Egli prediligeva il soggiorno di Firenze per la compagnia dei fratelli
della Misericordia, la cui instituzione egli da un pezzo considerava
come un capitale, che avesse nello scrigno, in mancanza del capitale
_assistenza materna._
Ma, per fare maggiore economia, abbandonò Firenze e andò a stabilirsi
in una piccolissima città di provincia, dove era affatto sconosciuto.
Quivi si diede addirittura alla dieta dei grandi uomini in erba:
pane, acqua e formaggio; e cominciò un nuovo romanzo, rifusione più
netta e più grandiosa del primo. Così viveva assai strettamente, ma
serenamente, quando un giorno egli cascò ammalato.
Era una grave malattia di _peccati vecchi, penitenza nuova;_ per cui
fu portato allo Spedale; e poco mancò non gli si dovesse amputare una
gamba. Tre dottori stavano per l’operazione; uno solo contro e vinse.
L’averlo potuto guarire, salvandogli quell’estremità combattuta, fu
una vera gloria per il medico, che glie l’aveva difesa a viso aperto;
onde la storia clinica del caso interessante venne narrata distesamente
nel _Morgagni_, rinomata Rivista di Medicina e Chirurgia, adoperandosi
mancomale le sole iniziali dell’ammalato.
In questo frattempo Pinotto, avendo fatto scrivere dal medico, suo
Farinata ed istoriografo, avendo fatto scrivere a casa, che egli era
all’Ospedale, si teneva sicuro che sua madre e sua sorella sarebbero
venute a trovarlo; anzi si rammaricava acerbamente per aver potuto un
sol giorno preferire nel proprio cuore la Misericordia di Firenze alla
sua famiglia. Invece esse si fecero vive, ma non già rispondendo al
dottore; bensì fecero scrivere dal Teologo al cappellano dell’Ospedale,
raccomandandogli vivamente Pinotto, però esclusivamente per le cose
dell’anima. Del resto esse accusavano un raffreddore; per il quale non
potevano muoversi. Nè mandarono verun soccorso.
È facile il capire, come questa razza di sollecitudine per parte della
madre e della sorella, facesse digrignare a Pinotto non solo i denti,
ma l’anima.
Egli uscì dall’Ospedale con un appetito da convalescente, ed entrò
in un caffè. Ora, per combinazione, la prima cosa che lo colpì, fu,
a farlo apposta, la vista di una vecchia signora, rassomigliante un
po’ a sua madre, che dava a leccare sucidamente lo scodellino alla
sua cagnetta. Ciò fini per rovinargli completamente ogni programma di
economia e di buona condotta, se aveva bisogno ancora che questo gli
fosse rovinato.
— Dio santo! — egli esclamò: — Ci sono tanti e poi tanti poveri
cristiani, che non prendono mai e poi mai il caffè.... Ci sono degli
ammalati che ne mancano.... Io stesso, prima di andare all’Ospedale,
sono stato cinque mesi senza assaggiare più il caffè, io.... io....
chè pure mi piace tanto; e credo di avere maggiori diritti di un Glafir
qualsiasi, ai godimenti del mondo.
Ebbene! allora gli parve di avere il diritto preciso, sovrano,
fulmineo, incontrastabile, e imperscrittibile di esigere dalla Società
ogni giorno una costoletta pepata, una caciuolata con i tartufi, e una
bottiglietta di barolo per colazione, con l’intiera bottiglia per il
pranzo oltre al caffè e sopracaffè a semplice richiesta. Quindi, forte
del suo diritto, si mise a spedire lettere circolari, che domandavano
cento lire in prestito ai membri, che per lui rappresentavano la
società sua debitrice, cioè ai suoi parenti ricchi e ai suoi compagni
d’ozio, di crapula o di letteratura edita ed inedita. Non gli passò
nemmanco per la mente di rivolgersi a sua madre, perchè la riteneva
cosa inutile dopo il contegno da lei tenuto in occasione della sua
malattia all’Ospedale.