XVI.

In effetto, parecchi mesi dopo, Pinotto ritornò dall’America

tranquillo, come se tornasse da Cavoretto, raccontando di aver fatto

l’ostetrico sopra un bastimento a vela, aver portato con le sue

braccia damigiane di petrolio, ricevute mance da facchino e accordato

pianoforti a Buenos Ayres; e nel ritorno essersi pubblicato inutilmente

disponibile sulle tabelle della Borsa a Marsiglia. Aggiungeva

allegramente avere ottenuto dalla cortesia di un macchinista il favore

di abbruciare i suoi manoscritti letterari, i suoi lunghi studi nel

fornello di una locomotiva a vapore.

D’allora in poi egli vagolò in campagna, a Torino, a Genova e a Firenze.

Però fino a quel tempo la sua fierezza artistica non aveva dovuto

piegarsi per domandare mercè a chicchessia. E poteva tuttavia farne

senza.

Imperocchè, quando aveva ricevuto le ottantamila lire in un picchio,

egli ne aveva investito qua e là bizzarramente alcune parti; per

esempio 10 lire in una cassa di risparmio; 200 in un’altra; magari

soltanto una lira in una terza, tanto per incomodare un impiegato a

scrivergli il libretto; 100 lire in conto corrente al Banco Sconto

e Sete; 500 lire in una azione della Banca Indo-Germanica; 5000 in

rendita turca, ecc.

Ora razzolando negli angoli del baule, gli fiorivano tra le mani quei

titoli provvidenziali, e gli fecero buon prò anche quelli rinviliti

dell’ottanta e più per cento.

Infatti un’azione dell’Indo-Germanica fu sufficiente a pagargli le

uova per un giorno intiero e una cartella del prestito turco bastò a

procurargli gli zolfini; onde egli coniò il proverbio _meglio serbar in

turco, che sprecare in italiano._

Ma questi rinfranchi gli si andavano terribilmente assottigliando

di giorno in giorno. Onde, molte volte, seduto al tavolino marmoreo

di un caffè, davanti a due uova affrittellate miseramente le quali

scoppiettavano schizzi rabbiosi per carestia di burro e si attaccavano

tenacemente abbrustolite al fondo del tegame, molte volte egli esclamò,

mezzo liricamente e mezzo elegiacamente: — vorrei che queste due uova

mi durassero una eternità! — E volgendo gli occhi in su ne gustava il

sapore, in modo da impietosire chicchessia ad eccezione di lui.

Molte volte egli, che nei suoi tempi felici aveva esibito agli altri

il suo portamonete a chius’occhi, con quella noncuranza cortese e

signorile, che non hanno nemmeno i milionari, quando offrono l’astuccio

dei sigari, — si trovò coartato a scomporre mentalmente un soldo e a

destinarne le preziose particole nel suo specchietto giornaliero: tanti

centesimi per i fiammiferi e tanti per la pattona.

Rovine · 第 23 / 82 题