In tutto il vicinato per cagione dei disturbi di quel popolo di bestie,
la signora Placida e la damigella Carolina erano molto mal vedute,
anzi erano chiamate addirittura l’una _la Madre_ e l’altra _la Sorella
dei Cani_. Sola a trattare con gentilezza officiosa verso le medesime
era _Ortensia la verdurera_, che abitava una soffitta al disopra
della famiglia Panezio. Essa, quando le incontrava per la scala o sul
pianerottolo, si fermava rispettosamente per dar loro il passo e non
risparmiava mai i suoi complimenti alla madre, alla figliuola e alla
tribù dei cani; anzi una volta diede persino una crosta di formaggio a
_Come te_.
L’Ortensia aveva la faccia rosata ed i capelli grigi, ed era un donnone
membruto, pesante e quasi emisferico, come ha tutti i diritti di essere
una vecchia erbajuola.
Ebbene, una mattina la grossa Ortensia usciva dalla sua soffitta,
mentre _Come te_, ancora tutto sonnacchioso, uscendo dal suo rastrello,
andò a cucciarsi sotto il primo gradino del quarto piano, e lì se ne
stette acciambellato e immobile, come un biscione, che facesse la
siesta dopo essersi imbottito di un uccellino. Intanto l’erbajuola
discendeva gravemente e fatalmente le sue scale. All’approssimarsi
del rumore di quelle pedate elefantesche, il malaugurato _Come te_ non
pensò punto di muoversi; ma dondolava poltronescamente la testa quasi
per cacciare la dormiveglia, che gli si era appiccicata addosso.
Quaicc!...
Ad Ortensia venne il fulmineo raccapriccio di avere schiacciato qualche
lordura molle, se non che uno strillo di bestia, che vuol mordere e
spira, la fece avvertita di avere sfracellato il povero _Come te_,
il quale pareva addirittura squagliato e attaccato al pavimento
come un sacchetto di songia. Staccatolo dalla lastra e levatolo per
uno zampino, ancora caldo, la vecchia avrebbe voluto risuscitarlo
medicandolo con la sciliva; quando si spalanca il rastrello e si
annunzia con una sonora rastrellata la signora Placida.
Vedere quello spettacolo, inveire come un’ossessa, arrotarsi come
un’asina, poi rivoltarsi come una vipera e vibrare una enorme ceffata
sulle guancie rosate di Ortensia, fu tutt’uno. Questa, che tutta
mortificata, con il cadavere di _Come te_ penzolante da due dita,
era disposta a domandarle scusa, — a quell’assalto divampò in tutta
la sua escandescenza di erbajuola, lanciò il defunto _Come te_ fra
i piedi della signora Placida, e piantò due pugni sui galloni in
minaccia formidabile. — Madama! Ah, Madama delle mie prime ciabatte!
(Le erbajuole, anche quando si prendono per i capelli non trascurano
di darsi della _madama_ e lo pretendono per sè stesse) — .... Madama
del latte d’oca e dell’anticristo!... Le mani addosso a me, le mani
addosso a me, che non ho paura nemmeno di un reggimento di dragoni! A
me che sono un trono di Dio! A me, che le rompo i denti, anche fosse un
croato, se non avessi paura di sporcarmi.... A me, che sono capace di
mangiarla in un boccone lei e i suoi undicimila cani!... Ah! Cane di un
Dio!... —
E s’avventa alla cuffia della signora Placida, la scrolla, la strappa.
La _Madre dei cani_ cerca di difendersi dando, come può, delle pugnate
sulla schiena grassa di Ortensia, che non patisce quelle piccolezze. I
capelli grigi delle due vecchie lucevano come fili di ferro elettrici.
Ne seguì una deplorevole colluttazione.
Carolina uscì strillando dal suo cancello e con lei il reggimento
dei cani superstiti, che si misero ad abbajare. Tutto il vicinato
si agglomerò di su e di giù pella scala, prendendo di mezzo le
combattenti.
— Ha ragione Ortensia.
— Ha torto madama!
— Ha torto il padrone di casa, che lascia nidiare tanti cani in questo
palazzo, che è sempre stato come si deve.
— Ha torto anche il questore. —
Il barbiere corse a prender un catino d’acqua per ismorzare le due
furie.
Patacciumm!
In questo punto comparve sulla scala Pinotto, che veniva di fuori.
— Per carità! Mamma, si rispetti, guardi come è bagnata.... Entri in
casa.... Venga con me....
— Anche tu, Pinotto.... Invece di far rispettare tua madre! Ma....
adesso non si può proprio pretendere più nulla nemmeno dai figliuoli.
Ah! L’ho sempre detto io, che non c’è più religione. Non si ascoltano
più i comandamenti di Dio....
— Per carità, mamma! Mi ascolti.... me. Si rispetti; non istanno bene
le piazzate. —
E facendole forza la trascinò in casa.
L’erbajuola, con le spalle fumanti, seguitata da un mormorio di
approvazione, risalì verso la sua soffitta, e appena fu nel suo quinto
cielo lanciò da basso un’ultima saetta partica: — Madama del mio
scaldaletto! (dandosi una patta di dietro). Madre dei cani! —
E la signora Placida di rimando, uscendo di nuovo dal cancello, con il
viso inferocito in su: — Madama di due quattrini in aria! Madama dei
cavoli marci! —
Gli astanti per una parte e Pinotto dall’altra impedirono ulteriori
battibecchi per quel giorno.
Il giorno seguente la signora Placida riceveva una citazione di
comparire davanti al Giudice Conciliatore, a fine di essere condannata
al pagamento a favore della istante Ortensia Mellario della somma
di lire trenta per _schiaffo ricevuto_; e contemporaneamente la
Ortensia Mellario era evocata a comparire alla stessa udienza dello
stesso Conciliatore per ivi vedersi condannata al pagamento a favore
dell’attrice signora Placida Panezio della proposta somma di lire cento
per _cane ucciso e varî effetti di vestiario manomessi_, il tutto con
gli interessi dalla giudiziale domanda, la protesta dei vacati e il
favore delle spese.
Da queste citazioni gemelle scaturirono tre lepidissime scene
giudiziarie, delle quali si potrebbe trarre moltissimo partito, se le
medesime non fossero già state sfruttate alla distesa nelle _Rassegne
dei tribunali_.
La prima scena ebbe luogo prima dell’udienza nell’anticamera del
Conciliatore; la seconda davanti il Conciliatore, che, riunite le
cause, si dichiarò incompetente per giudicare d’ambedue, nell’una
per ragione di _materia_ e nell’altra per ragione di _valore_; la
terza infine, la più violenta di tutte, capitò dopo l’udienza in via
delle Finanze; mancomale in tutte e tre il dignitoso appellativo di
_madama_ fu sempre accompagnato dagli epiteti _meno lusinghieri e meno
parlamentari_, come si espressero i gazzettinisti. Le due litiganti,
dopo le più scandalose _madamate_, si staccarono più accanite di prima:
e pure terminarono il loro diverbio all’unissono, brontolando tutte
e due la stessa sentenza votiva, cioè _che il cielo fulminasse quella
giustizia di Pilato!_