Non meno feroce di quello che fosse verso l’uman genere in genere
mostravasi Pinotto verso i suoi creditori in particolare, ai quali
non si sentiva legato da niun vincolo di riconoscenza. Anzi, per uso
e consumo della sua beffa, se ne era formata in mente una gerarchia
feudale, o meglio un cielo astronomico: c’erano i vassalli o meglio
i pianeti, che avanzavano da lui mille lire, c’erano quelli da
cinquecento, quelli da cento; ce n’era una lunghissima tratta da venti
a cinquanta; quelli da cinque, da dieci e da due lire, erano numerosi
come i pulcini; e fra essi c’erano persino gli uscieri del suo ufficio.
Quando egli era sovrappreso dal malumore, si consolava tosto,
immaginandosi di convocare tutti i suoi creditori in un _meeting_
al Colosseo. Quivi avrebbe voluto farli svenire tutti recitando
loro un’orazione di sette ore, e poi bagnarli persino nelle tasche
manovrando una immane tromba da giardiniere.
In quei momenti estrosi di beffarda superbia, egli passeggiava vigoroso
fra la folla di Roma come un robusto e nero serpentello. Allora si
doleva di essere piccino di statura; onde avrebbe voluto salire sopra
un alto cavallo e allargare spropositamente le gambe, quasi tanto da
raschiare le muraglie dalle due parti della via o per lo meno forbire
con la punta degli stivali il naso dei passanti, precisamente come
faceva quel cavaliere Adimari, a cui Dante fece rincarare la condanna
per contravvenzione al Regolamento di edilizia municipale.
O meglio avrebbe voluto essere un grandazzone della posta di quel
gonfiagote, spauracchio dei bambini e delle signore torinesi, che
sotto l’ala tremenda di un cappellone calabrese, svolgendo al vento un
nastro d’occhialino largo mezzo metro, camminava normalmente a passi
da tiranno di teatro diurno, — colla giubba superbamente spaccata e le
rivolte spedite indietro, — ora col pollice uncinato all’imboccattra
della sottoveste, agitando il ventaglio delle altre dita, ora
affondando le falangi dell’indice e del medio nel taschino dello stesso
panciotto, — spingendo alternativamente le spalle, quasi tragiche
catapulte, come avesse voluto con l’una far indietreggiare un popolo
di calessi e con l’altra crollare un muro maestro, — sornacchiando
fragorosamente all’appressarsi di qualcheduno, — ed esalava da tutta
la persona la più sublime prepotenza e il più profondo disprezzo verso
l’umanità restante, a cui sbuffava in faccia il fumo del suo sigaro,
facendone poi cascare a grammi la cenere sul cappello dei cittadini più
umili.
Pinotto invidiava il ricordo di quel gigante di monomania orgogliosa; o
avrebbe voluto giullarescamente demolirlo, forandolo con l’ago del nano
Papiol.
Mentre egli così si infischiava di tutti e specialmente dei suoi amici
e benefattori, questi finirono collo stufarsi definitivamente delle sue
continue richieste, a cui risposero da ultimo con quella congiura, di
cui si lagnano ordinariamente gli scrittori, la congiura del silenzio.
Ad Edoardo non osò più scrivere, nè questi dopo il gran rifiuto scrisse
più a lui.
Allora inaridita affatto la sorgente delle solite sovvenzioni, Pinotto
ritrovandosi con il corto da piede, si degnò di andare a ricercare il
Capitano.
Quando fu davanti alla porta di costui, eccolo sbucare e quasi
balzargli sul petto coll’impeto di un gatto furioso. Dopo lui ecco
Fido.
Il capitano stralunato seguitava a correre, non avendo avvertito chi
veniva a cercarlo.
Il cane rimase un po’ di tempo in tentenne: se dovesse seguitare
l’usciere o restare con l’amico sopraggiunto.
_Si si starebbe un agno intra duo brame_
_Di fieri lupi, igualmente temendo;_
_Si si starebbe un cane intra duo dame._
Finalmente esso pensò: — Quello là corre, perchè ha buon tempo: questo
qui invece sembra abbia bisogno della mia assistenza: oh, sì! — e
rimase con Pinotto.
Ecco che cosa era capitato all’usciere.
Aveva saputo che doveva giungere in Roma sua moglie diretta a Napoli
con un garzone parrucchiere. A quella notizia gli erano venuti in mente
i litri bevuti ammirandola nel villaggio natìo, gli era venuto alla
gola quanto essa era bella, bionda, lustra e morbida; ed aveva sentito
una forza irresistibile, che lo spingeva a ricuperarla strappandola a
quel _ludro scellerato_.
Forse avrebbe scacciato quella tentazione, se avesse avuto dinanzi
il dovere di continuare la sua protezione a Pinotto, che se la fosse
meritata. Ma, non vedendosi lì presente quel dovere, egli era scattato
via.