Uno degli zii gli rispose, che in seguito alle inondazioni del Po
gli erano caduti 3 mulini, per cui doveva farli rifabbricare ed era
dolentissimo di non poterlo sovvenire di un centesimo. Un altro zio
incominciava la lettera con mille imprecazioni contro al governo;
diceva che i bachi da seta erano andati male, la canapa malissimo e
che ciò nonostante quegli asini, mangioni ed assassini di ministri,
lo costringevano ad anticipare la imposta fondiaria, per cui era egli
stesso nella necessità di ricorrere al credito.
Un cugino gli rispose: «Se tu mi avessi scritto un giorno prima, non
cento lire, ma te ne avrei mandate mille; imperocchè tenevo disponibile
un capitale di diecimila lire, di cui ti avrei volentierissimo
accomodato. Ma stufo di tenere quella piccola somma oziosa, non potei
resistere alla tentazione di investirla nella compera di una casetta;
un cattivo contratto, mio caro cugino! Pensa: diecimila lire in
contanti nel rogito, e poi altre 10 mila da sborsare fra tre anni....
E poi gli emolumenti del notajo e del Registro, senza contare le
riparazioni ordinarie e straordinarie e la tassa sui fabbricati....
Caro Giuseppe, ti assicuro che ho le mani nei capelli, tanto sono
imbrogliato. Oh quanto avrei avuto più caro di prestare tutte a te le
diecimila lire!... Ah, perchè non mi hai scritto prima? Perchè?...»
Gli amici gli risposero niente, ad eccezione di Edoardo e di Aurelio
Auricola.
Il primo, avendo guadagnato cento lire in un concorso pubblicato
da un giornale giuridico, ne mandò cinquanta a Pinotto, pensando
semplicemente che era meglio darle a un amico, che ad un’amica.
Il secondo gli mandò una lettera untuosa, scritta sopra un mezzo foglio
spiegazzato dentro una busta storta, di quelle che fabbricava lui con
gli antichi _atti_ dell’ufficio. Il machione aveva preteso fare dello
spirito. Infatti cominciava con tanto di _Sire!_ ricordava al Sovrano
la propria nomina a suo _Ministro di Grazia e Giustizia_, quindi veniva
_con fede degli opportuni ricapiti_ a supplicare la Maestà Sua a voler
avere ad ogni cosa l’opportuno riguardo; onde conchiudeva, che se il
monarca, dato evacuo a tutti gli incumbenti che del caso, non poteva
prestare a lui ministro Guardasigilli la cauzione per mettere su un
ufficio nuovo, gli mandasse per lo meno duecento lire, come voleva la
_Grazia_ e non ricusava _Giustizia_, acciocchè egli potesse vestirsi
bene e così ottenere finalmente la desiata mano della figliuola unica
del suo principale Barattini, facile apportatrice della desiatissima
_procura_ in suo capo.
Sopra queste risposte e non risposte Pinotto fece le seguenti
considerazioni filosofiche: — Belle combinazioni! I fiumi straripano,
i bachi da seta e la canapa intristiscono, il Governo pretende
l’anticipazione delle imposte, un cugino si rovina con uno scellerato
carrozzino, gli amici perdono l’uso della parola, o falliscono del
cinquanta per cento, o peggio ancora i cretini imparano a fare dello
spirito chiedendo il doppio di ciò che devono dare, tutto questo per
impedire a me Giuseppe Panezio la possibilità, che hanno tutti gli
straccioni di raggranellare la somma di cento lire rotonde. —
Quindi conchiuse: — La carta non diventa rossa, ma la epidermide della
faccia umana, sì! Il silenzio è d’oro; ma la parola è di diamante.
Andrò io a prendere di fronte questi parenti delle inondazioni e questi
amici mutoli, a cui regalerò un francobollo per vergognarli di non
avermi risposto. E vorrò vedere, se a quattr’occhi oseranno negarmi
qualche miserabile biglietto di banca. Voglio vedere, se potranno dirmi
di no, quelli specialmente che mi hanno aiutato a mangiare migliaja di
lire in cene, sovvenzioni, sigari, _et reliqua!_... Voglio vederli a
dirmi di no! —