"E Nanna e Maria (tale era il nome della compagna di Nanna) s'erano
anch'esse avvicinate allo sventurato giovane e si affannavano, ma
invano, a sottrarlo dall'orribile supplizio. Per fortuna di tutti la
mia Nanna mi scosse coll'esclamare oh! una chiave! e veramente con
molta perspicacia, volgendo lo sguardo al giovane, vi avea scoperto la
chiave in un buco.
Provata la chiave nei chiavistelli della catena, andava bene, e mentre
le arrugginite serrature cedevano alla mia mano d'acciaio, ad ogni
crocchiare del ferro il mio cuore si dilatava e mi parea sentirmi
alleggerito di un peso.
Ero all'ultimo catenaccio, anche questo aveva ceduto e liberavo le
membra intirizzite del giovane quando Nanna mi afferrò per il braccio
e timorosa indicommi nella direzione della ruota una luce.
Abbandonai il liberato compagno e fui tosto presso alla ruota. Appena
giunto mi compariva innanzi un angiolo custode cioè uno dei birri il
quale s'innoltrava girando la ruota colla sua brava lanterna sorda
nella mano sinistra ed una pistola nella destra.
Fatto piccin piccino e rannicchiato io lo contemplai in tutta la
maestosa sua corpulenza e nella sua apparizione fantastica e quando
gli occhi suoi si fissarono spaventati sulla mia fisionomia ben poco
piacevole in quel momento avevo già attanagliato la sua destra colla
mia sinistra, la mia daga aveva trovato la sede della vita nelle sue
viscere ed il corpaccio del birro rotolava cadavere sul terreno.
Voi sapete, Capitano, che io sono nemico del sangue e che solo per
difesa personale l'ho versato. Ma là non c'era da burlare, sapevo i
nemici non meno di cinque e io ero solo... ma che dico? al capitombolo
dello sgherro mi avvidi di non esserlo più. Il mio liberato, rifatto
agile dall'urgenza, era già sul caduto, Io spogliava delle armi e se
ne armava lui stesso. Le mie valenti compagne da una vecchia graticola
di tortura avevano staccato due spranghe e s'erano schierate in
serrafila per aiutarmi.
La situazione era cambiata. Il morto, per adagio che lo avessi
spacciato, non avea mancato di dar fuori un grugnito straziante e ciò
avea insospettito i compagni e veramente io udii battere in ritirata
il nemico perché i passi che noi distinguevamo perfettamente rimanendo
in silenzio assoluto si sentivano allontanarsi. Lo ripeto, non c'era
da burlare, né da far consigli di guerra per pigliare una decisione.
Dalla parte ove eravamo entrati, cercar di uscire sarebbe stata
pazzia. E che altra via ci restava? Sapevamo tutti che le nostre
romane catacombe, hanno sempre vari usci, la via di scampo non poteva
trovarsi che lì, ed anche sta volta non m'ingannai.
Un'occhiata significativa al mio nuovo compagno mi confermò nelle mie
congetture e senza aprir bocca toccando colla sinistra il cuore egli
mi fé' capire ch'io potevo far assegnamento su lui in un viaggio per
quel regno delle tenebre e della morte.
Non v'era tempo da perdere: l'alba dovea essere vicina e molte misure
dovevano concertarsi nel convento per assicurare la nostra cattura.
Gente armata dovunque allo sbocco di ogni uscita del sotterraneo era
il meno che si poteva aspettare di trovare tardando.
L'acquisto di Tito fu per noi tutti prezioso. Egli non solo era
pratico del sotterraneo ma a certa distanza alquanto a sinistra egli
raccolse parecchie torcie a vento e le distribuì alla comitiva. La
precauzione del mio compagno fu ben utile poiché il mio piccolo cero
era sul finire e la lanterna del birro non aveva olio sufficiente per
continuare un lungo viaggio sotterra.
A destra del punto ov'egli aveva trovato le torcie, Tito mi mostrò un
chiarore e mi disse: quell'apertura mette nel giardino del convento e
passata che sia, siamo fuori dal pericolo.
Camminammo, camminammo certo ben due ore, per un sotterraneo tagliato
a scalpello nel tufo di cui come sapete, Capitano, il sottosuolo
romano è composto e ne abbiamo visitate insieme di quelle catacombe
ben molte nella nostra misteriosa ed illustre terra.
Catacombe terribili per chi non le conosce poiché ramificandosi per
molti versi esse diventano un vero labirinto per chi non ne ha il
filo.
Giovani e svelte le due donne eran sempre sulle nostre calcagna. Io
chiedevo loro sovente: siete stanche, volete il braccio? ma loro: "Oh!
no! Andate pure che vi seguiremo sino alla morte". "Ecco la luce",
esclamò finalmente Tito: e veramente davanti a noi comparve come un
bagliore che si perdeva nella lontananza.
"Da quell'uscio noi giungeremo nel bosco di Castel Guido, da dove mi
trassero per condurmi a Roma in un seminario semenzaio d'immoralità e
di turpidini".
Seminario! ove si seminan preti e donde escono i giovani negromanti
per l'edificazione di questa nostra povera Italia! Ed il Parlamento li
ha conservati questi vivai di malizia e di corruzione! Parlamento
nazionale! Rappresentanti del popolo!... Maledizione ai falsarii!
CAPITOLO LXVI
SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
"Giunti all'uscita del sotterraneo, Tito cominciò a spostare alcuni
rami di lentischio che ne ostruivano l'entrata ed uscì il primo
girando lo sguardo per ogni verso. Salvi! egli finalmente esclamò.
Salvi! sin qui non giunsero i nostri persecutori. Uscito colle
compagne non potei ristarmi dall'ammirare come un orificio sì angusto
ed impercettibile, quando sia ricoperto da' rami potesse dare adito a
quella spaziosa ed immensa catacomba!
Castel Guido, io dissi a Tito, ma non lontano dobbiamo avere la tenuta
del nostro poeta pastore? Sì! rispose egli: a poche miglia e vi
guiderò diritto a quella volta ove potremo trovare un po' di riposo ed
un'eccellente ricotta per soddisfare la fame.
Il sole di Marzo era altissimo sull'orizzonte, quando lasciammo il
sotterraneo e nella splendida foresta ove ci trovavamo internati, le
piante secolari che ricordavano forse le immortali legioni poco
accesso davano ai cocenti raggi del figlio primogenito di Dio. I
sentieri solcati dalla bufala eran quindi magnificamente ombreggiati e
ben piacevole sarebbe stato il passeggiarli meno stanchi ed affamati.
Alla fine sull'orlo del bosco apparve ai desiosi nostri occhi la
casipola mentovata e per fortuna sulla soglia scoprimmo il nostro
amico che sembrava aspettare qualcheduno.
"Accidenti!" gridò il poeta quando fummo giunti vicino a lui; "non
aspettavo quest'oggi voi, Marzio!" e ci stringemmo le destre come
vecchie conoscenze.
"Aspettavo birri, come al solito", continuò l'amico "giacché si
vociferò che alcuni delle vostre bande si aggiravano in questi
dintorni" e con voce bassa trascinandomi alquanto da parte: "Anzi qui
a poca distanza v'è Emilie, soggiunse, con due compagni".
In luogo di cacciatori ti giunse adunque la selvaggina, o Lelio, ma
poche parole: dacci da mangiare e da bere che noi si muore di fame.
"Entrate, qui nulla manca. Eccovi prosciutto, ricotta, pane ed una
foglietta(88) proprio d'Orvieto".
(88) Specie di misura romana.
"Mangiate, bevete ch'io vi guarderò le spalle da quei malandrini di
Roma. Accidenti(89) a quanti sono!".
(89) Accidenti, come già dicemmo, è imprecazione frequente in bocca
al popolo romano.
Divorammo il frugale ma abbondante e sano pasto e quel primo bisogno
soddisfatto, io richiesi da Tito il racconto delle sue avventure il
che egli fece in poche parole. "Io, disse, sono di Castel di Guido e
di onesta famiglia. Mio padre massaio dell'immensa tenuta del
Cardinale M. per consiglio dell'Eminentissimo mi mandò a Roma nel
seminario all'età di quindici anni per abbracciare la carriera
ecclesiastica.
Eran due anni che contra all'indole mia mi trovavo a dover fare quel
maledetto mestiere ed era qualche tempo che il reverendo Petraccio
direttore del seminario mi mostrava simpatia ed a dispetto de' miei
compagni, gelosi della mia buona fortuna, il reverendo alcune volte mi
conduceva seco al passeggio. Le passeggiate con Petraccio, sempre
noiose lo sembravan meno quando con lui si entrava nel convento di S.
Francesco a visitare le monache. Badessa e monache forse invaghite
delle mie forme (ed era veramente bello il nostro Tito) mi carezzavano
sempre e mi colmavano di gentilezze. Vi lascio pensare: che traccie di
fuoco lasciassero nell'anima mia quelle visite a tante belle creature.
La badessa onnipotente sull'animo del direttore ottenne e senza molta
difficoltà (almeno io credo) ch'io potessi essere impiegato al
servizio divino del convento facendo da secondo ad un vecchio rettore
che officiava per le monache.
Non tardai ad accorgermi dello scopo cui mirava la santa matrona ed
eccitato come ero per la mia frequenza fra tante donne non fu
difficile il farmi peccare.
Vari mesi durò quella tresca e sotto un pretesto o sotto l'altro stavo
pochissimo in seminario e coll'appoggio del Direttore potevo fare
quanto mi piacea. Il Direttore alla sua volta era retto dispoticamente
dalla badessa che lo lasciava liberissimo gallo nel pollaio.
D'indole tutt'altro che da seminario, sin da giovinetto ero stato
appassionatissimo per la caccia e per qualunque avventura che
richiedesse ardimento. Così nelle mie escursioni pei dintorni di
Castel di Guido avevo scoperta l'entrata del sotterraneo che noi
abbiamo lasciato e moltissime volte colle mie torcie a vento ne avevo
esplorate le parti più recondite.
Io stesso aveva troncato le comunicazioni col convento e me ne servivo
per introdurmivi a tutte le ore, e devo confessarlo a detrimento del
pudore delle giovani suore dalle quali ero adorato.
Lunga sarebbe la storia delle gelosie della badessa, che furba com'era
s'era accorta della mia predilezione per le più giovani e molte volte
l'avevo trovata in una irritazione tale da mettermi paura.
Infinite furon le scelleraggini da me vedute commettersi in quella
casa di prostituzione durante la gravidanza ed il parto delle infelici
sedotte ed il carcame delle creature distrutte appena nate è cosa da
far inorridire ogni anima gentile! Dico il vero: io mi ero proposto di
allontanarmi da quel luogo maledetto per non tornarvi mai più!
Ma ero destinato a pagare il fio della mia complicità a tanta
abbominazione. La megera, la matrona di tante dissolutezze, sembrò
aver indovinata la mia risoluzione di fuga e non mi diede tempo di
eseguirla.
Un giorno: scendete Tito nel sotterraneo, mi disse, e portatemi alcune
delle torce a vento, che mi furon richieste per una processione
notturna. Ebbi un presentimento di sciagura, ma ardimentoso come
sempre non volli dare ascolto a quella voce del mio cuore. Poi mi era
balenata alla mente l'idea di profittare dell'occasione, per
allontanarmi per sempre da quella cloaca.
Non avevo ancora terminato di scendere la scala della catacomba che mi
sentii agguantato da quattro robusti uomini e trascinato verso il
carcame che voi avete veduto e donde miracolosamente fui tratto da
voi.
Eran birri, e furono inutili le mie suppliche, le mie promesse e la
mia disperazione. Io doveva essere tra le vittime dell'impudicizia e
dell'infamia. Ma voi mi salvaste, uomo coraggioso!" e Tito così
terminando baciava la mano del suo liberatore".
CAPITOLO LXVII
SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO
"Terminato il racconto del povero Tito, io avea voglia di udire
qualche cosa della storia di Maria ma rifocillati di buoni cibi e
scaldati dall'Orvieto, la fatica (che non era stata poca) della notte
e d'una parte del giorno fece sì che i miei occhi e quelli de' miei
compagni accennassero a volontà diversa da quella di udire delle
storie. Anzi di lì a non molto, tutti come per mutuo consenso,
cominciammo a russare al posto stesso ove eravamo seduti.
Io non so quanto tempo rimanemmo in quella posizione, so però che un
fischio acuto risuonò nell'abituro e ci fece balzare tutti in piedi.
Ci stropicciavamo gli occhi quando entrò il poeta pastore e
disse:--Non vi allarmate; non c'è pericolo, ho risposto ad un fischio
di mio figlio Vezio che aveva mandato in sentinella sulla sommità
della rovina Petilia da dove si può distinguere chiunque si avvicini
alla tenuta. Ora, chi viene è gente nostra, proprio delle tue
bande.--E Marzio come non fosse in presenza del suo Capitano ma nella
Campagna Romana si lisciava con la destra i nerissimi mustacchi.
Eran proprio dei nostri intrepidi compagni, terrore della birraglia
pretesca. Vi lascio pensare. Comandante, qua! gioia reciproca
c'inondasse nel ritrovarci. Molte furon le carezze che mi prodigarono
quegli uomini che il volgo crede induriti ad ogni misfatto e che sono
in sostanza la parte eletta del popolo insofferente di prepotenze ed
ingiustizie. Quella parte del popolo che se invece della degradante
educazione del prete ricevesse una vera educazione morale patriottica
ed umanitaria darebbe all'Italia degli eroi ed al mondo gli stessi
esempi di virtù e di coraggio che davano gli antichi padri nostri".
E qui tocca a me di ripetere per la centesima volta, che solo i preti
furon capaci di ridurre il più grande dei popoli della terra alla
condizione del più umile, del più degradato di tutti i popoli!
"Salvata sì portentosamente la mia Nanna e reduce tra i miei
coraggiosi compagni, io avea ragione d'esser contento della mia sorte.
Ma ripeterò il vostro adagio favorito, Capitano: "_La felicità sulla
terra esiste nell'immaginazione della gente, ma non è cosa reale_"
avete ragione! Troppo presto provai la veracità delle vostre parole.
Vi ricordate quel prete scellerato della Basilica di S. Paolo che
fingeva d'essere sviscerato amico vostro ed a cui noi fummo così
larghi di simpatie e di favori? Ebbene! il mostro s'era innamorato
della mia Nanna e mai mi perdonò l'affetto con cui mi ricambiava
quell'angelica creatura. Don Pantano con quell'astuzia infernale che
distingue la sua setta malefica era riuscito a guadagnarsi gli animi
nella famiglia di Nanna e ad inviperirli. I quattro fratelli di lei
come ella mi disse poi, aiutati da altra gente mascherata e
consigliati dal prete volpone, avevano essi eseguito il primo ratto
della mia fanciulla in casa Marcello. Questa volta, dovendo
necessariamente allontanarmi co' miei ed essendo la mia diletta in
delicata condizione ed affranta dalle fatiche sofferte, io mi decìsi
di lasciarla in casa del nostro poeta insieme alla Maria con cui era
divenuta si può dire sorella d'affetto cementato dalle sventure e dai
pericoli passati in comune.
Inquieto per altro sulla sorte della mia donna e conocendo la malizia
del suo persecutore io mi aggirava colla banda d'Emilio intorno alla
tenuta di Lelio, come la lionessa quando deposti i suoi piccini, si
allontana per cercare alimento, ma circuendo sempre il nascondiglio
del suo tesoro. Vi assicuro che ben difficile sarebbe stato ai primi
rapitori il portar via la mia Nanna. Nella mia custodia erami Tito di
non poco giovamento il quale, pratico di quelle contrade, non aveva
voluto più abbandonarmi.
Ma ove non arriva la malvagità di un prete? Il Pantano, sapendo quanto
ardua era l'impresa di portar via la sua preda, ideò di distruggerla
lo scellerato!...
Vicina al parto, l'infelice giovane, sola, colla Maria inesperta in
tali faccende seguì l'innocente consiglio di Lelio, di chiamare da
Castel Guido la levatrice di quel paese sino allora tenuta per onesta.
Onesta!... ma chi può fidare sull'onestà delle donne ove signoreggia
il negromante? Corruzione! Prostituzione! ecco il codice dei sacerdoti
della menzogna! Chi non lo crede vada a passare alcuni mesi in quel
covile di serpenti mitrati ove un dì nacquero i Cincinnati e gli
Scipionì.
Quanti delitti non si possono far commettere da una creatura
assicurandola che essa compie la volontà di Dio! ch'essa ode la parola
di Dio!
Parola di Dio! sacrilegio che solo un prete può pronunciare! Eppure
ogni festa, metà almeno del mondo cattolico va ad udire la parola di
Dio! in seno alla sposa di Gesù Cristo, la Chiesa!
Veleno! Veleno! si amministrò alla mia Nanna. Capitano mio! ed il
veleno mi portò via donna!, prole!, ed ogni felicità sulla terra!
Fui arrestato sul freddo cadavere di lei inconscio della vita. Seppi
poi, che s'impiegò al mio arresto tutto l'esercito di mercenari
papalini, che i nostri bravi si batterono disperatamente per liberarmi
ma sopraffatti dal numero e quasi tutti feriti si ritirarono in buon
ordine.
Istupidito chiesi a più riprese la morte. Invano! il gran trionfo di
quel prode esercito era più splendido se mi avevan vivo ed incatenato.
Dalla galera di Civitavecchia fui inviato a Roma dopo pochi mesi e
liberato, col giuramento di assassinare il principe T...
Giuramento!... avete capito Comandante, Giuramento! quella viltà
degradante della dignità umana con cui il despotismo ed il prete
credono di vincolare la gente!... Giurare di servir fedelmente un
impostore od un tiranno!... di obbedirgli... ancorché si dovesse
assassinare il padre e la madre!...
Ed io giurai, vi dico il vero, ma giurai di far loro una guerra a
morte per quanto dura questa vita d'inferno ove non abbiamo altra
alternativa: che morire o ammazzare!".
CAPITOLO LXVIII
PREDICAZIONE DEL SOLITARIO
Addio Venezia! non ultima gloria d'Italia! Il tuo popolo come il resto
dei popoli della penisola, passato sotto le verghe dello straniero, ha
perduto la gloriosa impronta di grandezza che lo distingueva ai tempi
di Venier e di Dandolo. Come i suoi fratelli si è intisichito d'anima
e di corpo e come a loro non gli resta che la millanteria dei tempi
passati.
Pare impossibile! a qual punto le nazioni sono corrose dal despotismo
e dal prete. Guardate il fiero Yankee(90) bello, franco, eretto che
nulla trova di arduo nel mondo e grida sempre _Avanti!_ nelle imprese
più arrischiate.
(90) Americano del Nord
Tale è l'inglese e tale è anche lo svizzero.
Paragonate quei liberi popoli coi discendenti di Leonida e di Bruto e
questi troverete curvi sotto l'abitudini del servilismo e del continuo
timore che fan pesare sovr'essi i due papi di Stamboul(91) e di Roma.
(91) Stamboul, Costantinopoli.
Io ho veduto greci in Costantinopoli inchiodati per un orecchio alla
porta della loro bottega e lo straniero passando sogghignare con
disprezzo chiamandoli truffatori e ladri ed eran veramente ladri e
truffatori condannati al chiodo per falsificazioni e furti.
Il romano mendico sotto i colonnati dei suoi templi ha forse qualche
cosa di men disgustante del Romeo(92) di Stamboul, men depresso, ma è
altrettanto vizioso e degenerato.
(92) Nome con cui sono conosciuti i Greci in Levante.
E Venezia!, come Roma, come altre sorelle italiche è degenerata! La
mia comparsa in quella città predicando i principii santi di libertà e
del vero riuscì di poco frutto. Grida sfrenate vi si udirono al mio
passaggio ma i fatti poco o nulla corrisposero alle grida. Invece di
deputati che io raccomandai buoni furono inviati quasi tutti servili.
I preti che io dipinsi quali erano, colle loro turpi malvagità,
passeggiano insolenti e riveriti come prima.
A Padova ebbi il caro spettacolo degli studenti di quella celebre
università e l'animo mio fu ringiovanito dal loro fervido amore di
patria e dell'umanità.
Vicenza, Treviso, Udine, Belluno, Feltre, Conegliano, mi accolsero
calorosamente e serberò tutta la vita grata memoria di quelle care
popolazioni.
CAPITOLO LXIX
CAIROLI COI SETTANTA COMPAGNI
I popoli ben governati e contenti non insorgono. Le insurrezioni, le
rivoluzioni, sono la risorsa degli oppressi e degli schiavi e chi le
fa nascere sono i tiranni.
Vi sono, è vero, delle eccezioni, ma queste hanno generalmente la loro
origine in cause che potrebbero aver nome diverso dalla tirannide ma
che in sostanza sono sempre il prodotto di tirannide morale o
materiale.
La Svizzera, l'Inghilterra, gli Stati Uniti ebbero pure ed avranno
forse ancora delle insurrezioni benché quei paesi sieno i meno mal
governati.
La Svizzera ebbe il suo Sonderbund e l'Inghilterra ha i suoi Feniani
per cagione dei preti cioè per la tirannia morale esercitata dalla
negromanzia sulla parte ignorante delle popolazioni.
Gli Stati Uniti ebbero in questi ultimi anni la loro terribile
rivoluzione e ne fu cagione la tirannide materiale che i ricchi coloni
del Sud esercitavano sui loro schiavi e che avrebbero voluto estendere
negli altri Stati dell'Unione. Morale o materiale, è dunque sempre
Tirannide la causa delle rivoluzioni. Ed in Roma chi negherà non ci
sia materiale e morale tirannia?
Schifosa tirannide è quella del prete! che prostituisce l'Italia allo
straniero e la vende per la centesima volta! La più depravata delle
tirannidi!
Era una notte d'Ottobre umida, oscura, ventosa. La pioggia avea
cessato di grandinare sulla superficie rilucente ed increspata del
Tevere. Le sponde del fiume fangose e solcate dagli scoli dei campi
dove ogni fosso s'era fatto torrente non presentavano approdo, o ben
difficile.
Erano settanta in varie barche armati di revolver e pugnale con alcuni
cattivi fucili. Il loro abbigliamento era più semplice assai che non
lo comportava la notte fredda e piovosa ma i settanta sentivano il
calore dell'eroismo!
In quella notte Roma doveva insorgere. Nella città si erano introdotti
molti dei più coraggiosi d'ogni provincia italiana. I nostri vecchi
amici Attilio, Muzio, Orazio, ecc., erario al loro posto per
capitanare la gioventù romana.
Invano la sbirraglia pretina si travagliava a scoprire i congiurati,
arrestare a destra e sinistra chiunque potesse darle il minimo
sospetto. Invano! Roma era gremita di generosi pronti a spendere la
loro vita per la sua liberazione; e i settanta trascinati dalla
corrente del Tevere gonfio dalle pioggie si avanzavano velocemente in
soccorso dei fratelli.
All'ombra del monte S. Giuliano approdarono i valorosi sulla
mezzanotte tra il ventidue e il ventitré Ottobre 1867.
"Alle quattro a. m. (23) si dovrà marciare su Roma" disse il prode dei
prodi, Enrico Cairoli, ai suoi eroici compagni.
"In questo casino della Gloria(93) riposeremo le membra stanche
aspettando le relazioni dei nostri di dentro per assaltare
simultaneamente i nemici.
(93) Era il nome del Casino sul monte S. Giuliano e che venne
occupato dai settanta.
Intanto sento il dovere di ricordarvi che l'impresa è difficile quindi
degna di voi. Se alcuno però, piagato nei piedi o indisposto, non si
sentisse di seguirci, torni. Noi non gliene faremo un addebito; gli
diremo: a rivederci in Roma".
"Nella vita e nella morte, noi vi seguiremo" risposero ad una voce
quei tortissimi ed uno solo non se ne trovò che volesse tornare
indietro.
"Non vedo la guida che dovea condurci a Roma, né alcuna credo sia
venuto di là, a darci notizie dell'insurrezione" diceva Giovanni
Cairoli al fratello al ritorno d'una perlustrazione. Ed albeggiava, ed
erano proprio in bocca al lupo, cioè inoltrati fra gli avamposti dei
papalini e col pericolo d'essere assaliti ad ogni momento.
"Che importa!--dicea l'intrepido Enrico.--Noi siamo qui venuti per
pugnare e non torneremo senza aver adempiuto il nostro dovere".
A mezzogiorno un messo da Roma annunziava: il moto della sera avanti
essere rimasto dubbio e attendersi notizie ed ordini sul da fare.
Il messo fu rinviato per sollecitare l'azione interna e annunziare la
presenza dei settanta pronti a correre in aiuto. Ma nessuna risposta
venne ed alle cinque p. m. scoperti da due compagnie di papalini ed
attaccati i settanta si prepararono a vincere o morire.
Il valoroso Giovanni Cairoli, che alla testa di ventiquattro dei
nostri faceva da vanguardia, in una casa rustica della villa, fu il
primo ad essere attaccato e ad onta della superiorità de' nemici,
sostenne senza piegare l'urto dei papalini. Ma, temendo che il numero
finisse col soverchiare quel pugno di valorosi, il fratello suo Enrico
caricò alla riscossa in aiuto dei venticinque e fece piegare co' suoi
risoluti compagni i mercenari imbaldanziti che respinti dai coraggiosi
italiani si diedero alla fuga. Ma altre forze nemiche, numerose e
fresche accorsero a sostenere e raccogliere i fuggenti pigliando
posizione dietro le alture del monte S. Giuliano, donde
spaventosamente facevan fuoco colle loro armi superiori.