IV.

L’idea della berretta con il fiocco fece sentire al giovinetto il sole,

che gli arroventava il capo scoperto; onde egli si trasferì dall’altra

parte dei portici, e quivi seguitò ad almanaccare e a congiurare con sè

stesso.

— Oh! Chi ha torto in questa questione è anche la società del genere

umano. Sicuro! Nelle storie si trovano dei tiranni, che hanno esiliato,

rinchiuso e perseguitato Temistocli, Aristidi, protestanti, valdesi ed

ebrei; ma non ce n’è ancora stato uno buono a dare un po’ di ghetto o

di ostracismo a questi signori cani, che si introducono nelle famiglie

ad appropriarsi indebitamente l’affezione dovuta a figliuoli.... Oh, se

i nostri consoli sapessero quello che si fanno! —

In questo punto alla immaginazione bollente e ridente dello scolaretto

si aperse una vallea di una arditezza geografica, a cui banditi da

un editto divino, fustigati da sergenti della Guardia Nazionale,

spaventati dalle trombe del giudizio universale, colti da sfrombolate

davidiche, concorrevano i cani dell’universa terra: giungevano a

squadroni, a torme; ce n’erano di tutti gli stampi: veltri del medio

evo coperti della loro mantellina di raso con la cassa del petto

in curva gentile come i fianchi di un violino, — cani côrsi, con la

loro sezione di muso camusa e digrignata come la faccia della morte,

— cani che parevano pecore, lavori di monache, ricami di cuscino;

avevano tutti la lingua lunga, le costole palpitanti al pari di un

mantice; alcuni saettavano l’aria con balzi eleganti; i bassi Glafiri

incespicavano ad ogni tratto e facevano pallottola di sè stessi; alle

lanciate dei sergenti della Guardia Nazionale, alle sassate dei Davidi

guaivano tutti e alzavano, ciascuno una gamba posteriore.

Quando tutti si trovarono nella nuova terra di Canaan loro assegnata

dalla giustizia eterna, si sentirono serrare alle spalle un muraglione

della China, che doveva circuirli per _omnia saecula saeculorum_.

Condannati a stridere nel loro Kanato essi si governavano, si

mordevano, si mangiavano e si sterminavano fra loro: ritornavano ciò

che erano prima del loro incivilimento, lupi e sciacalli. Intanto un

angelo gentile con una trombettina da un soldo correva per le famiglie

dell’umanità ad annunziare la buona novella: — Bambini, allegri! chè i

cani sono andati via, quelli che rubavano i cuori delle mamme e delle

sorelle. —

Questa fantasmagoria scaricò un po’ la testa a Pinotto dell’odio

che lo aveva invaso, mentre egli si trovò davanti alla bottega d’un

pizzicagnolo. Ecco lì i tagli lucenti e netti del salame crudo, le

teste umide e grigiolate profumatamente del salame cotto, un cuneo di

gorgonzola, che gli apriva le insidie del suo seno.

Pinotto si ricordò che non aveva fatto l’asciolvere, si sentì strizzare

le viscere, venirgli la pancia come un soffietto e discendergli qualche

cosa. Egli avrebbe dato della fronte in quei cristalli per mangiare

di quelle leccornie. Allora la servilità dello stomaco gli profugò

la superbia della testa. Egli pensò, che aveva avuto torto; aveva

avuto torto sicuramente a fare quella cattiveria, a fuggire di casa, a

rompere un vetro, e.... per che cosa? per la gelosia di un cagnolino,

il quale forse poteva aver ragione, lui. Povero Glafir! Sicuro! aveva

ragione lui...! Se è ammalato, se ha la tosse.... Povera bestiolina!

bisogna avergli rispetto.... e domandargli scusa, se fa bisogno....

e poi la mamma gli vuol bene e comanda così.... E il proverbio dice

che chi maltratta il cane.... E i comandamenti di Dio ci obbligano ad

ubbidire padre e mamma, se si vuole vivere lungamente sulla terra... E

poi Pinotto non è buono a fare lo spazzacamino, egli avrebbe vergogna a

strillare i giornali e i fiammiferi.... —

Così ruminando, con una fame, che la vedeva, lo scolaretto, grondon

grondoni, ritornò indietro; girò i pilastri con una andatura tremola,

come il riverbero di uno specchio rotto; salendo le scale con il ticche

tacche nel cuore, egli si preparò sulla bocca il più bello e commovente

_perdono!_ da povero innocente.

Ma comparso sulla soglia della sua casa, non ebbe tempo di pronunziarlo

quel _perdono!_ perchè zònfate! L’uragano di uno schiaffo lo stramazzò

in terra. Appena potè rilevarsi da quel coperchio di dolore, che lo

aveva offuscato, egli strillando e camminando ginocchioni, andò ad

avvinghiarsi convulsivamente e quasi ermeticamente alle gambe di sua

mamma.

— Mamma! mamma! perdono! domando perdono!... ho fame....

— Se hai fame, birbante, guarda lì.... Mangia ciò che ha avanzato

Glafir.... Così imparerai a fare il matto, a rompere i cristalli e a

scappare di casa all’ora della colazione. —

A quella proposta quel bambino si sentì asciutto di lacrime e quasi

impietrato; stette cinque minuti senza pensieri, quasi senz’anima;

poi si riscosse ad una violenta interrogazione che gli fece la fame

e le rispose di sì; si mosse come un’ombra, e andò in un canto a

pigliare per terra un piattino nero, che conteneva un intruglio bianco,

la minestra lasciata stare dal cagnolino; provò ad accostarsi alle

labbra una cucchiajata di quel rimasuglio; ma, appena i suoi nervi

sentirono quella schifezza, andarono in rivoluzione. Egli ebbe un

sussulto rabbioso di vomito asciutto, lasciò cadere sul pavimento

tutto ciò che aveva nelle mani; cadeva egli stesso da tutte le parti,

eruttava pianti, schiuma, sospiri, guaiti.... Pareva che quel fanciullo

avesse perduta la sua intelligenza piccina davanti a quel baratro di

umiliazione e di crudeltà materna.

La signora Placida si percuoteva le mani, e rivolta alla figliuola

diceva:

— Carolina! Carolina! ci mancava anche questo.... che questo dannato si

facesse venire i vermi. Va un po’ a chiamare il medico. —

Il medico venne, e, dopo aver guarito Pinotto con una settimana di

cura assidua, diede alla mamma e alla sorella per metodo di cura

preservativa il suggerimento, che gli evitassero qualsiasi occasione di

spavento.

Rovine · 第 11 / 82 题