Chi finiva poi per consolarlo completamente era sempre Fido. Con
lo sfregacciolare il proprio muso e le tempia contro gli stinchi di
lui, col fargli sentire sulle mani l’incrinatura dei suoi baffi, col
rizzarsi sulle gambe posteriori a far la manovra dell’orso e della
scimmia o gli esercizi del soldato, e con lo stare attento per pigliare
al volo ogni battito delle palpebre di lui; col pedinarlo da per tutto,
esso gli diceva continuamente: — Pinotto, tu non sei solo; tu hai in me
un fedele amico, servitore e protettore. —
E Pinotto ciò ben intendeva, ed amava veracemente quel cane; lo
amava e lo trovava bello nelle sue mattie e nella sua gravità;
— quando si riversava poco decentemente per terra e quando si
acciambellava pulitamente sopra una seggiola, tutta riempiendola; —
quando incedeva glorioso con un osso in bocca e quando camminava a
randa dei suoi piedi, il muso dimesso e la coda in mezzo alle gambe;
— quando ringhiava contra qualche canucciaccio maleducato, che gli
si avvicinava, e quando fremitava, scalpitava e brillava di luce
amorosa rizzando le orecchie in piegature metalliche davanti a qualche
leggiadra e indulgente cagnolina; — quando si discostava quasi per
fargli la celia di tradirlo e poi ritornava a lui fragorosamente, quasi
per portargli la buona novella, — e quando, da lui minacciato di esser
chiuso in casa, protestava graffiando, zufolando, mugulando e sputava
via persino i grummoli di zucchero, con cui si cercava di abbonirlo.
Pinotto lo amava Fido, lo amava appassionatamente e liricamente.
Allorchè egli pensava a Glafir, origine della sua prima maledizione
materna, e guardava Fido, di cui si sentiva ogni giorno più innamorato;
— Ah! la vita — diceva — è proprio piena di compensazioni! Sì, Fido, tu
cane, mio unico consorte, sei pure il mio riparatore. —