IV.

Quando la manovella dell’organino, occhieggiata da tutti, stava per

discendere il suo primo mezzo arco ad annunziare una nuova polca, sette

ballerini già ronzanti o appostati strategicamente si slanciarono

da sette parti per agguantare la _totina_ Elena; ma poi tutti si

ritrassero rispettosamente, vedendo che il cavaliere Alfredo si era

mosso per pigliarla lui.

Questo giovane artista e signore, che a trent’anni credeva ormai

di avere perso il sapore della vita e di avere già logorato nelle

sue fucine intellettuali tutti i mondi esistenti e possibili, ed

era tornato in quell’autunno a Villarbona, nauseato a morte della

istituzione femminina, delle donne spettacolo, delle corporature dense,

delle maturità frenetiche che beatificano o galvanizzano i sardanapali

cittadini, egli partito per quella polca provò una nuovissima ed

insperata vertigine sentendo palpitare ed aderire fra le sue braccia

il giunco della innocenza, lo stelo del fiore, il virgulto virgineo, la

cartilagine bambinesca....

Gli pareva di essere avviluppato con una inebbriante leggerezza in una

nuvola tutta pollini di rose e pollini di gigli, e di volare a strane

nozze con una farfalla angelica, che lo infarinasse della sua cipria

celestiale.

Nella prima sosta giuridica della polca, messosi in riga, trafelante,

discese dalle alture dei suoi rapimenti e s’accorse che aveva daccanto

quella graziosa bambina diventata feroce per la pura voluttà del moto

come il vento.

Ed egli, che pur aveva fatto le più audaci, severe, capitali corti dei

saloni, non sapeva che cosa dire a quel demonietto che gli balzava a

lato; si vergognava, malediceva di essere quello ch’egli era, avrebbe

voluto invece essere anche lui uno studentino, un quindicenne fattorino

di caffè, conoscere la loro lingua, sapere i bei motti che essi

adoperano per interessare quel genietto fisiologico della danza e forse

per farsene amare.

Intanto rimaneva nella contemplazione più _oca_, quando lo scosse un

colpicino di gomito. Era lei che con due occhi traforelli e con una

pugnalata di voce da ladroncello che proponga un assalto al ciliegio

altrui, gli disse: — rubiamo.

Egli non ebbe tempo di osservare che veramente alla sua età e alla

sua condizione.... non n’ebbe il tempo; perchè essa, rapinandolo a

braccetto, lo fece correre innanzi, calpestando i sacrosanti diritti di

dodici coppie aspettanti, e lo ricacciò nella polca; lo fece rivolare

più acremente di prima in un nembo tutto pollini di fiori e cipria

farfallina, e quasi lo ridusse a svenire facendogli sentire stretta in

braccio la leggerezza di un angelo.

Dopo quel giro, il cavaliere Alfredo condusse la sua ballerina nel

salotto del buffet, e come avesse perso la testa, domandò dello

sciampagna. Il garzone del servizio, non volendo dare a vedere che egli

non teneva dello sciampagna e che anzi non sapeva nemmeno che cosa

fosse, rispose: — Mi rincresce, signor cavaliere; se vuole, abbiamo

ancora degli agnellotti ed un arrosto freddo. Il.... lo.... quello che

ha detto lei, lo hanno già mangiato tutto. —

Il cavaliere sorridendo gli ordinò che gli desse in cambio della gazosa

o meglio una bottiglia di Canelli.

Bevuto il néttare monferrino, egli ed essa dissero contemporaneamente:

ho caldo; come dirà contemporaneamente per tutti i secoli ogni coppia

di ballerini, che abbia volontà di discorrere senza testimoni sopra un

balcone.

Andarono sul balcone; si strinsero le mani, dentro cui cominciarono a

confluire i fiotti accesi e tumultanti del sangue.

Egli si fece coraggio, e le domandò: — Elena, sono curioso; quanti anni

hai? Scusa veh! se ti do ancora del tu.

— Vorrei vedere, che non mi desse più del tu, a una cittona come me.

— Dunque, quanti anni?

— Ne ho già tredici.

— Appena tredici? Bambina! sei ancora giovine come l’aglio.... Io sì,

che sono già vecchio da ammazzare. Spaventati! ne ho già trenta.

— Oh, per un uomo non è mica niente....

— Taci tu, cittona, che ne hai tredici e non sarai ancora passata alla

prima Comunione. Sei ancora una povera innocente. Tredici anni! Che

bella età! Mi rallegro; (quindi con impeto): Ah! adesso capisco perchè

tutti ti possono baciare senza far peccato..... Ebbene fammelo anche a

me un bacio....

— No!

— Tanto lo sai, che non è peccato.

— Sì, che è peccato.

— Fammelo un po’....

— Mai più.

— E perchè non vuoi farmelo a me un bacio? Mi offendi. Perchè?

— Perchè.

— Perchè ti sembro vecchio come il cùculo!

— No! No! No! (come tre pistolettate; e poi con una scintilla

improvvisa, inesprimibile): Perchè lei è bello, e glielo farei

d’amore....

Dove è montata la sua testa? Essa sfacendosi gli diede a suggere un

lungo ed ardente bacio.

Scintillarono le volgari stelle che fanno sempre da candeliere sopra

tutti i balconi, in cui si becchino due tortore.

Alfredo si riscosse stremato da quel bacio; le serrò la fronte tra le

proprie mani, e spingendola indietro lei disse con suprema amarezza: —

Vai là, povera ragazzina! alla tua età, sei veramente degna di morire!

— Quindi la ricondusse nella sala da ballo e la restituì ai suoi

telegrafisti, e computisti, e studentini e fattorini. Egli, infilzato

il pastrano, lasciò la festa e siccome aveva un’anima ragionevole,

ragionò così:

Rovine · 第 65 / 82 题