L’idea della berretta con il fiocco fece sentire al giovinetto il sole,
che gli arroventava il capo scoperto; onde egli si trasferì dall’altra
parte dei portici, e quivi seguitò ad almanaccare e a congiurare con sè
stesso.
— Oh! Chi ha torto in questa questione è anche la società del genere
umano. Sicuro! Nelle storie si trovano dei tiranni, che hanno esiliato,
rinchiuso e perseguitato Temistocli, Aristidi, protestanti, valdesi ed
ebrei; ma non ce n’è ancora stato uno buono a dare un po’ di ghetto o
di ostracismo a questi signori cani, che si introducono nelle famiglie
ad appropriarsi indebitamente l’affezione dovuta a figliuoli.... Oh, se
i nostri consoli sapessero quello che si fanno! —
In questo punto alla immaginazione bollente e ridente dello scolaretto
si aperse una vallea di una arditezza geografica, a cui banditi da
un editto divino, fustigati da sergenti della Guardia Nazionale,
spaventati dalle trombe del giudizio universale, colti da sfrombolate
davidiche, concorrevano i cani dell’universa terra: giungevano a
squadroni, a torme; ce n’erano di tutti gli stampi: veltri del medio
evo coperti della loro mantellina di raso con la cassa del petto
in curva gentile come i fianchi di un violino, — cani côrsi, con la
loro sezione di muso camusa e digrignata come la faccia della morte,
— cani che parevano pecore, lavori di monache, ricami di cuscino;
avevano tutti la lingua lunga, le costole palpitanti al pari di un
mantice; alcuni saettavano l’aria con balzi eleganti; i bassi Glafiri
incespicavano ad ogni tratto e facevano pallottola di sè stessi; alle
lanciate dei sergenti della Guardia Nazionale, alle sassate dei Davidi
guaivano tutti e alzavano, ciascuno una gamba posteriore.
Quando tutti si trovarono nella nuova terra di Canaan loro assegnata
dalla giustizia eterna, si sentirono serrare alle spalle un muraglione
della China, che doveva circuirli per _omnia saecula saeculorum_.
Condannati a stridere nel loro Kanato essi si governavano, si
mordevano, si mangiavano e si sterminavano fra loro: ritornavano ciò
che erano prima del loro incivilimento, lupi e sciacalli. Intanto un
angelo gentile con una trombettina da un soldo correva per le famiglie
dell’umanità ad annunziare la buona novella: — Bambini, allegri! chè i
cani sono andati via, quelli che rubavano i cuori delle mamme e delle
sorelle. —
Questa fantasmagoria scaricò un po’ la testa a Pinotto dell’odio
che lo aveva invaso, mentre egli si trovò davanti alla bottega d’un
pizzicagnolo. Ecco lì i tagli lucenti e netti del salame crudo, le
teste umide e grigiolate profumatamente del salame cotto, un cuneo di
gorgonzola, che gli apriva le insidie del suo seno.
Pinotto si ricordò che non aveva fatto l’asciolvere, si sentì strizzare
le viscere, venirgli la pancia come un soffietto e discendergli qualche
cosa. Egli avrebbe dato della fronte in quei cristalli per mangiare
di quelle leccornie. Allora la servilità dello stomaco gli profugò
la superbia della testa. Egli pensò, che aveva avuto torto; aveva
avuto torto sicuramente a fare quella cattiveria, a fuggire di casa, a
rompere un vetro, e.... per che cosa? per la gelosia di un cagnolino,
il quale forse poteva aver ragione, lui. Povero Glafir! Sicuro! aveva
ragione lui...! Se è ammalato, se ha la tosse.... Povera bestiolina!
bisogna avergli rispetto.... e domandargli scusa, se fa bisogno....
e poi la mamma gli vuol bene e comanda così.... E il proverbio dice
che chi maltratta il cane.... E i comandamenti di Dio ci obbligano ad
ubbidire padre e mamma, se si vuole vivere lungamente sulla terra... E
poi Pinotto non è buono a fare lo spazzacamino, egli avrebbe vergogna a
strillare i giornali e i fiammiferi.... —
Così ruminando, con una fame, che la vedeva, lo scolaretto, grondon
grondoni, ritornò indietro; girò i pilastri con una andatura tremola,
come il riverbero di uno specchio rotto; salendo le scale con il ticche
tacche nel cuore, egli si preparò sulla bocca il più bello e commovente
_perdono!_ da povero innocente.
Ma comparso sulla soglia della sua casa, non ebbe tempo di pronunziarlo
quel _perdono!_ perchè zònfate! L’uragano di uno schiaffo lo stramazzò
in terra. Appena potè rilevarsi da quel coperchio di dolore, che lo
aveva offuscato, egli strillando e camminando ginocchioni, andò ad
avvinghiarsi convulsivamente e quasi ermeticamente alle gambe di sua
mamma.
— Mamma! mamma! perdono! domando perdono!... ho fame....
— Se hai fame, birbante, guarda lì.... Mangia ciò che ha avanzato
Glafir.... Così imparerai a fare il matto, a rompere i cristalli e a
scappare di casa all’ora della colazione. —
A quella proposta quel bambino si sentì asciutto di lacrime e quasi
impietrato; stette cinque minuti senza pensieri, quasi senz’anima;
poi si riscosse ad una violenta interrogazione che gli fece la fame
e le rispose di sì; si mosse come un’ombra, e andò in un canto a
pigliare per terra un piattino nero, che conteneva un intruglio bianco,
la minestra lasciata stare dal cagnolino; provò ad accostarsi alle
labbra una cucchiajata di quel rimasuglio; ma, appena i suoi nervi
sentirono quella schifezza, andarono in rivoluzione. Egli ebbe un
sussulto rabbioso di vomito asciutto, lasciò cadere sul pavimento
tutto ciò che aveva nelle mani; cadeva egli stesso da tutte le parti,
eruttava pianti, schiuma, sospiri, guaiti.... Pareva che quel fanciullo
avesse perduta la sua intelligenza piccina davanti a quel baratro di
umiliazione e di crudeltà materna.
La signora Placida si percuoteva le mani, e rivolta alla figliuola
diceva:
— Carolina! Carolina! ci mancava anche questo.... che questo dannato si
facesse venire i vermi. Va un po’ a chiamare il medico. —
Il medico venne, e, dopo aver guarito Pinotto con una settimana di
cura assidua, diede alla mamma e alla sorella per metodo di cura
preservativa il suggerimento, che gli evitassero qualsiasi occasione di
spavento.