Quando la manovella dell’organino, occhieggiata da tutti, stava per
discendere il suo primo mezzo arco ad annunziare una nuova polca, sette
ballerini già ronzanti o appostati strategicamente si slanciarono
da sette parti per agguantare la _totina_ Elena; ma poi tutti si
ritrassero rispettosamente, vedendo che il cavaliere Alfredo si era
mosso per pigliarla lui.
Questo giovane artista e signore, che a trent’anni credeva ormai
di avere perso il sapore della vita e di avere già logorato nelle
sue fucine intellettuali tutti i mondi esistenti e possibili, ed
era tornato in quell’autunno a Villarbona, nauseato a morte della
istituzione femminina, delle donne spettacolo, delle corporature dense,
delle maturità frenetiche che beatificano o galvanizzano i sardanapali
cittadini, egli partito per quella polca provò una nuovissima ed
insperata vertigine sentendo palpitare ed aderire fra le sue braccia
il giunco della innocenza, lo stelo del fiore, il virgulto virgineo, la
cartilagine bambinesca....
Gli pareva di essere avviluppato con una inebbriante leggerezza in una
nuvola tutta pollini di rose e pollini di gigli, e di volare a strane
nozze con una farfalla angelica, che lo infarinasse della sua cipria
celestiale.
Nella prima sosta giuridica della polca, messosi in riga, trafelante,
discese dalle alture dei suoi rapimenti e s’accorse che aveva daccanto
quella graziosa bambina diventata feroce per la pura voluttà del moto
come il vento.
Ed egli, che pur aveva fatto le più audaci, severe, capitali corti dei
saloni, non sapeva che cosa dire a quel demonietto che gli balzava a
lato; si vergognava, malediceva di essere quello ch’egli era, avrebbe
voluto invece essere anche lui uno studentino, un quindicenne fattorino
di caffè, conoscere la loro lingua, sapere i bei motti che essi
adoperano per interessare quel genietto fisiologico della danza e forse
per farsene amare.
Intanto rimaneva nella contemplazione più _oca_, quando lo scosse un
colpicino di gomito. Era lei che con due occhi traforelli e con una
pugnalata di voce da ladroncello che proponga un assalto al ciliegio
altrui, gli disse: — rubiamo.
Egli non ebbe tempo di osservare che veramente alla sua età e alla
sua condizione.... non n’ebbe il tempo; perchè essa, rapinandolo a
braccetto, lo fece correre innanzi, calpestando i sacrosanti diritti di
dodici coppie aspettanti, e lo ricacciò nella polca; lo fece rivolare
più acremente di prima in un nembo tutto pollini di fiori e cipria
farfallina, e quasi lo ridusse a svenire facendogli sentire stretta in
braccio la leggerezza di un angelo.
Dopo quel giro, il cavaliere Alfredo condusse la sua ballerina nel
salotto del buffet, e come avesse perso la testa, domandò dello
sciampagna. Il garzone del servizio, non volendo dare a vedere che egli
non teneva dello sciampagna e che anzi non sapeva nemmeno che cosa
fosse, rispose: — Mi rincresce, signor cavaliere; se vuole, abbiamo
ancora degli agnellotti ed un arrosto freddo. Il.... lo.... quello che
ha detto lei, lo hanno già mangiato tutto. —
Il cavaliere sorridendo gli ordinò che gli desse in cambio della gazosa
o meglio una bottiglia di Canelli.
Bevuto il néttare monferrino, egli ed essa dissero contemporaneamente:
ho caldo; come dirà contemporaneamente per tutti i secoli ogni coppia
di ballerini, che abbia volontà di discorrere senza testimoni sopra un
balcone.
Andarono sul balcone; si strinsero le mani, dentro cui cominciarono a
confluire i fiotti accesi e tumultanti del sangue.
Egli si fece coraggio, e le domandò: — Elena, sono curioso; quanti anni
hai? Scusa veh! se ti do ancora del tu.
— Vorrei vedere, che non mi desse più del tu, a una cittona come me.
— Dunque, quanti anni?
— Ne ho già tredici.
— Appena tredici? Bambina! sei ancora giovine come l’aglio.... Io sì,
che sono già vecchio da ammazzare. Spaventati! ne ho già trenta.
— Oh, per un uomo non è mica niente....
— Taci tu, cittona, che ne hai tredici e non sarai ancora passata alla
prima Comunione. Sei ancora una povera innocente. Tredici anni! Che
bella età! Mi rallegro; (quindi con impeto): Ah! adesso capisco perchè
tutti ti possono baciare senza far peccato..... Ebbene fammelo anche a
me un bacio....
— No!
— Tanto lo sai, che non è peccato.
— Sì, che è peccato.
— Fammelo un po’....
— Mai più.
— E perchè non vuoi farmelo a me un bacio? Mi offendi. Perchè?
— Perchè.
— Perchè ti sembro vecchio come il cùculo!
— No! No! No! (come tre pistolettate; e poi con una scintilla
improvvisa, inesprimibile): Perchè lei è bello, e glielo farei
d’amore....
Dove è montata la sua testa? Essa sfacendosi gli diede a suggere un
lungo ed ardente bacio.
Scintillarono le volgari stelle che fanno sempre da candeliere sopra
tutti i balconi, in cui si becchino due tortore.
Alfredo si riscosse stremato da quel bacio; le serrò la fronte tra le
proprie mani, e spingendola indietro lei disse con suprema amarezza: —
Vai là, povera ragazzina! alla tua età, sei veramente degna di morire!
— Quindi la ricondusse nella sala da ballo e la restituì ai suoi
telegrafisti, e computisti, e studentini e fattorini. Egli, infilzato
il pastrano, lasciò la festa e siccome aveva un’anima ragionevole,
ragionò così: