I Cairoli, coi loro intrepidi compagni, per l'inferiorità delle armi,

avendone molte che non facevano fuoco, ebbero ricorso alle baionette e

fecero una di quelle cariche che decidono sempre della sorte di un

combattimento.

I mercenari volsero le spalle e lasciarono sul campo buon numero di

morti e parecchi feriti, ma i valorosi soldati della libertà

perdettero il loro eroico capo, il di lui fratello, ed ebbero non

pochi gravemente feriti.

La notte mise fine a quella pugna di giganti!

CAPITOLO LXX

CUCCHI E COMPAGNI

E dentro Roma che faceva Cucchi con tutti i patrioti Romani e delle

provincie consacrati alla liberazione della città od alla morte?

Cucchi, da Bergamo, una delle più squisite individualità che la

rivoluzione abbia dato all'Italia, bello, giovine, ricchissimo e d'una

delle prime famiglie di Lombardia, Guerzoni, Bossi, Adamoli e tanti

altri, tutti disprezzando le torture dell'inquisizione e mille altri

pericoli dirigevano l'insurrezione romana sotto il comando

dell'arditissimo bergamasco.

Il povero popolo di Roma era docile alla direzione di quei forti e

domandava armi e d'armi ne erano state inviate molte da ogni parte

d'Italia ma questo Governo di Firenze, esperto in ogni umiliazione e

malvagità ed espertissimo nel fare il birro, avea avuto lo scellerato

talento di fermarle tutte, in guisa che di pochissime quei di dentro

potevano disporre.

Si aggiunga il tradimento che si preparava a questo popolo infelice:

istigandolo a fare alcuni tiri di fucile _anche all'aria_ poiché

sarebbe bastato, si diceva, per far volare l'esercito italiano dalle

frontiere e si avrà un'idea dell'infernale perversità con cui da

Firenze s'ingannava il popolo di Roma e gli eroici suoi amici.

E i tiri di fucile li fecero i poveri Romani e si batterono senz'armi

per le strade contro l'immensa soldatesca ben armata e birri e preti e

frati pure in armi e fecero saltare una caserma di zuavi con una mina

e col solo coltello pugnarono da disperati contro la famose carabine

dei mercenari.

In Trastevere s'eran riuniti i nostri vecchi conoscenti, Attilio,

Muzio, Orazio, Silvio e Gasparo, e con loro tutti quelli dei trecento

su' quali la polizia non aveva ancora posto le mani(94).

(94) Si facevano ascendere a diecimila i patriotti arrestati in Roma

in quest'ultimo movimento, dal paterno Governo dell'angelico.

Il popolo avea trovato capi atti a guidarlo e vi fece il suo dovere.

Alcune delle vecchie carabine da noi conosciute nella campagna di Roma

facevano atto di presenza nelle robuste mani di Orazio e de' suoi

compagni e servivano d'efficace aiuto al nudo coltello dei

trasteverini.

Birri, carabinieri, zuavi, dragoni, in un fascio, colpiti da tegole,

stoviglie e arnesi gettati dalle finestre popolane, dalle coltellate

del popolo e da alcune poche carabine e fucili, precipitavano la loro

fuga nella Lungara verso Ponte S. Angelo e vi furono spinti persino

oltre il ponte. Ma questo era infilato da una batteria di cannoni,

sostenuta da un reggimento intiero di zuavi e quando il popolo

frammischiato ai nemici che inseguiva si affollò sul ponte, il

comandante dei clericali, degno seguace di Torquemada, ordinò il fuoco

e le sei bocche della batteria e i fuochi di linea della fanteria

concentrati sul ponte fecero un vero macello di popolo e di birri.

Che importavano a Sua Santità le membra sparse de' suoi fedeli e

compri scherani? Il denaro dei traditori d'Italia era pronto per

comprarne degli altri, quel che sommamente importava, era di ammazzare

il maggior numero possibile di ribelli.

E molti ribelli pagarono colla vita il loro nobile slancio su quel

ponte fatale, tanto più che nella sublimità dell'entusiasmo il popolo

tornò per tre volte all'assalto e per tre volte venne respinto dalla

grandine fitta di mitraglia e di palle da carabina che vomitavano i

difensori del negromantismo.

Chi fosse alla testa del popolo nell'assalto del ponte si può

indovinare. I nostri cinque, ruggendo come leoni, dopo aver consumate

le cariche, avevano spezzate le loro armi sul cranio della sbirraglia

e raccoltene di nuove sugli uccisi trascinavano seco il popolo e

coll'esempio e la parola lo spingevano all'eroismo.

Il primo dei coraggiosi capi che morde la polvere fu l'anziano, il

venerabile principe della foresta, Gasparo. Egli cadde collo stesso

sangue freddo con cui si poneva a sedere all'ombra dell'antica quercia

che gli servì di padiglione per tanti anni. Aveva il sorriso sulle

labbra ed era beato d'aver potuto dare la vita per la causa santissima

del suo paese e dell'umanità.

Un biscaino(95) lo aveva colpito nel cuore e la bella morte fu

istantanea e senza dolori.

(95) Mitraglia tonda.

Silvio cadeva accanto a Gasparo, colle due coscie trafitte. Orazio

ebbe l'orecchio sinistro portato via da un pezzo di mitraglia e un

altro gli sfiorò l'omero destro.

Muzio fu colto da una palla nel petto che lo avrebbe spedito senza il

robusto orologio inglese, regalo della bella Giulia, che andò in

frantumi, ma gli salvò la vita al prezzo soltanto di una forte

contusione.

Attilio ebbe sfiorata la coscia destra, la guancia sinistra e sul

cranio un'incannellatura quale fa la corda sull'orlo del pozzo.

Troppo era l'eccidio del popolo, troppi i caduti e dopo tre cariche

consecutive quella brava gente fu costretta di retrocedere.

Orazio caricatosi Silvio sugli omeri lo trasportò nella prima casa

accanto al ponte ma giuntavi la soldatesca, il prode amante di Camilla

vi fu trucidato e fatto a pezzi.

Ugual sorte ebbero donne e bambini e molta gente inerme caduta nelle

mani di quei degni soldati dei preti.

Nella Lungara v'è un lanifìcio nel quale erano occupati molti

lavoranti. Quanto sieno nobili gli istinti dell'operaio appare nei

casi solenni e di rivoluzione. In simili circostanze l'operaio salva

la roba e non la ruba, salva la vita agli inermi, agli arresi, e non

uccide mai col barbaro cinismo del mercenario. Si batte poi come leone

disarmato contro gli armati, uno contro dieci.

Di quel lanificio di Lungara molti operai si trovavano già

cogl'insorti e solo i più vecchi erano rimasti nello stabilimento.

Quando però quei buoni vecchi scorsero il popolo ed i loro compagni

perseguiti da birri e da mercenari, spalancarono le porte,

introdussero dentro i fuggenti o gran parte e poi spianarono stanghe,

mannaie ed ogni istromento di ferro o di legno che potesse servire a

difesa e ad offesa contro gli odiati stranieri e i birri persecutori.

Ne nacque un parapiglia indicibile all'entrata del lanificio ove il

vantaggio rimase alla gente onesta ed ove non pochi della sbirraglia

ebbero le cervella fracassate a colpi di stanga e la pelle forata da

coltelli. Fu d'uopo che i birri imprendessero un regolare assedio,

pigliassero posizione nelle case di fronte e nelle circonvicine e così

continuassero la pugna. I nostri asserragliati e barricati nel

lanificio e ne' suoi dintorni, radunate alcune armi da fuoco tenner

testa, e continuò con varia fortuna accanitissimo il combattimento.

I superstiti nostri tre amici, feriti, avevan combattuto e

combattevano da leoni. Gli insorti, animati dai loro capi, s'eran pure

portati valorosamente, ma le munizioni mancavano e colonne di

mercenari si avanzavano in sostegno dei loro.

La notte favoriva i figli della libertà che quantunque privi di

munizioni e pochi non cessavano di resistere. Eran le sette

pomeridiane, quando rallentati i fuochi degli insorti, una colonna di

papalini si accinse all'assalto prendendo di mira il gran portone

dell'edificio che gl'insorti avevano barricato ma non chiuso.

Orazio e Muzio dopo avere barricato il portone del lanificio armati

ciascuno d'una mannaia, collocati i più giovani romani e più arditi a

destra e sinistra del portone alla difesa, si tenevano pronti a

resistere disperatamente ed a vendere cara la loro vita.

Attilio s'era incaricato di distribuire il resto della gente negli

usci interni dello stabilimento, fatti barricare nel miglior modo

possibile collocando buon numero di operai alle finestre del piano

superiore donde dovevano scagliare sugli assalitori quanti oggetti

pesanti potevano loro venire alla mano. Egli, armato della sciabola

d'un gendarme ucciso da lui stesso nella giornata, scendeva poi a

raggiungere gli amici al posto più pericoloso.

L'aspetto dell'interno del lanificio già era straziante. Molti

cadaveri di coraggiosi popolani morti alla difesa dello stabilimento,

erano stati portati ed ammassati nell'angolo più oscuro dell'ampio

cortile. Molti feriti giacevano qua e là negli altri angoli e nelle

stanze terrene e un solo lamento non si udiva da que' valorosi figli

del popolo.

L'immensa tavola con un candelabro nel mezzo occupava il centro di un

vasto salone a sinistra dell'ingresso e su quella tavola si vedevano

ammonticchiate bende, fascie, filacce e panni di varie specie che la

causa aveva potuto fornire pel servizio dei feriti. Bottiglioni,

bottiglie, fogliette con vino non mancavano. Una conca grande d'acqua

stava a' piedi della tavola, forse refrigerio più utile ai sofferenti

feriti sia per mantenere, bagnandole, le loro ferite umide e fresche,

sia per appagare la sete che le ferite generalmente cagionano.

CAPITOLO LXXI

LE TRE EROINE

Tre donne di rara bellezza sopraintendevano alla cura dei feriti ed al

nobile e gentile loro aspetto, noi riconosciamo le nostre eroine:

Clelia, Giulia ed Irene. La povera, la derelitta Camilla inconscia

ancora della perdita del suo Silvio e coi segni in volto delle passate

sventure, aiutava macchinalmente le tre pietose.

Tutte avevano fatto parte di quel popolo che per un pezzo vittorioso,

aveva inseguito i mercenari sino al ponte S. Angelo e tutte si erano

precipitate nel lanificio quando il popolo respinto si rifugiò e si

trincerò in quello stabilimento.

Altre donne del popolo aiutavano pure e portavano ai feriti quel

soccorso che la circostanza permetteva.

"Ebbene, principe della campagna romana,--diceva Attilio ad Orazio--ne

hai già vedute molte, ma questa pugna che stiamo digerendo sta notte è

certo delle più ardue. Mi consola però che questi nostri Romani

mostrano ricordarsi de' tempi antichi.

Guardali. Nessuno impallidisce. Tutti sono pronti ad affrontare la

morte, comunque essa venga".

"Anzi,--rispondeva Orazio--essi mangiano, bevono, e tripudiano come se

fossero a una passeggiata al Foro a vuotarvi la foglietta".

"Eppure,--ripigliava il valoroso marito d'Irene,--essi avranno dura

impresa a sostenere contro tanta canaglia che ci attornia e che

aspetta il momento propizio per assaltarci.

Dall'aspetto di coloro che abbiamo a fronte e la cui baldanza aumenta

sempre dal fuoco infernale che ci fanno contro e dai loro sguardi ed

applausi che volgono verso il ponte S. Angelo, v'è da dedurre ch'essi

non tarderanno a muoversi contro di noi colle truppe fresche che

ingrossano di continuo".

"Non dubitare,--soggiungeva Muzio,--il ferro di questo fucile sarà ben

vermiglio prima che quei briganti saltino qui dentro".

"Diamo un sorso d'Orvieto a questi nostri prodi", esclamò Attilio. E

dopo aver tutti rinfrescata la gola con un bicchiere corroborante un

grido unanime e solenne di "Viva l'Italia" risuonò strepitoso nella

folla accalcata dei nobili difensori di Roma.

CAPITOLO LXXII

I MONTIGIANI

Mentre si pugnava disperatamente in Trastevere, i Montigiani, guidati

da Cucchi, Guerzoni, Bossi, Adamoli ed altri generosi non se ne

stavano colle mani alla cintola.

Lo scoppio della mina nella caserma degli zuavi era convenuto dovesse

essere come il segnale del loro moto. E la mina scoppiò e quei prodi

mossero con eroica risoluzione alla testa di tutta la gioventù romana

che si potè radunare.

Quanti birri, impauriti dallo scoppio della mina si trovarono sul

passaggio del popolo, furono disarmati od uccisi quelli che vollero

resistere.

Però la mina avea fatto molto fracasso e poco danno, vuoi perché fosse

la polvere insufficiente o pure mal collocata. I giornali clericali e

i governativi italiani (che vuol poi dire lo stesso) assicurano: che

solo la musica dei zuavi, composta d'Italiani era volata per aria e

che gli stranieri, specialmente raccomandati alle efficaci preghiere

di Sua Santità, erano stati miracolosamente salvi. Forse perché gli

Italiani, hanno la fortuna di non essere più l'oggetto delle preci

della negromanzia!

Il fatto sta, che pochi furono i mercenari morti e gli altri, usciti

dalle caserme ed ordinatisi, incominciarono un fuoco d'inferno contro

il popolo inerme.

Sulla caserma si dirigeva Cucchi coi suoi luogotenenti Bossi ed

Adamoli ed alla loro voce e col loro esempio la gioventù romana si

precipitava furibonda contro i mercenari stranieri. Era una lotta a

corpo a corpo di gente per la maggior parte inerme, che s'avvinghiava

ai soldati di mestiere e cercava di strappar loro le armi. Ma i

mercenari erano molti. L'oro e i sussidi del Bonaparte erano stati

potenti. Un gran numero di soldati francesi, sotto l'assisa degli

zuavi pontifici da molto tempo per Civitavecchia aveva presa la via di

Roma.

I mezzi che i paolotti, gesuiti, reazionarii avevano inviato al papa

da tutte le parti del mondo erano immensi. Si aggiunga a tutto ciò

gran numero di fanatici, preti e monaci che coll'abito di

mercenari(96) frammischiati ai soldati papalini, li eccitavano

all'eroismo delle carneficine promettendo loro in ricompensa la gloria

del paradiso oltre alle ricompense di molto oro e quant'altro potevano

desiderare.

(96) Di costoro se n'eran trovati in Monterotondo coi zuavi

prigionieri.

Povero popolo di Roma!

E chi dobbiam contar noi sotto quella denominazione quando si sìa

detratto tutto quanto v'era di popolo pretino? Togliete Papa,

cardinali, monsignori, preti, frati, accumulati lì, dell'intiero

globo, con donne, con servitori, con cuochi, con cocchieri e con

parenti di cuochi, di servi, di serve, delle loro donne e con una

massa di popolazione operaia vivente alle spese di questa ricchissima

ciurmaglia, ciò che resta meritevole del nome di popolo, che non

appartiene al negromantismo, sono alcune famiglie oneste del medio

ceto, pochi barcaiuoli e pochi mendichi.

Nella campagna, ove l'ignoranza mantenuta dal pretismo ha gettato

ancor più forti radici, la gente parteggiava per il clericume in tutta

l'Italia, massime nella campagna di Roma ove tutti i padroni son preti

od amici potenti dei preti.

Mentre Cucchi co' suoi prodi compagni sosteneva alla testa del popolo

un'eroica ma disuguale pugna nei dintorni della caserma degli zuavi,

Guerzoni e Castellazzi, guidando un drappello di giovani aveano

assaltato porta S. Paolo, disarmato alcune guardie ed incamminanvansi

fuori ove dovevasi trovare un deposito d'armi. Le armi vi erano

veramente ma padroni di quelle armi si trovavano già forti nerbi di

truppe e birri pontifici con cui i nostri valorosi amici dovettero

pure sostenere un disugualissimo combattimento e finalmente

disperdersi perseguiti dall'accanita sbirraglia.

CAPITOLO LXXIII

CORRUZIONE DELLE GENTI

Quando si pensa alla depravazione a cui hanno condotto le genti questi

due ultimi abbominevoli governi d'Italia coll'oro del popolo e della

reazione mondiale, è cosa da fare spavento!

Dalla posta vi arrivano le lettere insignificanti dopo d'esser state

aperte dalla polizia, ma nessuna di quelle che contengano ombra di

politica giunge fino a voi. I segreti di famiglia e d'amicizia

difficilmente rimangono inviolati dalla gran calca di spie, coll'abito

sacerdotale o laico, che infestano questa società corrottissima.

In fine si potrebbe asserire senza pericolo di allontanarsi dal vero:

che la metà del popolo vive faticosamente ed a stento pagando le

intemperanze e le scelleraggini dei governi.

L'altra metà è pagata grassamente dai suddetti governi per opprimere,

combattere e spiare la prima.

Se sieno questi governi conformi alle aspirazioni nazionali verso il

bene lo lascio giudicare dalle nazioni che ponno guardare pacatamente

dal di fuori all'infelice condizione d'Italia.

CAPITOLO LXXIV

IL ROVESCIO

Gli eroici Cairoli ed i loro compagni pagavano col loro sangue il

sublime loro patriottismo e la generosa solidarietà cogli insorti

Romani. L'alba del 24 ottobre, piovosa, fosca, malinconica, foriera di

nuove sventure Italiane, rischiarava la infantile e nobile fisionomia

di Enrico, il nuovo Leonida, del fratello suo Giovanni, e di molti

altri di quella stupenda brigata. Il primo, morto col sorriso del

disprezzo sulle labbra per la bordaglia che gli avea combattuti, dieci

contro uno; Giovanni, quasi mortalmente ferito accanto al cadavere

dell'amatissimo fratello e tutti gli altri di cui la storia registrerà

i gloriosi nomi, morti o malamente feriti

Pochi furono i superstiti dei valorosi settanta e quei pochi

lasciarono il campo per riunirsi ad altri fratelli che pugnavano nello

stesso tempo contro le orde straniere fuori delle mura di Roma.

L'impresa di Guerzoni per impadronirsi delle armi esistenti fuori di

porta S. Paolo da lui condotta coll'intrepidezza spiegata in cento

combattimenti era fallita per l'ovvia ragione che la gioventù Romana

sotto a' suoi ordini non avendo armi, fu costretta di sottrarsi ai

colpi dei mercenari e disperdersi. Lui e Castellazzi dopo molte prove

di valore e di risoluzione disperata furono trascinati dallo

sbandamento del popolo ed obbligati di appiattarsi per aspettare una

nuova opportunità d'insorgere.

Cucchi, Bossi, Adamoli, alla testa del loro nucleo di popolo fecero

prodigi di valore, e s'impadronirono di una parte della caserma degli

zuavi armati di soli revolver e coltelli. Vi furono delle pugne tra

popolani e papalini, ove coi denti, in mancanza di altre armi, furono

sbranati i nemici.

Ma qui pure bisognò cedere al numero, alla disciplina ed alla

superiorità delle armi e qui pure il chiarore dell'alba del

ventiquattro, presentò ai passeggieri impauriti un mucchio di cadaveri

e di morenti da far raccapriccio.

Ecco in qual modo si consolidava il trono crollante dell'angelico,

raffermato nella strage dei poveri Romani operata dalla schiuma di

canaglia di ogni nazione, sostenuta dalle baionette dei soldati di

Bonaparte.

CAPITOLO LXXV

ULTIMA CATASTROFE

"Pronti ragazzi!" sciamarono quasi ad una voce Orazio, Attilio e

Muzio. "Pronti!" e quest'ultima voce non era ancor pronunciata quando

una valanga di papalini irrompeva contro il portone del lanificio.

Di dentro s'eran smorzati tutti i lumi in modo che i bìrri, veduti dai

nostri, non potevano scorgere particolarmente nessuno dei figli della

libertà. Così i primi che si attentarono di varcare la barricata

caddero col cranio fracassato dalle terribili scuri di Orazio e di

Muzio, dallo spadone d'Attilio e da altri istromentì di difesa

adoperati dai loro valorosi compagni.

Però una perdita ben importante soffrirono i nostri in quel primo

assalto benché respinto: una palla di revolver avea trafitto nel cuore

il valoroso Orazio mentre, rovesciati colla scure i primi assalitori,

disdegnando combattere al coperto aveva sporta la persona al disopra

della barricata per raggiungere nuovi nemici.

Il principe della campagna romana cadeva, come la quercia della

foresta sotto la scure e la robusta sua destra stringeva ancora la

propria arma benché fosse già morto.

"Irene!" fu l'ultimo suo pensiero e l'accento che ultimo uscì dalle

sue labbra. Ed Irene sentì l'anima trafitta da quella voce morente!

Quantunque le tre donne non prendessero parte alla difesa del portone

pur stavano a poca distanza da coloro il cui palpito batteva nel lor

proprio cuore.

Irene giunse la prima, ove la voce del diletto della sua vita la

chiamava e, visto Orazio che era rimasto giacente sopra alla

barricata, la bella donna, incurante del proprio pericolo, volle

salire pur essa, ma cadde colpita nella bellissima fronte da una palla

de' moschetti che i mercenari dopo il loro insuccesso sparavano

rabbiosamente nel vuoto del portone.

Lascio pensare con che animo i due amici ancor vivi e le loro care

facessero trasportare nell'interno quelle salme preziose. Infelici

forse più i superstiti che gli amici estinti.

Intanto il lanificio era divenuto un carnaio poiché riuscivano inutili

le ammonizioni dei capi ai popolani affinchè si tenessero al coperto.

Vi sono dei momenti di parossismo durante la pugna nei quali la morte

perde tutto il suo orrore e ammiri tale che sarebbe fuggito dinanzi ad

un cavaliere disarmato, non far caso di una grandine fitta di fucilate

che lo prendono a bersaglio.

Accadeva così a quei poveri e valorosi operai. Non vedevano più il

gran numero di truppe che li accerchiavano, non la moltitudine di

coloro che sparavano contro il portone. Andavano di su e di giù per

tutti i versi e senza precauzione, e si facevano miseramente ferire e

inutilmente. Così il numero dei difensori diradava ed aumentava quello

dei cadaveri e dei feriti.

Attilio e Muzio presentivano il loro fato ed erano risoluti di

affrontarlo colla pienezza del loro eroismo. Ma Clelia! ma Giulia!

perché dovranno morire anche esse? Così giovani, così belle...?

"Va Muzio,--diceva Attilio,--persuadile finché c'è tempo ad uscire

dalla parte di dietro dello stabilimento e mettersi in salvo. Di' loro

che noi le seguiremo più tardi".

Colle sue ultime parole il generoso romano mentiva, perché ben sapeva

che mai le avrebbe seguite. Egli aveva già assaporata la voluttà del

martirio e non l'avrebbe ceduto al prezzo di un impero.

Ma chi è piombato là in mezzo quasi per miracolo arrampicandosi per

una finestra come uno scoiattolo? Chi può essere che cerchi di entrare

in quel finimondo negli ultimi e luttuosi momenti? il nostro lettore

forse lo indovina.

John! il bravo John salvato dal naufragio da Orazio a cui s'era legato

con singolare affezione. Avendo avuto parte in tanti successi dei

nostri eroi il piccolo John aveva ottenuto il privilegio di lasciare

lo Yacht a Livorno, o dove meglio gli piacesse, a dispetto del

capitano Thompson ed anche dell'Aurelia e venire a passare alcuni

giorni co' suoi amatissimi amici e la sua signora.

Egli era già in Roma durante questi ultimi tremendi avvenimenti e

aveva bravamente affrontata la mitraglia sul ponte e s'era poi col

popolo ritirato nel lanificio. Di qua però era immediatamente partito,

perché Giulia, lo aveva inviato a cercar notizie del come andasse

l'insurrezione sugli altri punti di Roma. Ora tornava e noi lo

sappiamo con novelle tristissime. Nella sua qualità d'inglese e

coll'elasticità che lo distingueva egli aveva assistito a quasi tutte

le pugne e coi propri occhi s'era reso certo dei resultati infelici.

Attilio e Muzio ben conoscevano, come dissi, la sorte loro serbata e

sapevano pure essere quasi impossibile che le donne potessero uscire

dalla parte posteriore del lanificio. Per tentarlo esse avrebbero

avuto bisogno della lestezza ed agilità del giovane marino seguendo,

nell'uscire, la via aerea ch'egli aveva trovata per giungere

nell'interno.

Alle esortazioni che avevagli fatte Attilio così Muzio rispose: "Io

dirò alle donne tutto quello che vuoi. Ma credo in prima impossibile

che oramai si possano mettere in salvo poi ritengo per fermo che anche

potendolo non lo vorranno".

CAPITOLO LXXVI

IL SOTTERRANEO

Fra gli operai superstiti che si trovavano alla difesa del portone si

scorgeva un canuto. Questi prestava orecchio alla conversazione dei

due capi e alle ultime parole di Muzio intervenne, dicendo: "Se vi

preme ritirarvi da questo luogo e salvare voi e le donne vostre io

conosco un andito segreto che vi condurrà certamente fuori di

pericolo".

Un barlume di speranza, la speranza di salvare quelle carissime

creature, balenò alla mente dei due amici i quali, non essendovi tempo

da perdere giacché i nemici si preparavano ad un nuovo assalto,

vollero tosto seguire il provvidenziale consiglio del vecchio operaio.

Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico · 第 18 / 19 段