Ma oramai poco tenacemente egli poteva pensare. Il suo cervello già
così gagliardo, così prepotente e fino all’estremo motteggiatore del
cielo e della ferra, sotto la calca delle disgrazie si era oramai
rammollito come il cervelluzzo di una villanella cretina, che nelle
sue estasi vede apparire la Madonna sopra il ciliegio del giardino del
prevosto.
Quindi spesso lo riassalivano entusiami infantili di moralità,
impeti collegiali di sacrifizio patriottico, di martirio religioso,
e di intolleranza ingenua, come se fosse stato ammesso appena ai
palpiti della prima comunione. Allora rabbrividiva nel vedere due
giovani persone di sesso diverso, sebbene fossero stati sposi, che
passeggiassero insieme a braccetto. Allora dentro la sua rigidezza
allobroga facendo un morboso intruglio delle ultime idee bollitegli in
testa e dell’ultimo _comunicato_ letto sui giornali, desiderava e si
figurava pazzamente di riuscire un mistico eucalipto, che producesse
nella Città maggior bene di quello aspettato dal vero eucalipto nella
campagna romana; cioè prosciugasse ad ogni minuto nella imporrita razza
prelatizia l’umido per dieci tanti del volume del proprio corpo.
Ma quelle fantasie gli svanivano, ed egli si trovava tosto, come
trasportato di punto in bianco nella più assaettata, affamata e
desolata realtà.
Un giorno, spinto sconsideratamente da una ghiottoneria elaborata dal
digiuno, e dimentico di ciò che era in quel tempo, cioè un mendico,
e fidente forse di essere tuttavia il giovane elegante e ricco di una
volta, entrò senza avvedersene nella trattoria di Spilmann.
Rimase subito spaventato a quell’atmosfera calda, a quegli atomi
impregnati di squisita cucina, a quell’acciottolío di porcellana, a
quel tintinnío di posate d’argento, a quel nero luccicore dei cappelli
a cilindro, a quei bianchi sparati di camicia dei _pajni_ e dei
diplomatici. Egli, che quattro mesi prima scrivendo a sua madre si era
confessato ancora superbo come Lucifero, egli tremolò di paura davanti
al bel cameriere, che compariva al suo cospetto.
Aveva tratto istintivamente di tasca un pane per accompagnare una
scodella di trippe, che voleva domandare; invece rispose al cameriere:
— Scusi... mi sono sbagliato di portina. —
Il cameriere con un inchino gli aprì la portiera; ed egli appena
toccò le lastre della via, si trovò libero e contento, come se fosse
uscito di prigione; e disse seco stesso con una bonarietà religiosa e
rispettosa da vecchio organista del villaggio: — Che bravo signorino è
quello là! Come mi ha trattato gentilmente!
Quella sera però non potè tenersi dall’entrare in una osteria e
consumarvi voracemente due lire.
— Domani faremo economia; — egli disse a Fido, e fece un’atroce
economia. Comperò soltanto due soldi di pane per totale nutrimento di
ambidue, ed abolì la candela di sevo, che soleva piantare dentro il
collo della bottiglia nera, borbottando: — Fido, dobbiamo d’ora innanzi
coricarci al bujo. —
Intanto fra la solitudine e l’inedia gli si rammolliva sempre più il
cervello; e, oltre al cane, lo accompagnava sempre un’apparizione, che
navigava come una luna nella nebulosa della sua testa.
Di lì a quattro giorni egli non potè rattenersi dall’entrare nella
trattoria della Rosetta, dove comandò una costoletta alla milanese. Gli
piacevano tanto siffatte costolette ed era da tanto tempo, che non ne
aveva più assaggiate!
Pure, essa gli apparve come un delitto di gola, quando se la vide
dinanzi. Credette di divorarla... Folle! Non era più capace nemmanco di
mandarla giù tutta.
— Fido, ne vuoi?
Fido gli fece cenno di no.
— Come sono debole!...
Venne il cameriere a domandargli: — Comanda altro?
Egli fu vergognoso di avere comandato soltanto una costoletta in quel
luogo, e domandò ancora una minestra di cappelletti al brodo, una
crostata di visciola, un mandarino e un pezzo di formaggio lodigiano
con mezzo litro di vino bianco asciutto. Egli rintuzzava il rimorso che
lo ingombrava per quel rialto così lussurioso, dicendo seco stesso e a
Fido: Eppure, anche io ho diritto di vivere! non è vero?
Si sforzò a spilluzzicare più che poteva, ma non riuscì ad ingollare
gran cosa.
Richiese il conto, e senti che faceva 4 lire e 25 centesimi. Ne rimase
costernato e fu lì lì per piangere. Gli parve di udire sua madre,
che gli dicesse con ragione: Ah! tu che hai gettato i denari dalla
finestra, oh! se tu li avessi adesso quei denari là! come ti farebbero
buon pro’!
Guardò nel portabiglietti; non c’era tutto il bisognevole; ma
razzolando i soldi e i soldoni nel taschino del panciotto potè fare
le 4 lire e i 25 centesimi, a cui aggiunse altri 5 centesimi per la
mancia, restandogli ancora 3 soldi per il vitto del giorno successivo.
Egli, uscendo dalla trattoria, si malediceva da sè stesso: — Sono
proprio sempre stato uno spensierato; ma tu, Fido, dovevi correggermi,
non dovevi lasciarmi entrare, dovevi mordermi! —
Ritornando a casa, egli guardava amoreggiando le finestre degli
ospedali.
Il giorno dopo, portò un ludibrio di fagotto al Monte di Pietà,
ritraendone pochi centesimi.
Passati tre altri giorni, non aveva più un soldo in tasca per il
pane quotidiano. Voleva domandare qualche cosa al Capo Ufficio, ma
quel giorno questi era di cattivo umore inaccessibile. Il rigiro dei
cavurrini restituiti e poi ridomandati egli lo aveva già fatto.
Dopo avere titubato per tutta la giornata, una lunga giornata della
proverbiale lunghezza, che dà l’angoscia dell’esser senza pane,
finalmente, prima d’uscire dall’Ufficio, abbordò un suo collega:
— Scusi, ho dimenticato a casa il portabiglietti.... Vorrebbe favorirmi
per pochi giorni cinque o sei lire?
— Mi rincresce! non ne ho; — gli rispose l’altro asciuttamente.
E Pinotto imperterrito: — Allora favorisca prestarmi un soldo, per
comperare la _Capitale_ da basso.
— Prenda! — e il collega glielo diede con la mala grazia di un Istituto
Bancario verso un patriota illustre ma non solvente. Certamente pensò:
Ah sì! comprerà la _Capitale_ per involgervi dentro l’ultima camicia,
che ha indosso e portarla al Pietoso Monte!
Ma Pinotto trionfava; lo aveva il soldo: il suo cuore gli batteva
forte: — Ah! è giusto il proverbio, che non si muore di fame.
Andò a comperare un pane, e si sentì la forza di aspettare ancora
qualche ora prima di addentarlo. Passeggiò. Nel cielo stagnavano nubi
sanguigne. Egli guardava in su: vedeva la sua solita apparizione, una
Madonna. Era sua madre.
— Viene, viene! — borbottava fra sè.
Il cane non poteva farsi guardare da lui, per quanto vi si adoperasse;
gli correva fra le gambe come una fiondata a rischio di stramazzarlo,
gli addentava le falde dell’abito e le tibie, gli era sempre tra i
piedi, ma tutto inutilmente.
Pinotto guardava sempre in su.
Finalmente egli risolvette di tornare a casa.
Il sole tramontava sinistramente. Rientrato nella sua piccionaja,
egli fu offeso da un giallore di pessimo augurio, che vagolava sul
pavimento, sulle colonne sverniciate del letto e sull’attaccapanni
tarlato, ed entrava persino a illuminare il vuoto completo dell’armadio
aperto: senza una ciabatta! Se avesse potuto, egli lo avrebbe smorzato
quel giallore!