=Cani!= La scena non ha luogo in teatro, ma in famiglia, dove i
suddetti quadrupedi si acquistarono una importanza ragguardevole.
Uno scolaro usciva dal ginnasio dominato dall’appetito e dalla
contentezza. Era riuscito il secondo della scuola, cosa che non gli
era mai capitata nella vita; lo gattigliava a flor di pancia un vuoto
voluttuoso; gli splendeva in testa la speranza di un _accessit;_ udiva
già il suo nome tintinnare nella distribuzione dei premi, sentiva
muoversi leggera leggera la bisaccia dei libri sulle spalle; pensava
ai grissini e ai peperoni del desco materno, all’effetto luminoso che
avrebbe prodotto il suo annunzio in casa; e con una fame, che avrebbe
addentato i pilastri dei portici, egli disprezzava le bacheche dei
confettieri, disprezzava gli zamponi dilembati rossamente, i tagli dei
presciutti marmoreggiati succosamente, il morbido ed acuto gorgonzola
e tutte le altre ghiottonerie, che dalla vetrina di un salumajo
agganciano le viscere di uno scolaretto.
Come era fulgido Pinotto sotto i Portici di Po!
Svoltò in una di quelle forme di torrioni, che sono i cortili torinesi;
infilò una scaletta. Sembrava si arrampicasse a quattro gambe;
sembrava avesse le ali; sembrava una rana; sembrava un’anitra; sembrava
abboccasse con la testa curva l’orlo di ogni gradino; a momenti, che
non sembrava quel poveretto? Finalmente eccolo sul suo pianerottolo. Oh
quanta luce egli getterà fra i suoi cari con la notizia che finalmente
è riuscito il secondo della scuola! Ma appena egli pose il piede nel
tinello, si smorzò la sua luce; chè trovò nell’atmosfera della stanza
e nei volti di sua mamma e di sua sorella quella mutezza plumbea, che
assumono le famiglie nelle più rilevate calamità casalinghe, quando è
giunto il telegramma della morte del nonno, o quando è venuto l’usciere
per una esecuzione mobiliare.
Pinotto fece uno sforzo, e non riuscì.... ne fece un altro e riuscì a
dire:
— Mamma! Carolina! Se sapeste! Finalmente sono _andato_ il secondo
della scuola, e il professore mi ha detto, che, se seguiterò così,
piglierò l’_accessit_ in fine dell’anno.
La mamma e la sorella, voltandosi dall’altra parte, risposero l’una con
una spallucciata rabbiosa e l’altra con una spallucciata piagnucolosa.
Pinotto affiochì, si avvicinò alle loro gonne fredde, e affisse i suoi
occhi pavidi nei loro volti di una impenetrabilità profonda.
— Che cosa è stato? — egli domandò tremolando come una foglia.
La mamma si spiccò da lui, senza dargli retta di uno sguardo; e la
sorella si mise a _tirar su_, e tirando su spiccicò fra la compressione
delle lacrime: — c’è.... c’è.... c’è...; — quindi con una voce da
vitella sgozzata: — c’è.... che Glafir ha la to...osse; — e giù uno
scoppio di pianto.
Pinotto scaraventò contro la finestra la sua bisaccia, il cui bottone
di acciaio ruppe un vetro; quindi scappò come un fulmine, senza il
cappello in testa.