IX.

Divenuto più prepotente di prima, Pinotto anelava di trovarsi lontano

dalla sua famiglia per essere maggiormente in libertà, ed anche per

togliersi davanti il testimonio quotidiano della sua disaffezione verso

la madre e la sorella. L’occasione gli venne opportunissima, terminato

il liceo. Allora con la scusa di saltare un anno di università, egli

ottenne dalla mamma di andare a studiar matematica nella università

libera di Camerino.

Quivi, padrone finalmente di sè stesso, libero di mettersi un paio di

guanti nuovi alla festa, libero di andare a scuola negli altri giorni

o di andare a cavallo, libero di giocare al faraone e d’andare a letto

nell’ora che gli piaceva di più, egli studente _puro sangue_ si sentiva

rinato; e in questa baldoria di libertà personale e di felicità, egli

sentiva a un tempo di riamare sua madre e sua sorella.

— Povere donne! — egli diceva fra sè: — Ho torto io a pretendere,

che esse sappiano più di quello che hanno studiato. Con i loro

difetti e con la loro semplicità, esse mi sono ancora più care....

Quando ritornerò a casa, voglio dare a loro un abbraccio stretto

così!... —

E al buon giovane pareva già di abbracciarle.

Di lettere ne mandava di rado a casa, perchè anzitutto egli tra il

proteggere le ballerine, il fumare, lo spolverare i calzoni con il

frustino, il far la corte alla figliuola del colonnello di fanteria ed

altre studenterie universitarie, non trovava il tempo per iscrivere,

e poi quattro soldi gli scappavano sempre per una tazza di caffè o

per quattro sigari Cavour, o per una mancia ad una portinaia, che

recasse un vigliettino amoroso, e non ne aveva mai quattro che gli

puzzassero per la compera di un francobollo. Ma senza scrivere pensava

continuamente alla famiglia.

— Povera mamma! Chi sa che cosa farà adesso? Povera vecchia! Si

incamminerà a messa.... A quest’ora forse Carolina laverà il cane

e la mamma lo terrà su ritto e fermo, che non si muova. Povere

creature! —

Finito il primo anno di università, egli ritornò a Torino, come

andasse a nozze. Divorò la scaletta piena di tanti ricordi elementari,

ginnasiali e liceali. Alcuni sgorbi da lui disegnati con il carbone

parecchi anni prima sulla muraglia del pianerottolo, fra cui il

ritratto di un asino e quello di Aurelio Auricola, gli diedero una

stretta al cuore.

Vista la mamma, le si buttò addosso, come volesse mangiarla.

— Caro Dio! A momenti mi soffochi e mi mandi la cuffia per traverso!

Che soldataccio! Sono queste le creanze degli studenti di Pisa?...

— Vengo da Camerino, mamma, e non da Pisa....

— Non importa.... Vieni pure di dove vuoi; ma hai imparato poco, mio

caro, se sei ancora così disadatto.... Ebbene, del resto, hai finito

tutto? L’hai presa la laurea?

— Che laurea! Ho appena finito il primo anno....

— Oh cara vita! Quante bugie! Non mi avevi detto, che andavi così

lontano, andavi a Pisa....

— A Camerino, mamma!

— Pisa, verdone o canerino fa tutto lo stesso.... Non mi avevi detto

che andavi.... dove sei andato, per finire più presto? Caro Dio! E

adesso mi conti che non è ancora finita questa storia. È lunga, sai! Mi

costa, sai, mantenere un figlio fuori di casa a fare il signore.... Ah!

era meglio che tu avessi imparato subito qualche mestiere, e ti fossi

messo a fare il sellajo, come lo faceva onoratamente la buon’anima di

tuo padre. Santa Pazienza! Santa Pazienza! E adesso, quanti anni ti

rimangono ancora da fare? Quanti?

— Quanti! Quanti! Cinquecento, — rispose il figlio con un dispetto

pochissimo dissimulato. — Persino il portinaio da basso sa, che per

pigliare la laurea da ingegnere ci vuole maggior tempo che per prendere

quella da ciabattino.... Ma Ella, signora madre, più che tutta la

scienza, forse amerebbe meglio che io le portassi innanzi un bel basto

da somaro lavorato con le mie proprie mani, non è vero?... Quanti!

Quanti! Piuttosto io dovrei domandare a Lei, signora madre, quanti cani

si sono introdotti nella nostra casa, durante la mia assenza. Oh, buon

giorno, sorella. —

In quel punto si era aperto l’uscio interno dopo pareccbie graffiature;

ed insieme con Carolina aveva fatto irruzione una cagnara di sette

cani, prima di tutti Glafir, il quale, riconoscendo Pinotto, si

degnò di schiacciarsi in suo onore sul pavimento, dondolandosi e poi

facendogli intorno quattro o cinque salterelli da ranocchio.

Roma, la compagna data a Glafir, e i suoi cinque cagnolini, che come

dice la Scrittura, _ignorabant Ioseph_, cioè non conoscevano Pinotto,

lo guardavano con certi occhi _sui generis_, proprio cagneschi, quasi

volessero dire: che cosa è venuto a fare questo forestiero in casa? Che

diritto ha egli di trattare con tanta domestichezza le nostre padrone?

Anzi Roma, dopo essere dimorata un poco nella sua posizione di

ignoranza sospettosa, si mise ad ululare a canne ritte e spalancate

verso Pinotto; ed uno dei suoi cagnolini, incoraggiato da questo

contegno materno, si avvicinò alle gambe di lui per addentargli i

calzoni.

Allora Carolina: — Zitta, Roma! Vieni qua.... Poverina! Non ti conosce

ancora.... Vieni qua; te lo presento io. Questo qui è quel birbo di

mio fratello, di cui abbiamo parlato tante volte insieme, e che si

piglierà ben guardia dal farti qualsiasi disprezzo. Del resto noi

gli tireremo le orecchie; non è vero, Roma? Ah, che bellezza di una

cagnetta! Che cosa ne dici, fratello? È vera _grifona_, sai. Oh, dillo

tu, Roma, dillo tu, se non sei proprio una gran bella bestiolina....

Devi sapere, Pinotto, che ce l’ha regalata, appena sei partito tu,

il teologo Sturlimandi, ce l’ha regalata, perchè la sua cuoca non

aveva nessuna pazienza a tenere queste bestie fine, come devono essere

tenute. Egli l’aveva portata da Roma un anno fa, dove era andato per

vedere i vescovi del Consiglio Catecumenico; e l’ha proprio avuta da

uno dei primi amici del maggiordomo di un cardinale; per cui questa

bestia quasi si può dire papale. Sicuramente! È per questo che il

teologo l’ha voluta chiamare Roma. La birrichina, appena venuta da

noi, ha subito comperato i suoi cagnolini. Li abbiamo allevati tutti,

perchè sono tanto belli.... cioè ne abbiamo fatto perdere soltanto uno,

perchè era nato quasi morto. Se avessi veduto, che importanza si dava

questa cagnolina, quando era in _pagliola!_ Voleva che le dessimo da

mangiare noi nella cuccia, proprio come ad una mammina. Poi, quando

abbiamo dovuto battezzare (uh! uh! che eresia dico mai! volevo dire

metterci il nome a tutti i suoi birrichini), abbiamo voluto fare le

cose proprio come si deve, e li abbiamo denominati in inglese, come

è l’ultima moda; anzi per avere i nomi inglesi proprio giusti, siamo

persino andate in compagnia del teologo a parlare con un prete sopra la

Gran Madre di Dio, il quale è stato a predicare in Inghilterra. Ecco:

questo qui si chiama _Dear_, che vuol dire carino, questo qui _Black_,

che vuol dire Moretto, questa qui è tota _Miss_ e questa qui madama

_Lady_. Finalmente questo birrichino, che voleva morsicarti i calzoni,

indovina un po’ come si chiama?... Questo non si chiama più in inglese,

si chiama _Come te_.... Ah! Ah! Ah! Gli abbiamo voluto mettere questo

nome faceto per minchionare la gente. Qualche curioso domanda: Come si

chiama questo cagnolino? E noi senza offenderlo: _Come te, Come te_.

Non è una cosa da crepar dal ridere, caro fratello? Se vedessi poi, che

prodezze sanno fare tutti quanti! _Come te_, quando gioca con il gatto

della portinaia, è un vero amore. Lo dicono tutti. —

Rovine · 第 16 / 82 题