La piccola Elena fu presto condotta ai balli dalla mamma, adoratrice
delle cene; ma benchè questa la profferisse a tutti in corrispettivo
della sua pensione di riposo, pochi volevano prenderla a danzare,
perchè tuttavia rigida; e dicevano: Noi altri non vogliamo saperne di
questa roba cruda.
Finalmente il commissario delle contribuzioni dirette, un vecchio
peccatore, un satiro sboccato, per cui tutte le ballerine erano sempre
anticipatamente impegnate con altri, la fece saltare per un intiero
ballo; e il giorno dopo, palesò in piazza la sua scoperta che l’Elena
s’era snodata benissimo, e che oramai era un fior di corpicino.
La scoperta divulgata fu trovata giusta: e d’allora in poi nei balli
l’angioletto della scuola e della cresima andava a ruba.
Quei balli erano veglioni del contado, dove ad ogni piè sospinto si
doveva scansare il mento precipite di un ubbriaco, si ingozzavano
mattoni in polvere, ed in ogni canto si stiaffava uno schiamazzo, uno
sghignazzo, o una piattonata nella schiena.
Un giorno saltò il ticchio di parteciparvi al cavaliere Alfredo, il
giovane feudatario della villeggiatura autunnale, un artista che coi
suoi dipinti pieni di realtà pensosa contribuì a rendere illustre la
pittura piemontese in Italia, e a far conoscere l’arte italiana dei
nostri giorni a Parigi.
Era un volto d’un pallore bruno, fatto vieppiù risaltare dall’orlo
di una barba castana, dentro cui spiccava eziandio la bianchezza
smaltata dei denti. Come tutti i giovani artisti rosi dal _realismo
psicologico_, egli si sentiva rinvecchignito: tanto che ad alcuni
terrazzani, i quali gli avevano annunziato con intenzione deputatesca
la sua _età politica_, egli aveva risposto: Brava gente, voi vi siete
accorti che io ho trenta anni; granchè! io v’assicuro che sento di
averne perlomeno trecento: lasciatemi in pace, che sono più vecchio del
_dixit_.
Adunque egli si presentò ad uno di quei veglioni; e si presentò in
cravatta rossa e giacchettina di velluto, con un’acconciatura così
spigliata e con una potatura così divinata alla misura altrui, che
egli, il cavaliere, l’artista di grido, il promesso deputato, in mezzo
a quei rumorosi e vittoriosi telegrafisti, scrivani di cancelleria,
studentini, soldati in permesso, fattorini di caffè venuti da Torino a
spaccarla in paese da marchesini, — trippaj, i fabbro-ferrai e simili,
quasi non istonava punto.
Egli osservò tosto, come in quella _Società_ non imperava niun
regolamento di pubblica sicurezza in favore del buon costume: ma per lo
contrario si custodiva gelosamente e ferocemente l’ordine delle danze.
Contro allo sventurato ballerino che avesse osato tentare un giro o un
passo di più del suo buon diritto, si annidava negli occhi di tutti gli
altri la minaccia di uno sgrugnone, fors’anche di una coltellata.
Però per unica eccezione a quelle misure draconiane, una ballerina
salterellava qua e là, eslege, come una cavalletta: trascinava essa
stessa per un braccio il compagno al rubarizio; nella sala delle
danze si vedeva sempre la sua testolina splendere come una gemma su
qualche spalla di _frac_ o di cacciatora. Sembrava la scorribanda di un
gelsomino, di una stella bianca.
Era mancomale Elena Floresin.
Tutti se la disputavano, se la strappavano di mano, e coloro che non
riuscivano ad ottenere da lei un intiero _ballabile_, si mettevano al
varco, per mendicare ed ottenere in prestanza dal fortunato possessore
un giro o un mezzo giro con lei.
Essa volava fervente e felicissima con gli uni e con gli altri; a
quando a quando in riga o in danza si vedeva scrollare in fretta la
gemmea testa ed era per iscuotere un bacio che le si era avventato come
un calabrone.