In effetto, parecchi mesi dopo, Pinotto ritornò dall’America
tranquillo, come se tornasse da Cavoretto, raccontando di aver fatto
l’ostetrico sopra un bastimento a vela, aver portato con le sue
braccia damigiane di petrolio, ricevute mance da facchino e accordato
pianoforti a Buenos Ayres; e nel ritorno essersi pubblicato inutilmente
disponibile sulle tabelle della Borsa a Marsiglia. Aggiungeva
allegramente avere ottenuto dalla cortesia di un macchinista il favore
di abbruciare i suoi manoscritti letterari, i suoi lunghi studi nel
fornello di una locomotiva a vapore.
D’allora in poi egli vagolò in campagna, a Torino, a Genova e a Firenze.
Però fino a quel tempo la sua fierezza artistica non aveva dovuto
piegarsi per domandare mercè a chicchessia. E poteva tuttavia farne
senza.
Imperocchè, quando aveva ricevuto le ottantamila lire in un picchio,
egli ne aveva investito qua e là bizzarramente alcune parti; per
esempio 10 lire in una cassa di risparmio; 200 in un’altra; magari
soltanto una lira in una terza, tanto per incomodare un impiegato a
scrivergli il libretto; 100 lire in conto corrente al Banco Sconto
e Sete; 500 lire in una azione della Banca Indo-Germanica; 5000 in
rendita turca, ecc.
Ora razzolando negli angoli del baule, gli fiorivano tra le mani quei
titoli provvidenziali, e gli fecero buon prò anche quelli rinviliti
dell’ottanta e più per cento.
Infatti un’azione dell’Indo-Germanica fu sufficiente a pagargli le
uova per un giorno intiero e una cartella del prestito turco bastò a
procurargli gli zolfini; onde egli coniò il proverbio _meglio serbar in
turco, che sprecare in italiano._
Ma questi rinfranchi gli si andavano terribilmente assottigliando
di giorno in giorno. Onde, molte volte, seduto al tavolino marmoreo
di un caffè, davanti a due uova affrittellate miseramente le quali
scoppiettavano schizzi rabbiosi per carestia di burro e si attaccavano
tenacemente abbrustolite al fondo del tegame, molte volte egli esclamò,
mezzo liricamente e mezzo elegiacamente: — vorrei che queste due uova
mi durassero una eternità! — E volgendo gli occhi in su ne gustava il
sapore, in modo da impietosire chicchessia ad eccezione di lui.
Molte volte egli, che nei suoi tempi felici aveva esibito agli altri
il suo portamonete a chius’occhi, con quella noncuranza cortese e
signorile, che non hanno nemmeno i milionari, quando offrono l’astuccio
dei sigari, — si trovò coartato a scomporre mentalmente un soldo e a
destinarne le preziose particole nel suo specchietto giornaliero: tanti
centesimi per i fiammiferi e tanti per la pattona.