Questo stato di cose canino era oramai insopportabile per Pinotto, il
quale, a forza di pensarci su, finì per accettare _un’idea luminosa_,
che gli era apparita nel cervello per suggestione del suo antico
compagno di scuola Aurelio Auricola, allora sostituito procuratore non
del Re, ma del Causidico Capo Barattini.
Pinotto era maggiore di età, quindi aveva diritto di entrare nel pieno
possesso della eredità intestata morendo dismessagli dal fu suo padre,
salva la porzione legale di usufrutto materno, e salva la legittima del
sesto spettante a sua sorella secondo il Codice Albertino, sotto il cui
impero il _de cujus_ erasi reso defunto.
Aurelio s’incaricò egli stesso di consultare i notai, gli uffici di
registro e le ipoteche, e dopo queste ricerche venne a dirgli che
poteva pertoccargli subito in sua parte dispotica una ottantina di
migliaia di lire.
Fu un lecchetto irresistibile per Pinotto, interrotto da qualche
amarezza di rimorsi preventivi, a dileguare i quali il sostituito
procuratore si offerse di fare tutto lui. Infatti, mentre Pinotto andò
di nuovo in campagna dall’amico Edoardo, lasciava la sua procura ad
Auricola; e questi cominciò a scrivere una lettera gentile alla signora
Placida, poi si recò a visitarla personalmente, ma inutilmente; infine
concluse: se la signora Placida è dura, con una piccola citazione, la
faremo venir tenera.
Appena ricevute le _copie_, la signora Placida andò su tutte le furie,
poi si recò a prendere un consulto da un avvocato classico, non che
da un ex-cancelliere, suo conoscente e dal suo confessore teologo
avvocato Sturlimandi; e avuta da tutti la risposta, che pur troppo suo
figlio era assistito in diritto, sborsò ad Aurelio le ottantamila lire,
dicendo però a lui e ripetendo a tutti i conoscenti, ch’essa aveva
perduto suo figlio.
Pinotto, avuto nelle mani quel marsupio, cominciò a lasciarne un
buono strappo ad Aurelio, dichiarandogli la propria ammirazione,
assicurandolo ch’era addirittura un grand’uomo e nominandolo suo
ministro di grazia e giustizia; quindi prima di partire da Torino, per
isgombrare subito tutti gli scrupoli possibili ed immaginabili dalla
nuova strada trionfale, che gli si apriva dinanzi, cominciò con una
solenne birboneria. Invitò tutti i suoi numerosi amici e con maggior
contentezza e preferenza di cuore i nemici ad _un’orgia_, come diceva
testualmente il biglietto d’invito.
Intervennero alla medesima, oltre moltissimi giovanotti, alcuni
personaggi maturi e rispettabili, e trovarono alcune giovani persone
di sesso diverso, vestite con molto sfarzo ed eleganza, ma molto meno
rispettabili dei predetti.
Venne invitato anche Aurelio Auricola, a cui non pareva vero di dover
pigliare parte a quel finimondo di baldoria, egli che non aveva ancora
mai speso più di 15 centesimi in un colpo per i suoi minuti piaceri e
che un sigaro da un soldo lo faceva durare per un’intiera settimana,
usando spegnerlo dopo due o tre boccate e quindi avvilupparlo in
un cartoccio di gazzetta o in una scatoletta di lamiera vuota di
fiammiferi.
Aurelio intervenne con un vestito da sacrestano e con un cilindro
ammaccato da fiaccherajo, che furono il tema di parecchie risate in
tutta la notte.
Alle due del mattino, Pinotto, tenendo un mantile sulle spalle, come
fosse un manto, reggendo tragicamente un candeliere con una mano e
portando un inaffiatojo in testa, declamava il monologo di Amleto:
_Essere o non essere_.
Una di quelle signore pochissimo rispettabili si proponeva di andare al
Veglione dello Scribe a cavallo di un asino. Parecchi invitati di ambo
i sessi ballavano sotto la tavola.
Un avvocatino, supino per terra e con un imbuto in bocca, si faceva
versare dentro del vino, come lui fosse un bottale. Aurelio guardando
attorno, che nessuno lo guardasse, rimpinzava di confetti le lunghe
saccocce di dietro dal suo frac da sacrista.
Passata una settimana giusta da quella nottolata, gli invitati, senza
sapere l’uno dell’altro, si recarono poi tutti a farsi visitare da
un medico famoso e convennero tutti nel giurare che quel birbante di
Pinotto lo aveva fatto apposta.... a lasciare loro quel brutto ricordo.