Lo rasserenò il ricordo di una buffonata, con cui altre volte aveva
fatto ridere le brigate; ciò era la diceria, che si dessero da qualche
_Società Evangelica_ duecento lire ai cattolici che si facevano
protestanti. Allorchè nei suoi tempi migliori, egli perdeva tutti i
suoi denari al gioco, soleva dire giocondamente ai compagni che lo
avevano squattrinato: — Amici, aspettatemi! Vado a farmi protestante e
poi ritorno subito a farmi spennacchiare di nuovo da voi altri. —
Ora su quel sasso egli pensava: — Oh fosse davvero che si dessero
duecento lire a chi si fa protestante! Volerei subito... — E gli pareva
già di mangiare qualche cosa; ma ricadeva tosto spossato: — Ah forse
non è vero, non è vero!... e poi, quand’anche fosse vero, io benchè
morto in piedi, non mi sentirei il coraggio di cambiare per paga di
religione; e sì che sono quasi certo oramai di non averne più nessuna!
Siamo pure curiosi noi altri noi, della nostra specie. Vendiamo con
un enorme facilità, _spaventiamo_ via una casa, una tenuta, un intiero
patrimonio, che ci dava da vivere lautamente; e poi ci ripugna.... io
sento che per me sarebbe affatto impossibile vendere un mio pensiero,
un pezzo della mia supposta coscienza od anche un solo mio capriccio,
che pure non mi dà da mangiare una maledetta. Imbecille! Ho fame e....
credo nella immortalità dell’anima. —
In questo punto egli si senti raspare una scarpa da un colpo di lingua.
Era un cane che gliela leccava, un bel cane barbone, con i fiocchi
della sua lana bianchi di saponetta. Aveva l’aspetto signorile, e
la giubba come un leone da burla; era certamente un cane benestante
ed anche di buon cuore. Vi sono dei cani, che per un sentimento di
malintesa aristocrazia non possono vedere le persone malvestite,
si avventano contra loro con una furia di ringhi rabbiosi, vogliono
morderle, lacerarle, sbaragliarle; e vi sono per lo contrario altri
cani, che per un sentimento di filantropia, che li onora, se la dicono
bene con i poveri, con i fanciulli, con i vecchi, con tutti i deboli e
li proteggono. Tale era questo barbone.
Come si avvide, che Pinotto si era accorto di lui, esso si acculattò
per terra accomodandosi sulle gambe posteriori, e rimanendo ritto su
quelle davanti: figgeva benevolmente negli occhi smunti del giovane i
suoi occhioni pieni e lustri come un calcalettere di cristallo, umidi
come ostriche, ed oscillava la coda quasi per dirgli qualchecosa di
amichevole, e di consolante.
Poi levò in arco una delle sue gambe anteriori, come per proporgli con
quella zampata un patto di alleanza; e vedendo che ciò non gli bastava
a farsi capire, finì con il porgli il muso sulle ginocchia.
— Fido! Qua, Fido! Fido! Fido! Fido.... oh! Qua, qua!
Così, alla distanza di un tiro di pietra, chiamava il cane un
vecchietto con un berretto da militare, i baffi spessi e grigi, la
barba molticolore, fra cui alcuni cespugli di nero e alcuni zampilli di
bianco, — il frac nero abbottonato e i calzoni cilestrini con le bande
rosse. Vedendo che il cane non lo ubbidiva, si avvicinò egli al cane.
Allora Pinotto potè meglio adocchiarlo e lo raffigurò. Raffigurandolo,
sentì un’acre vergogna di essere alla sua volta riconosciuto da lui,
e poi si scopri da sè stesso alzandosi alla bracalona e lasciandosi
sfuggire automaticamente queste parole: _Il capitano!_
E questi di slancio: — Come? Possi....bile! sarebbe mai l’ingegnere
Panezio?... Ma sa, che mi ha fatto paura? Ma non ha sua madre,
lei?... —
Il giovane gli rispose con una indefinibile amarezza: — Mia madre non
è come la madre di Edoardo.... Adesso io non spero più in nessuno a
questo mondo.... —