Quella povera vita, nutricata con poche diecine di lire al mese,
in compagnia di un grosso cane, non mancava però di dolcezze e di
beatitudini, essendo egli poco per volta riuscito a formarsi un
quissimile di guanciale nella sua miseria a forza di dimorarvi sopra.
Per esempio egli provava una specie di gioja pitocca nel sentirsi
libero, oscuro, non soggetto alle imperiose leggi dell’educazione,
della pubblicità e della personalità conosciuta, non costretto a
stillare un articolo faceto di giornale col male ai denti, o a finire i
periodi con grammatica al Tribunale o alla Camera.
Qualche volta indicava a Fido un giovinotto elegante per metà e per
metà con acconciatura di «me ne impipo.»
— Quello lì io lo conosco; ma egli non mi conosce o finge di non
riconoscermi più; egli è meno proprietario di noi, ed ha più debiti
di noi, mancandogli già qualche diecina di migliaia di lire, perchè
si possa considerare nullatenente, come diceva Giulio Cesare: ma a
differenza di noi egli non si abbasserebbe nemmeno per raccattare i
quattrini, con cui egli dovesse pagare un creditore, ancora che questi
fosse affamato o gli avesse prestato i denari della laurea. Eppure
a lui non difettano mai i mezzi per vivere disonestamente bene. Due
anni fa egli ha ricevuto ventimila lire da.... (e qui bisbigliò un
nome proprio illustre, che a noi non è lecito ripetere) e le mangiò in
quindici giorni. Quando alla mattina esce da casa sua o da una casa di
gioco o da luogo peggiore, senza aver più un centesimo in tasca, egli
con viso sicuro arriccia le nari per fiutare l’aria e interrogare sè
stesso: — ho da andare di qui o di là? — e scommette tra sè e sè: —
non vado lontano cinquanta passi, che ho cento lire in tasca. Infatti,
movendosi verso una direzione qualsiasi, al primo senatore, o ministro,
o monsignore, o grand’uomo, o personaggio venerando, che inciampa,
ei gli mette famigliarmente e con protezione birrichina le mani sulle
spalle: e gli dà del _tu_ e si fa dare le cento lire. Fido! Quello li
è uno scroccone di spirito, ma non invidiamolo; deve essere una grande
fatica pel cervello e anche per il senso morale l’essere di spirito
tutti i giorni a quella maniera.
— Fido! adesso guarda questo qui, con quel peperone gonfio al posto
del naso, con quella ciccia fosca, falsa e tremula come quella
dei bevoni e dei cretini, con quei calamai intorno agli occhi, con
quella bocca sdentata e con quell’andatura di oca balorda. La sua
posizione ha poco da invidiare alla nostra. Guardalo nella faccia:
Come è bucherellata! che macchie nere e sinistre da appestato! Eppure
è una bella testa, e lavora; ma lavora in cose che non fruttano, in
versi. Quello lì è scannato come noi, e per di più ha l’abitudine di
ubbriacarsi mortalmente tutte le sere, ed ha una moglie, che è persino
peggiore della sua abitudine. Non la vorresti nemmeno tu, che sei
cane. Che tribolazione profonda ed estesa deve essere la sua vita! Noi
consoliamoci, perchè non siamo come lui miserabili di genio.... —
Pinotto e Fido si sentivano contenti della loro sorte non solo nei
colloqui e nelle apostrofi, che si comunicavano, ma eziandio nei
soliloqui, che ciascuno faceva per suo conto, sebbene spesso si
incontrassero.
Infatti gli stessi ricordi martellavano nei cervelli del cane e
del giovanotto; erano ricordi del Piemonte, in cui erano ambidue
compatriotti; ricordi del villaggio di Edoardo, dove Pinotto nei
suoi tempi migliori, fulgido e bizzarro come era, aveva fatto da
Satana e da Messia per quelle signore e signorine dei campi, — dove
l’inserviente comunale lo aveva preconizzato con certezza matematica
per un futuro grand’uomo politico e grandissimo oratore, — dove Fido
con la sua indole facile alle entrature era divenuto intrinseco del
padre di Edoardo, sindaco; lo accompagnava nelle adunanze della Giunta
municipale, nei balli e al teatro, ed aveva oneste accoglienze da per
tutto, persino in chiesa, tanto che era chiamato il vice-sindaco del
paese.