Il cane non abbandonava mai il nuovo padrone: si recava con lui alle
Ipoteche, dove era tollerato in un canto.
Quando si avvicinava l’ora di uscire dall’Ufficio, Fido lo annunziava
a tutti, raspando contro alle porte e ai banchi, e andando ad
avvertire specialmente Pinotto con mille squittii d’impazienza; quindi
precedendolo voleva mostrargli la strada d’uscita.
Quando poi egli usciva davvero, allora esso scavallava nella via
sfolgorando, come divenisse sua la Città Eterna, e scorrazzava intorno
al padroni con cerchi fulminei come un cavallo da corsa flagellato dal
fantino.
Andavano insieme dal minestraro, dal cioccolattiere, all’osteria di
cucina; si facevano mille complimenti. Il cane non voleva quasi mai
mangiare ciò che gli offriva Pinotto, temendo che questi soffrisse
qualche privazione per cagion sua; voleva provvedere esso stesso ai
proprii bisogni, e se avesse potuto, avrebbe provvisto abbondantemente
anche a quelli del compagno.
Portava sempre nella cameretta ossa abbondanti e ancora ricche di
polpa. Una volta portò addirittura un intiero prosciutto, che avrebbe
tentato l’appetito di chicchessia, non che dello stomaco vuoto di
Pinotto. Ma questi per delicatezza non osava mai defraudare il cane del
frutto delle sue fatiche.
Era un vero idillio di pace e d’amore, tutto circondato da attenzioni
di un galateo diplomatico.
Alla sera, nei caffè da due soldi, sopportavano insieme tutti e due per
lunghe ore le occhiate dei fattorini, che volevano cacciarli via; così
risparmiavano l’illuminazione a casa.
Era sì grande in Pinotto la soggezione del cane e la relativa
inspirazione del bene, che un giorno essendogli comparsa nella
cameretta la _quaglia_, per cui l’usciere quella volta non aveva potuto
farsi da lui ricevere, la congedò per sempre.