solitudini solenni, dietro le carovane stanche che interrogano collo

sguardo l'immenso orizzonte infocato e ripiegano la testa

raccomandandosi a Dio. Nulla di quello che mi circonda mi fa sentire un

così mesto desiderio di riveder mia madre, come quelle poche note d'una

voce fioca e d'una chitarra scordata.

* * * * *

Una stranissima cosa son le botteghe moresche. Sono tutte una specie

d'alcova, alta circa un metro da terra, con una sola apertura verso la

strada, alla quale il compratore s'affaccia, come ad una finestra,

appoggiandosi al muro. Il bottegaio sta dentro, seduto all'orientale,

con una parte delle merci ammontata dinanzi, e una parte dietro,

disposta in piccoli scaffali. È curioso l'effetto che fan quei vecchi

mori barbuti, immobili come automi, in fondo a quei bugigattoli oscuri.

Pare che non la merce, ma essi medesimi siano esposti in mostra, come i

_fenomeni viventi_ nelle baracche delle fiere. Son vivi? son di legno?

dov'è l'ordigno che li fa comparire e sparire? E così immobili e

silenziosi passano ore ed ore, e giornate intere, facendo scorrere fra

le dita le pallottoline d'un rosario, e borbottando preghiere. Non si

può immaginare l'aria di solitudine, di noia, di tristezza che spira là

dentro. Si direbbe che ognuna di quelle botteghe è una tomba, nella

quale il padrone, già separato dal mondo, aspetta la morte.

* * * * *

Ho visto due bambini condotti in trionfo dopo la funzione solenne della

circoncisione. Uno poteva avere sei anni, l'altro cinque. Erano tutti e

due a cavallo a una mula bianca, vestiti d'abiti rossi, gialli e verdi,

ricamati d'oro, e coperti di nastri e di fiori, in mezzo ai quali si

vedevano appena i loro visetti pallidi, che serbavano ancora

l'espressione dello spavento e dello stupore. Davanti alla mula,

gualdrappata e inghirlandata come un cavallo di corte, camminavano tre

sonatori col tamburo, il piffero e il cornetto, sonando furiosamente;

dai lati e dietro, venivano i parenti e gli amici, uno dei quali teneva

i bimbi fermi sulla sella, un altro porgeva loro dei confetti, altri li

accarezzavano, alcuni tiravan schioppettate in aria saltando e gridando.

Se non avessi saputo il significato della cerimonia, avrei creduto che

quei poveri bimbi fossero due vittime condotte al sacrificio; e

nondimeno era uno spettacolo non privo di gentilezza e di poesia. Ma

l'avrei trovato anche più poetico, se non m'avessero detto che

l'operazione sacra era stata fatta dal rasoio d'un barbiere.

* * * * *

Stasera ho assistito ad una strana metamorfosi di Racma, la serva nera

del ministro. La sua compagna mi venne a cercare, mi condusse in punta

di piedi davanti a un uscio socchiuso, e spalancandolo tutt'a un tratto,

esclamò:--Guardi Racma!--Io rimasi talmente meravigliato dell'aspetto in

cui mi si presentò quella nera, ch'ero abituato a vedere nei panni di

una modestissima schiava, che per un momento non credetti ai miei occhi.

Avrei detto ch'era una sultana fuggita dal palazzo dell'Imperatore, la

regina di Tumbuctu, una principessa di qualche regno sconosciuto

dell'Affrica, venuta là sul tappeto miracoloso di Bisnagar. Non la vidi

che per pochi momenti, non saprei dire esattamente com'era vestita. Era

un bianco di neve, un rosso di porpora e uno sfolgorio di larghi galloni

d'oro, sotto un gran velo trasparente, che presentavano insieme col viso

nerissimo una così fragorosa armonia di colori e una ricchezza così

barbaramente magnifica da non trovar parola per descriverla. Mentre

m'avvicinavo per osservarne i particolari, tutta quella pompa scomparve

sotto il lugubre lenzuolo maomettano, e la regina si trasformò in

spettro, e lo spettro scomparve, lasciando nella stanza il puzzo

nauseabondo di selvaggiume, proprio della razza nera, che finì di

togliermi ogni illusione.

* * * * *

Udendo un gran chiasso nella piazzetta, mi affacciai alla finestra e

vidi passare un nero con tutto il busto nudo, a cavallo a un asino,

fiancheggiato da alcuni arabi armati di bastoni e seguito da uno sciame

di ragazzi che urlavano. Sul primo momento credetti che fosse uno

scherzo e guardai col cannocchiale. Mi ritirai inorridito. I calzoni

bianchi del nero erano macchiati di sangue, che gocciolava dalla

schiena. Gli arabi coi bastoni erano soldati che lo battevano. Domandai

informazioni. Aveva rubato una gallina.--Fortunato lui!--mi disse un

soldato della Legazione:--pare che non gli taglieranno la mano.

* * * * *

Sono da sette giorni a Tangeri, e non ho ancora visto il viso

d'un'araba. Mi par di trovarmi in un grande veglione di donne mascherate

da streghe, come se le figurano i bimbi, camuffate in un lenzuolo

mortuario. Camminano a passi lunghi, lentamente, un po' curve,

coprendosi il viso col lembo d'una specie di mantello di tela, sotto il

quale non hanno altro che una camicia a larghe maniche, stretta intorno

alla vita da un cordone, come la tonaca d'un frate. Del loro corpo non

si vede che gli occhi, la mano che copre il viso, tinta di rosso

coll'henné alle estremità delle dita, e i piedi nudi, pure tinti,

infilati in larghe pantofole di cuoio giallo. La maggior parte non

lasciano vedere che mezza la fronte ed un occhio: l'occhio, per lo più,

scuro, e la fronte color di cera. Incontrando un Europeo per una strada

appartata alcune si coprono tutto il viso con un movimento brusco e

sgraziato e passano stringendosi al muro; altre arrischiano un'occhiata

tra diffidente e curiosa; qualcuna, più ardita, saetta uno sguardo

provocatore e abbassa il viso sorridendo. Ma la più parte hanno un

aspetto triste, stanco, avvilito. Son graziose le ragazzine, non ancora

obbligate a coprirsi; occhi neri, visetto pieno, carnagione pallida,

boccuccie rotonde, mani e piedi piccini. Ma a vent'anni son già vizze, a

trenta, vecchie, a cinquanta, disfatte.

* * * * *

V'è a Tangeri un mostro, una di quelle creature su cui non si può

fissare lo sguardo, e che gettano per un momento anche nell'anima d'un

credente lo sgomento del dubbio. Si dice che è una donna; ma non sembra

nè donna nè uomo. È una testa d'urango, mulatta, coi capelli corti ed

irsuti, uno scheletro colla pelle, coperta di cenci neri, quasi sempre

distesa come un corpo morto nel mezzo della piazzetta, o seduta in un

angolo, immobile e muta come un'insensata, quando non la molestino i

ragazzi, ai quali si rivolta urlando o piangendo. Può aver quindici

anni, può averne trenta: la sua mostruosità nasconde l'età. Non ha

parenti, non ha casa, non si sa come si chiami nè donde venga. Passa la

notte accovacciata per le strade, in mezzo alle immondizie e ai cani.

Gran parte del giorno dorme; quando ha da mangiare, ride; quando ha

fame, piange; quando è sole, è un mucchio di polvere; quando piove, è un

ammasso di fango. Una notte, passandole accanto, uno di noi le mise

nelle mani una moneta d'argento ravvolta in un pezzo di carta, affinchè

la mattina avesse il piacere d'una sorpresa. La mattina la trovammo in

mezzo alla piazza che singhiozzava disperatamente, mostrando una mano

insanguinata: qualcuno, graffiandola, le aveva strappato la moneta. Tre

giorni dopo la incontrai, a cavallo a un asino, tutta in lagrime,

sostenuta da due soldati, seguita da una turba di ragazzi che le davan

la baia. Qualcuno mi disse che la portavano all'ospedale. Non la rividi

che ieri addormentata accanto al carcame d'un cane, più fortunato di

lei.

* * * * *

So finalmente chi sono questi uomini biondi dalla faccia di malaugurio,

che passandomi accanto per le strade appartate mi gettano uno sguardo in

cui pare che scintilli la tentazione dell'omicidio! Sono quei Rifani,

berberi di razza, che non hanno altra legge che il loro fucile, che non

riconoscono nè caid nè magistrato; i pirati audaci, i banditi

sanguinarii, i ribelli eterni che popolano le montagne della costa da

Tetuan alla frontiera algerina; che non riuscirono a domare nè i cannoni

dei vascelli europei nè gli eserciti del Sultano; gli abitanti, in fine,

di quel Rif famoso, dove nessun straniero può mettere piede che sotto la

salvaguardia dei santi e dei sceicchi; a cui si riferiscono ogni sorta

di leggende paurose; e i popoli vicini ne parlano vagamente come d'un

paese lontano e inaccessibile. Se ne vedono di frequente per Tangeri.

Son uomini alti e robusti; molti vestiti d'una cappa oscura, ornata di

nappine di vario colore; alcuni col viso segnato di rabeschi gialli;

tutti armati di fucili lunghissimi, di cui portano la guaina rossa

attorcigliata intorno alla fronte in forma di turbante; e vanno a

gruppi, parlando a voce bassa, col capo chino e gli occhi all'erta, come

drappelli di bravi che cerchino la vittima. E appetto a loro gli Arabi

più selvaggi mi paiono amici d'infanzia.

* * * * *

Marocco · 第 1 / 24 段