Chi era Glafir?
Era un cagnolino tozzo, dal collo corto e dalle gambe cortissime,
grasso come una caciuola marzolina, pigro come una marmotta, che
tossiva e starnutiva con mille stenti e putiva come un avello.
Da un anno la mamma Placida e la sorella Carolina lo lavavano, lo
profumavano, lo pettinavano, gli dirizzavano la scriminatura sulla
testa, sulla schiena e persino sulla coda, gli allacciavano i riccioli
con nastrini di seta molticolori; gli facevano _dindindare_ una
sonagliera intorno al collo; gli lasciavano fare tuttociò che voleva
sulle sedie, lo rabbatuffolavano sopra il canapè e poi lo alzavano di
peso, se lo accostavano alla bocca, e sembrava volessero mangiarlo con
baci e baci; di buon mattino se lo cucciavano sul copripiede del letto;
e il venerdì, il sabbato, e negli altri giorni, in cui Santa Madre
Chiesa proibisce di mangiar di grasso, esse mandavano dal beccajo a
comperare del manzo appositamente per il signor botolino.
Quel mattino esso aveva mangiato una tibia di pollastrino, grufolando
fra la spazzatura del pianerottolo; e quell’ossicino gli era restato
nella gola. Aveva tossito e starnutato più miseramente del solito; onde
mamma e figliuola non avevano fatto altro che ripetersi per tutta la
mattina: — Bisogna guardarsi.... Glafir non è un cane da lasciargli
mangiare le ossa. — Bisogna guardarsi.... Poverino! — Diamogli il
caffè. — Proviamo l’acquavite. — Proviamo l’acqua teriacale. — Stai
meglio, Glafir? Oh bel fanciullino! — Ti è passata, Glafir? —