Quando si trovavano al Pincio, Pinotto faceva a Fido la spiegazione dei
busti degli uomini illustri.
— Vedi, cane! questo qui è Brofferio. Dovrebbero ristampare in una
collezione le sue arringhe forensi e i suoi discorsi parlamentari.
Così, studiandoli, i nostri giovani imparerebbero a discorrere con
chiarezza e con fuoco, e non farebbero il brodo lungo, torbido e
scipito, che fanno gli avvocati e i deputati adesso.
— Questo qui, cane, è il busto di un minchione. — Così dicendo, per una
recrudescenza del suo spirito beffardo, egli schiaffeggiava leggermente
ma vistosamente le guance marmoree di quel grand’uomo, giudicato tale
dal municipio, e da lui battezzato per un famoso minchione.
Alcune volte seduto sopra una panca pubblica, godendo le largizioni
del _padre dei poveri_, come questi chiamano il sole, egli sentiva
l’ultima felicità terrena, quella degli ammalati e degli accattoni, che
a poco a poco si addomesticano alle loro piaghe, ai loro parassiti, al
loro sucidume o al loro fetore, e finiscono per trovarvi una specie di
gustosa occupazione di questa inesorabile vita, che è data a consumare
agli uomini.
Ma certe altre volte, egli vedendo passare una carrozza, di cui il
cocchiere davanti e il lacchè di dietro avevano l’alito affocato
di salute e la pelle rossa come marrocchino, o vedendo dalla via
traverso i vetri di un caffè una lunga tavola apparecchiata con quei
filari di salviette bianche come oche e trascorrere un pettinatissimo
fattorino, recando, con elegante agilità acrobatica, in palma di mano
una larga guantiera, oppure leggendo in un giornale qualche bestialità
straordinaria detta da un deputato o da un ministro, egli sentiva
sprazzare via da sè velocissime tutte le acquiescenze e le pretese
beatitudini dei poveri diavoli rifiniti come lui; egli risentiva allora
nuove smanie e più acute di voler mangiar bene, vestir meglio, dormire
ottimamente ed entrare cogli speroni nel Parlamento, nei giornali e nei
ministeri, dare una presa di ciuchi a quei signori ed insegnar loro col
frustino, come si fa e come si parla. Allora si sarebbe arrotato contro
alle muraglie per torsi la ruggine dalla pelle; avrebbe mangiato il
bottino di Fido vettovagliato nella sua stanzetta; allora si mordeva i
pugni, scalpitava.
In uno di tali _ricorsi storici_, egli ebbe una vera ripresa di
esplodente lepidezza, passando davanti a Montecitorio.
— Ah! se fossi mai ricco! — egli borbottò nella sua mente, rivolgendosi
al cane: — Ah, se fossi mai ricco come il fu duca di Galliera, come
Torlonia, come Telfener! Oh! non vorrei mica perder tempo nè aspettare
che si introducesse qualche suffragio universale o scrutinio di
lista a sciuparmi la propizia occasione. Vorrei tosto presentarmi
candidato nelle prossime elezioni generali al suffragio ristretto
di tutti i 508 collegi uninominali del Regno, e farmi nominare
deputato proprio da tutti i cinquecento e otto, niuno eccettuato....
Ah! Ah!... (E così pensando, Pinotto gioiva febbrilmente:) Farei,
sarei io solo, almeno per le prime sedute.... tutto Montecitorio, io
solo.....; compilerei da me solo la risposta della Camera al discorso
della Corona, mi verificherei da me stesso i poteri; mi nominerei
presidente, vice-presidente, segretario, sotto-segretario, questore e
bibliotecario; muoverei interpellanze e presenterei ordini del giorno;
solleverei io solo, come un burattinajo nella baracca dei burattini, le
più tempestose discussioni....
Dopo avere urlato sul mio seggio di rappresentante universale del
popolo, salterei sul seggiolone del Presidente, e griderei a me stesso:
facciano silenzio, onorevoli colleghi!... Scampanellerei, come per
l’arrivo di un piroscafo; e nei casi estremi, afferrato il cappello,
me lo calcherei sulla testa, per sedare il tumulto di me medesimo;
avrei per me solo gli sguardi delle bellezze brevettate della tribuna
diplomatica e di quelle della Presidenza, le sonnolenze della tribuna
dei senatori, le attenzioni delle altre tribune pubbliche o riservate,
mascoline o femminine, civili o militari; si farebbe per me solo il
resoconto magro e sbagliato dei giornalisti appollajati nella loro
colombaja, _a cui non giunge la voce bassa dell’oratore_ e quello
sovrabbondante, riveduto e corretto dagli stenografi.
Farei e riscuoterei da me solo gli _applausi_, i _vivi applausi_,
quelli _generali e prolungati_, i semplici _segni di approvazione_,
l’_ilarità_, le _risa ironiche_ e anche i _mormorii_, non esclusi
nemmeno i _movimenti in senso diverso_; quindi, in fine della mia
sudata eloquenza, mi affollerei a stringere da me stesso la mano
all’.... oratore.
Insomma vorrei pigliarmi tanti e tali spassi da empirne e disgradarne
un romanzo di Giulio Verne; e dopo averne fatte più che Bertoldo, non
mi degnerei poi nemmeno di optare per verun collegio; li rinunzierei
tutti 508 a cinquecento e otto uomini di buona volontà. Quindi
noi, Fido, avanti, in marcia! Andremmo in un altro paese mezzo
costituzionale, ad acquistarvi la cittadinanza e ripetervi le stesse
scenate di gusto milionario.
D’ordinario quelle smanie dolorose o gaudiose, erano terminate da un
colpo di tosse, a cui non tardò ad unirsi lo sputo di sangue, che venne
da lui salutato come un cortese amico.