Venne l’Arcivescovo a dare la Cresima a Villarbona, il vecchio e Santo
Arcivescovo, Senatore del Regno, cugino del Re, — veemente come un
apostolo, fiero come un templario, spargitore di carità come un pazzo
ed umile come il Calasanzio, un uomo veramente grande nel suo posto,
— al quale, quando morì, vero miracolo in questi tempi paterini, tutti
gli ordini di una città liberale decretarono una statua.
Monsignore venne ricevuto dal sindaco, dai mortaletti, da sette archi
trionfali, dal clero e popolo, da tutta la ragazzaglia in camice bianco
e corona di fiori in testa. Egli si avanzava traballando con le ali
larghe e benedicendo a mille cuori asserragliati, che picchiavano per
lui di sacro entusiasmo.
Il parroco gli diede un pranzo monumentale, a cui collaborarono tutte
le cuoche e tutti i guatteri della Vicaria, un pranzo preparato coi
fondi di tre anni messi da parte per _quella tempesta_.
Dopo il pranzo si prese il caffè all’ombra nera del _nocciolajo_.
Sedevano pontificati ai lati dell’arcivescovo la trinata e
nastrata vecchia marchesa, madrina della cresima, e il grigio conte
ex-colonnello, padrino.
Attorno, ritti, una cornice di preti, che annuivano e applaudivano
ridendo riverentemente ad ogni parola dell’arcivescovo, ed inchinandosi
come pertiche rotte.
A un tratto, si sentì uno squittío di fanciulli domato da scappellotti.
Monsignore si alzò impetuoso, facendo lesti e ripetuti cenni ai
suoi seguaci, perchè s’arrestassero, e si avviò balenando verso il
vice-parroco, che rintuzzava la ragazzaglia rampichina, che a momenti
scavalcava il muricciuolo.
— _Sinite! parvulos venire ad me!_ — egli tonò giocondamente al
vice-parroco, e fece atto di voler aprire egli stesso il rastrello.
In un subito il giardino del parroco fu invaso e riempito da tutta
la bambineria e monelleria della Villa. E il canonico penitenziere
spiegando la cosa alla marchesa, al conte e ai preti del paese: — è
come un fanciullo, loro disse, è come un fanciullo.
Infatti quei bambini indovinarono tosto che era una anima loro
affine quell’immagine alta da Sant’Agostino e da San Grato, quel naso
tabaccoso, quella grossa croce d’oro splendente su quel largo petto
violaceo, quel grand’uomo dello Stato, cui il Re venerava.
E si misero subito a scherzargli intorno fiduciosamente, come fosse
sempre stato loro compagno.
Ed egli, l’alto arcivescovo, già beatificato dal cuore di quanti lo
conoscevano, in mezzo a quei conigli, che gli si rizzavano dattorno ai
piedi, esultava, folleggiava dal contento.
A un tratto fece una faccia da rinoceronte, e disse con voce cupa:
— Bambini! io sono cattivo, sapete.
— Non è vero, non è vero! strillarono i bambini....
— Sono cattivo; — egli, fingendo di non sentirli, riprese con voce
vieppiù cavernosa: — e sono venuto qui per ispiumarvi.... Ne avete dei
soldi?...
— Non ne abbiamo, non ne abbiamo; — guairono i bambini...
— Allora, egli continuò con voce sempre più truce: andrete dalle vostre
madri, e direte loro che vi diano un soldo per ciascheduno. Quindi li
porterete a me, che ne ho bisogno per far indorare il mio campanile....
Avete capito?... li porterete a me... che avrò un bossolo in mano...
Voi altri metterete il vostro soldo dentro il mio bossolo. Ed io farò
indorare il campanile coi vostri soldi (e faceva l’atto di chi fa
entrare una moneta in un salvadenari). Vediamo un po’, se mi avete
compreso: che cosa direte a vostra mamma, quando le domanderete un
soldo, ed a chi lo darete quel soldo, quando me lo porterete a me, e lo
metterete così, dentro il mio bossolo?
I bambini tacevano curiosi, birichinescamente titubanti, e i loro volti
splendevano come specchietti. In mezzo a quella luce si levò una voce
limpida:
— Monsignore, quando andrò a casa.... dirò a mia mamma, che mi dia un
soldo.
— Bene.... E quando te lo avrà dato....
— Quando me lo avrà dato....
— Ebbene, rantolò l’arcivescovo, con viso sempre più rinchiuso,
ripetendo l’atto di una mano che lasci cascare un soldo in un
bossolo... — Ebbene.... quando te lo avrà dato....
— Andrò a comperarmi delle castagne per me; — rispose quella voce
limpida con una smorfietta da piccolo e gentile magnano.
L’arcivescovo, ingrondato come un mago, si recò le due palme delle
mani alla bocca, per farne imbuto e oricalco, e suonò: — Hai capito un
corno....
Quindi non ne potè più: cacciò via apertamente, luminosamente la
burletta. Si levò in braccio la fanciulla, che gli aveva risposto
così, le stampò due bacioni sulla fronte; e poi calatala in terra, la
benedisse quella bella e cara impertinente.
Era la piccola Elena Floresin.
Allora, chiamato il canonico limosiniere, egli si fece portare un
sacchetto di soldi spiccioli, e si diede a distribuirli, e sparnazzarli
fra quei bambini, con una furia e con un godimento coriandoleschi. A
molti ne toccarono due, tre, quattro, a certuni persino cinque soldi.
A tutti diceva: andate a comperarvi delle castagne, e andate dalle
fruttajuole più vecchie e più povere.
Ciò fatto, egli si ritrasse nella sua camera, fatta imbiancare e
tappezzare apposta per la sua venuta. Quivi s’inginocchiò, e si mise
a piangere e a pregare. Il suo torace largo, che pareva una corazza da
templario, sussultava come il petto di un bambino: e gli scappò detto
al guercio, suo cameriere fidato, soprannominato la spia del vescovo:
— Augusto!... Se mi riesce, voglio fare tutto il possibile per andare
in paradiso, per trovarmi sempre con quella innocente bambinaglia, e
quella là voglio tenermela sempre sulle mie ginocchia, quella santa
monella! Hai visto, Augusto?... Sembra che le spuntino già le ali per
volare in su.... Va via, non ho bisogno di nulla. Lasciami pregare....
Augusto.... —