avendone molte che non facevano fuoco, ebbero ricorso alle baionette e
fecero una di quelle cariche che decidono sempre della sorte di un
combattimento.
I mercenari volsero le spalle e lasciarono sul campo buon numero di
morti e parecchi feriti, ma i valorosi soldati della libertà
perdettero il loro eroico capo, il di lui fratello, ed ebbero non
pochi gravemente feriti.
La notte mise fine a quella pugna di giganti!
CAPITOLO LXX
CUCCHI E COMPAGNI
E dentro Roma che faceva Cucchi con tutti i patrioti Romani e delle
provincie consacrati alla liberazione della città od alla morte?
Cucchi, da Bergamo, una delle più squisite individualità che la
rivoluzione abbia dato all'Italia, bello, giovine, ricchissimo e d'una
delle prime famiglie di Lombardia, Guerzoni, Bossi, Adamoli e tanti
altri, tutti disprezzando le torture dell'inquisizione e mille altri
pericoli dirigevano l'insurrezione romana sotto il comando
dell'arditissimo bergamasco.
Il povero popolo di Roma era docile alla direzione di quei forti e
domandava armi e d'armi ne erano state inviate molte da ogni parte
d'Italia ma questo Governo di Firenze, esperto in ogni umiliazione e
malvagità ed espertissimo nel fare il birro, avea avuto lo scellerato
talento di fermarle tutte, in guisa che di pochissime quei di dentro
potevano disporre.
Si aggiunga il tradimento che si preparava a questo popolo infelice:
istigandolo a fare alcuni tiri di fucile _anche all'aria_ poiché
sarebbe bastato, si diceva, per far volare l'esercito italiano dalle
frontiere e si avrà un'idea dell'infernale perversità con cui da
Firenze s'ingannava il popolo di Roma e gli eroici suoi amici.
E i tiri di fucile li fecero i poveri Romani e si batterono senz'armi
per le strade contro l'immensa soldatesca ben armata e birri e preti e
frati pure in armi e fecero saltare una caserma di zuavi con una mina
e col solo coltello pugnarono da disperati contro la famose carabine
dei mercenari.
In Trastevere s'eran riuniti i nostri vecchi conoscenti, Attilio,
Muzio, Orazio, Silvio e Gasparo, e con loro tutti quelli dei trecento
su' quali la polizia non aveva ancora posto le mani(94).
(94) Si facevano ascendere a diecimila i patriotti arrestati in Roma
in quest'ultimo movimento, dal paterno Governo dell'angelico.
Il popolo avea trovato capi atti a guidarlo e vi fece il suo dovere.
Alcune delle vecchie carabine da noi conosciute nella campagna di Roma
facevano atto di presenza nelle robuste mani di Orazio e de' suoi
compagni e servivano d'efficace aiuto al nudo coltello dei
trasteverini.
Birri, carabinieri, zuavi, dragoni, in un fascio, colpiti da tegole,
stoviglie e arnesi gettati dalle finestre popolane, dalle coltellate
del popolo e da alcune poche carabine e fucili, precipitavano la loro
fuga nella Lungara verso Ponte S. Angelo e vi furono spinti persino
oltre il ponte. Ma questo era infilato da una batteria di cannoni,
sostenuta da un reggimento intiero di zuavi e quando il popolo
frammischiato ai nemici che inseguiva si affollò sul ponte, il
comandante dei clericali, degno seguace di Torquemada, ordinò il fuoco
e le sei bocche della batteria e i fuochi di linea della fanteria
concentrati sul ponte fecero un vero macello di popolo e di birri.
Che importavano a Sua Santità le membra sparse de' suoi fedeli e
compri scherani? Il denaro dei traditori d'Italia era pronto per
comprarne degli altri, quel che sommamente importava, era di ammazzare
il maggior numero possibile di ribelli.
E molti ribelli pagarono colla vita il loro nobile slancio su quel
ponte fatale, tanto più che nella sublimità dell'entusiasmo il popolo
tornò per tre volte all'assalto e per tre volte venne respinto dalla
grandine fitta di mitraglia e di palle da carabina che vomitavano i
difensori del negromantismo.
Chi fosse alla testa del popolo nell'assalto del ponte si può
indovinare. I nostri cinque, ruggendo come leoni, dopo aver consumate
le cariche, avevano spezzate le loro armi sul cranio della sbirraglia
e raccoltene di nuove sugli uccisi trascinavano seco il popolo e
coll'esempio e la parola lo spingevano all'eroismo.
Il primo dei coraggiosi capi che morde la polvere fu l'anziano, il
venerabile principe della foresta, Gasparo. Egli cadde collo stesso
sangue freddo con cui si poneva a sedere all'ombra dell'antica quercia
che gli servì di padiglione per tanti anni. Aveva il sorriso sulle
labbra ed era beato d'aver potuto dare la vita per la causa santissima
del suo paese e dell'umanità.
Un biscaino(95) lo aveva colpito nel cuore e la bella morte fu
istantanea e senza dolori.
(95) Mitraglia tonda.
Silvio cadeva accanto a Gasparo, colle due coscie trafitte. Orazio
ebbe l'orecchio sinistro portato via da un pezzo di mitraglia e un
altro gli sfiorò l'omero destro.
Muzio fu colto da una palla nel petto che lo avrebbe spedito senza il
robusto orologio inglese, regalo della bella Giulia, che andò in
frantumi, ma gli salvò la vita al prezzo soltanto di una forte
contusione.
Attilio ebbe sfiorata la coscia destra, la guancia sinistra e sul
cranio un'incannellatura quale fa la corda sull'orlo del pozzo.
Troppo era l'eccidio del popolo, troppi i caduti e dopo tre cariche
consecutive quella brava gente fu costretta di retrocedere.
Orazio caricatosi Silvio sugli omeri lo trasportò nella prima casa
accanto al ponte ma giuntavi la soldatesca, il prode amante di Camilla
vi fu trucidato e fatto a pezzi.
Ugual sorte ebbero donne e bambini e molta gente inerme caduta nelle
mani di quei degni soldati dei preti.
Nella Lungara v'è un lanifìcio nel quale erano occupati molti
lavoranti. Quanto sieno nobili gli istinti dell'operaio appare nei
casi solenni e di rivoluzione. In simili circostanze l'operaio salva
la roba e non la ruba, salva la vita agli inermi, agli arresi, e non
uccide mai col barbaro cinismo del mercenario. Si batte poi come leone
disarmato contro gli armati, uno contro dieci.
Di quel lanificio di Lungara molti operai si trovavano già
cogl'insorti e solo i più vecchi erano rimasti nello stabilimento.
Quando però quei buoni vecchi scorsero il popolo ed i loro compagni
perseguiti da birri e da mercenari, spalancarono le porte,
introdussero dentro i fuggenti o gran parte e poi spianarono stanghe,
mannaie ed ogni istromento di ferro o di legno che potesse servire a
difesa e ad offesa contro gli odiati stranieri e i birri persecutori.
Ne nacque un parapiglia indicibile all'entrata del lanificio ove il
vantaggio rimase alla gente onesta ed ove non pochi della sbirraglia
ebbero le cervella fracassate a colpi di stanga e la pelle forata da
coltelli. Fu d'uopo che i birri imprendessero un regolare assedio,
pigliassero posizione nelle case di fronte e nelle circonvicine e così
continuassero la pugna. I nostri asserragliati e barricati nel
lanificio e ne' suoi dintorni, radunate alcune armi da fuoco tenner
testa, e continuò con varia fortuna accanitissimo il combattimento.
I superstiti nostri tre amici, feriti, avevan combattuto e
combattevano da leoni. Gli insorti, animati dai loro capi, s'eran pure
portati valorosamente, ma le munizioni mancavano e colonne di
mercenari si avanzavano in sostegno dei loro.
La notte favoriva i figli della libertà che quantunque privi di
munizioni e pochi non cessavano di resistere. Eran le sette
pomeridiane, quando rallentati i fuochi degli insorti, una colonna di
papalini si accinse all'assalto prendendo di mira il gran portone
dell'edificio che gl'insorti avevano barricato ma non chiuso.
Orazio e Muzio dopo avere barricato il portone del lanificio armati
ciascuno d'una mannaia, collocati i più giovani romani e più arditi a
destra e sinistra del portone alla difesa, si tenevano pronti a
resistere disperatamente ed a vendere cara la loro vita.
Attilio s'era incaricato di distribuire il resto della gente negli
usci interni dello stabilimento, fatti barricare nel miglior modo
possibile collocando buon numero di operai alle finestre del piano
superiore donde dovevano scagliare sugli assalitori quanti oggetti
pesanti potevano loro venire alla mano. Egli, armato della sciabola
d'un gendarme ucciso da lui stesso nella giornata, scendeva poi a
raggiungere gli amici al posto più pericoloso.
L'aspetto dell'interno del lanificio già era straziante. Molti
cadaveri di coraggiosi popolani morti alla difesa dello stabilimento,
erano stati portati ed ammassati nell'angolo più oscuro dell'ampio
cortile. Molti feriti giacevano qua e là negli altri angoli e nelle
stanze terrene e un solo lamento non si udiva da que' valorosi figli
del popolo.
L'immensa tavola con un candelabro nel mezzo occupava il centro di un
vasto salone a sinistra dell'ingresso e su quella tavola si vedevano
ammonticchiate bende, fascie, filacce e panni di varie specie che la
causa aveva potuto fornire pel servizio dei feriti. Bottiglioni,
bottiglie, fogliette con vino non mancavano. Una conca grande d'acqua
stava a' piedi della tavola, forse refrigerio più utile ai sofferenti
feriti sia per mantenere, bagnandole, le loro ferite umide e fresche,
sia per appagare la sete che le ferite generalmente cagionano.
CAPITOLO LXXI
LE TRE EROINE
Tre donne di rara bellezza sopraintendevano alla cura dei feriti ed al
nobile e gentile loro aspetto, noi riconosciamo le nostre eroine:
Clelia, Giulia ed Irene. La povera, la derelitta Camilla inconscia
ancora della perdita del suo Silvio e coi segni in volto delle passate
sventure, aiutava macchinalmente le tre pietose.
Tutte avevano fatto parte di quel popolo che per un pezzo vittorioso,
aveva inseguito i mercenari sino al ponte S. Angelo e tutte si erano
precipitate nel lanificio quando il popolo respinto si rifugiò e si
trincerò in quello stabilimento.
Altre donne del popolo aiutavano pure e portavano ai feriti quel
soccorso che la circostanza permetteva.
"Ebbene, principe della campagna romana,--diceva Attilio ad Orazio--ne
hai già vedute molte, ma questa pugna che stiamo digerendo sta notte è
certo delle più ardue. Mi consola però che questi nostri Romani
mostrano ricordarsi de' tempi antichi.
Guardali. Nessuno impallidisce. Tutti sono pronti ad affrontare la
morte, comunque essa venga".
"Anzi,--rispondeva Orazio--essi mangiano, bevono, e tripudiano come se
fossero a una passeggiata al Foro a vuotarvi la foglietta".
"Eppure,--ripigliava il valoroso marito d'Irene,--essi avranno dura
impresa a sostenere contro tanta canaglia che ci attornia e che
aspetta il momento propizio per assaltarci.
Dall'aspetto di coloro che abbiamo a fronte e la cui baldanza aumenta
sempre dal fuoco infernale che ci fanno contro e dai loro sguardi ed
applausi che volgono verso il ponte S. Angelo, v'è da dedurre ch'essi
non tarderanno a muoversi contro di noi colle truppe fresche che
ingrossano di continuo".
"Non dubitare,--soggiungeva Muzio,--il ferro di questo fucile sarà ben
vermiglio prima che quei briganti saltino qui dentro".
"Diamo un sorso d'Orvieto a questi nostri prodi", esclamò Attilio. E
dopo aver tutti rinfrescata la gola con un bicchiere corroborante un
grido unanime e solenne di "Viva l'Italia" risuonò strepitoso nella
folla accalcata dei nobili difensori di Roma.
CAPITOLO LXXII
I MONTIGIANI
Mentre si pugnava disperatamente in Trastevere, i Montigiani, guidati
da Cucchi, Guerzoni, Bossi, Adamoli ed altri generosi non se ne
stavano colle mani alla cintola.
Lo scoppio della mina nella caserma degli zuavi era convenuto dovesse
essere come il segnale del loro moto. E la mina scoppiò e quei prodi
mossero con eroica risoluzione alla testa di tutta la gioventù romana
che si potè radunare.
Quanti birri, impauriti dallo scoppio della mina si trovarono sul
passaggio del popolo, furono disarmati od uccisi quelli che vollero
resistere.
Però la mina avea fatto molto fracasso e poco danno, vuoi perché fosse
la polvere insufficiente o pure mal collocata. I giornali clericali e
i governativi italiani (che vuol poi dire lo stesso) assicurano: che
solo la musica dei zuavi, composta d'Italiani era volata per aria e
che gli stranieri, specialmente raccomandati alle efficaci preghiere
di Sua Santità, erano stati miracolosamente salvi. Forse perché gli
Italiani, hanno la fortuna di non essere più l'oggetto delle preci
della negromanzia!
Il fatto sta, che pochi furono i mercenari morti e gli altri, usciti
dalle caserme ed ordinatisi, incominciarono un fuoco d'inferno contro
il popolo inerme.
Sulla caserma si dirigeva Cucchi coi suoi luogotenenti Bossi ed
Adamoli ed alla loro voce e col loro esempio la gioventù romana si
precipitava furibonda contro i mercenari stranieri. Era una lotta a
corpo a corpo di gente per la maggior parte inerme, che s'avvinghiava
ai soldati di mestiere e cercava di strappar loro le armi. Ma i
mercenari erano molti. L'oro e i sussidi del Bonaparte erano stati
potenti. Un gran numero di soldati francesi, sotto l'assisa degli
zuavi pontifici da molto tempo per Civitavecchia aveva presa la via di
Roma.
I mezzi che i paolotti, gesuiti, reazionarii avevano inviato al papa
da tutte le parti del mondo erano immensi. Si aggiunga a tutto ciò
gran numero di fanatici, preti e monaci che coll'abito di
mercenari(96) frammischiati ai soldati papalini, li eccitavano
all'eroismo delle carneficine promettendo loro in ricompensa la gloria
del paradiso oltre alle ricompense di molto oro e quant'altro potevano
desiderare.
(96) Di costoro se n'eran trovati in Monterotondo coi zuavi
prigionieri.
Povero popolo di Roma!
E chi dobbiam contar noi sotto quella denominazione quando si sìa
detratto tutto quanto v'era di popolo pretino? Togliete Papa,
cardinali, monsignori, preti, frati, accumulati lì, dell'intiero
globo, con donne, con servitori, con cuochi, con cocchieri e con
parenti di cuochi, di servi, di serve, delle loro donne e con una
massa di popolazione operaia vivente alle spese di questa ricchissima
ciurmaglia, ciò che resta meritevole del nome di popolo, che non
appartiene al negromantismo, sono alcune famiglie oneste del medio
ceto, pochi barcaiuoli e pochi mendichi.
Nella campagna, ove l'ignoranza mantenuta dal pretismo ha gettato
ancor più forti radici, la gente parteggiava per il clericume in tutta
l'Italia, massime nella campagna di Roma ove tutti i padroni son preti
od amici potenti dei preti.
Mentre Cucchi co' suoi prodi compagni sosteneva alla testa del popolo
un'eroica ma disuguale pugna nei dintorni della caserma degli zuavi,
Guerzoni e Castellazzi, guidando un drappello di giovani aveano
assaltato porta S. Paolo, disarmato alcune guardie ed incamminanvansi
fuori ove dovevasi trovare un deposito d'armi. Le armi vi erano
veramente ma padroni di quelle armi si trovavano già forti nerbi di
truppe e birri pontifici con cui i nostri valorosi amici dovettero
pure sostenere un disugualissimo combattimento e finalmente
disperdersi perseguiti dall'accanita sbirraglia.
CAPITOLO LXXIII
CORRUZIONE DELLE GENTI
Quando si pensa alla depravazione a cui hanno condotto le genti questi
due ultimi abbominevoli governi d'Italia coll'oro del popolo e della
reazione mondiale, è cosa da fare spavento!
Dalla posta vi arrivano le lettere insignificanti dopo d'esser state
aperte dalla polizia, ma nessuna di quelle che contengano ombra di
politica giunge fino a voi. I segreti di famiglia e d'amicizia
difficilmente rimangono inviolati dalla gran calca di spie, coll'abito
sacerdotale o laico, che infestano questa società corrottissima.
In fine si potrebbe asserire senza pericolo di allontanarsi dal vero:
che la metà del popolo vive faticosamente ed a stento pagando le
intemperanze e le scelleraggini dei governi.
L'altra metà è pagata grassamente dai suddetti governi per opprimere,
combattere e spiare la prima.
Se sieno questi governi conformi alle aspirazioni nazionali verso il
bene lo lascio giudicare dalle nazioni che ponno guardare pacatamente
dal di fuori all'infelice condizione d'Italia.
CAPITOLO LXXIV
IL ROVESCIO
Gli eroici Cairoli ed i loro compagni pagavano col loro sangue il
sublime loro patriottismo e la generosa solidarietà cogli insorti
Romani. L'alba del 24 ottobre, piovosa, fosca, malinconica, foriera di
nuove sventure Italiane, rischiarava la infantile e nobile fisionomia
di Enrico, il nuovo Leonida, del fratello suo Giovanni, e di molti
altri di quella stupenda brigata. Il primo, morto col sorriso del
disprezzo sulle labbra per la bordaglia che gli avea combattuti, dieci
contro uno; Giovanni, quasi mortalmente ferito accanto al cadavere
dell'amatissimo fratello e tutti gli altri di cui la storia registrerà
i gloriosi nomi, morti o malamente feriti
Pochi furono i superstiti dei valorosi settanta e quei pochi
lasciarono il campo per riunirsi ad altri fratelli che pugnavano nello
stesso tempo contro le orde straniere fuori delle mura di Roma.
L'impresa di Guerzoni per impadronirsi delle armi esistenti fuori di
porta S. Paolo da lui condotta coll'intrepidezza spiegata in cento
combattimenti era fallita per l'ovvia ragione che la gioventù Romana
sotto a' suoi ordini non avendo armi, fu costretta di sottrarsi ai
colpi dei mercenari e disperdersi. Lui e Castellazzi dopo molte prove
di valore e di risoluzione disperata furono trascinati dallo
sbandamento del popolo ed obbligati di appiattarsi per aspettare una
nuova opportunità d'insorgere.
Cucchi, Bossi, Adamoli, alla testa del loro nucleo di popolo fecero
prodigi di valore, e s'impadronirono di una parte della caserma degli
zuavi armati di soli revolver e coltelli. Vi furono delle pugne tra
popolani e papalini, ove coi denti, in mancanza di altre armi, furono
sbranati i nemici.
Ma qui pure bisognò cedere al numero, alla disciplina ed alla
superiorità delle armi e qui pure il chiarore dell'alba del
ventiquattro, presentò ai passeggieri impauriti un mucchio di cadaveri
e di morenti da far raccapriccio.
Ecco in qual modo si consolidava il trono crollante dell'angelico,
raffermato nella strage dei poveri Romani operata dalla schiuma di
canaglia di ogni nazione, sostenuta dalle baionette dei soldati di
Bonaparte.
CAPITOLO LXXV
ULTIMA CATASTROFE
"Pronti ragazzi!" sciamarono quasi ad una voce Orazio, Attilio e
Muzio. "Pronti!" e quest'ultima voce non era ancor pronunciata quando
una valanga di papalini irrompeva contro il portone del lanificio.
Di dentro s'eran smorzati tutti i lumi in modo che i bìrri, veduti dai
nostri, non potevano scorgere particolarmente nessuno dei figli della
libertà. Così i primi che si attentarono di varcare la barricata
caddero col cranio fracassato dalle terribili scuri di Orazio e di
Muzio, dallo spadone d'Attilio e da altri istromentì di difesa
adoperati dai loro valorosi compagni.
Però una perdita ben importante soffrirono i nostri in quel primo
assalto benché respinto: una palla di revolver avea trafitto nel cuore
il valoroso Orazio mentre, rovesciati colla scure i primi assalitori,
disdegnando combattere al coperto aveva sporta la persona al disopra
della barricata per raggiungere nuovi nemici.
Il principe della campagna romana cadeva, come la quercia della
foresta sotto la scure e la robusta sua destra stringeva ancora la
propria arma benché fosse già morto.
"Irene!" fu l'ultimo suo pensiero e l'accento che ultimo uscì dalle
sue labbra. Ed Irene sentì l'anima trafitta da quella voce morente!
Quantunque le tre donne non prendessero parte alla difesa del portone
pur stavano a poca distanza da coloro il cui palpito batteva nel lor
proprio cuore.
Irene giunse la prima, ove la voce del diletto della sua vita la
chiamava e, visto Orazio che era rimasto giacente sopra alla
barricata, la bella donna, incurante del proprio pericolo, volle
salire pur essa, ma cadde colpita nella bellissima fronte da una palla
de' moschetti che i mercenari dopo il loro insuccesso sparavano
rabbiosamente nel vuoto del portone.
Lascio pensare con che animo i due amici ancor vivi e le loro care
facessero trasportare nell'interno quelle salme preziose. Infelici
forse più i superstiti che gli amici estinti.
Intanto il lanificio era divenuto un carnaio poiché riuscivano inutili
le ammonizioni dei capi ai popolani affinchè si tenessero al coperto.
Vi sono dei momenti di parossismo durante la pugna nei quali la morte
perde tutto il suo orrore e ammiri tale che sarebbe fuggito dinanzi ad
un cavaliere disarmato, non far caso di una grandine fitta di fucilate
che lo prendono a bersaglio.
Accadeva così a quei poveri e valorosi operai. Non vedevano più il
gran numero di truppe che li accerchiavano, non la moltitudine di
coloro che sparavano contro il portone. Andavano di su e di giù per
tutti i versi e senza precauzione, e si facevano miseramente ferire e
inutilmente. Così il numero dei difensori diradava ed aumentava quello
dei cadaveri e dei feriti.
Attilio e Muzio presentivano il loro fato ed erano risoluti di
affrontarlo colla pienezza del loro eroismo. Ma Clelia! ma Giulia!
perché dovranno morire anche esse? Così giovani, così belle...?
"Va Muzio,--diceva Attilio,--persuadile finché c'è tempo ad uscire
dalla parte di dietro dello stabilimento e mettersi in salvo. Di' loro
che noi le seguiremo più tardi".
Colle sue ultime parole il generoso romano mentiva, perché ben sapeva
che mai le avrebbe seguite. Egli aveva già assaporata la voluttà del
martirio e non l'avrebbe ceduto al prezzo di un impero.
Ma chi è piombato là in mezzo quasi per miracolo arrampicandosi per
una finestra come uno scoiattolo? Chi può essere che cerchi di entrare
in quel finimondo negli ultimi e luttuosi momenti? il nostro lettore
forse lo indovina.
John! il bravo John salvato dal naufragio da Orazio a cui s'era legato
con singolare affezione. Avendo avuto parte in tanti successi dei
nostri eroi il piccolo John aveva ottenuto il privilegio di lasciare
lo Yacht a Livorno, o dove meglio gli piacesse, a dispetto del
capitano Thompson ed anche dell'Aurelia e venire a passare alcuni
giorni co' suoi amatissimi amici e la sua signora.
Egli era già in Roma durante questi ultimi tremendi avvenimenti e
aveva bravamente affrontata la mitraglia sul ponte e s'era poi col
popolo ritirato nel lanificio. Di qua però era immediatamente partito,
perché Giulia, lo aveva inviato a cercar notizie del come andasse
l'insurrezione sugli altri punti di Roma. Ora tornava e noi lo
sappiamo con novelle tristissime. Nella sua qualità d'inglese e
coll'elasticità che lo distingueva egli aveva assistito a quasi tutte
le pugne e coi propri occhi s'era reso certo dei resultati infelici.
Attilio e Muzio ben conoscevano, come dissi, la sorte loro serbata e
sapevano pure essere quasi impossibile che le donne potessero uscire
dalla parte posteriore del lanificio. Per tentarlo esse avrebbero
avuto bisogno della lestezza ed agilità del giovane marino seguendo,
nell'uscire, la via aerea ch'egli aveva trovata per giungere
nell'interno.
Alle esortazioni che avevagli fatte Attilio così Muzio rispose: "Io
dirò alle donne tutto quello che vuoi. Ma credo in prima impossibile
che oramai si possano mettere in salvo poi ritengo per fermo che anche
potendolo non lo vorranno".
CAPITOLO LXXVI
IL SOTTERRANEO
Fra gli operai superstiti che si trovavano alla difesa del portone si
scorgeva un canuto. Questi prestava orecchio alla conversazione dei
due capi e alle ultime parole di Muzio intervenne, dicendo: "Se vi
preme ritirarvi da questo luogo e salvare voi e le donne vostre io
conosco un andito segreto che vi condurrà certamente fuori di
pericolo".
Un barlume di speranza, la speranza di salvare quelle carissime
creature, balenò alla mente dei due amici i quali, non essendovi tempo
da perdere giacché i nemici si preparavano ad un nuovo assalto,
vollero tosto seguire il provvidenziale consiglio del vecchio operaio.