Sbalzato un’altra volta dall’orbita della famiglia, Pinotto ritornò
nuovamente un individuo buono a nulla e vizioso come un somarello, dove
poco prima fidando negli auspicii della mamma si era sentito capace di
afferrare con dita di ferro la rettorica chioma della Fortuna, e il suo
povero cuore era già divenuto tutta un’iride di magnifiche speranze.
D’allora in poi nel suo ufficio egli si adoperò non solo rimessamente
ma poltronescamente. Quando dal piano superiore doveva trasportare
qualche grosso volume ipotecario nel piano inferiore, egli anzichè
recarselo in mano o sulle spalle, lo pigliava a calci per farlo
rotolare giù dalle scale.
Egli si dimenticava persino di andare a trovare l’usciere suo
salvatore. Un giorno questi, mosso dall’affetto e dalla puntura di
non averlo visto da un pezzo, si recò a cercar lui. Trovò l’uscio
chiuso; girò invano la maniglia, orecchiò e sentì bisbigliare dentro la
cameretta la voce squarrata di una ragazzaccia che nella sua raucedine
cronica, accusava le scollacciature dei veglioni. Dondolò la testa,
come un bue offeso, e ritornò indietro borbottando!
— Questa poi mi dispiace veramente.... Brutto.... Mah! mah! —
Fido abbajò, come ci fossero stati i ladri.