Piombò, come un agente fiscale, fra lo stuolo degli amici e dei
parenti, e fece un abbondante bottino, però rilevando questo. La gente
più lo credeva tuttavia ricco e capace di dare mance vistose alle
serve, più gli dava volontieri da pranzo, restando persino di buon
umore, se egli, uso alle taverne e senza veruna scuola di famiglia,
faceva scricchiolare maledettamente le sedie e minacciava di romperle
ad ogni movimento. Ma, come si accorgevano, che egli aveva veramente
bisogno di soccorso, tutti si imbrunivano e si inacidivano a vederlo
comparire, e lo mortificavano con avvertimenti e con certe facce da
Ebreo Errante, appena avessero dovuto dargli semplicemente da sedere.
Egli segnò queste ed altre osservazioni sopra un taccuino, come
materiali di un altro suo capolavoro, destinato a non essere mai
pubblicato e intitolato: _Al Verde!_
Dapprima egli accettava i soccorsi e l’ospitalità altrui con
franchezza, perchè egli era sicuro di diventare, quando che fosse,
un milionario, un milionario, che avrebbe ammazzato i suoi pitocchi
soccorritori con una profusione di doni e avrebbe restituito con pranzi
all’albergo _Trombetta_ le braciòle casalinghe, che egli aveva mangiato
nelle famiglie altrui. Poi cominciò a pesargli il sospetto di essere
tenuto per uno scroccone, per un cavaliere del dente; in quei momenti
i denari degli amici gli bruciavano le mani, e gli facevano salire le
vampe alla faccia. Infine con il vigore del suo cervello sviato, riuscì
persino ad addomesticarsi baldamente a quella vita.
Un amico era tassato da lui per il caffè, un altro per i sigari, altri
per altro; ed egli viveva completamente alle spalle del prossimo, come
se fosse stato il Governo.
Ma un giorno, nell’avvicinarsi della fredda stagione, quando
ricevette da Edoardo un pastrano usato, divenne di nuovo superbo e
vergognosissimo, e disse amaramente a sè stesso: — Sono proprio un
accattone! — Però riprese subito nella vigoria del suo animo: — Sono un
accattone, ma mi infischio di tutti. —
E andò da due altri suoi amici a domandare a ciascuno di loro il
pastrano usato; così avutine tre, scappò a venderli nel Ghetto, per
comperarsene uno nuovo da Bocconi.
Intanto, per cessare quello stato di cose, cercava un impiego quale
si fosse e non lo trovava. Vedeva che riuscivano ad occuparsi
vantaggiosamente ufficiali e bassi ufficiali smessi, cantanti,
commedianti e suggeritori, i quali avevano perduto la voce, nobili
spiantati e stangati d’ogni estrazione e che ne erano pieni i
ministeri, i licei, e le fabbriche di bottoni e di zolfanelli; solo
egli non poteva scovare alcun posticino per sè. Tutti si schermivano
dall’aiutarlo, chi perchè si fidava poco della sua testa bizzarra, chi
perchè non osava metterlo in un ufficio troppo misero, e chi perchè
sentiva quella tendenza naturale di dare il tratto a chi rotola in giù.
Questi gli diceva: — Ah, se fosse ancora vivo il commendatore
Caramella! Egli era un uomo veramente _dalle braccia lunghe_, e
per far piacere a me e a mia moglie avrebbe fatto nominare vicario
generale della diocesi anche il vescovo dei frammassoni.... Ma quel
degno galantuomo, ah! proprio di quelli di una volta, ora non è più.
Mi rincresce, mi rincresce, caro mio, di non poterle essere utile
presentemente.... Ma, se fosse vivo il commendatore Caramella....
avrebbe visto.... —
Quegli gli rispondeva: — Peccato non ci sia più quella cara madama
Storione! Vieni qui, Enrichetta.... Puoi dirlo tu, mia cara figlia,
se quella buona signora non poteva quello che voleva. Ah! quanti
_emigrati_ abbiamo fatto impiegare da lei! Era così buona e ci voleva
tanto bene.... Ma ora quella brava signora anche essa se n’è andata....
Fanno tutte così le persone che sono utili al mondo e rimangono solo i
bisognosi.... Ah! buon signore, peccato che non ci sia più quella cara
nostra madama Storione! Ah! Madama Storione non faceva anticamera da
nessun ministro, oh no! no! —
Un terzo lo assicurava che avrebbe fatto moltissimo per lui, se non
fosse caduto il gabinetto antecedente.
Insomma il povero Pinotto era suffragato da una legione di
condizionali, di defunti o di cascati, e non era punto aiutato nei
bisogni presenti della sua vita.
Spinto dalla rabbia di questi smacchi, egli un giorno assaltò da sè
stesso per via un commendatore francese, gran sopracciò delle strade
ferrate, e gli disse: — Sono il tal dei tali, sono mezzo ingegnere,
ho mangiato ottantamila lire in pochi anni; ho conosciuto le signore
più belle ed eleganti della città, ed ora le domando un posto da
guardiasale in una delle tante sue stazioni. —
Il commendatore lo licenziò frettolosamente, sospettando di essere
stato abbordato da un borsajuolo o da un suicida futuro prossimo, e lo
invitò a recarsi l’indomani nel suo ufficio.
Portatosi puntualmente l’indomani alla Direzione delle ferrovie,
egli non ottenne di poter parlare col commendatore; ma parlò con un
vice-sostituto sottosegretario del medesimo, il quale gli mise sul naso
un paio d’occhiali spessi come due fette di salame. Pinotto ci vedeva
dentro come in un nebbione e _non altrimenti che per pelle talpe_;
quindi fu licenziato quale _inabile per vista corta._