Intascate le cinquecento lire, pagato profumatamente il notajo, e
lasciati gli elmi ed il basso cantante a chi li voleva, senza dire ai
nè bai a nessuno, egli bruciò gli alloggiamenti, piantando lo stuolo
dei suoi amici patroni, i quali in generale si videro senza soverchio
rammarico cessare a un tratto l’obbligo delle rispettive quotidiane
contribuzioni al sostentamento del loro misero cliente.
Egli dilapidò quelle cinquecento lire proporzionatamente in fretta
quasi come le altre, tanto per allontanare da sè un senso di
maledizione materna; imperocchè ogni po’ un eco del freddo scricchiolío
della penna del notajo lo faceva rabbrividire.
Di lì a pochi mesi, dopo essersi presentato inutilmente a cento usci,
dopo essersi offerto agli uffici dei giornali, alla stenografia della
Camera, alle fabbriche dell’acqua gazosa e del gaz combustibile, dopo
aver giocato al lotto gli ultimi cavurrini, dopo di essere stato spinto
dalla necessità fino sulla porta delle parrocchie e delle sacrestie
e dopo avere inspirato a tutti un sentimento di ripulsione con la sua
aria di un Satana morto di fame, egli si trovava una sera d’estate a
Roma, seduto sopra un sasso, lungo uno stradone.
Si sentiva estenuato dal digiuno e rotolato giù agli ultimi scalini
della degradazione sociale, e si diceva amaramente nella sua anima: —
Possibile che nessuno voglia darmi da lavorare per vivere! Non domando
molto io.... domando da mangiare per vivere.... E mi sento capace di
fare qualsiasi cosa per guadagnarmi la pagnotta quotidiana, a cui ho
diritto, Dio Santo! se non è bugiardo il Paternostro.... Farei anche
il giornalista clericale o andrei anche ad ammazzare Bismark, se me lo
comandassero!...
Poi soggiunse: — No, no.... non mi sentirei mai capace di fare del
male, anche a costo di morire di fame.... —
La sua fisionomia era pressochè irriconoscibile.
Egli portava in testa un cappellone polveroso con la visiera dura
per le pioggie ricevute e lucida per l’unto che vi si era appastato.
Portava addosso un pastrano da inverno in immediato contatto con la
camicia che era dello scuro più laido; (essendo la divisa dei poveri
nel più caldo dell’estate il pastrano, che essi poi si affrettano a
consegnare al ghetto, appena si approssimi l’inverno), un pastrano
giallo come il mantello di certi cani levrieri, con istrappi ed altre
macchie indelebili. Aveva la barba lunga e squallida, le occhiaje
livide: era scarno come un crocifisso; aveva le unghie orlate di
velluto nero, come un prete del Porta.
Egli pensava con invidia alle turbe ricoverate negli ospizi di carità,
a quelle vecchie vestite tutte di un’uniforme rigatino, con il numero
di matricola per decorazione sul petto, — a quei vecchi colla blusina
azzurra e con il bastone legato per un cordoncino ad una manica, — a
tutti quei poveri rimbambiti, che nel tramonto della loro esistenza
possono ancora, grazie alla carità pubblica, risentire le gioie
infantili e collegiali, come quella di rubare un rociolo di zucchero
nella zuccheriera altrui o bere di straforo una tazza di caffè ed un
quintino di vino; — pensava agli ammalati menati agli ospedali sui
carrettoni duri e sussultanti pelle strade polverose e pensava ai
vagabondi, che viaggiano per mercè da Questura in Questura e da Sindaco
a Sindaco. Egli scopriva allora proprio nettamente una divisione
del mondo, a cui non aveva quasi mai pensato, quando conduceva vita
capricciosa, studiosa, operosa e beata, la grande divisione degli
uomini in gaudenti ed in pitocchi. Egli, più scannato di tutti,
apparteneva col corpo ai pitocchi e si sentiva ancora fitto fra i
gaudenti con i maggiori desideri dell’anima. Sopratutto lo rodeva il
grande martirio di non aver più nulla, proprio nulla, nulla, nulla; e
gli pareva l’ultima parola: nulla.