XL.

Quella povera vita, nutricata con poche diecine di lire al mese,

in compagnia di un grosso cane, non mancava però di dolcezze e di

beatitudini, essendo egli poco per volta riuscito a formarsi un

quissimile di guanciale nella sua miseria a forza di dimorarvi sopra.

Per esempio egli provava una specie di gioja pitocca nel sentirsi

libero, oscuro, non soggetto alle imperiose leggi dell’educazione,

della pubblicità e della personalità conosciuta, non costretto a

stillare un articolo faceto di giornale col male ai denti, o a finire i

periodi con grammatica al Tribunale o alla Camera.

Qualche volta indicava a Fido un giovinotto elegante per metà e per

metà con acconciatura di «me ne impipo.»

— Quello lì io lo conosco; ma egli non mi conosce o finge di non

riconoscermi più; egli è meno proprietario di noi, ed ha più debiti

di noi, mancandogli già qualche diecina di migliaia di lire, perchè

si possa considerare nullatenente, come diceva Giulio Cesare: ma a

differenza di noi egli non si abbasserebbe nemmeno per raccattare i

quattrini, con cui egli dovesse pagare un creditore, ancora che questi

fosse affamato o gli avesse prestato i denari della laurea. Eppure

a lui non difettano mai i mezzi per vivere disonestamente bene. Due

anni fa egli ha ricevuto ventimila lire da.... (e qui bisbigliò un

nome proprio illustre, che a noi non è lecito ripetere) e le mangiò in

quindici giorni. Quando alla mattina esce da casa sua o da una casa di

gioco o da luogo peggiore, senza aver più un centesimo in tasca, egli

con viso sicuro arriccia le nari per fiutare l’aria e interrogare sè

stesso: — ho da andare di qui o di là? — e scommette tra sè e sè: —

non vado lontano cinquanta passi, che ho cento lire in tasca. Infatti,

movendosi verso una direzione qualsiasi, al primo senatore, o ministro,

o monsignore, o grand’uomo, o personaggio venerando, che inciampa,

ei gli mette famigliarmente e con protezione birrichina le mani sulle

spalle: e gli dà del _tu_ e si fa dare le cento lire. Fido! Quello li

è uno scroccone di spirito, ma non invidiamolo; deve essere una grande

fatica pel cervello e anche per il senso morale l’essere di spirito

tutti i giorni a quella maniera.

— Fido! adesso guarda questo qui, con quel peperone gonfio al posto

del naso, con quella ciccia fosca, falsa e tremula come quella

dei bevoni e dei cretini, con quei calamai intorno agli occhi, con

quella bocca sdentata e con quell’andatura di oca balorda. La sua

posizione ha poco da invidiare alla nostra. Guardalo nella faccia:

Come è bucherellata! che macchie nere e sinistre da appestato! Eppure

è una bella testa, e lavora; ma lavora in cose che non fruttano, in

versi. Quello lì è scannato come noi, e per di più ha l’abitudine di

ubbriacarsi mortalmente tutte le sere, ed ha una moglie, che è persino

peggiore della sua abitudine. Non la vorresti nemmeno tu, che sei

cane. Che tribolazione profonda ed estesa deve essere la sua vita! Noi

consoliamoci, perchè non siamo come lui miserabili di genio.... —

Pinotto e Fido si sentivano contenti della loro sorte non solo nei

colloqui e nelle apostrofi, che si comunicavano, ma eziandio nei

soliloqui, che ciascuno faceva per suo conto, sebbene spesso si

incontrassero.

Infatti gli stessi ricordi martellavano nei cervelli del cane e

del giovanotto; erano ricordi del Piemonte, in cui erano ambidue

compatriotti; ricordi del villaggio di Edoardo, dove Pinotto nei

suoi tempi migliori, fulgido e bizzarro come era, aveva fatto da

Satana e da Messia per quelle signore e signorine dei campi, — dove

l’inserviente comunale lo aveva preconizzato con certezza matematica

per un futuro grand’uomo politico e grandissimo oratore, — dove Fido

con la sua indole facile alle entrature era divenuto intrinseco del

padre di Edoardo, sindaco; lo accompagnava nelle adunanze della Giunta

municipale, nei balli e al teatro, ed aveva oneste accoglienze da per

tutto, persino in chiesa, tanto che era chiamato il vice-sindaco del

paese.

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