II.

Chi era Glafir?

Era un cagnolino tozzo, dal collo corto e dalle gambe cortissime,

grasso come una caciuola marzolina, pigro come una marmotta, che

tossiva e starnutiva con mille stenti e putiva come un avello.

Da un anno la mamma Placida e la sorella Carolina lo lavavano, lo

profumavano, lo pettinavano, gli dirizzavano la scriminatura sulla

testa, sulla schiena e persino sulla coda, gli allacciavano i riccioli

con nastrini di seta molticolori; gli facevano _dindindare_ una

sonagliera intorno al collo; gli lasciavano fare tuttociò che voleva

sulle sedie, lo rabbatuffolavano sopra il canapè e poi lo alzavano di

peso, se lo accostavano alla bocca, e sembrava volessero mangiarlo con

baci e baci; di buon mattino se lo cucciavano sul copripiede del letto;

e il venerdì, il sabbato, e negli altri giorni, in cui Santa Madre

Chiesa proibisce di mangiar di grasso, esse mandavano dal beccajo a

comperare del manzo appositamente per il signor botolino.

Quel mattino esso aveva mangiato una tibia di pollastrino, grufolando

fra la spazzatura del pianerottolo; e quell’ossicino gli era restato

nella gola. Aveva tossito e starnutato più miseramente del solito; onde

mamma e figliuola non avevano fatto altro che ripetersi per tutta la

mattina: — Bisogna guardarsi.... Glafir non è un cane da lasciargli

mangiare le ossa. — Bisogna guardarsi.... Poverino! — Diamogli il

caffè. — Proviamo l’acquavite. — Proviamo l’acqua teriacale. — Stai

meglio, Glafir? Oh bel fanciullino! — Ti è passata, Glafir? —

Rovine · 第 9 / 82 题