XLIV.

Ma oramai poco tenacemente egli poteva pensare. Il suo cervello già

così gagliardo, così prepotente e fino all’estremo motteggiatore del

cielo e della ferra, sotto la calca delle disgrazie si era oramai

rammollito come il cervelluzzo di una villanella cretina, che nelle

sue estasi vede apparire la Madonna sopra il ciliegio del giardino del

prevosto.

Quindi spesso lo riassalivano entusiami infantili di moralità,

impeti collegiali di sacrifizio patriottico, di martirio religioso,

e di intolleranza ingenua, come se fosse stato ammesso appena ai

palpiti della prima comunione. Allora rabbrividiva nel vedere due

giovani persone di sesso diverso, sebbene fossero stati sposi, che

passeggiassero insieme a braccetto. Allora dentro la sua rigidezza

allobroga facendo un morboso intruglio delle ultime idee bollitegli in

testa e dell’ultimo _comunicato_ letto sui giornali, desiderava e si

figurava pazzamente di riuscire un mistico eucalipto, che producesse

nella Città maggior bene di quello aspettato dal vero eucalipto nella

campagna romana; cioè prosciugasse ad ogni minuto nella imporrita razza

prelatizia l’umido per dieci tanti del volume del proprio corpo.

Ma quelle fantasie gli svanivano, ed egli si trovava tosto, come

trasportato di punto in bianco nella più assaettata, affamata e

desolata realtà.

Un giorno, spinto sconsideratamente da una ghiottoneria elaborata dal

digiuno, e dimentico di ciò che era in quel tempo, cioè un mendico,

e fidente forse di essere tuttavia il giovane elegante e ricco di una

volta, entrò senza avvedersene nella trattoria di Spilmann.

Rimase subito spaventato a quell’atmosfera calda, a quegli atomi

impregnati di squisita cucina, a quell’acciottolío di porcellana, a

quel tintinnío di posate d’argento, a quel nero luccicore dei cappelli

a cilindro, a quei bianchi sparati di camicia dei _pajni_ e dei

diplomatici. Egli, che quattro mesi prima scrivendo a sua madre si era

confessato ancora superbo come Lucifero, egli tremolò di paura davanti

al bel cameriere, che compariva al suo cospetto.

Aveva tratto istintivamente di tasca un pane per accompagnare una

scodella di trippe, che voleva domandare; invece rispose al cameriere:

— Scusi... mi sono sbagliato di portina. —

Il cameriere con un inchino gli aprì la portiera; ed egli appena

toccò le lastre della via, si trovò libero e contento, come se fosse

uscito di prigione; e disse seco stesso con una bonarietà religiosa e

rispettosa da vecchio organista del villaggio: — Che bravo signorino è

quello là! Come mi ha trattato gentilmente!

Quella sera però non potè tenersi dall’entrare in una osteria e

consumarvi voracemente due lire.

— Domani faremo economia; — egli disse a Fido, e fece un’atroce

economia. Comperò soltanto due soldi di pane per totale nutrimento di

ambidue, ed abolì la candela di sevo, che soleva piantare dentro il

collo della bottiglia nera, borbottando: — Fido, dobbiamo d’ora innanzi

coricarci al bujo. —

Intanto fra la solitudine e l’inedia gli si rammolliva sempre più il

cervello; e, oltre al cane, lo accompagnava sempre un’apparizione, che

navigava come una luna nella nebulosa della sua testa.

Di lì a quattro giorni egli non potè rattenersi dall’entrare nella

trattoria della Rosetta, dove comandò una costoletta alla milanese. Gli

piacevano tanto siffatte costolette ed era da tanto tempo, che non ne

aveva più assaggiate!

Pure, essa gli apparve come un delitto di gola, quando se la vide

dinanzi. Credette di divorarla... Folle! Non era più capace nemmanco di

mandarla giù tutta.

— Fido, ne vuoi?

Fido gli fece cenno di no.

— Come sono debole!...

Venne il cameriere a domandargli: — Comanda altro?

Egli fu vergognoso di avere comandato soltanto una costoletta in quel

luogo, e domandò ancora una minestra di cappelletti al brodo, una

crostata di visciola, un mandarino e un pezzo di formaggio lodigiano

con mezzo litro di vino bianco asciutto. Egli rintuzzava il rimorso che

lo ingombrava per quel rialto così lussurioso, dicendo seco stesso e a

Fido: Eppure, anche io ho diritto di vivere! non è vero?

Si sforzò a spilluzzicare più che poteva, ma non riuscì ad ingollare

gran cosa.

Richiese il conto, e senti che faceva 4 lire e 25 centesimi. Ne rimase

costernato e fu lì lì per piangere. Gli parve di udire sua madre,

che gli dicesse con ragione: Ah! tu che hai gettato i denari dalla

finestra, oh! se tu li avessi adesso quei denari là! come ti farebbero

buon pro’!

Guardò nel portabiglietti; non c’era tutto il bisognevole; ma

razzolando i soldi e i soldoni nel taschino del panciotto potè fare

le 4 lire e i 25 centesimi, a cui aggiunse altri 5 centesimi per la

mancia, restandogli ancora 3 soldi per il vitto del giorno successivo.

Egli, uscendo dalla trattoria, si malediceva da sè stesso: — Sono

proprio sempre stato uno spensierato; ma tu, Fido, dovevi correggermi,

non dovevi lasciarmi entrare, dovevi mordermi! —

Ritornando a casa, egli guardava amoreggiando le finestre degli

ospedali.

Il giorno dopo, portò un ludibrio di fagotto al Monte di Pietà,

ritraendone pochi centesimi.

Passati tre altri giorni, non aveva più un soldo in tasca per il

pane quotidiano. Voleva domandare qualche cosa al Capo Ufficio, ma

quel giorno questi era di cattivo umore inaccessibile. Il rigiro dei

cavurrini restituiti e poi ridomandati egli lo aveva già fatto.

Dopo avere titubato per tutta la giornata, una lunga giornata della

proverbiale lunghezza, che dà l’angoscia dell’esser senza pane,

finalmente, prima d’uscire dall’Ufficio, abbordò un suo collega:

— Scusi, ho dimenticato a casa il portabiglietti.... Vorrebbe favorirmi

per pochi giorni cinque o sei lire?

— Mi rincresce! non ne ho; — gli rispose l’altro asciuttamente.

E Pinotto imperterrito: — Allora favorisca prestarmi un soldo, per

comperare la _Capitale_ da basso.

— Prenda! — e il collega glielo diede con la mala grazia di un Istituto

Bancario verso un patriota illustre ma non solvente. Certamente pensò:

Ah sì! comprerà la _Capitale_ per involgervi dentro l’ultima camicia,

che ha indosso e portarla al Pietoso Monte!

Ma Pinotto trionfava; lo aveva il soldo: il suo cuore gli batteva

forte: — Ah! è giusto il proverbio, che non si muore di fame.

Andò a comperare un pane, e si sentì la forza di aspettare ancora

qualche ora prima di addentarlo. Passeggiò. Nel cielo stagnavano nubi

sanguigne. Egli guardava in su: vedeva la sua solita apparizione, una

Madonna. Era sua madre.

— Viene, viene! — borbottava fra sè.

Il cane non poteva farsi guardare da lui, per quanto vi si adoperasse;

gli correva fra le gambe come una fiondata a rischio di stramazzarlo,

gli addentava le falde dell’abito e le tibie, gli era sempre tra i

piedi, ma tutto inutilmente.

Pinotto guardava sempre in su.

Finalmente egli risolvette di tornare a casa.

Il sole tramontava sinistramente. Rientrato nella sua piccionaja,

egli fu offeso da un giallore di pessimo augurio, che vagolava sul

pavimento, sulle colonne sverniciate del letto e sull’attaccapanni

tarlato, ed entrava persino a illuminare il vuoto completo dell’armadio

aperto: senza una ciabatta! Se avesse potuto, egli lo avrebbe smorzato

quel giallore!

Rovine · 第 51 / 82 题