Ritornati dal funerale, Attilio e Muzio si erano consultati col

_solitario_ sul modo di comunicare alla sorella l'avvenimento fatale

ed egli chiamato Orazio e la sposa nella propria stanza aveva data

loro la ingrata e dolorosa notizia.

Gasparo, di tutti il più addolorato, dopo Irene, avea col racquisto

del luogotenente trovato refrigerio al suo dolore e si sentiva mosso

dalla smania di udire le avventure di lui che credeva perduto per

sempre.

Ecco dunque i due ex-banditi riuniti a stretto colloquio nell'_Albergo

Vittoria_ nella stanza di Gasparo. Dopo un mondo d'interrogazioni e di

risposte, per lo più a monosillabi, non essendo l'oratoria Io studio

prediletto dei briganti, gente più manesca che ciarlona, il

luogotenente così cominciò:

"Dopo che voi mi diceste, mio caro capitano, che eravate annoiato

della vita brigantesca e disposto di ritornare privato, dal che vi

sconsigliai se ben ricordate, io continuai le solite scorrerie senza

però mai allontanarmi dai saggi vostri precetti. Spogliare i potenti e

sollevare i miseri. I nostri compagni, formati alla vostra scuola,

pochi motivi mi diedero di reprimerli; quando qualcheduno però mancava

io lo castigavo senza misericordia e così si visse colla grazia di Dio

per vari anni.

L'affetto per la donna fu sempre lo scoglio del brigante e ben lo

sapete voi vecchio corsaro".

Gasparo, a quegli accenti agrodolci affilava colle dita i suoi

mustacchi color di neve ricordando senza dubbio più d'un'avventura

galante nella carriera sua pericolosa mentre l'altro ripigliava: "Voi

ricordate Nanna, quella fanciulla per cui tante persecuzioni ebbi da'

suoi parenti. Non vi fate a credere che quell'adorabile creatura mi

tradisse. No! l'anima sua, era, e fu pura come quella d'un angiolo! E

perdonate se mi asciugo una lagrima pensando alla donna che tanto

amai". Ed il ruvido capo dei masnadieri si metteva il fazzoletto agli

occhi.

"Essa è adunque morta" esclamò Gasparo con affetto.

"Morta! Morta!" ripigliava il compagno e i due amici stettero un pezzo

in silenzio.

Alla fine Marzio continuò: "Un giorno la mia Nanna, un po' indisposta

s'era fermata a passare la notte in casa Marcello presso la povera

Camilla impazzita, come avrai saputo, grazie all'infame cardinale S.

Io quel dì mi dovetti allontanare colla banda per un'operazione

importante. Nella notte la casa fu assaltata e portato via il mio bene

in Roma.

Puoi immaginare la mia disperazione, puoi immaginare quante ricerche

facessi per conoscere il nascondiglio della Nanna. Finalmente dai

nostri amici di Roma seppi trovarsi la fanciulla nel convento di San

Francesco, ove l'avean condannata a servire le suore e a non vedere

mai più la luce.

La mia donna, al servizio delle suore! destinata a servire quella

turba di giovani donne ingannate e di rantolose vecchie volpi! Ve la

darò io, dissi tra me, una serva di quella tempra e, per Dio!, questa

volta il diavolo si porta via il vostro convento e quante vecchie

pettegole racchiude.

La notte, che tenne dietro al giorno in cui conobbi la dimora della

Nanna entrai in Roma solo: solo, perché mi sembrava vergognosa

codardia farmi accompagnare in una impresa ove si trattava di me solo.

Presi meco un fascio grandissimo di frasche secche, comprato in piazza

Navona, lo depositai in un'osteria, ed aspettai che si facesse tardi.

Verso le undici, prima che si chiudesse l'osteria, presi il mio fascio

e via verso S. Francesco. Chi può impedire a un povero diavolo di

portarsi un fascio di legna a casa? Poi, la nostra Roma ha questo di

buono, poche persone passeggian le vie durante la notte per paura dei

ladri che il liberale governo dei preti lascia liberi quanto vogliono

purché non si mescolino in politica.

Giunto al portone di San Francesco, posai il mio fascio, preparai

pronto ad accenderlo un mazzo di zolfanelli, calcai le frasche contro

il portone e gettai lo sguardo alle due estremità della strada per

attendere il momento opportuno.

Era evidente, che bruciando il portone restava la inferriata, la quale

mi avrebbe lasciato con tanto di naso e nulla di compiuto. Bisognava

fare del chiasso, far accorrere gente di dentro e di fuori. Pertanto

dopo aver accomodato ogni cosa traversai la piazzetta e mi nascosi nel

vano di una porta saldo ed immobile quale una cariatide aspettando che

gente venisse, foss'anco una pattuglia di birri, per me faceva lo

stesso. Né ebbi ad aspettar molto, che dopo dieci minuti mi giunse

all'orecchio precisamente il suono de' passi misurati d'una pattuglia.

Allora, colla velocità che tu sai".

E qui Gasparo interrompendo: "Corpo di Dio! se la conosco, esclamò.

Ricordo ancora quel tal Monsignore che, sulla strada di Civitavecchia,

avendoci scorti retrocedeva fuggendo a gran galoppo verso Roma ed in

men ch'io nol dico tu eri al muso de' cavalli e fermavi la carrozza".

"E che presa fu quella, comandante mio! ci fu da scialacquare per

molto tempo colla povertà cristiana di quel discendente degli

apostoli! Ma torniamo al racconto. Quando fui certo che la pattuglia

veniva innanzi, corsi al fascio, lo accesi e rapido tornai al mio

nascondiglio.

In pochi minuti, una fiamma d'inferno divampava dinanzi al portone del

convento e lo stesso portone poco dopo infiammandosi mostrava uno

spiraglio di fuoco simile al cratere di un vulcano.

E i birri? Dovunque la più trista canaglia del mondo in nessuna parte

arrivano alle tristizie di quei di Roma, i birri dico, codardi per

natura e lenti per la vita infingarda che menano invece di correre sul

sito a smorzare il fuoco si misero a squarciagola a far schiamazzo per

svegliare il vicinato ed al fuoco non si appressarono se non quando

buon numero di vicini, d'ogni parte accorrenti, giungeva sulla scena

d'azione.

Tocca ora a me, pensai, e mi precipitai nel vortice di quel tramestio.

Le monache potevan stare allegre che un bel liberatore ce lo avevano

alla porta e potevano star allegri anche i birri, che avevano

acquistato in me un famoso compagno.

Le cose meglio non potevano riuscire. Al clamore di quei di fuori, le

monache non tardano a destarsi. Spalancando l'inferriata, giungono

anche esse alla riscossa con secchie piene d'acqua e buglioli e catini

e quanti recipienti davan loro alla mano le poverette! Dopo aver fatto

mostra di smorzar anch'io dalla parte di fuori sempre fisso però il

mio occhio di lince verso il di dentro, vedendo la partita ben

impegnata mi slanciai nell'interno al soccorso delle suore ed una

salva di acclamazioni accompagnò l'atto mio salvatore.

Appena dentro, girai lo sguardo sulla turba delle femmine ivi riunite

ed alla più vecchia che mi sembrò essere la badessa: "favorisca"

dissi, e in pari tempo la presi per il braccio sinistro, in modo da

farle comprendere che il favore di seguirmi lo avrei ottenuto un po'

anche colla forza delle mie braccia. Incontrai più resistenza da quel

vecchio cataletto ch'io non avrei creduto. Si contorse, s'impuntò, e

non volle muoversi che trascinata resistendo con tutte le sue forze,

ma inutilmente: poi si mise a gridare onde fui obbligato a levarla

nelle braccia e turarle la bocca con un fazzoletto.

Cosi mi allontanai dalla folla e giunto davanti alla porta di una

cella che trovai aperta mi misi dentro col mio fardello. Il lume era

acceso, il letto caldo, deposi la vecchia sul letto e chiusi la porta

a chiave.

Era la vecchia attonita ma non impaurita. Non ricordo d'aver veduto

mai un demonio di tanto coraggio. "Ov'è Nanna?" le chiesi, mentre mi

guardava trasognata, con un certo piglio da scuoterla per benino.

Nessuna risposta. "Ov'è Nanna?" tornai a dire un po' più alto di

prima. Nessuna risposta. Ah! vi farò trovar io la lingua, brutta

strega, esclamai infuriato, tirando fuori dalla cintura questo palmo

di lama e facendolo luccicare ai suoi occhi. Eppure niente!".

"Sangue della madonna! interruppe Gasparo, sono tutte così le badesse,

tutte energumene. Quando alla difesa di Roma nel 1849 la mia compagnia

doveva passare nel Convento del _Sacro Cuore_ per occupare le mura di

S. Pancrazio ci fecero stare delle ore alla porta senza volerci aprire

e la badessa cui era stato presentato l'ordine scritto del Governo lo

fece risolutamente in pezzi e solo, quando si cominciava a buttar giù

il portone colle mannaie si persuase ad accordarci l'ingresso(79)".

(79) Storico.

"E così fece questa--ripigliava Marzio.--Io non burlavo, lo puoi ben

credere. Volevo la mia Nanna e cento vite di vecchie non mi avrebbero

certamente impedito di portar l'impresa a buon fine. Attortigliati i

suoi grigi capelli alla mia sinistra col pugnale nella destra

cominciai a tastarle il collo non già colla punta del ferro per timore

mi vi scivolasse ma con uno spillo della sua cuffia. Allora m'accorsi

che fino al martirio non voleva arrivare la santa donna giacché

cominciò a sciogliere la lingua, gridandomi lamentevolmente un: per

amor di Dio! La mia Nanna o vi mando all'inferno con tutti i diavoli!

rispos'io. Per amore di Dio lasciatemi, ripeteva lei ed io lasciai

andare quel capo protervo.

Dopo aver respirato fortemente per assicurarsi che viveva ancora,

passatasi la mano sulla fronte. "Chiedete voi conto d'una giovane

della campagna Romana, di buona famiglia, che fu collocata or son

quindici giorni in questo Convento?". Credo sia dessa, risposi.

"Allora io vi condurrò da lei, ma a patto che non facciate scandali in

questa casa del Signore".

Altro oggetto non ho fuorché portar via la mia donna le risposi.

Essendosi al quanto ricomposta e discesa dal letto mi disse:

"andiamo". La seguitai per un pezzo e giunti ad un'entrata oscura

c'innoltrammo in un corridoio, scendemmo varie scale ed al chiarore di

un candela che avevo portato meco scoprimmo una porta di ferro

sbarrata da un catenaccio. Povera Nanna! dicevo tra me stesso, che

delitto avrà mai commesso quella sciagurata fanciulla da essere fitta

in questa bolgia d'inferno?

Giunti alla porta ferrata la vecchia mise fuori una chiave, la

introdusse nel catenaccio, aprì e mi fece segno di tirare la porta

essendo troppo pesante per lei. Io feci quanto mi venne richiesto

senza però perder di vista la mia guida la cui compagnia m'era troppo

necessaria. Così aprendo la porta misi prima la vecchia dentro ed io

dietro. Appena entrato una giovine donna scapigliata mi saltò al collo

e vi s'avvinghiò disperatamente... Oh! Marzio, essa esclamò e le

lagrime della mia Nanna innondavano il mio volto.

Sono troppo corsaro da non prendere le mie precauzioni in tempo

d'urgenza. Fuori di me dalla contentezza per la redenzione della mia

fanciulla non mancavo però di adocchiare la megera che senza il mio

occhio fulminante non avrebbe mancato di svignarsela.

Passata la prima espansione d'affetto, tenendo la mia cara per mano,

richiusi la porta e chiesi a Nanna se esisteva un altro uscio in

quella prigione. Essa rispose di no, ma la badessa che avea intesa la

mia domanda: "c'è--disse--un altro uscio e per questo vi converrà

uscire per non incontrare la comitiva delle suore che saranno in

questo momento sulle mie traccie".

Qui una nuova scena ed una nuova fanciulla venne ad interrompere il

discorso della badessa. Io avevo veduto veramente muoversi qualche

cosa nell'angolo più oscuro del carcere, ma preoccupato com'ero, non

v'aveva badato. Quando a un tratto una fanciulla dell'età in circa

della mia Nanna si avvicinò a me, con voce commossa: "Oh! voi non mi

lascerete sola in questo carcere, caro signore, io seguirò la mia

Nanna sino alla morte".

E la Nanna a me: "Sì, Marzio! per carità non lasciamo questa infelice

amica mia in questo inferno. Essa era destinata da quella vecchia maga

a mia compagna per farmi la spia ed all'opposto è stata per me un

angiolo di consolazione. Era incaricata di farmi parlare, sapere di

voi, de' vostri compagni, d'ogni cosa e poi rivelare tutto alla

badessa".

E così vanno le cose, pensavo fra me stesso in questi laboratori

d'ipocrisia e di menzogna!

"Era incaricata di spiarmi, di minacciarmi, di tormentarmi, in caso io

rifiutassi di palesare i vostri nascondigli, le vostre riunioni

abituali, i vostri disegni ed invece essa mi disse tutto, mi consolò,

mi protesse ed assicurò che morrebbe piuttosto che farmi del male.

Essa poi ieri mi salvò puranco dalle disoneste brame di un infame

prelato che introdottosi in questo carcere colla connivenza senza

dubbio di questa vecchia strega venne a promettermi mari e monti se

condiscendevo alle sue voglie malvagie. Mi salvò precipitandosi nel

carcere e strillando come un'ossessa.

Invano le promisero la libertà se giungeva a sedurmi per conto della

badessa e del prelato, non ne hanno potuto cavar nulla. Di giorno ci

destinavano ai più vili uffizi del chiostro, richiudendoci di notte in

questa spelonca".

Il pianto innondava ancora il bel volto della mia diletta a queste

ultime parole... ed io vi assicuro Capitano che mi corse per istinto

la mano sul ferro e divenni sitibondo del sangue della megera. Non so

me mi trattenni. Ero furibondo, e avrei stritolato le ossa di quella

schifosa creatura come una foglia d'autunno e noi feci, e fu bene,

perché senz'essa avrei avuto immense difficoltà a rivedere la luce del

cielo.

Ov'è la seconda porta di cui avete parlato?, dissi alla vecchia, e

dove conduce?

"Conduce fuori del convento, e ve la mostrerò se scostate il letto di

ferro che giace in quel canto". Scostai il letto ben pesante e nulla

vidi.

"Provate a levare i mattoni che si vedono con materiale non secco".

Dato mano ad una spranga di ferro del letto cominciai a smuovere il

pavimento, staccare i mattoni e metterli da parte. Alla fine un anello

conficcato nel legno mi diede indizio di una porta orizzontale da

sollevarsi e con mio stupore scopersi una nuova scalinata che

conduceva a basso.

Qui bisogna ordinare la marcia, pensai tra me, e spinger la vecchia in

capo fila. Ingiunsi alle mie giovani compagne di seguire in

retroguardia e dando il lume alla badessa senza cerimonia le dissi:

Avanti!

Questa è la scala di contrabbando, pensavo io e quanti di quei poveri

neri e luridi scorpioni a sottane saranno venuti a sfamare le loro

libidini in questi ginecei! E le povere famiglie che credevano

d'inviare le loro figliuole in questi asili di purezza per educarle!

Ma pensavo pure: oggi non hanno più bisogno di entrare furtivamente

nei sotterranei, oggi quegli scellerati hanno più facile l'ingresso e

la sfacciataggine per giungere fino alle loro vittime".

CAPITOLO LXIV

SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO

_Les cloîtres, les cachots--ne sont point son ouvrage;

Dieu fit la liberté--l'homme a fait l'esclavage.

(Chénier)_

"Marciava avanti la vecchia badessa col lume, io seguivo a poca

distanza e le giovani chiudevano la marcia.

Scendemmo forse cinquanta gradini, entrammo in un corridoio non molto

stretto che dopo pochi passi ci mise in una spaziosissima stanza, dico

spaziosissima perché coll'aiuto del lumicino appena se ne potevano

scorgere le pareti.

Avevamo fatto circa una diecina di passi in cotesta stanza quando mi

sembrò di udire alla mia destra dei lamenti. Mi fermai, per meglio

ascoltare quando al termine della mia attenzione di un momento e

mentre mi accingevo a muovermi e guardare avanti anche alla mia guida

mi trovai nelle tenebre.

Corpo di Dio! dissi tra me e me e mi slanciai innanzi con tale salto

che certo non potrebbe di più la tigre quando dal suo nascondiglio

della foresta si slancia sulla preda. Ma le tenebre furono la mia

preda. Invano volteggiai a mulinello per un pezzo colle braccia tese

quanto potevo colla speranza d'incontrare quel demonio in gonna. Mi

avventai contro la parete, la costeggiai strisciando a rischio di

scorticarmi le mani e non trovai uscio. Finalmente, dopo aver

tentennato alquanto e quasi alla disperazione, mi appoggiai fortemente

al muro e lo sentii cedere alla mia spinta. Ripresi speranza, ripassai

la mano su quella parte di muro ed a mia sorpresa trovai che era

legno, di che non m'ero accorto prima nella mia indagine precipitosa.

Forzai di nuovo e sentii girare come una porta sui gangheri e nello

stesso tempo un'aura, un puzzo cadaverico mi giunsero dalla parte

esterna e mi colpirono quasi in modo da togliermi il fiato. Voltai la

testa verso le stanze per sfuggire a quell'aria appestata. Il lamento

che avevo udito prima mi ripercosse l'udito e quasi calmò il mio

sussulto.

Pensai alle compagne e ad alcuni zolfanelli che tenevo in tasca ma che

avevo scordato nell'esaltazione della mia mente. Accesi un zolfanello

contemplai ciò che avevo creduto una porta e invece trovai essere una

ruota(80) e miracolo! ben grato a Dio! a piedi e nel fondo della ruota

il mio cero che la vecchia perversa avea lasciato cadere nella fuga.

(80) Ruota. I lettori conosceranno senza dubbio quella cassa

cilindrica, in cui si depongono le creature abbandonate, dalla

parte di fuori degli orfanotrofi, e poi si girano dentro.

Riacceso il lume mi trovai accanto le mie povere compagne tremanti

come foglie. Coraggio, dissi loro, e mi precipitai nel compartimento

attiguo dove mi seguirono una dopo l'altra, colla speranza di poter

raggiungere la badessa ch'io non dubitai più essere fuggita da quella

parte. Sollecitai il passo ma a poca distanza, Dio mi perdoni!, che

orrore! Alle pareti del carname che io percorreva una massa di

creature umane incatenate per il collo, alla cintola e per ambe le

braccia penzolavano, la maggior parte cadaveri più o meno imputriditi.

Un solo era vivo ed era questo un giovane che conservava gli avanzi di

bellissime forme. Era divenuto un fantasma e spalancava verso me due

occhi nerissimi che sembravano voler saltare dalle loro orbite. Aveva

cessato di lamentarsi quando conobbe che io l'avevo scorto e che mi

avanzavo verso di lui.

Per quanto fosse urgente il pericolo io non volli lasciare quel

sofferente senza tentare ogni mezzo per liberarlo. Mi avvicinai e lo

baciai sulla fronte.

Oh! sì! io mi sento attratto verso qualunque creatura che soffre. E

questa sarà certo la corrispondenza gentile d'amorosi sensi a cui

l'Onnipotente informa le anime che non furono infette dal soffio

avvelenatore del prete.

Mi chiamino pure brigante!

Mi avvicinai all'infelice e baciai quella fronte grondante sudore ed

ardente come un tizzone. Ma che fare! le radici delle sue catene erano

impiombate nel muro e quei massi erano enormi. Mi ravvolsi tra il

carname a cercare ferri che mi servissero a scavare nel muro o a

rompere le catene. Orrore! dovunque istromenti di tortura! Dovunque,

rotelle, eculei, letti di ferro, stirature, tanaglie, corde da laccio,

graticole ed altre simili _mortificazioni del corpo_ come le chiamano

i preti e che solo questa genia d'inferno poteva inventare per

sventura dell'umana famiglia.

Nel breviario Romano approvato dal Concìlio di Trento a pagina 498

sez. IV. Notturno II. (edizione di Venezia anno 1740) esiste una

lettera di S. Domenico di Guzman, patrono di Torquemada e di Arbuez,

diretta a Papa Onorio III, nella quale, con un cinismo spaventevole,

con una crudeltà tanto freddamente calcolata da far inorridire, egli

traccia di sé medesimo un ritratto ributtante ed orribile.

Leggetela sino in fondo, se il cuore vi basta, e letta che l'abbiate

adorate ancora, se ve ne par degno, S. Domenico di Guzman!

"Beatissimo Padre.

_Linguadoca, 7 Aprile 1217_

Con l'aiuto del Signore, io e miei compagni non cesseremo mai dallo

sbarbicare dal campo della chiesa, quest'erba velenosa che merita il

fuoco, prima in questa vita poi nell'altra.

E per consolare la santità vostra dalle cure gravissime

dell'Apostolato le accennerò quel poco di bene che con l'aiuto di

Dio(81) abbiamo operato in queste infelici provincie tanto desolate

dall'eresia. Affrancati dal duca di Monfort già trentasettemila di

questi nemici della religione cattolica stanno a bruciare nelle fiamme

dell'inferno, e così diradate le nuvole pare che il sole della retta

fede cominci a risplendere in queste contrade.

(81) Tieni ben conto lettore di quell'_aiuto di Dio ed aiuto del

Signore_ che questi sacrilegi invocano ad ogni momento, facendo

complice loro l'Onnipotente e l'infinito!

"Il piissimo duca è tanto infervorato dallo zelo cattolico che,

dovunque ha sentore si annidino di queste fiere, accorre colle sue

truppe e dà loro la caccia. Essi o resistano o fuggano son sempre

raggiunti e puniti. Non si usa pietà ai _corpi_ di gente che non ne

usò alle anime fedeli, cui uccise col mortifero veleno dell'errore.

Egli li sottopone prima a tormenti per costringere la loro ostinazione

a manifestare gli aderenti. È impossibile immaginare quanto lo spirito

satanico s'impossessi di loro, e li renda fermi nella infernale

impenitenza. Non si lasciano fuggire un accento dalla sacrilega bocca

che il demonio chiude con una mano di ferro(82). Un vecchio, posto

alla tortura, e quasi stritolato sotto ad una macina, rideva ed

insultava i santi ministri, i quali gli ricordavano l'obbligo della

fede.

(82) Che coraggio! Che costanza! Povere vittime infelici!

Un'altra _giovinetta di Belial_, alla quale i soldati del Duca in

punizione di aver alimentato le carni di un eretico strapparono

dall'ossa con una tenaglia quelle carni maledette, sorrideva, metteva

dentro le mani alle proprie piaghe e diceva di sentirne refrigerio;

sicché i soldati a meglio refrigerarla seguirono per un'ora a

rinnovarle quella consolazione senza poterla indurre a manifestare,

dove fosse l'iniquo, che essa aveva albergato ed alimentato.

I poveri soldati sono instancabili nell'opera della fede(83) e la sera

dopo la preghiera e dopo innumerevoli meriti acquistati, sono da me

benedetti con la papale benedizione che V. S. mi concedette di largire

nel suo nome santissimo(84).

(83) Ed anche ciò si chiama disciplina negli eserciti di tutte le età.

(84) Che depravazione! Che sacrilegi!

Io crederei, Beatissimo Padre, che a rimunerare in qualche modo la

_fede ardente_ del sig. Duca, V. S. dovesse avere la benignità di

conferire o a lui, o a suo fratello Don Rodrigo canonico della

cattedrale di Tolosa, la sacra porpora la quale egli si ha già

acquistato con le sue escursioni tingendola nel sangue maledetto di

quegli sciagurati.

Basta che in questi paesi si senta il suo nome perché gli eretici

Albigesi tremino da capo a piedi. Il suo costume è di andare per le

corte spacciando in un sol colpo i più arrabbiati. Quanti gliene

capitano nelle mani costrìnge a professare la nostra fede con la

formola ingiunta da V. S. Se ricusano, li fa battere ben bene mentre

che si accende il rogo(85). Quindi interrogati se si sien pentiti ed

ascoltato che no, conchiude: O credi o muori. Li mettono ad ardere a

fuoco lento per dare loro tempo di pentirsi, e di meritare l'eterno

perdono.

(85) Documento tolto alla Favilla, giornale di Mantova.

Alcuno di questi miserabili, benché assai raramente, sullo spirare ha

dato segni di ritrattazione e di orrore della morte che meritamente

subiva; ed io mi consolavo nel Signore osservando quegli atti che

potevano essere indizio di pentimento. Quando più essi si dibattevano

tanto più noi godevamo nella speranza che quelle brevi pene

fruttassero loro il gaudio eterno, dove speriamo di trovarli salvi nel

santo paradiso quando al Signore piacerà di chiamarci agli eterni

riposi.

Intorno poi agli altri che furono sedotti, e perciò meno rei, non si

costuma di condannarli subito ma per esercitare con essi quella

carità, che il nostro Salvatore comanda, da principio si risparmia

loro la vita ed invece si adoprano alcuni tormenti i quali per quanto

siano gravi alla carne sono infinitamente più lievi degli altri

riserbati allo spirito nelle fiamme eterne.

Si adoprano rotelle, eculei, letti di ferro, stirature, tanaglie ed

altre simili mortificazioni del corpo che secondo la legge del nostro

Signor G. Cristo dev'essere macerato in terra per averlo glorioso

nella vita eterna.

In altra mia mi farò un dovere di rallegrare il cuore della Santità

Vostra, con più minuta narrazione di questa opera che il Signore si

compiace di fare per nostro mezzo(86).

(86) È veramente il Carnefice, il Dio dei preti.

Intanto prostrato al sacro piede della S. V. imploro per me e per

questi miei collaboratori e compagni, l'apostolica benedizione e mi

dichiaro"(87)

Della S. V.

Re dei Re e Pastore dei Pastori

l'ultimo dei servi e figli

DOMENICO GUSMAN

(87) Documento tolto alla _Favilla_, giornale di Mantova.

CAPITOLO XLV

Clelia: Il governo dei preti - Romanzo storico politico · 第 16 / 19 段