XVIII.

Uno degli zii gli rispose, che in seguito alle inondazioni del Po

gli erano caduti 3 mulini, per cui doveva farli rifabbricare ed era

dolentissimo di non poterlo sovvenire di un centesimo. Un altro zio

incominciava la lettera con mille imprecazioni contro al governo;

diceva che i bachi da seta erano andati male, la canapa malissimo e

che ciò nonostante quegli asini, mangioni ed assassini di ministri,

lo costringevano ad anticipare la imposta fondiaria, per cui era egli

stesso nella necessità di ricorrere al credito.

Un cugino gli rispose: «Se tu mi avessi scritto un giorno prima, non

cento lire, ma te ne avrei mandate mille; imperocchè tenevo disponibile

un capitale di diecimila lire, di cui ti avrei volentierissimo

accomodato. Ma stufo di tenere quella piccola somma oziosa, non potei

resistere alla tentazione di investirla nella compera di una casetta;

un cattivo contratto, mio caro cugino! Pensa: diecimila lire in

contanti nel rogito, e poi altre 10 mila da sborsare fra tre anni....

E poi gli emolumenti del notajo e del Registro, senza contare le

riparazioni ordinarie e straordinarie e la tassa sui fabbricati....

Caro Giuseppe, ti assicuro che ho le mani nei capelli, tanto sono

imbrogliato. Oh quanto avrei avuto più caro di prestare tutte a te le

diecimila lire!... Ah, perchè non mi hai scritto prima? Perchè?...»

Gli amici gli risposero niente, ad eccezione di Edoardo e di Aurelio

Auricola.

Il primo, avendo guadagnato cento lire in un concorso pubblicato

da un giornale giuridico, ne mandò cinquanta a Pinotto, pensando

semplicemente che era meglio darle a un amico, che ad un’amica.

Il secondo gli mandò una lettera untuosa, scritta sopra un mezzo foglio

spiegazzato dentro una busta storta, di quelle che fabbricava lui con

gli antichi _atti_ dell’ufficio. Il machione aveva preteso fare dello

spirito. Infatti cominciava con tanto di _Sire!_ ricordava al Sovrano

la propria nomina a suo _Ministro di Grazia e Giustizia_, quindi veniva

_con fede degli opportuni ricapiti_ a supplicare la Maestà Sua a voler

avere ad ogni cosa l’opportuno riguardo; onde conchiudeva, che se il

monarca, dato evacuo a tutti gli incumbenti che del caso, non poteva

prestare a lui ministro Guardasigilli la cauzione per mettere su un

ufficio nuovo, gli mandasse per lo meno duecento lire, come voleva la

_Grazia_ e non ricusava _Giustizia_, acciocchè egli potesse vestirsi

bene e così ottenere finalmente la desiata mano della figliuola unica

del suo principale Barattini, facile apportatrice della desiatissima

_procura_ in suo capo.

Sopra queste risposte e non risposte Pinotto fece le seguenti

considerazioni filosofiche: — Belle combinazioni! I fiumi straripano,

i bachi da seta e la canapa intristiscono, il Governo pretende

l’anticipazione delle imposte, un cugino si rovina con uno scellerato

carrozzino, gli amici perdono l’uso della parola, o falliscono del

cinquanta per cento, o peggio ancora i cretini imparano a fare dello

spirito chiedendo il doppio di ciò che devono dare, tutto questo per

impedire a me Giuseppe Panezio la possibilità, che hanno tutti gli

straccioni di raggranellare la somma di cento lire rotonde. —

Quindi conchiuse: — La carta non diventa rossa, ma la epidermide della

faccia umana, sì! Il silenzio è d’oro; ma la parola è di diamante.

Andrò io a prendere di fronte questi parenti delle inondazioni e questi

amici mutoli, a cui regalerò un francobollo per vergognarli di non

avermi risposto. E vorrò vedere, se a quattr’occhi oseranno negarmi

qualche miserabile biglietto di banca. Voglio vedere, se potranno dirmi

di no, quelli specialmente che mi hanno aiutato a mangiare migliaja di

lire in cene, sovvenzioni, sigari, _et reliqua!_... Voglio vederli a

dirmi di no! —

Rovine · 第 25 / 82 题