III.

La piccola Elena fu presto condotta ai balli dalla mamma, adoratrice

delle cene; ma benchè questa la profferisse a tutti in corrispettivo

della sua pensione di riposo, pochi volevano prenderla a danzare,

perchè tuttavia rigida; e dicevano: Noi altri non vogliamo saperne di

questa roba cruda.

Finalmente il commissario delle contribuzioni dirette, un vecchio

peccatore, un satiro sboccato, per cui tutte le ballerine erano sempre

anticipatamente impegnate con altri, la fece saltare per un intiero

ballo; e il giorno dopo, palesò in piazza la sua scoperta che l’Elena

s’era snodata benissimo, e che oramai era un fior di corpicino.

La scoperta divulgata fu trovata giusta: e d’allora in poi nei balli

l’angioletto della scuola e della cresima andava a ruba.

Quei balli erano veglioni del contado, dove ad ogni piè sospinto si

doveva scansare il mento precipite di un ubbriaco, si ingozzavano

mattoni in polvere, ed in ogni canto si stiaffava uno schiamazzo, uno

sghignazzo, o una piattonata nella schiena.

Un giorno saltò il ticchio di parteciparvi al cavaliere Alfredo, il

giovane feudatario della villeggiatura autunnale, un artista che coi

suoi dipinti pieni di realtà pensosa contribuì a rendere illustre la

pittura piemontese in Italia, e a far conoscere l’arte italiana dei

nostri giorni a Parigi.

Era un volto d’un pallore bruno, fatto vieppiù risaltare dall’orlo

di una barba castana, dentro cui spiccava eziandio la bianchezza

smaltata dei denti. Come tutti i giovani artisti rosi dal _realismo

psicologico_, egli si sentiva rinvecchignito: tanto che ad alcuni

terrazzani, i quali gli avevano annunziato con intenzione deputatesca

la sua _età politica_, egli aveva risposto: Brava gente, voi vi siete

accorti che io ho trenta anni; granchè! io v’assicuro che sento di

averne perlomeno trecento: lasciatemi in pace, che sono più vecchio del

_dixit_.

Adunque egli si presentò ad uno di quei veglioni; e si presentò in

cravatta rossa e giacchettina di velluto, con un’acconciatura così

spigliata e con una potatura così divinata alla misura altrui, che

egli, il cavaliere, l’artista di grido, il promesso deputato, in mezzo

a quei rumorosi e vittoriosi telegrafisti, scrivani di cancelleria,

studentini, soldati in permesso, fattorini di caffè venuti da Torino a

spaccarla in paese da marchesini, — trippaj, i fabbro-ferrai e simili,

quasi non istonava punto.

Egli osservò tosto, come in quella _Società_ non imperava niun

regolamento di pubblica sicurezza in favore del buon costume: ma per lo

contrario si custodiva gelosamente e ferocemente l’ordine delle danze.

Contro allo sventurato ballerino che avesse osato tentare un giro o un

passo di più del suo buon diritto, si annidava negli occhi di tutti gli

altri la minaccia di uno sgrugnone, fors’anche di una coltellata.

Però per unica eccezione a quelle misure draconiane, una ballerina

salterellava qua e là, eslege, come una cavalletta: trascinava essa

stessa per un braccio il compagno al rubarizio; nella sala delle

danze si vedeva sempre la sua testolina splendere come una gemma su

qualche spalla di _frac_ o di cacciatora. Sembrava la scorribanda di un

gelsomino, di una stella bianca.

Era mancomale Elena Floresin.

Tutti se la disputavano, se la strappavano di mano, e coloro che non

riuscivano ad ottenere da lei un intiero _ballabile_, si mettevano al

varco, per mendicare ed ottenere in prestanza dal fortunato possessore

un giro o un mezzo giro con lei.

Essa volava fervente e felicissima con gli uni e con gli altri; a

quando a quando in riga o in danza si vedeva scrollare in fretta la

gemmea testa ed era per iscuotere un bacio che le si era avventato come

un calabrone.

Rovine · 第 64 / 82 题